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Nepi, Daniele

7 novembre 2007

Agosto è il mese più crudele

“Agosto è il mese più crudele”

Marsilio, pagg. 364. Euro 16

Al Franziskaner Kloster, un albergo delizioso situato in un paesino dell’Alto Adige, giunge, nel pieno dell’estate, come avviene da sei anni, una comitiva di vecchi amici già avanti con gli anni, per trascorrervi un periodo di vacanza. Portano con loro dei nipoti giovanissimi, la recalcitrante Domitilla di quattordici anni, nipote dell’anziana coppia composta da Onorio e Graziella, e Martino, che ne ha sette, curioso, anche se non sempre entusiasta, di ogni novità, nipote dei nonni Gabriele e Stella. Gabriele e Stella recano con sé anche un cane, Filippo.

La proprietaria, la signora Claudia Oberburger, rimasta vedova e che ha un figlio già grande, Franz, che l’aiuta, fa di tutto per rendere piacevole il soggiorno, e ha fatto del suo albergo davvero un’opera d’arte, così caldo, accogliente e perfetto in ogni cosa. Non sa ancora che da quando è arrivato, uno dei suoi ospiti è attraversato dalla voglia di uccidere qualcuno, una voglia che è riuscito sempre a reprimere, ma che ora vuole soddisfare. Ci aveva già provato qualche giorno prima della partenza con un ragazzo che gli aveva chiesto un passaggio in macchina, ma quello era riuscito a farla franca. Dialoghi e descrizioni sono resi con efficacia e ci consentono di gustare un clima vacanziero fatto di piccole chiacchiere, di pranzi raffinati, tutti da annotare, divagazioni anche letterarie di un certo peso, nelle quali si avverte pulsare la vena dello stesso autore, e pure di qualche innocente litigio. Lo sconosciuto, quel “qualcuno” di cui ancora non riusciamo ad essere certi dell’identità, continua ad essere sollecitato dalla sua voglia di commettere un delitto. Ha fretta di realizzare ciò che definisce il sogno della sua vita. L’autore mette ogni tanto a nudo i suoi pensieri, sollecitandoci alla massima attenzione, nel tentativo di arrivare quanto prima ad identificarlo, e così le conversazioni che si snodano tra i protagonisti, le solite spontanee e rilassate che si fanno nel corso di una vacanza, divengono un terreno di ricerca di probabili indizi rivelatori. Non mancano le occasioni: escursioni, passeggiate, concerti, cinema, musei, e così via, offrono l’opportunità di toccare ogni volta alcuni temi, che l’autore si compiace di sviluppare, e che, in realtà, noi siamo indotti a leggere sin dal principio come strumenti in grado, se ben osservati, di aiutarci nella nostra ricerca. Si inseriscono, perciò, nella trama senza appesantirla, se si fa eccezione per quel lungo indugio, che pare autobiografico, in cui si lascia andare Giorgio allorché confessa agli amici i segreti della sua professione di scrittore, con spunti peraltro interessanti: “Spesso mi rendo conto che non scrivo per raccontare quel che già so, ma quello che ancora devo scoprire!”. L’autore continuerà lungo tutto il romanzo a mettere sotto i nostri occhi il probabile omicida confuso con gli altri e, sebbene circoscritto, egli resterà indefinibile fino alla conclusione, nonostante più volte ci solletichi abilmente col marcare questo o quel particolare sull’uno o sull’altro. Potrebbe essere Giorgio, infatti, oppure Valeria, che nella vita fa il magistrato, o anche la svampita e anziana Graziella, e perché non Alessandro, il marito di Valeria, che fa l’avvocato? E Onorio, il marito di Graziella, che pare tanto perbenino e uomo all’antica, ma che, poi si scopre, ha un segreto nel suo passato? E Gabriele, così brioso e dinamico? E sua moglie Stella? E perché ad un certo punto Franz, il figlio della proprietaria, scontroso e solitario, amante geloso e “patetico” della natura, ha “la strana sensazione d’essere stato smascherato?”. E così via. L’autore riesce a tenerci nell’incertezza perfino se si tratti di un uomo o di una donna e spesso ci sfida e ci lancia dei segnali, sempre ambigui, tuttavia, come nella fondamentale conversazione che si svolge tra i personaggi in occasione della passeggiata sul Pretscher. Il percorso che l’autore compie ci costringe, così, a seminare piccoli sassolini laddove ci afferra il sospetto di essere riusciti ad individuare lo sconosciuto. L’autore fa ancora di più: a poco a poco, come scremandoli da un mazzo di carte, ci presenta i suoi protagonisti, dopo che noi in qualche modo già abbiamo imparato a conoscerli da ciò che hanno fatto o detto nelle varie occasioni trascorse. Sembra che non voglia lasciarci soli lungo il corso della nostra ricerca e ci solleciti ogni volta a confrontare direttamente la nostra ipotesi con i personaggi su cui in quel momento agisce con la sua messa a fuoco. Lo fa senza mostrare fretta, anzi la sua narrazione si dilunga in un modo abilmente condotto, tale da lasciare a noi il tempo di sentirci un po’ come tanti Maigret o Poirot e nel contempo ispirandoci la sensazione di trovarci di fronte ad una storia che sia tutto, meno che un giallo. Infatti, prima ancora che un qualche delitto sia commesso, sappiamo che un personaggio è intenzionato a compierne almeno uno, e l’autore ci trascina nei meandri della sua psiche, facendoci percorrere lo stesso tragitto e coinvolgendoci nell’attesa. Prima ancora di conoscere la vittima e il nome di chi ha compiuto l’omicidio che si attende, noi siamo già incantenati da una curiosità che precede quegli eventi, ossia noi ci domandiamo se l’omicidio sarà o non sarà commesso. Sappiamo solo che, sia egli uomo o donna, è una persona affermata e che gode prestigio in società. Ma la sua è una mascheratura, una “normalità simulata”. La sostanza del suo essere è ben diversa; l’ha saputa nascondere nel corso degli anni, ma ora sente che è giunto il momento di inserire nella sua vita delle “variabili eccitanti”: “la voglia di riassaporare la violenza primordiale era diventata imperiosa”. L’autore vuole tratteggiare, dunque, una situazione psicologica in cui potremmo ricadere tutti noi, nel momento in cui le nostre difese erette “in sintonia con gli schemi” dovessero cedere? È in realtà questa, la vera sostanza del suo racconto? Che significa? Che siamo tutti così, anche noi che ci sentiamo apparentemente lontani da quella violenza interiore? Anche noi potremmo non vedere il male “come qualcosa di disumano, ma come un’esigenza naturale, un’insopprimibile necessità dell’uomo”, una strada per tornare ad essere liberi? Una tale violenza può essere talmente subdola, dunque, da stimolare in noi la convinzione che essa scaturisca da un atto consapevole della nostra volontà, ossia che siamo proprio noi a scegliere di compierla: “avrebbe mostrato all’umanità il suo capolavoro di sangue. Aveva saputo attendere mentre l’opera si distillava negli anni.”

Descrizioni di paesaggi, rese con uno stile sobrio ma luminoso, si alternano ai movimenti e alle conversazioni dei personaggi in una distensione narrativa che ci dà tutto il tempo di goderci l’ambiente di un Alto Adige ancora ricco di bellezze naturali; e sarà proprio questo contatto primordiale a provocare l’esplosione di quella violenza altrettanto primordiale che sta nascosta nel nostro assassino. Non a caso, dunque: giacché anche noi siamo parte indistinguibile della natura, i cui sussurri e le cui furie scatenanti stanno rinchiusi dentro di noi, esattamente come il fulmine, il temporale, la rapacità di un’aquila, solo per fare qualche esempio, insorgono dai loro turbolenti recessi nei quali si conserva il segreto della loro natura; cosicché ciò che fa scattare quei complessi ed istintivi meccanismi, che definiamo naturali, non è diverso da quella voglia di uccidere che si agita nel nostro misterioso protagonista, che altro non è che uno simile a noi.

Diventa pulsante e angoscioso entrare nella sottile tessitura psicologica di questo romanzo, che racconta ben oltre i fatti cruenti che vi accadono, e ci costringe a mettere noi stessi continuamente a confronto (“perché, perché, perché?”) con la forza istintiva e dirompente che a poco a poco si afferma nel protagonista, il quale, con tutto il piacere possibile, si rende conto che “una vocazione sotterranea aveva modellato il suo destino.” Nel momento in cui, ma solo per un attimo, dubita della sua normalità e si domanda se invece non sia un folle, subito si rassicura: “era la natura che pilotava il suo destino e affilava nel suo cuore il desiderio di profanare una vita”. E più avanti: “L’impulso di dare la vita e la morte, il desiderio di procreare e uccidere, vive in ciascuno di noi ed è parte della nostra natura.” L’autore fa anche capire che una tale violenza, una volta scatenatasi, lascia sempre un’orma di sé su qualcun altro, innescando nuove follie. Perfino quelle, impenetrabili, di trovarsi all’indomani a discutere di arte, o a intrattenersi con il proprio amante, quasi dimentichi delle tragedie che ancora ci vivono accanto.

Un giallo avvincente e ben scritto, che disegna lentamente e gradualmente, finanche nella parte finale, uno scenario che, nonostante si riduca via via il campo dei probabili assassini, ci lascia sino all’ultimo in balia di incertezze e sospetti. Se si pensi che l’autore è al suo esordio e ha già vinto con quest’opera il premio letterario Palazzo al Bosco 2001, c’è da aspettarsi ancora molto da lui.


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Bart