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Nori, Paolo

7 novembre 2007

Bassotuba non c’è

“Bassotuba non c’è”

Subito l’autore presenta il suo biglietto da visita. Ci avverte, senza dircelo ovviamente, che scriverà come parla. Butterà giù le parole allo stesso modo di quando chiacchiera con gli amici. Senza battere ciglio presenta la sua grammatica e la sua sintassi: Questo gruppo ci hanno invitato, me e Mario, a leggere delle poesie sul palco. Oppure: A me mi succede così. E anche: Io, la letteratura russa, non so niente. E addirittura: cià per ci ha. Sono solo quattro esempi, ma già questi, chissà perché, s’inseriscono senza stridere in un insieme che ce lo rende subito simpatico.

Bassotuba non la vediamo, ci viene detto che era la ragazza del protagonista Learco Ferrari, trentacinque anni, e che ad un certo punto se n’è andata. Amava leggere le enciclopedie, mentre il moroso si esercitava a diventare uno scrittore come si deve (indovinate un po’? Vuole specializzarsi in riassunti dei fumetti di Braccio di Ferro). E la sua mania era quella di lasciare appesi dappertutto bigliettini con le istruzioni per Learco delle cose da fare o non fare.

Per dare un’idea del suo registro comico, prendo questa frase: Alla domanda su Wenders dico di sì, che mi piace. Quando mi chiedono i film, gli dico di no, che non li conosco.

Abbiamo già tutti gli strumenti informativi necessari per andare avanti.

Le tracce segnate per intanto sono tre. C’è una rossa, Agata, la donna del supercapo Mark, che è una sensualona e fionda coi camionisti, coi camerieri, coi gestori e così via. La tenta anche con Learco, ma lui le resiste, provocando l’irritazione del supercapo. Ma molti di questi amanti, dopo un po’, spariscono dalla circolazione.

Anche a Bassotuba, oltre a leggere le enciclopedie e appendere foglietti per la casa, le piaceva fiondare con Learco ad ogni pie’ sospinto. Ora, però, se n’è andata con un sociologo allievo di Vattimo.

E c’è un amico che si diverte a giocare con il protagonista facendogli questa telefonata: Ciao Learco, indovina chi sono. Facciamo così, se indovini, mi chiami. Ok? Il mistero si trasforma presto in un tarlo, in un ronzio continuo nella mente, e Learco deve per forza sfogarsi telefonando a destra e a manca, lasciando perplessi e stupefatti gli amici.

E un angelo custode non gli dà poso con quel suo insistere di voler conoscere di più il filosofo Vattimo, vero e proprio martire dell’ironia di questo personaggio, che si diverte anche, oltre che con i filosofi, con gli scrittori.

Il libro si rivela un turbinio di situazioni, alcune delle quali svaniscono in un guizzo irriverente, altre ritornano, mantenendo e casomai accrescendo la carica di irrisione con le quali il personaggio le aveva introdotte. Non sono mai osservazioni sterili, anche se il gioco che le nasconde pare prevalere sul contenuto. Vi si prende in giro, strizzandole l’occhio, la nostra società, soprattutto negli aspetti ridicoli generati dalla fretta e dalle storture di un progresso un po’ fuori del nostro controllo. Anche lo scrivere difficile è preso in giro, quando viene riportata una frase del povero Vattimo, della quale Learco dice chiaramente di non riuscire a capire nulla, e il suo angelo custode, dai molti divertenti attributi, esige che gli fornisca una interpretazione, perché è richiesta in alto loco. È disperato: E come faccio ad interpretare quella roba? Così il concorso di Miss Italia, con le ragazze prese dalla furia, tutta ansiosa e nevrotica, di farsi belle.

Leggete questa, che mi pare assai rappresentativa del divertimento su certi aspetti della società che si prende l’autore attraverso il suo personaggio: Pensavo, quando facevo le elementari, Perché non ci fanno scrivere un libro, invece di farci fare tutti questi temi sull’importanza del risparmio? Sono cose vere, ricordate? Qui si scherza, dunque, dicendo la verità.

Esilarante il rapporto con la rossa Agata, che vorrebbe, sensuale com’è, fiondare anche con lui, ma Learco la manda sempre in bianco, e infine è lei che comincia a considerarlo un mezzo pazzo, pieno di stramberie, e così, quando lui periodicamente le telefona per motivi i più surreali, lei tronca ogni volta, mettendo giù il ricevitore del telefono. Ma ogni tanto, le tornerà la voglia di ritentare, e l’autore ci lascia lì in sospeso, con un certo gusto sadico, non riuscendo noi a capire come possa il protagonista non cedere alle lusinghe di questa donna procace.

Le conversazioni con l’angelo custode (il cui nome, si saprà molto più avanti, è Angelo Karmelo) e la rossa Agata stanno assumendo le linee più marcate di questo percorso, che ha ormai miscelato in modo persuasivo la irriverente scrittura con il gioco ironico. Che cosa c’è di più irriverente, ad esempio, che affibbiare ad una gatta un nome maschile: Paolo? O disegnare scene di sesso fallito come quelle tra Learco e Agata la rossa?

L’angelo custode è, in realtà, una specie di controcanto, uno strumento di amplificazione apparentemente sussiegosa dell’ironia del personaggio. L’oggetto della sua ironia raggiunge il massimo quando è l’angelo a sovrapporsi al protagonista. Ciò è successo, intanto, per il filosofo Vattimo, ed ora è lo stesso Learco a finire sotto esame, poiché è diventato uno scrittore. La sua opera è stata sottoposta dall’angelo al consesso dei principi dei critici. Roba da incutere terrore, insomma.

Di Bassotuba veniamo a sapere, finalmente, che il suo nome è Elena, Elena Chiodi, la quale se n’è andata via una sera, dopo che ha ricevuto una telefonata, presumibilmente dal sociologo allievo di Vattimo, il cui nome è Franco La Pensa. Queste cose vengono precisate giacché il nostro funambolico protagonista, li incontra tutti e due, mentre si trova in un locale e sta parlando con il capo (un donna) per organizzare una delle solite serate di lettura di scrittori. L’incontro casuale sarà l’occasione per ridestare in lui quel sentimento forte che lo aveva legato, e in realtà lo lega ancora, a Bassotuba.

Ecco: l’irrequietezza del protagonista (la sua smania di scrivere romanzi e di diventare uno scrittore, magari famoso, che cos’è in lui se non uno smarrimento?) sta prendendo una direzione precisa, ora; e, sebbene ancora presenti, si sfuocano le figure di Agata e dell’angelo per dare il posto, non tanto a Bassotuba, ma all’amore. Senza l’amore, che a volte non si riesce a riconoscere a prima vista, la vita diventa un turbinio fuori addirittura del nostro controllo. Siamo degli sbandati, dei petulanti, maniaci delle piccole e inutili cose, senza la guida dell’amore. Riconquistarlo, quando non lo si è riconosciuto a prima vista, mica è facile, però. Così accadrà anche con la malattia del padre Renzo: due sofferenze che come un lampo illuminano il protagonista, che dirà: Adesso, alcune cose che possono succedere nel corso della tua vita, le ho capite. Io ci metto del tempo, a capire le cose.

Il lettore avverte il principio di un cambiamento e che questa specie di monello senza testa e senza regole si sta trasformando. Il romanzo stesso si trasforma. Cessa, se non ancora del tutto, il divertimento: la vita sta diventando una cosa seria, come lo è sempre per ciascuno di noi, nessuno escluso, nemmeno Learco. Che non è un protagonista allegro come sembra, ma un uomo triste e solo: Comunque c’è un freddo. Chissà perché ho così freddo.


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