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Ammaniti, Niccolò

6 novembre 2007

Io non ho paura  

“Io non ho paura”

Si deve fare innanzitutto una considerazione di carattere generale. Si tratta nel giro di poco tempo di un altro libro che ha per protagonisti i bambini, visti non più attraverso la trasparenza e la vivacità dei loro giochi, bensì nella sofferenza e nella delusione che il nostro tempo ha voluto caricare su di essi. Sono scrittori giovani, questi autori (cito, a mo’ di esempio, i nomi di Baldini, Lucarelli, Vinci), immersi nel vivere quotidiano, che hanno colto il male oscuro dei nostri giorni, avvertendone il pericolo. Hanno tutti un punto in comune: che una tale sofferenza ha la sua matrice in noi, i grandi, confusi, storditi, distratti da un progresso che non è temerario definire selvaggio. Un veleno, anzi, che trasforma tutto in cattiveria, egoismo, violenza, cupidigia. Ci chiamano a prenderne coscienza e a rimediare: finché si è in tempo.

È dunque una storia di bambini, questo romanzo di Ammaniti. Michele Amitrano, il narratore, ha nove anni quando i fatti cominciano ad accadere nell’estate del 1978, come Salvatore Scardaccione; Antonio Natale, soprannominato Teschio, ha dodici anni: è il più grande; Maria, la sorella di Michele, è la più piccola. Poi ci sono anche Remo Marzano e Barbara Mura, un po’ cicciona: undici anni, bambini anche loro. Ora ne ha qualcuno in più, Michele: circa trentuno e non può fare a meno di volgere gli occhi a quegli anni così lontani, e ricordare quella storia e quel suo paese ora trasformato ed irriconoscibile dal nome assurdo: Acqua Traverse, visto che lì di acqua non se n’era mai vista, se non quella trasportata dall’autocisterna di Severino ogni due settimane. Un tempo era semplicemente un borgo di campagna composto dal Palazzo, che era la dimora di Salvatore: un casone costruito nell’Ottocento, e quattro case: Non per modo di dire. Quattro case in tutto. Scrive l’autore: un posto dimenticato da Dio e dagli uomini. Questo è l’ambiente, il mondo in cui si svolge la storia. Una caratteristica della scrittura di Ammaniti sta nella scelta di ignorare nelle secondarie il congiuntivo a vantaggio del più pratico indicativo, alla maniera anglosassone. La segnalo in quanto, rispetto ad altri autori moderni che hanno deciso per una scelta analoga, Ammaniti azzarda di più, e devo confessare che ancora non ho fatto l’orecchio a questo suo uso consapevole e determinato. Qualche esempio: Odiavo fare le flessioni. Papà voleva che le facevo perché diceva che ero rachitico. O anche: Aspettavano che la mamma scolava la pastasciutta. O questo: Ho avuto paura che la picchiava. Ma se ne potrebbero fare numerosi altri. Non solo, dunque, nella tecnologia gli anglosassoni ci stanno dominando, con una moderna e più sottile, silenziosa, invasione, ma anche qui, nello scrivere, sul nostro terreno dove siamo stati maestri riconosciuti ed ammirati, mortificandoci un po’.

All’inizio il modo di narrare è lento, con una preparazione ai fatti che si snoda su azioni quasi scontate e prive di interesse, che ci avvicinano, però, al momento della sorpresa, che già si rivela nel fondamentale primo capitolo. Si ha l’impressione che l’autore abbia voluto farci arrivare alla scoperta storditi dalla ordinarietà degli avvenimenti. La corsa sulla collina resta più per l’immagine del grano che indora il paesaggio e per quella casa diroccata, avviluppata nei rovi e quasi nascosta, che per quella sorpresa, eppure sconvolgente, che attenderà Michele.

La storia è tutta imperniata sul mistero racchiuso in questa scoperta casuale e si snoda tra la collina e la casa del protagonista, di cui, dopo aver conosciuto la sorellina Maria e gli amici, conosciamo pure la bella e formosa mamma Teresa e il padre, Pino, camionista, che possiede un Lupetto Fiat con il telone verde, con il quale è sempre in giro e a volte sta fuori casa anche per molte settimane. Gli ingredienti ci sono tutti, poche cose ma l’autore ci sfida a capire e a partecipare con quelle. Si deve rivelare ora che cosa scopre Michele, perché il mistero non sta tanto in questa scoperta, ma in ciò che vi ruota intorno. Ricordate? Michele sta giocando con gli amici su quella collina coperta dal grano, quando non visto da nessuno – mentre sconta la penitenza per essere arrivato ultimo sulla cima e s’introduce nella casa diroccata – scopre, calandosi all’esterno, una buca, dove è nascosto un bambino. Lo crede morto, invece è vivo. Con una corda si cala: Io non ho paura di niente dirà per farsi coraggio. Riesce così a farlo parlare, ma le parole del prigioniero, così parche, hanno significati oscuri: parla a stento di orsetti lavatori, di angeli, dei genitori che sono morti, e che anche lui è morto.

Quella scoperta avvierà nel bambino Michele una serie di congetture spaventose, che coinvolgeranno anche il padre, al quale il bimbo avrebbe voluto rivelare la sua scoperta. Lo fa per ben due volte, ma il padre si rifiuta di ascoltarlo, è un bambino, sembra sottolinearci l’autore, e i grandi non ascoltano i bambini. Poi capiamo anche com’è questo padre, a mano a mano che la storia si snoda e Michele comincia a comprendere: Perché a mio papà non gli fregava niente di me, diceva che mi voleva bene ma non era vero.

È il racconto di un sequestro che dura già da due mesi. Il bambino è figlio di un industriale lombardo e si chiama Filippo Carducci. Quando Michele, calandosi nella buca, riuscirà a guardargli la faccia, ecco come gli si presenta: Era nera. I capelli biondi e sottili si erano impastati con la terra formando un groviglio duro e secco. Il sangue rappreso gli aveva sigillato le palpebre. Le labbra erano nere e spaccate. Le narici otturate dal moccio e dalle croste. Sarà il percorso di questa sua conoscenza che costituirà il motivo principale del romanzo. Michele ha nove anni, come Filippo, e quell’esperienza, ancora una volta di dolore, non la dimenticherà mai più, e lo farà diventare grande. Gli dirà la madre: Quando diventi grande te ne devi andare da qui e non ci devi tornare mai più. Si capirà perché.

Per concludere, vorrei dire che la storia, ben narrata, con una scrittura semplice, arricchita di dialoghi ben costruiti, ha, a mio avviso, alcuni momenti di inverosimiglianza. Michele pare troppo grande per i suoi nove anni e fa meraviglia che il suo primo impulso non sia quello di rivelare ciò che di così terribile ha scoperto e, soprattutto, dopo che il padre non lo ha voluto ascoltare, di non insistere e di riuscire a tenersi tutto per sé. E poi perché non aiutare il prigioniero da subito? Si potrebbe rispondere: Allora il libro di che cosa avrebbe potuto parlare? Sì, è vero, ma la domanda è: Si può costruire una storia su di un presupposto che susciti più di una perplessità? Come pure le fasi finali, il suo salto dalla finestra e quella sua ricerca nel buio, ad esempio, sono tutte favorite da coincidenze troppo fortunate. Salvo queste annotazioni, la parte conclusiva – rispetto all’inizio – prende un abbrivo mozzafiato, e corre sempre di più, costringendoci a restare lì, col libro in mano, finché non si arrivi alla fine.

Mi ha fatto piacere l’accenno, attraverso Michele bambino, ad alcune fiabe, e una di queste, sebbene in una versione un po’ diversa da quella che mi piace di più, riportata dal Pitrè in Studi di leggende popolari in Sicilia e nuova raccolta di leggende siciliane, sembra ricordare la bella fiaba di Colapesce, che, però, nella versione giudicata da Calvino la più bella, anziché trasportare sulle spalle la madre, sorregge nella profondità del mare le colonne un po’ corrose su cui poggia la città di Messina. Se il riferimento non fosse quello, certamente lo richiama. Un’altra fiaba che si intravede è quella de “Le avventure di Pinocchio”, e precisamente il punto in cui arriva il carro, con le ruote fasciate di stoppa e di cenci e trainato da dodici pariglie di ciuchini, che condurrà il burattino nel Paese dei balocchi. Anche nelle paure del bimbo si affacciano giganti, elfi, streghe, mostri. Riporto questa bella descrizione che compare verso la fine: Me li immaginavo ai bordi della strada, degli esseri piccoli, con le orecchie da volpe e gli occhi rossi, che mi osservavano e discutevano tra loro.

Guarda! Guarda!, un ragazzino!

Che ci fa di notte da queste parti?

Pigliamolo!

Sì, sì, sì, è buono… Pigliamolo!

Colpisce anche il verbo riscemire (rincretinire), che non conoscevo.

Niccolò Ammaniti: “Ti prendo e ti porto via”

Avverto che è un postscriptum di appena dodici parole che dà il titolo a questo romanzo lunghissimo.

La scuola media Michelangelo Buonarroti è la prima ad occupare la scena. Gli studenti stanno fuori e aspettano che si apra il cancello per conoscere se siano stati ammessi o no alla classe superiore. Succede che solo Pietro, Pietro Moroni, dodici anni, non è ammesso. Gloria, l’amica del cuore, e tutti gli altri dell’intera scuola sono invece promossi. Aveva pensato ad una bella e lunga vacanza con Gloria, ma tutto è perduto.

L’autore si ferma qui e torna indietro a narrarci la storia come si è svolta negli ultimi sei mesi e ci presenta, per farlo sparire subito dopo, un tipo strano che ritorna al suo paese natale, Ischiano Scalo: è un uomo grande e grosso con una lunga chioma bionda, occhiali da mosca e giacca di pelle marrone con un’aquila apache di perline ricamata sulla schiena. Se si considera anche l’auto truccata con la quale è arrivato, lo stiramento di braccia e lo sbadiglio che fa scendendo in strada, e si sgranchisce perfino le gambe, non si può fare a meno di rivedere disegnato uno dei bulli creati dalla fantasia del regista Carlo Verdone.

Quel giorno è il 9 dicembre e l’autore ci tiene a segnalarlo, poi torna a correre all’indietro e si salta direttamente a sette mesi prima. Però ci si trasferisce sulla riviera romagnola, a pochi chilometri da Riccione.

C’è una ragione importante per tornare indietro nel tempo. A Riccione il nostro bullo, o meglio: lo sciupafemmine, davvero un fanciullone dei nostri tempi – si chiama Graziano Biglia, quarantaquattro anni -, in un ristorantino economico sul mare adocchia per puro caso una stupenda ragazza che gli richiama alla memoria nientemeno che Demi Moore, la indimenticata protagonista di Ghost. È una cubista in quel locale, ossia: Balla nuda su un cubo al centro del formicaio. Ovviamente il formicaio è la massa di giovani e ragazze che frequentano il Carillon del mare e riempiono la pista da ballo.

Inizia una storia tra i due – la ragazza si chiama Erica Trettel, trentina -, di quelle storie moderne che accadono oggi, senza grandi traumi e grandi profondità. L’autore è abile nel rappresentare con una vena ironica che si avverte una situazione di questo tipo, con un linguaggio perfettamente aderente e godibile. Un linguaggio che pare ci appartenga, dei nostri giorni, tratto specialmente dal mondo giovanile, caratteristica peculiare, a mio avviso, di questo romanzo poliedrico – assente nel successivo Io non ho paura -, nel quale le varie figure che sono disegnate (ad esempio la madre di Graziano, la madre di Pietro), pur appartenendo a filoni diversi tracciati dall’autore, sono legati tra loro e riconoscibili, perché osservati da uno stesso sguardo e letti da un unico pensiero, nei quali è difficile individuare perfino delle minute sfumature. Due storie parallele, dunque: quella di due ragazzi, e quella di due adulti.

Si passa dall’una all’altra frequentemente, con tempi di passaggio che variano, quando più lenti, quando più veloci e addirittura improvvisi, che ci lasciano un po’ frastornati da sequenze in cui si adombra una stessa regia, con inquadrature e primi piani molto somiglianti. Vi è un uso ricorrente di espressioni volgari, che, pur riconoscendo che appartengono alla realtà di oggi, sono eccessive, come pure certe descrizioni efferate che vi appaiono, quale quella della tartaruga, massacrata dal piccolo Federico Pierini, diventato poi un teppista capobranco o la pecora sventrata dal cane di Pietro, Zagor.

A mano a mano che si procede nella lettura, si avvertono nitidamente le intenzioni dell’autore ed alcune situazioni che si vanno svolgendo sotto i nostri occhi hanno già evidenti in sé i successivi sviluppi, e soltanto la piacevole scorrevolezza della scrittura ci induce ad accogliere con curiosità questa specie di imprevidenza nel raccontare.

Ma la sensazione muta improvvisamente quando si manifesta a tutto tondo il primo punto di congiunzione di queste storie parallele, ossia Italo Miele, bidello della scuola frequentata da Pietro e padre di Bruno Miele, il poliziotto amico di Graziano Biglia. Dunque, per la prima volta appare un nesso che ci proietta verso un percorso ancora del tutto in ombra e quindi atteso, anzi attesissimo, e s’intravede un’abilità che prima era latente, sotterranea, che si avvaleva apparentemente solo della freschezza e modernità della scrittura.

Italo Miele è padrone della scena, si sta muovendo con una storia tutta sua, fatta di una moglie invecchiata di colpo e quasi pazza, e di una prostituta, Alima Guabré, nigeriana, con cui ha rapporti altalenanti. Per di più è anche sciancato. È la sua storia ora che si alterna a quella dei ragazzi, un’alternanza, tuttavia, che ci lascia un po’ infastiditi; e si ha la sensazione che questi veloci trasferimenti impediscano o rallentino la crescita, la visibilità, dei personaggi.

E quando è il momento, ecco che la storia appena iniziata di Italo va ad incastrarsi in quella dei ragazzi.

Una notte torna alla scuola con Alima, e allorché fa per aprire il cancello, lo trova serrato da una catena. Ce l’ha messa Pietro, forzato da Pierini e dai suoi compagni di scorrerie: Ronca e Bacci. I quali, intanto, da una finestra sono penetrati all’interno dell’edificio e lì ne combinano di tutti i colori; sbattono a terra mandandoli in frantumi: televisore, videoregistratore, impianto stereo con annesse casse acustiche, imbrattano i muri con scritte volgari, eccetera eccetera. È Pierini che si scatena in questo vandalismo stimolatogli da una professoressa, Flora Palmieri, che gliene aveva combinata una di troppo.

Italo Miele è immobile fuori del cancello, meravigliato. Non ci sono dubbi. Quei rumori, quei botti, quelle esplosioni vengono proprio dalla scuola.

Al momento il libro ci dà l’impressione di una storia di superficie, di una ragazzata che è stata presa a pretesto per intrattenere il lettore. La scorrevolezza del linguaggio e quella sua capacità di autorinnovarsi restano ancora le qualità più interessanti ed emergenti del romanzo.

Ci siamo quasi dimenticati di Graziano, e viene spontaneo domandarsi quando lo scrittore intenderà ricollocarlo dinanzi a noi. Prima o poi, infatti, si dovrà verificare anche questa prevedibile confluenza, che appare ormai sempre di più annunciata.

La parte del leone intanto la sta facendo la storia di Pietro e dei suoi compagni violenti e sbandati, e questo versante si allarga a mettere a fuoco un altro personaggio, ventenne questa volta; si tratta di Mimmo, fratello di Pietro, che fa il pastore e sogna di fuggire in Alaska, dove lo hanno illuso che possa intraprendere una vita avventurosa sui pescherecci, pagato profumatamente, così da poter infine ritornare arricchito al paese.

Però il viaggio costa molti soldi. E lui non li ha. Come fare? L’idea è questa, chiedere un prestito ai Celani, i genitori di Gloria, la ragazza di Pietro e lo dice al fratellino: glielo dovresti chiedere tu al signor Celani… Tu lo conosci bene. È meglio. A te i Celani ti vogliono bene come a un figlio. Che ne pensi, eh?

La risposta deve attendere, perché si apre un altro fronte, quello di Max Franzini, uno studente universitario, figlio di genitori molto ricchi, che in facoltà ha incontrato Martina e se la sta portando, alla guida di una potente mercedes appena acquistata da papà, a casa sua, visto che i genitori sono a Istanbul, dove si tiene un convegno internazionale sull’impianto della protesi all’anca. Spera di combinare qualcosa con la ragazza e sta andando sotto la pioggia a gran velocità.

Alla fine di una discesa, però, c’è la polizia, e indovinate chi si trova lì ed alza la paletta? Antonio Bacci, che è nientemeno che il padre di quell’Andrea Bacci, componente della squinternata banda di Pierini, e in macchina chi è di turno con lui? Bruno Miele, che – lo ricordate sicuramente – è il figlio del bidello Italo Miele.

Un altro fronte aperto, dunque, e un altro punto di contatto. Vi è sicuramente una voglia da parte dell’autore di dimostrare la sua abilità di tessitore. Si stanno aprendo scenari che in qualche modo hanno punti di contatto, e il lavoro che attende questo regista della scrittura è di riuscire a coordinare il tutto, dargli un senso, e coagularlo nella fase conclusiva. Se non fosse che questo andare e venire affatica il lettore, sballottato da una parte all’altra in un’attesa snervante e fastidiosa.

Bruno Miele, il poliziotto figlio del bidello, viene ora messo a fuoco, ci si concentra su di lui. Mentre il collega Bacci avrebbe lasciato correre, senza elevare la contravvenzione, lui no. Ha ambizioni di carriera e a modello ha alcune star americane, interpreti di figure mitiche di poliziotti, come Steve McQueen e Clint Eastwood, ad esempio. Si diverte a martirizzare i due giovani, che sono anche fumatori di spinello, e lui, per fatti personali, non può proprio sopportarli, come il diavolo l’acqua santa.

E proprio mentre il duro Miele sta infierendo sui due giovani malcapitati, arriva la comunicazione via radio che i due poliziotti devono correre subito alla scuola media Michelangelo Buonarroti, dove, al suo interno, si sono scoperti dei ladri: là dentro c’è mio padre, urla Miele. Così lascia perdere i ragazzi che – ci annuncia l’autore – non compariranno mai più nella storia.

Un altro punto di contatto viene messo a segno, dunque: ora si sono congiunti, tramite il bidello, i ragazzi e i due poliziotti, uno dei quali, proprio il figlio del bidello, Bruno, è amico di Graziano Biglia, di cui si sono perse le tracce e se ne continua ad attendere la confluenza nell’occhio di bue che sta illuminando gli altri protagonisti. Qui il tramite più diretto diventa, ora, Bruno Miele, il poliziotto tutto d’un pezzo, che odia gli spacciatori e i tossicodipendenti, e nutre una forte ammirazione per le auto potenti e di lusso, come quella che guidava lo sventurato Max Franzini.

Un flash, e vediamo improvvisamente Graziano Biglia, è il 10 dicembre, giorno successivo al suo arrivo in paese, e sta sdraiato nel letto, col cervello mezzo spappolato da una serata trascorsa all’insegna della trasgressione più nera. Graziano Biglia aveva la sensazione che un elicottero gli fosse finito nel cranio. Ma che cosa abbia fatto la sera del 9 dicembre chi se lo ricorda più? Bisognerebbe o avere una memoria di ferro o mettersi a sfogliare le pagine all’indietro e ritrovare la sua ultima comparsa sulla scena. Ma a che pro? quando, dopo poche righe ballerine, si salta di nuovo alla scuola dove si sta recando Flora Palmieri, l’insegnante d’italiano presa di mira dalle scritte sui muri lasciate dai ragazzi, svegliata all’alba dal preside Giovanni Cosenza. Brutte scritte, si premura di avvertirla il preside.

A questa regia a singhiozzo occorre abituarsi. Insomma, si provano piccole emozioni che restano sospese, come una soddisfazione che non ci riesce di portare a compimento. Troppi quadretti che spuntano qua e là, in una specie di girotondo che dà le vertigini.

Quand’ecco apparire il punto di congiunzione anche per Graziano. Indovinate chi lo trascina dentro l’occhio di bue? Lui sta cercando una ragazza che lo compensi dell’altra, Erica, che lo ha piantato. È lì allo Station bar, ci sta pensando. Tutte le ragazze che passa in rassegna non vanno bene, per un motivo o per l’altro. Sta pagando la consumazione, quando vede entrare, indovinate chi? La professoressa d’italiano Flora Palmieri, quella della scritta ignominiosa imbrattata sui muri dalla banda Pierini.

Tutte le congiunzioni che si attendevano si sono verificate, tutti gli affluenti hanno raggiunto il corso d’acqua principale. In sospeso non resta niente. Vediamo che cosa succede. Soprattutto se alcuni personaggi comparsi e scomparsi nel giro di poche pagine daranno l’estro all’autore di aggiungere altri fili a questa tessitura piuttosto sincopatica.

Una qualità dell’autore, infatti, che mi piace rilevare è il profilo mai trascurato che disegna per ogni personaggio che compare sulla scena, anche quelli che filano via subito dopo che sono capitati sotto il fascio di luce dei riflettori. Solo alcuni esempi: la madre di Pietro, quella di Graziano, Ivana Zampetti, l’estetista, ricordate?; Mimmo, il fratello di Pietro, che sogna di andare al Polo Nord, e la sua fidanzata Patrizia Loria (che più avanti, per una vista, verrà chiamata Patrizia Ciarnò); il padre di Pietro; la moglie del bidello, Ida; la prostituta Alima; Max Franzini e Martina, la ragazza rimorchiata all’università; la mamma Lucia e lo zio Armando di Flora Palmieri; il preside e la vicepreside della scuola; l’insegnante di scienze Diana Rovi, che sembrava un orsetto lavatore (anche in Io non ho paura è richiamato l’orsetto lavatore. Un altro punto in comune è l’uso della bicicletta da parte là di Michele e qui di Pietro); Michela Giovannini, una collega di Flora Palmieri, e il suo fidanzato, Fulvio; Mauro Colabazzi, detto il Ganascia, e così via.

È la scuola ora a tornare al centro dell’attenzione. Tutti si trovano lì, e già sappiamo che, attraverso l’insegnante Flora, anche Graziano si sta avvicinando. Il romanzo è divertente, entrano in scena a volte personaggi davvero esilaranti, come lo stesso bidello o la vicepreside Mariuccia Gatta, che è una specie di generalessa che s’impone al timido come una donnicciola e sbiadito preside Giovanni Cosenza; a leggerlo è un piacere ininterrotto, ha – attenzione, però – l’apparenza di un romanzo senza spessore, di superficie, di intrattenimento: ci facciamo quattro risate, abbiamo avuto sottomano la storia di una ragazzata, come ce ne sono tante in giro, si chiude il libro e dentro di noi può restare solo un po’ di buon umore.

Ma una prima svolta che ci dà il segnale di un qualcosa in più che è contenuto nella storia si ha quando Flora è sola con Pietro, che le confessa di essere colpevole, insieme con gli altri, del vandalismo commesso alla scuola: Flora fu travolta da una vampata di affetto per Pietro che le mozzò il fiato. Lo strinse forte. Avrebbe voluto prenderselo e portarselo via. Avrebbe voluto adottarlo. Avrebbe pagato qualsiasi cifra perché fosse suo figlio, così avrebbe potuto accudirlo e farlo andare al liceo, in un posto lontano milioni di chilometri da quel paese di bestie e renderlo felice. Pietro è preoccupato che lo boccino per ciò che ha fatto, ma l’insegnante gli promette che non accadrà, perché ha confessato la sua colpa.

Lo spazio viene occupato tutto da lei, lo si percepisce, da Flora Palmieri, e quelle emozioni che non avvertivamo, si fanno avanti e avvolgono questo personaggio solitario e buono, che ha la madre inferma e riesce a comunicare con lei e a capirla con semplici gesti, ammiccamenti, e l’accudisce e passa con lei le sue ore libere dall’insegnamento. Graziano, quel bullo di periferia che abbiamo conosciuto, proprio lei sceglie a bersaglio delle sue imprese di play boy, ora che cominciamo a volerle un po’ di bene.

L’autore è stato abile, ci ha fatto divertire, ed ora si sente nell’aria che ci sarà presto un cambiamento. Da ora in poi, non avremo più a che fare con ragazzate e monellerie varie, ma con le insidie, le lacerazioni, le mortificazioni della vita. Tutti i fili si sono congiunti, finalmente, e quello che ne esce fuori alla fine è sofferenza, è dolore. Le pagine che descrivono la gita di Flora e Graziano alle Terme di Saturnia sono bellissime, efficaci; e pur trovandoci di fronte ad una situazione scabrosa, le parole anche crude che vengono impiegate, sono sommerse dalla tenerezza che sprigiona tra i due amanti. Flora continua a dominare la scena e a suscitare, lei soprattutto, calde e intense emozioni. Si avverte che la tessitura che si sta completando è qui che doveva giungere: a far emergere un personaggio che pare sfidare la nostra modernità, con la sua innocenza e la infantile ricerca di quel primordiale ed istintivo desiderio di essere donna.

Il romanzo acquista un suo poderoso e definitivo spessore, e sebbene costituito da molte pagine, esse si sono lette facilmente e con piacere fino a questo punto, ed ora si prende la corsa, però: vogliamo sapere, vogliamo conoscere, vogliamo scoprire, vogliamo trovare. Che cosa? Forse la gioia di credere che persone come Flora esistono ancora.

Arriva l’11 dicembre. Italo Mieli, il bidello, esce dall’ospedale, dove era stato ricoverato per la botta ricevuta la notte dei disordini alla scuola. Pietro, che ha fatto la spia, sta fuggendo in bicicletta, inseguito da Pierini, che sta dietro in sella a un motorino guidato da Fiamma. Ma, a differenza della lunga prima parte, la storia dei ragazzi è diventata succedanea di quella di Flora, la loro insegnante tante volte sbertucciata, che sta prendendo il volo, innalzandosi sempre di più. Quella notte, a sua insaputa, una diga dentro di lei si era sfondata. E l’affetto compresso per tanto tempo in qualche oscuro punto del suo essere si era riversato fuori e le aveva invaso il cuore, la testa, tutto.

A questo punto della storia, non ci interessa tanto il rapporto che può o non può stabilirsi tra Flora e Graziano. Si avverte che c’è un filo che si sta ancora dipanando, che lo si è visto sciogliersi quando i due si sono parlati subito dopo l’incidente della scuola; e questo filo ha preso una direzione ben precisa: vi sta legata la storia di Pietro, e quel filo lo conduce a Flora. Passando, indovinate?, da Biglia, da Graziano Biglia.

Infatti, mentre Pietro sta fuggendo dai suoi inseguitori e poi viene raggiunto e malmenato, passa sulla sua rombante auto proprio lui, il play boy, e che fa? Scende e prende le sue difese, liberandolo da quei due scalmanati. Gli dice: E tu vali mille volte più di loro, questo ti devi sempre dire. E soprattutto, se qualcuno ti picchia, non ti devi buttare a terra come un sacco di patate, perché così finisce male. E non è da uomo. Tu devi rimanere in piedi e affrontarli faccia a faccia. Nessuno gli aveva mai parlato così. Era stato salvato dal Biglia. Lo conosceva, aveva sentito raccontare le sue gesta. E se fosse diventato come il Biglia, avrebbe anche lui aiutato i ragazzini più deboli. Perché questo è il compito degli eroi.

Dunque, la storia si sta semplificando. Ci si avvicina sempre di più al momento che sentiamo di desiderare. Il play boy sta assolvendo al suo ruolo alla grande; tenuto prima lontano dalla storia, ora il suo proseguimento non può fare a meno delle sue mosse. Sono rimasti in tre a giocarsi il finale. Ma già s’intuisce che appena prima del traguardo, Graziano si fermerà, lascerà passare gli altri due, i soli che resteranno sotto il fascio di luce dei riflettori.

L’incontro con il ragazzo lo turba inaspettatamente. Erano stati gli occhi di quel bambino a cambiargli l’umore. Rassegnazione, ecco cosa ci aveva visto dentro. E poco più avanti: E se quel ragazzino fosse stato figlio mio, non si sarebbe mai fatto mettere sotto da quei due, perché gli avrei insegnato a difendersi, lo avrei aiutato a crescere, gli avrei… Gli avrei… Gli…

Le sue riflessioni lo porteranno a concludere: Io sono solo come un cane.

Il percorso è segnato, diventa dritto, si vede nitidamente tutto ciò che sta davanti. Laggiù c’è il traguardo, la fine della storia. E appaiono solo come divertissement, distrazioni, gli ulteriori quadri che s’illuminano, e vere e proprie comparse gli altri personaggi. Preparano il nuovo incontro tra Pietro e Flora.

Succede al capitolo 123. Si fidava della Palmieri. E più avanti: Professoressa, mi bocceranno? E l’insegnante: Certo che non ti bocceranno. Tu sei bravo, te l’ho già detto. Perché dovrebbero? E glielo giura, baciandosi gli indici. E quando lo abbraccia, pensa, ancora una volta: Questo bambino doveva essere figlio mio.

Tutto questo che ho raccontato, ricordate? si è svolto sei mesi prima di quel giorno 18 giugno 199… quando Pietro Moroni apprende di essere stato bocciato. Sono stati mesi intensi, durante i quali si sono alternate, a molte vicende narrate con una specie di follia goliardica, vicende quando di brutale, quando di tenera sensibilità.

Ora l’autore ritorna a quel punto, i personaggi ormai li conosciamo tutti. Pietro è il solo a pagare le conseguenze di quei fatti accaduti alla scuola. Gli altri: Pierini, Ronca, Bacci sono stati promossi. Eppure la professoressa Palmieri glielo aveva promesso che per lui non ci sarebbe stata bocciatura. Perché? Perché? si domanda. Sarà una verità dolorosa quella che lo attende. Ma non solo lui.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart