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Orengo, Nico

7 novembre 2007

L’autunno della signora Waal

“L’autunno della signora Waal” (1995)

Einaudi, pagg. 130

L’autore, nato a Torino nel 1944, ha esordito con la raccolta di poesie “Motivi per canzoni popolari” del 1964, a cui fecero seguito altre raccolte. Ma è conosciuto soprattutto come narratore. Scrittore prolifico, questi sono i titoli di alcuni suoi romanzi: “Per preparare nuovi idilli”, 1969; i più recenti: “La guerra del basilico”, 1994; “L’ospite celeste”, 1999; “La curva del latte”, 2002; fino all’ultimo “Di viole e liquirizia”, del 2005, finalista al Premio Campiello 2006. Ha lavorato presso la Casa editrice Einaudi dal 1964 al 1977, oggi collabora a “La Stampa” ed è responsabile dell’importante inserto culturale “Tuttolibri”.

“L’autunno della signora Waal” è del 1995.

Come in Francesco Biamonti, anche in questo autore ritroviamo una Liguria di confine, le cui consuetudini vengono tracciate attraverso una storia che si sviluppa in un piccolo paese “che si sbriciola nel sole, tra ulivi ed eucalipti”, come si legge nel risvolto di copertina. Siamo infatti “a pochi chilometri da Mentone.”

Proprio una foglia di eucalipto è la prima immagine che ci colpisce. La signora Eveline Waal, affacciata al terrazzo, la osserva cadere dall’albero e volteggiare nell’aria, punteggiando nel suo volo tetti, camini, campane, balconi, finestre, porte, sospinta dal vento come “un rondone di primo volo”, finché cade “sullo zerbino di Laura, accanto ai vasi di oleandro rosa.” Le cose che sono oggetto del suo volo sono legate ad alcune persone che abitano la stessa strada dove la signora Waal vive: Angela, Teresa, Rita, Violante, Caterina, Francesca, Livia, Matilde, Luciana, Maria, Laura, a cui faranno seguito altre ancora. La foglia tocca, in realtà, la vita di ciascuna di queste donne, destandole come da un sonno, e trasformando rapidamente gli oggetti che le rappresentano in persone. Comincia così il romanzo, con questa fantasia suscitatrice di vita. Ad esse, la protagonista, loro amica e confidente, ha accennato che intende tornare nella sua terra, l’Olanda, “Ad Amsterdam.” Pur non avendo ancora maturato la decisione, avverte che si tratta di una partenza non più rinviabile e molto triste, che segnerà la fine della sua libertà: “La libertà, pensa la signora Waal, dura forse un attimo, più della vita.”

L’autore disegna capitoli molto brevi, quasi dei quadretti dentro cui si muovono i vari intrecci, rappresentati uno per uno. La scrittura non concede spazi superflui e la fantasia creativa è tenuta a freno da una misura distribuita secondo un ordine estremamente severo. L’uso dell’indicativo presente conferisce una specie di ritmo martellante alla storia. Il tema è delineato già nel quarto capitolo: la signora Waal, nonostante il paese le sia amico, vi si sente, vi si è sempre sentita, straniera. Ritiene che ciò sia dipeso e dipenda dalla sua volontà di mantenersi tale per non far morire dentro di sé “il desiderio e la forza di tornare a casa.” È, dunque, come dice l’autore, una donna “in sospensione” cui, dopo che era giunta trent’anni prima in quei luoghi della Riviera con il marito Peter Steen, provenienti dall’India, il destino aveva riservato in sorte una precoce vedovanza, appena dopo solo dieci anni dal loro arrivo, e lei da quel momento aveva “cercato di respingere ogni affetto, ogni legame, che potesse legarla e farla soffrire.” In paese avevano interpretato questa sua distanza “per educazione, discrezione, carattere nordico. E ricambiata con affetto, disponibilità, voglia di confidarsi. Soprattutto le ragazze, le donne del paese.” Senza che sappiamo ancora, né sapremo, i tratti fisici della protagonista, l’autore in realtà ne ha già disegnato l’animo rendendocela visibile. Ce la raffiguriamo con quella sofferenza, con quella tristezza, con quella paura che marcano il nostro volto e il nostro portamento con i segni della solitudine: “Tu per loro sei il prete; – le aveva detto una volta Peter.” Un raffronto che va ben aldilà della confidenza che le altre donne cercano in lei, per scavare nei turbamenti e nei timori che sedimentano nel profondo dell’anima. Come prima la foglia di eucalipto, ora è la signora Waal a toccare le vite di quelle donne, le quali si aprono con lei all’intimità, ognuna desiderosa di “ordirle il suo disagio”, e tutte con qualche ribellione da offrire, specialmente a riguardo del loro rapporto coniugale: Angela ha tradito il marito, Teresa si sente messa in gabbia dal suo ed ora se la intende con un tossicodipendente (“Ogni giorno che passa non porta nulla. È una vita senza sentimento.”), Violante bada a mantenersi un fisico da ragazzina e che il marito si arrangi da sé nel mangiare: “Pensare più a se stesse. Con un marito e un figlio si finisce per dimenticarsi. Non si esiste più come donna. Si è solo moglie e madre.” Anche lei ha finito per tradire il marito. Lo fa pure Francesca che si diverte a circuire il proprio capoufficio. Maria se l’intende con un “commissario di polizia, giù in frontiera.”; Elena si rifugia nella sua autoradio per sentirsi libera: “Credimi, è la libertà.” La postina Umberta si modella ogni volta sugli uomini che le piacciono. La protagonista, “bellissima per la sua età”, le ascolta e ogni volta “Cerca di ricordare il colore della pelle di Peter, la memoria di una sensazione. Non le viene altro sentimento che quello di un affetto perduto a cui non può più dare concretezza.” Dunque, le ragazze di oggi pensano a soddisfare se stesse: “Il mondo è cambiato da tanto tempo ormai. E lei ha avuto un altro tempo.” Lo stile di Orengo si soffonde di malinconia, ogni volta che la protagonista si lascia andare ai ricordi, che “sono più forti di un desiderio.” Sono ricordi appena accennati, ma che tuttavia contribuiscono a creare l’atmosfera di un declino inarrestabile, il cui punto di arrivo non potrà essere che la morte. La casa in Olanda altro non rappresenta, infatti, che il desiderio della tomba; e la valigia, altro non è che il simbolo della sua ormai prossima acquiescenza: “Ha capito che non è facile sentirsi morire, ascoltare l’arrivo della propria morte.” Con la scomparsa del marito, con la consumazione lenta, di giorno in giorno e per i lunghi venti anni, dei ricordi, alla protagonista non resta più niente, se non profonde e mortali ferite. Ferite, infatti, sono diventati i ricordi. Le confidenze delle ragazze che vengono a trovarla sono solo capaci di ribadire in lei quella malinconica sensazione di un trapasso improcrastinabile determinato dall’incalzare di un tempo che non è più il suo.

È stata una donna in fuga (anche per i sospetti che gravavano sul marito ritenuto “gola profonda” dei nazisti durante la guerra), e lo è ancora in quella terra straniera, e questo sentimento sta diventando ossessivo e sempre più pregnante, a mano a mano che avverte che solo può ritrovare la quiete in quel ritorno. Mentre le ragazze rappresentano la vita disinvolta, inibita, egoista e mirata al soddisfacimento delle proprie passioni, al centro si erge questa figura che vi giganteggia con la sua interiore tristezza e quel convincimento di una immanenza che ha perso la propria ragione di essere. Andare fuori del tempo, significa morire. Restare indietro significa spegnersi e prepararsi ad uscire di scena. È il canto lento di una solitudine che sta per rifugiarsi nella sua propria fine.

Del resto, le ragazze che la circondano manifestano una irrequietezza che cresce sulla ripetuta instabilità dei loro rapporti umani. Non ce n’è una che se ne discosti. Clara e Lucia sono altre amiche che hanno bisogno di continue emozioni per sentirsi vive e realizzate, ed ogni volta si bruciano nell’appassimento dei propri sentimenti. Sembra, la loro, una serie di continue piccole morti, così che si può dire che ciò che circonda la signora Waal è il mondo di una felicità apparente e artificiale, sotto la quale si alimenta una dolorosa incapacità ad essere felici. Attraverso lo sguardo della protagonista, l’autore mette, così, a fuoco la condizione femminile dei nostri tempi tra consuetudini vecchie e nuove, e il senso di protesta e di ribellione che nasce da un confronto con una realtà mutata e crudele, che non dà più il tempo di fermarsi a riflettere. I sentimenti si muovono come sospinti da un vento di cui non conosciamo la provenienza né la meta; tuttavia ci prende nel suo vortice e ci trascina lontano; ci rende insofferenti e diversi: “Non so fare all’amore. So fare il sesso.” dice Luisella alla sua amica Simonetta, e continua: “Con l’amore hai guai, rimpianti, strazi […] è solo il sesso che ti fa perdere la testa e ti diverte.” È una donna, si è detto, che fugge, quella che ci rappresenta Orengo: dall’amore, come dalle inquietudini del tempo, sia esso il passato che il presente. La serenità a cui aspira, e quella specie di vaga e presentita rinascita da conseguire altrove attraverso il ritorno alla sua terra, non hanno ancora i contorni ben definiti, e si presentano a lei alla stregua di un pensiero che ancora non ha offerto la chiave per la sua interpretazione. La cosa certa è, invece, quella che sempre di più va consolidandosi in lei, ossia il convincimento che si trovi davvero a vivere un tempo che non è il suo, un tempo che non le appartiene più. Nel mentre conforta con la sua capacità di ascolto e di consiglio le amiche più giovani che ogni giorno vengono a trovarla, in realtà, le loro confidenze marcano sempre di più la propria inadeguatezza. Roberta “Ogni quindici giorni ha un nuovo fidanzato.”, e poi nel giro di un mese o forse due “non ne ricorda più nemmeno il nome.” Maria Stella, sposata e con un figlio, consulta una maga per sapere se “Ci sarebbe stato posto nella sua vita per un grande amore”. Franca: “Mi trovo invece con una famiglia. Un peso, quello della loro presenza, marito, figli, che nega il mio. Non c’è più posto per me, in casa. Io in casa devo muovermi, continuamente, loro no. Io faccio, loro disfano. Non ha mai fine.” Anche Monica vuole separarsi dal marito. Eleonora, oltre al marito, ha due amanti. Livia “ha un amichetto a Torino. Con il marito si è inventata un colloquio per la rappresentanza di una linea di prodotti di bellezza.”, alla sua amica Valentina dice: “cerchiamo di divertirci, di seguire il flusso vitale.”

È un po’ il mondo che esplora anche il bravo regista spagnolo Pedro Almodóvar.

La signora Waal, ascoltatrice degli altri, dispensatrice di serenità alle altre ragazze così sfrenate e insicure, vive, dunque, un desiderio di fuga che anela unicamente alla quiete definitiva della morte. Tra le tante angosce che la dilaniano, porta dentro di sé la disperazione per un sospetto che ha accompagnato per tutti quegli anni la vita di Peter. Si tratta di quella diceria che accusa il marito di essere stato un infiltrato tra i partigiani olandesi e di aver servito il nazismo. Nel paese, anche quando era vivo Peter, capitavano ogni tanto degli sconosciuti stranieri che facevano domande in giro su Peter, domande sul suo passato durante la guerra, e poi erano perfino accaduti davanti alla sua casa accadimenti misteriosi, si erano sentiti rumori, si erano viste ombre. Quel passato le fa paura, la rende inquieta come le sue ragazze, la mette di fronte ad una memoria che non fa sconti e s’insinua nelle sue povere giornate, quando meno se l’aspetta, quando è sola con il suo gatto Fragola e le sembra di pensare soltanto a lui anziché al passato. È il tarlo più insidioso, questo, della vita apparentemente serena della protagonista, la quale, quindi, non è molto diversa dalle più giovani compagne, da cui sembra lontana.

Ad un certo punto, la signora Waal riflette, ascoltando una delle ragazze, Franca: “Come è cambiato il mondo delle donne. Quanti disagi, insicurezze, insofferenze. Quanto nuovo, o vecchio, sentimento, che sia, sgorga e va a disperdersi, come una fontana mal tenuta: rivoli e polle effimere.” È una considerazione questa, in realtà, che riguarda anche lei, giacché non muta mai nel tempo il nostro rapporto con il passato. E in conseguenza di ciò, non muta mai nel tempo il nostro rapporto con il presente. Sembra un paradosso, ma la riflessione della signora Waal, la si può collocare in ogni tempo ed in ogni luogo del mondo. Luisa, ad esempio, ha un’irrequietezza che è antica, allo stesso modo che sono antiche le irrequietezze delle altre: “Tende a trasformare gli amanti in fratelli maggiori. Ha sposato uomini per far dispetto ai genitori, altri ne ha abbandonati perché continuassero a starle attorno. Crede che la vita sia un romanzo rosa.” La natura umana può mutare, ossia, nelle apparenze, secondo i tempi, ma la sostanza regge all’usura dei secoli e, dentro, noi non mutiamo mai l’impalcatura del nostro essere. Ciò che vede intorno a sé la protagonista è in effetti lo stesso suo smarrimento che riaffiora ogni volta che quelle ragazze la costringono ad appoggiarsi al muro dei ricordi.

Giungono due stranieri a casa sua, il primo dice di chiamarsi Horst Klauser e viene da Monaco di Baviera, un tipo che finge di voler acquistare la sua casa, così come finto è il suo nome; subito dopo, appena uscito, ne arriva un altro, Mister Bick, un inglese, il quale comincia a far domande su cosa abbia voluto l’altro forestiero. Si torna a parlare della guerra e del ruolo che vi ha occupato Peter: “Perché quella storia tornava, ancora una volta da lontano, perché?” Il viavai è notato dalla gente, e specialmente dalle ragazze: “Quanti visitatori, signora Waal”, le dice Lia, una di esse. Subito dopo quelle visite, mentre è fuori, qualcuno le entra in casa e mette tutto a soqquadro. Stanno cercando qualcosa di preciso. Che cosa? L’hanno trovata? Dunque, un tranquillo paese della Liguria di confine sta facendo i conti con un passato che agisce solo apparentemente in forme diverse sulle ragazze e sulla signora Waal. Produce, in realtà, in tutte loro il medesimo turbamento e un senso di angoscia insofferente che le accomunano. Che significa? Significa che cercare di essere diversi da come siamo stati, siano trascorsi pochi anni o dei secoli, è un processo sempre insidioso e traumatico, in erta salita e tutto da conquistare. La quiete a cui aspira la protagonista non è ancora conquistata, infatti, il cammino da compiere è lungo e difficile. Ora perfino le ragazze si domandano il perché di quelle due strane visite e ricordano gli anni in cui vari stranieri capitavano in paese e facevano curiose domande sui coniugi Waal. Ecco che cosa Teresa si sente di dire all’amica Daniela: “Ci confidiamo con lei, ma non ti pare, Daniela, che di lei e anche di lui, buonanima, quando c’era, ne abbiamo sempre saputo poco?” L’indicativo presente scelto dall’autore continua a scandire come un orologio i tempi della storia; i quadretti, pur collegati tra loro nell’ordine cronologico, hanno una loro valenza autonoma, come le singole scene a teatro, ognuna pennellata coi suoi addobbi e i suoi colori. È uno stile maturo, acquisito, di cui Orengo conosce bene la forza prensile sul lettore. Tra le cuciture dei capitoli, la vena nostalgica e romantica fa capolino, tenuta però sotto controllo, come dal direttore il suono dell’orchestra nascosta nella buca del teatro.

In sintonia con le ragazze, le sue “figliole”, da cui, in effetti, mai si distacca, anche nella signora Waal si riaccende la curiosità per il proprio passato, e principalmente per il passato del marito. A distanza di tempo c’è ancora chi si interessa a lui. Perché? “Basta una vita per conoscere una persona?” si domanda mentre un’altra ragazza, Mariella, “infila il cancello” della sua casa, anche lei diventata fredda con il marito: “Lui si avvicina ed io mi ghiaccio.” L’autore non allenta la presa sul suo desiderio di mettere al centro della storia, proprio come il regista spagnolo Almodóvar, l’universo femminile affinché si percepisca nella donna quel passato fatto di una remissività subìta e innaturale, che ora si sta trasformando in rivolta. L’uomo è diventato, così, il loro trastullo d’amore, è stato ridotto a dispensare non l’amore grande, idealizzato, piuttosto quello terreno e sensuale volto a soddisfare il loro esultante egoismo. Miriam dice alla sua amica Bea: “non ne ho mai abbastanza. Il cazzo mi piace veramente.” Quando Mariella confessa alla signora Waal: “Vorrei andare con altri uomini.”, “l’anziana olandese” è scossa da una tale sicurezza e si domanda se anche lei abbia “veramente conosciuto Peter.” La riflessione la porta ancora più lontano: “Quando le ragazze del paese, la Franca, o la Giovanna, o la Teresa, salgono a portarle i loro problemi, lei ora scopre, anche non capendoli o non approvandoli, un pizzico di qualcosa che è sepolto in lei, che sta in una zona remota della sua anima.” È il momento del contatto cosciente tra il mondo della signora Waal e quello delle ragazze che le ruotano intorno (ve n’è una numerosa galleria: a quelle già citate si aggiungono Carolina, Giovanna, Rossella, Anna, Vanda, Barbara, Giustina, Susanna, Giuliana, Imma, Rosa, Valentina, Piera, Margherita, Lina, Isa, Carmela, Concetta: tutte animano spesso a due a due, in qualche rara occasione a tre, i singoli brevi capitoli); è la conferma, cioè, di una omogeneità che deriva da un passato comune, anche se sono sembrati fino ad allora altrettanti passati distanti tra loro.

Ci si domanda se l’avvicinarsi della morte, può arrecare alla protagonista un po’ di rassegnazione, se non di quiete: “Non si era fatta da mangiare per un giorno intero e se n’era accorta solo al momento di andare a letto.”

Ci penserà una visita inaspettata a dare una direzione certa al suo smarrimento. Di quella visita mormorano in paese, giacché da quel momento la protagonista sembra cambiata, più allegra, più curata nell’abbigliamento, e anche nel mangiare. Da tanto non si era vista recarsi ad acquistare un po’ di carne. Un amante? Anche lei un amante come le sue amiche? A quell’età?

Una delle ragazze dice alle altre, in occasione di una cena che hanno dato per ricordare la signora Waal, partita una mattina insieme con un aitante giovane: “La terza età col sesso può ancora dar sorprese.” E sarà proprio nel corso di quella cena che le ragazze scopriranno all’interno di un portaritratti regalato loro dalla signora Waal come suo ricordo il segreto che tanto l’aveva tormentata sul suo adorato Peter. Lei non aveva mai sospettato che proprio nascosto dietro quella cara fotografia si trovasse la risposta che aveva sempre cercato. Scritto in tedesco, le amiche non capiranno il significato di quel minuto foglietto e non gli daranno alcuna importanza; lo getteranno via. Noteranno invece, mentre stanno per lasciare l’osteria, che una foglia di eucalipto (ricordate il principio del romanzo?) “sbatte ai vetri e si appiccica al bordo della finestra”: “Guardate, – dice Carolina – sembra l’ala di un angelo.”


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Bart