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Ōe, Kenzaburō

7 novembre 2007

Il grido silenzioso  

“Il grido silenzioso”

Garzanti, pagg. 274. Euro 9,81. Trad. Nicoletta Spadavecchia

Il ventisettenne protagonista, Mitsusaburō Nedokoro (Mitsu), una mattina, quando si sveglia, sembra il primo uomo nato sulla terra, tante sono l’incertezza con la quale muove i suoi primi passi e la sofferenza con cui percepisce il suo stare al mondo. Eppure è sposato, ed ha anche un figlio “rinchiuso in un istituto”. È cieco dall’occhio destro, a causa di un sasso lanciato da alcuni monelli, e questa infermità gli nasconde molti ostacoli che stanno alla sua destra, così che spesso sbatte contro qualcosa, ferendosi. Oltre che cieco, è brutto, al contrario del fratello minore, Takashi (Taka). Ma il suo occhio è stato da lui educato a scrutare “le tenebre craniche”, a rivolgersi verso se stesso: “L’ho impiegato come esploratore della foresta buia che è in me e così facendo mi sono imposto il compito di osservare la mia interiorità.” Viaggeremo dunque, con questo romanzo, in una oscurità nella quale dovremo riuscire a cogliere la luce. Non è poco, e non è per nulla facile. Il protagonista, laureato in letteratura e studioso “di letteratura documentaristica sulla cattura e l’allevamento di animali selvatici.”, che ha una moglie, Natsuko (Natsuko), alcolizzata (“ogni sera si addormentava ubriaca di whisky) ed un figlio minorato, e lui stesso è un forte bevitore, è uno degli sventurati che la mano della Provvidenza o della pietà umana ha dimenticato: “Seduto sulla nuda terra, sento l’acqua sporca passare attraverso i pantaloni del pigiama e le mutande e bagnarmi le natiche; eppure mi scopro ad accettarla docilmente, come chi non può rifiutare”. Siamo appena all’inizio e abbiamo la dichiarazione di intenti dell’autore. Se si è toccati dal dolore, difficile ribellarsi: l’uomo vive una condizione di sofferenza che non ha l’eguale: “Il cane, invece, rifiuta di sporcarsi.” È indubbiamente grazie a quell’occhio cieco che ogni cosa, ogni azione, ogni immagine, ogni parola, si trasformano in uno scandaglio dell’anima. Per fare questo, i movimenti della scrittura devono essere lenti come l’incerto passo che avanza nel buio. Ōe che, ricordiamo, è stato insignito nel 1994 del premio Nobel per la letteratura, si muove con l’ausilio di una scrittura penetrante e ostinata, capace di indugiare sulle piccole cose, accerchiandole prima come per un lungo assedio, per poi all’improvviso sorpassare la barriera che ne occludeva il profondo e nascosto significato. I personaggi affioranti da una simile scrittura sono tutti dolenti, aperti nelle ferite prodotte da un’ossessione a conoscere e a comprendere. Come l’amico che si è impiccato, dipingendosi, prima del gesto estremo, la testa di rosso e con “il corpo nudo, il cetriolo nell’ano”. Il suo è “un grido muto, quel grido non basterebbe a chi rimane.”; il cadavere nudo davanti agli occhi di coloro che lo avrebbero ritrovato “definitivamente morto, è in se stesso un grido disperato.” Nonostante un tale assedio, l’analisi e la perforazione dell’intimità, l’uomo resta incomprensibile. Anche il fratello Taka è contaminato dall’imponderabile e dall’inconoscibile. Attore irrequieto, affetto da gonorrea, rifugiatosi in America, lascia la compagnia teatrale per girare in piena libertà. Questa contaminazione si nasconde dietro una barriera, è avvolta da un velo, si ripara dietro una parola, un soffio, una sensazione, un tremore, una paura. Ha un nome, è la vergogna. Una vergogna intima, un sedimento dell’anima (“Incomprensibilmente, non sento più il bisogno di essere pulito.”), un turbamento dalle molte e ignote cause, paiono possedere la natura umana. La vergogna, così, fa parte di noi, ci appartiene al pari della nostra individuale esistenza e, allo stesso tempo, ci accomuna, ci rende eguali davanti a quell’universale specchio in cui scorgiamo la nostra anima. Il romanzo, scritto nel 1967, sembra aspirare ad andare oltre i limiti temporali per raffigurare l’uomo che, a partire dalle sue origini, si distende e si allunga in un’unica ombra verso la sua definitiva, terminale rivelazione. Ōe delinea l’uomo posseduto da una ancestrale imperfezione, da una malattia esistenziale, costretto ad una vita di sofferenza e di paura, in attesa ansiosa e liberatoria di un risveglio che non arriva mai: “capisco in parte il significato della quotidiana esperienza del risveglio quando, nell’alba, il corpo si smembra e un dolore sordo strazia ogni sua parte.” La sua scrittura riflette il buio di una cecità abituata a muoversi tra le ombre dei nostri più oscuri e remoti recessi. Ecco, fra le molte altre, una proposizione significativa: “Mentre dormivo nelle tenebre che avviluppavano la mia forma scura”. Sembra assente qualsiasi forma di luce dentro questa scrittura così minuziosa e lenta: “bevevo una birra che appariva nera nella semioscurità della stanza”. E quando è presente, è senza vita: “La notte pietrificata, sorvegliata da impietosi fasci di luce, non offriva alcun rifugio. Frotte di aerei immobili e colorati erano ammassati come pesci secchi, in un disordine di tiepidi azzurri e caldi arancioni.”; “Avevo la sensazione che la stanchezza e un’incomprensibile irritazione facessero marcire i miei denti e insinuassero nella mia bocca il sapore amaro della futilità e dello sconforto.”; “il fiume nero imprigionato nella neve”; “la vista mi era impedita dalla foresta completamente buia.” Spesso è il sogno a tentare di scoprire il significato della vita e a fare da contraltare alla buia, cieca realtà. Ma ciò che nel sogno si vede e si muove sono, soprattutto, ancora una volta, la lentezza e la esasperante vecchiezza del tempo. Quando ci si desta e ci si immerge nella realtà, ecco che ci accorgiamo che tutto cospira affinché si estenda ai vivi il silenzio di una cosmogonia dominata dalla morte. Il figlio ritardato di mente ne è il simbolo più forte: “Sembrava che in lui si fosse realizzato un annullamento più totale della stessa morte.” L’ambiente in cui si muovono i personaggi subisce il loro decadente contagio, sì che noi vediamo ogni cosa solo con i loro occhi. È il fratello TaKa ad offrire una delle chiavi interpretative del romanzo, allorché, all’aeroporto, dove giunge dall’America, a Mitsu che gli confida di sentirsi “circondato dall’odore della morte.” risponde: “Se è così, Mitsu, devi liberartene e risalire nel mondo dei vivi. Se non lo farai, l’odore dei morti ti corroderà.” Mitsu è chiamato ad arrestare una degradazione fisica e morale perniciosa e devastante come una malattia. Gli stessi suoi tratti somatici assumono il significato ammorbato e corrosivo di una lenta agonia. L’universo di Ōe è immerso in un pozzo buio, dal quale non sarà facile risalire verso la luce. La stessa speranza si è trasformata nel male che divora il protagonista: “si annullava per sempre la possibilità di recuperare la calda sensazione di attesa.” Pare di ritrovarsi dentro le ostinate, nevrotiche inquietudini che corrodono i personaggi di Dostoevskij, ma avvolte, qui, in una tenebra ancora più oscura. L’ignoto e la paura sono i veri dominatori degli scenari che si succedono nella lugubre storia. Nel mentre attraversano la foresta, della moglie penserà: “la sua mente oscillava pericolosamente tra la paura interiore e la paura di essere abbandonata dall’autobus nel fitto della foresta.”

Taluni personaggi o cose, siano essi concreti o frutto della fantasia popolare, tessono intorno al protagonista e alla sua famiglia una ragnatela di magica tragicità. Tali sono Chosokabe, “un essere spaventosamente grande, onnipresente nello spazio e nel tempo.”, Giichirō (Gii), “l’eremita”, “il pazzo che scendeva nella valle di notte” e “si affrettava verso l’oscurità sempre con il capo chino in atteggiamento triste”, come pure la foresta che precede la valle e che dà la sensazione di possedere una propria forza che presto dovrà assorbire il villaggio dove vivono Mitsu e i suoi familiari: “la forza della foresta aumenta sempre più”; “presto il villaggio della valle sarà assorbito da quella”; “finirà col sopraffare la valle”; come anche la nebbia nella quale il villaggio è avvolto: “scendemmo nella valle dentro la nebbia che diventava sempre più fitta e profonda.” Nella foresta, inoltre, si crede abiti proprio Chosokabe. La trama ha la stessa lentezza, e la stessa tessitura che all’improvviso si dilata, di un film di Kurosawa, del 1954, “I sette samurai” (anche nel romanzo c’è la minaccia di un ricco signore contro i poveri abitanti di un’intera valle). Ad esempio: la storia si allarga nell’accenno alla rivolta contadina del 1860 in cui furono coinvolti su fronti opposti il bisnonno del protagonista e il fratello; o nell’accenno alla guerriglia contro la comunità coreana, durante la quale trovò la morte il fratello S, o alla moria dei polli di un allevamento gestito da una comunità di giovani, o al soggiorno americano di Takashi, o alla danza Nenbutsu. Poi torna a restringersi sui particolari minimi come nel caso del cadavere del fratello S, picchiato e ucciso da una sassata: “una fila ordinata di formiche entrava nelle narici di S e usciva dalle orecchie, portando ciascuna un piccolo granulo rosso.” o, più avanti, durante la danza Nenbutsu, la descrizione del viso di Natsumi: “Seguiva con attenzione la danza Nenbutsu, appoggiandosi allo stipite con la mano destra e schermandosi gli occhi dai raggi del sole con la sinistra. Il palmo della mano proiettava un’ombra sulla fronte, gli occhi e il naso e quindi non distinguevo chiaramente la sua espressione.” Per un destino cinico, uno dei coreani, che erano stati condannati ai lavori forzati nella valle, una volta libero, era riuscito ad arricchirsi e a diventare “l’imperatore dei supermercati”, da cui dipendevano molte delle coltivazioni e molti degli allevamenti del luogo: “L’uomo di robusta costituzione, che marciava a passi regolari come un militare, dando calci all’orlo del cappotto nero e lungo quasi fino ai calcagni, era l’imperatore.” Mitsu non sa nulla di tutto ciò nel momento in cui sta per vendere una sua vecchia proprietà al ricco imprenditore e si lamenta che nessuno del villaggio gli abbia mai detto niente. Incombe ancora una volta il silenzio che domina tanto la valle quanto lo spirito di ciascuno di noi: “La valle è irrimediabilmente in agonia!” Tutto sta assumendo il valore di una metafora: “Sembrava che qualcosa di maligno si nascondesse al cuore dei rapporti tra la gente della valle e l’imperatore dei supermercati.” Non è difficile richiamare alla nostra memoria l’immagine manzoniana del castello dell’Innominato che domina dall’alto della sua collina la valle: la stessa paura nel cuore della gente, la stessa tirannia del ricco signore: “Da ora in poi, il gruppo dei giovani della valle dovrà combattere una dura guerra per evitare di finire nella morsa dell’imperatore dei supermercati.”

La medesima storia di rivalità tra il bisnonno e suo fratello minore, che si era messo a capo della rivolta dei contadini, sembra reincarnarsi in Takashi, che pare aver ereditato il carattere ribelle e focoso dell’antenato: “Takashi era il fratello del bisnonno ed era mio fratello.” Il protagonista avverte questa similitudine che la storia sta ricomponendo, ma pare sottrarvisi grazie a quell’oscurità di cui si è circondato, come se il buio costruisse intorno alla sua persona una barriera protettiva, uno spartiacque: “Divenuto una specie di celenterato di un metro e settantadue centimetri, tuffai la testa nell’intestino e chiusi il confortevole cerchio della mia carne.” Tutto ciò comporta di subire una specie di isolamento nichilista, di patire una indifferenza straniante che causano in lui smarrimento ogniqualvolta non avverte più in sé quella sensazione di attesa, la sola che gli consenta di provare interesse alla vita. Quella sensazione di attesa è il solo filo di luce che lo lega all’esistenza. Una luce piccolissima nell’ampia e profonda oscurità che lo circonda. Che cosa attende? Sappiamo che è un uomo pacifico, e che prova disgusto per le azioni violente compiute dal fratello minore, e che inorridisce quando apprende da un diario ritrovato che il fratello maggiore – che non si sa più dove viva – ha commesso azioni repellenti nel corso della Seconda guerra mondiale. Egli non ha niente di ciò che ha distinto la sua famiglia, i Nedokoro; nemmeno riuscirebbe, Mitsu, a difendersi con un fucile, come aveva fatto il bisnonno davanti alla rivolta dei contadini capeggiata dal fratello. Attende di poter ricominciare una nuova vita, lo confida alla moglie ubriaca incredula e scettica, e vorrebbe avere un altro figlio, che andasse a sostituire nei loro affetti, l’altro di cui non riescono a darsi pace e che li tormenta, li consuma, con la sola sua esistenza. Rinchiusolo nell’istituto, liberatisi apparentemente di lui, si sono lasciati andare al degrado fisico e morale. Anche il suo Giappone è infestato da malattie e spiriti malvagi che agiscono per disseminare violenza e odio. Per placarli, nella valle si celebrano feste, come quella dell’O-bon, nel corso della quale dalla vicina foresta scendono gli spiriti dei defunti, le cui cattive intenzioni si cerca di placare con i riti della cerimonia. È, inoltre, un Giappone uscito piegato dalla guerra, di cui porta ancora le profonde ferite. L’occhio sano del protagonista è soltanto questo che riesce a vedere e lo trasferisce all’altro occhio cieco affinché tutto si converta nella opalescenza del suo io: “Tutt’a un tratto la scena mi diventò assolutamente aliena, come se non avessi alcun legame di sangue qui.” E ancora: “Non esistevo sulla strada di pietra, non esistevo per nessun estraneo che abitava lungo quella via…” Il fratello Takashi, tanto diverso da lui, è sollecitato ad agire dalla forza dei suoi ideali. Non pone limiti al suo desiderio di portare una ventata nuova nella valle. Arriva perfino a vendere all’imperatore dei supermercati la parte di proprietà che era stata richiesta alla famiglia Nedokoro, all’insaputa del fratello. Mitsu, invece, non riesce a dare concretezza nemmeno a quella sua aspirazione a ricominciare una nuova vita con la sua Natsu. Anzi, la moglie è attratta dalla intraprendenza e dall’energia che sprigionano dal giovane cognato, ed è con lui che riesce a dialogare, piuttosto che con l’apatico marito. Pur vivendo una vita degradata, in lei i suoni esterni, i movimenti e le azioni degli uomini, hanno ancora un senso per la sua vita. Sono suoni, movimenti, percezioni minute, microscopiche, quelle avvertite dai personaggi del romanzo, soprattutto dal protagonista, che si ripercuotono sempre – come già si è annotato – sul paesaggio circostante: “La neve cadeva ancora fitta. Nacque in me la strana idea che le linee tracciate dai fiocchi di neve in quell’istante si sarebbero mantenute inalterate, non permettendo alcun altro movimento, finché la neve avesse continuato a turbinare nello spazio sopra la valle. L’essenza di quell’istante si sarebbe prolungata all’infinito. Anche la linearità del tempo si era persa, risucchiata dal turbinio della neve, come il rumore era stato assorbito dagli strati di neve.” Pare di vedere comporsi gesti e pensieri attraverso i passaggi innumerevoli che costituiscono i processi cognitivi della mente. Alla fine di ogni processo noi vediamo l’immagine, comprendiamo il pensiero, li assorbiamo entrambi dentro di noi. Un tipico esempio è il modo che ha Takashi di ricostruire i fatti della rivolta dei contadini del 1860. Il suo narrare è così minuto che, anziché far emergere l’irruenza e la passione dei giovani che la capeggiarono, esso evidenzia i numerosi fili che hanno legato tra loro le azioni della rivolta. Noi non vediamo la rivolta, ossia, ma la sua particolare tessitura, la quale consente all’autore di far dire a Takashi che nel momento in cui si individua la verità assoluta in mezzo ai numerosi fili della realtà, essa è così violenta da non lasciare all’individuo altra scelta “se non quella di essere ucciso, di suicidarsi o di diventare un mostro disumano, inavvicinabile nella sua follia. Una volta espressa una simile verità, è come avere in mano una bomba con la spoletta irrimediabilmente innestata.” Una reazione di questo tipo deve essere quella accaduta, dunque, all’amico del protagonista, che abbiamo incontrato all’inizio, suicidatosi in quel modo tragico e grottesco a un tempo: “Disse la sua verità attraverso il gesto di morire. Non so quale verità abbia detto, ma è certo che l’ha detta.” Perciò, se vivere è il nostro tentativo di comprendere, di scoprire la verità, questa ha un filo diretto, immediato, irreversibile con la morte. Nell’attimo in cui la scopriamo, il nostro grido silenzioso registra il momento dell’incontro simultaneo con la verità e con la morte. Il romanzo continua ad essere costruito e indagato con l’occhio cieco e scrutatore di Mitsu, secondo cui non nella luce ma nel buio si nasconde la verità, e solo nell’estremo sacrificio, nella consunzione di sé, si è in grado di farla nostra e, dunque, morire, chiudere definitivamente la nostra personale vicenda umana. La continua dissezione di fatti minuti – che risulta essere la vera piattaforma sulla quale si distende la narrazione – è legata indissolubilmente alla ricerca di questa verità. Sembrano, questi fatti minuti, di ordinaria esistenza (due uomini che si picchiano per strada, le donne ferme davanti al supermercato chiuso nel giorno del primo dell’anno, talune conversazioni tra Mitsu e sua moglie, gli accesi discorsi di Takashi, che è a capo di un gruppo di giovani rivoluzionari, e così via), quasi deviazioni e divagazioni incapaci di reclamare la nostra attenzione, e invece rappresentano gli elementi nutritivi non solo della realtà, ma anche della verità che vi sta nascosta, vigile come il ragno appostato sulla sua ragnatela. Quando Takashi punisce con estrema violenza un compagno reo di ubriachezza e di aver tentato di sedurre una ragazza, Momoko, Mitsu – io narrante – annota che se non fosse stato salvato nel momento in cui, stanco, si era rifugiato nella foresta: “Tutti i momenti distinti che coesistevano sulle alture della foresta si sarebbero riversati come onde nella testa del giovane morente e ne avrebbero preso possesso.” Taka va sempre più identificandosi con il fratello del bisnonno. Dice a Mitsu: “io riuscirò a provare in modo intenso gli stessi sentimenti del fratello del bisnonno: questo è quanto desidero ardentemente da lungo tempo.” Quel sapore di corruzione e consunzione che caratterizza la vita dei personaggi di Ōe, ha nell’idealista Taka la sua massima espressione e nello scettico Mitsu il suo indifeso ed inetto spettatore. Lo rimprovera la moglie: “cerchi con tutte le tue forze di rimanere indifferente agli avvenimenti della valle!” e quando ode il gocciolio della neve che si sta sciogliendo, Mitsu confessa: “Sognai di potermi isolare, di potermi difendere da tutto ciò che accadeva nella valle attraverso quel suono, proprio come il bisnonno aveva difeso con il fucile se stesso e le sue proprietà contro il mondo moderno che stava al di là della foresta.” Si ha così la sensazione che il mondo moderno assuma in qualche modo la valenza rovesciata della foresta di Birnam che, nel “Macbeth” di Shakespeare, avanza contro il castello di Dunsiname, devastando ambizioni ed utopie, e il saccheggio del supermercato compiuto dagli uomini del villaggio su istigazione di Takasahi, e che ora sale al centro dell’attenzione, rappresenti il momento rivoluzionario di una modernità distorta, disordinata e impietosa: “Tutti nel villaggio si sono disonorati. Ottima cosa!” sottolinea uno dei personaggi, la grassa e grossa Jin, metafora di una avidità incontrollata e degenere, circondata com’è “da un’enorme quantità di cibo, che forse le avrebbe irrimediabilmente danneggiato il fegato.” Ci sono molte grida nel romanzo, forti, dolorose, somiglianti al “grido di un animale domestico inseguito”, come quello lanciato dal direttore del supermercato, ma non si ode mai il grido del protagonista. La sua lacerazione interiore, ma anche la sua pavidità, gli impediscono di riversarlo all’esterno. Se quella lontana rivoluzione del 1860, finita nel sangue, trova, cent’anni dopo, nel villaggio di Ōkubo e nei giovani guidati da Taka degli epigoni mossi dagli stessi ideali, e fautori di una giustizia che sanno già che non si potrà conseguire che per il breve volgere di quei giorni, poiché tutto tornerà presto come prima, è tuttavia importante, come dice uno dei personaggi, il giovane abate del tempio, che di ciò che sta succedendo “se ne sono assunti la responsabilità”; “Penso che se il fratello del vostro bisnonno fosse vivo, si comporterebbe come Taka!”

Mitsu si scopre, così, sempre più immerso nella sua solitudine. La sua inanità, il suo scetticismo restano improduttivi, ma terribilmente laceranti al suo interno. Quali potranno essere le conseguenze di questa sua ostinata estraneità? Ōe ci ha condotto, attraverso una trama pervasiva delle piccole cose, alla loro trasformazione in un processo che sovrasta i suoi protagonisti, facendo sentire loro il peso di una verità sempre più inintelligibile, e padrona inesorabile e impietosa delle nostre coscienze. Taka arriverà ad insultare il fratello infingardo seducendone la moglie e, sospinto da “«qualcosa» di innominabile annidato dentro di lui”, ucciderà una “ragazza della valle” nel tentativo di violentarla. Taka è forse colui che più apertamente cerca la verità; nel suo primitivo, infantile entusiasmo per la vita, egli ha mantenuto l’inconsapevolezza (“immaturità incongrue”) del vero significato delle proprie azioni, di cui quasi sempre ha una visione estroversa ed eccitata. Egli asseconda, così, con un compiacimento estremo, autodistruttivo e grottesco, la parte violenta ed esibizionista della sua natura, allo scopo di mettere allo scoperto proprio quella verità assoluta che ha forgiato la sua vita: “Voglio essere linciato o condannato a morte.” Quando racconta al fratello dell’assassinio della ragazza, Mitsu annota: “La sua voce, debole e indistinta, sembrava riecheggiare da lontano, ma in fondo ad essa c’era una nota di provocatorio esibizionismo, quasi volesse denudare la sua vergogna davanti a tutti.”

La verità di Taka, in realtà, è ancora più orripilante e avvolta nell’abiezione, ma la sua forza ed il suo coraggio risiedono nella volontà di non sottrarsene, di non ricusarla e di mostrare e accentuare insieme con essa la sua propria individuale vergogna. Non è una scelta facile. Mitsu non gli crede, accusa, infatti, il fratello di cercare sempre una comoda e ipocrita via d’uscita e di essere un vigliacco, ma alla fine dovrà ricredersi. Mitsu spesso è raffigurato seduto per terra con le braccia che serrano le ginocchia e la testa china quasi a toccare il suolo, oppure rannicchiato nel letto in una posizione fetale. È presente in lui, ossia, tanto la vita quanto la morte, ma la vita è buia quasi che la morte sia riuscita ad avvolgerla nel suo nero mantello. È, Mitsu, l’uomo insicuro, indeciso, confuso, che non riesce a delineare il suo futuro, l’uomo a cui sembra assegnato il solo destino di penetrare dentro l’oscurità della morte: “In breve, avrei seguito una rotta i cui unici cambiamenti sarebbero stati la vecchiaia e la morte.” Dentro questa sua natura, alberga anche in lui, così come alberga nella valle, la “vergogna”, a tal punto che, nel mentre Mitsu si dichiara estraneo alla valle, proprio attraverso la vergogna (la rivolta è fallita e Paek Sun-gi, l’imperatore dei supermercati, riprende con alterigia il sopravvento) estraneo non lo è affatto, così che Mitsu e i valligiani hanno un punto forte in comune, tale da uniformarne la identità. Lo smantellamento della vecchia casa dei Nekodoro, venduta all’imperatore dei supermercati, sarà il simbolo non solo della vergogna ma anche e soprattutto della umiliante sconfitta nei confronti di un nuovo, algido e prepotente, che prende definitivamente le distanze dall’antico: “Demolendo a colpi di mazza il muro del più antico simbolo delle tradizioni nella valle, Paek e gli altri sembravano voler dimostrare che se solo lo avessero desiderato, avrebbero potuto distruggere completamente la vita nella conca.”

Vi è un quadro nel tempio che raffigura l’inferno, la cui descrizione bellissima fatta dall’autore sul finire del libro, simboleggia – collegandosi ad una rivelazione sulla vita del leggendario fratello minore del bisnonno che capeggiò le rivolte del 1860 e del 1871 – un’autosegregazione inevitabile, da accettare e vivere con “tenerezza”, ed anche quieta rassegnazione: “Taka tentò di rifiutare la pace e la dolcezza che questo inferno ispirava perché era spinto dalla necessità di autopunirsi, di vivere in un inferno ben più crudele di quello in cui si trovava.”

Tanto il sacrifico di quell’antenato quanto il sacrificio di Taka, “vissuto nel tentativo di imitare il fratello minore del bisnonno”, percorrono una linea tragica che si rivelerà, alla fine, l’inizio, giusto per quel contatto con la morte, di una speranza che sembrava perduta per sempre. Lo rivela il giovane abate a Mitsu, proprio davanti al quadro raffigurante l’inferno. È la prima volta che un tale sprazzo di luce si accende nella tetra oscurità che avvolge il protagonista, e tutto a poco a poco si va trasformando in un simbolismo che altro non rappresenta se non una rinascita per il tramite della morte. Il sacrificio di Taka si rivelerà “l’ultimo ed eroico tentativo di manifestare l’intera verità a me, il sopravvissuto.” Quale verità, dunque? Quella di “affrontare la sua angosciosa paura della morte per innalzarsi al di sopra del suo inferno.” Allorché, finalmente scosso dalla sua apatia, Mitsu si domanderà se “Non c’era una strada per liberarmi e rifugiarmi in un’oscurità più confortevole?”, sarà la moglie a aprirgli quella nuova strada: “Mitsu, noi due non possiamo ricominciare da capo insieme?”, e ancora, ricordando il fratello minore del bisnonno e Taka: “perché non tenti di scoprire che cosa hai in comune con loro?” Questo tentativo ci sarà, sollecitato, non più dalla vergogna, ma dalla luce della speranza.


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Bart