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Paglieri, Claudio

7 novembre 2007

L’estate sta finendo

“L’estate sta finendo”

Stefano Amici è uno strano tipo che prende una singolare decisione, vista la sua età. Crede di non avere più niente da dire e da ascoltare e perciò si isola da tutti; ha vent’otto anni e vuole riflettere sulla propria vita. Ovviamente i ricordi del passato sono i primi ad emergere, e apprendiamo che i suoi più cari amici erano Mario, che andava sempre in cerca di ragazze e per questo era soprannominato Ventosa, Robi e il piccolo Teo, che però tanto piccolo non era, dato che aveva diciotto anni. Una volta si mettono in testa di girare l’Europa in treno, ma lui, eternamente indeciso, non è convinto di quel viaggio; la sua titubanza innervosisce i compagni che lo vorrebbero con loro, ed è in questo frattempo che compare Elena, una bella ragazzina, che, anziché cedere alle lusinghe del muscoloso Mario, si avvicina a lui, che è bruttino: In genere, dopo aver visto il nasone, le spalle incassate, il sorriso di labbra per nascondere i denti storti, nessuna tornava più a guardarmi. E invece Elena è una di quelle, così crede, che preferiscono l’intelligenza alla bellezza, e lui intelligente lo era davvero. È convinto che questo sia l’incontro della sua vita. Elena è una ragazza speciale, non può amare né Mario né il piccolo Teo né Robi, che ha la leggerezza e il fascino del seduttore: ma le straccia le donne; dopo averle conquistate, le getta via con nonchalance.

Abbiamo già delineata una fisionomia tagliente ed arguta dell’autore, che mantiene la storia su due piani, entrambi ricchi di interesse: la serietà e la profondità di una scelta (quella dell’isolamento e del silenzio) che arriva a vent’otto anni (devo tirare fuori tutto, l’indifferenza la noia l’inutilità e il cinismo che ho accumulato dentro.), e una giovinezza trascorsa, senza che se ne rendesse pienamente conto (lo scoprirà solo grazie ai ricordi), nella vivacità e nell’entusiasmo di sorprese ed emozioni sempre nuove.

Infine decide di partire anche lui con gli amici ed inizia l’Inter Rail, il viaggio.

A questo punto, il lettore è già conquistato dallo stile del narratore, piacevole e frizzante, carico di quell’humour che ti strappa il sorriso anche nei momenti in cui, per ciò che ti accade, vorresti piangere. Ci si domanda già ora come possa questa prorompente energia del passato provocare in un uomo una decisione così estrema come l’isolamento e il silenzio. Ci prende la curiosità, resta difficile interrompere la lettura. Agosto sarà il titolo scelto per i capitoli che parleranno di questo viaggio in giro per l’Europa; Settembre per le pagine che indagheranno sulla singolare scelta del silenzio e Luglio per quelle dei ricordi più personali. La narrazione ha preso il suo ritmo, al quale non è difficile sottostare.

A poco a poco si verifica il distacco di Stefano dal mondo, la sua determinazione pare assoluta, inflessibile. Nemmeno fa un’eccezione quando la sua ragazza gli telefona da Milano (lui vive a Savona), preoccupata di quello che sta succedendo e lo supplica nella segreteria telefonica di dirle solo un sì o un no: Speravo avresti richiamato, non capisco. I tuoi dicono che non parli ma almeno dimmi se ci vediamo domani, dimmi solo sì o no…

Intanto la memoria snoda i ricordi di quel viaggio per l’Europa, che dà l’occasione di dispiegare un humour davvero coinvolgente, che ti spinge a sorridere più di una volta, se non addirittura a esplodere in una bella risata, come qui, ad esempio: siamo in Svezia, in un paesino dell’entroterra di nome BorÃ¥s. Lui (sempre impacciato) e Mario (sempre disinvolto e a caccia di donne) incontrano, come un’apparizione che sale dal fiume, Anna Andersson, una ragazzina di diciassette anni, educata, come tutta la nuova generazione lassù, a non fumare e a non gettare rifiuti in terra. Ecco che cosa succede: Accendo la maledetta sigaretta con esagerata voluttà, faccio per buttare il cerino in terra ma incrocio lo sguardo obliquo di Anna. Vedo che per strada non c’è una cartaccia, un mozzicone, niente di niente, e me lo infilo in tasca. Per spegnere la sigaretta penso che la ingoierò.

Ci sentiamo soddisfatti, le immagini che ci sfilano davanti di questo viaggio senza regole e senza programmi, rendono anche a noi efficacemente le diverse atmosfere in cui si trovano coinvolti i due protagonisti (gli altri, Teo e il mitico Robi, sono andati invece in Olanda). E si disegna la prima figura femminile che rimarrà nella mente di Stefano: proprio Anna di cui dirà: Con il suo solo sguardo Anna mi ha reso un uomo migliore. Ma sul treno che deve portarli a Parigi, dove è previsto che si uniranno finalmente agli altri due compagni, faranno l’esperienza della droga, sollecitati da due norvegesi e da un tedesco, che ridacchiano nel vederli così impacciati.

L’autore alterna con regolarità le vicende della memoria e della situazione attuale in cui si trova il protagonista (la storia è narrata in prima persona) conseguente alla scelta fatta; e al viaggio per l’Europa, che occupa una parte importante della storia, unisce ogni tanto la descrizione degli sviluppi più personali ed intimi che derivano da quella decisione, ad esempio il rapporto con la fidanzata Giovanna, che decide di rompere di netto: e quell’addio è narrato con pagine di grande intensità.

Ma ci sono anche momenti in cui i due registri narrativi si congiungono, come quando Stefano esce di casa per fare la spesa e quella sua scelta di non parlare gli crea delle situazioni comiche del tipo di quelle a cui abbiamo assistito seguendolo nel viaggio per l’Europa con i suoi compagni. Ci pare, tuttavia, che avanzi ora un senso di stanchezza nel lettore, soprattutto per il fatto che storie on the road da quando Kerouac (che viene, fra l’altro, ricordato) ha scritto quello straordinario romanzo, se ne sono raccontate di ogni colore e misura, e qui è sempre la droga a farla da padrona, e la caccia alle ragazze, con situazioni che si ripetono sostanzialmente eguali. Ci attendiamo, così, una sterzata e ci mettiamo in panne. Intanto ci siamo accorti che nessun capitolo ha più il titolo di Luglio, dopo i primi quattro che abbiamo trovato agli inizi. La ragione è che questi ricordi precedevano il grande e atteso viaggio ed ora è rimasto (e forse lo è sempre stato) solo Agosto (la stagione dell’estate per eccellenza, estroversa e chiassosa), destinato a ricordare quel viaggio e a fare da contraltare a Settembre (il mese della malinconia e delle prime avvisaglie dell’inverno), destinato invece a percorrere i momenti conseguenti alla scelta dell’isolamento del protagonista. A fatica, ma sempre con grande determinazione, Stefano sta facendo il deserto intorno a sé. Dopo il padre, dopo la fidanzata Giovanna, ora si libera anche del buon vecchio Giacomo. Pure lui viene messo alla porta. Allorché Stefano esce di casa a mezzanotte ed incontra una coppia di norvegesi, c’è un momento in cui i due piani della storia s’intersecano di nuovo e il presente non riesce a tenere distinto il passato; è un passaggio breve, è un istante, ma significativo per affermare implicitamente che di tutto ci si può liberare, dell’ascolto e della parola, ma non della memoria. Solo il passato è incancellabile. Anche i ricordi che prima costituivano materia per i capitoli intitolati Luglio, entrano, convergono, si mescolano, si confondono in una nuova miscela unica e indivisibile. Dirà Stefano ai suoi compagni di viaggio: Sono i ricordi che vi faranno credere di avere vissuto bene, che sia vero o no, e quindi vi miglioreranno davvero la vita, quella passata e quella presente. E poco più avanti: Io volevo solo parlare della forza dei ricordi, non per sostituirli alla vita vera, ma per arricchirla. Sta qui, in queste due frasi che incontriamo a metà della storia, una delle principali chiavi di lettura, se non addirittura la chiave di lettura, del romanzo. Dirà più avanti ancora: Ho sospeso la mia vita. Ho smesso di parlare. E mi sono messo ad ascoltare quello che avevano da dirmi i miei ricordi.

Il romanzo ci riserva ancora pagine molto belle come quelle in cui sono ricordate “la prima volta di Teo” e la sosta a Monaco di Baviera con l’incontro di Claudia, e pagine che ci fanno rivivere le condizioni dell’Europa dell’Est prima della caduta del muro di Berlino; particolarmente nitide ed efficaci quelle che si riferiscono alla sosta a Budapest, dove incontrano Mercedes e le sue amiche, e quelle sulla Romania di Ceausesco, dove si è circondati dalla povertà e dalla ignoranza più assolute.

Io non avrei mai creduto di poter fare a meno delle parole dice verso la fine Stefano, e poco più oltre: Dalle parole per me nasceva tutto, l’amore la lealtà la complicità. L’Agosto assolato, della pienezza e della sazietà, l’Agosto ammaliatore ed emozionante per quale sortilegio ha potuto generare – ci si domanda – quel Settembre malinconico e freddo come l’inverno? Perché, come dice il titolo, l’estate sta finendo? Ci viene in mente la scelta di Cosimo, ne Il barone rampante di Calvino, di estraniarsi dal mondo stando sui rami degli alberi: non metterà mai più i piedi a terra. Anche quella di Stefano è una scelta netta, assoluta, le cui motivazioni più profonde nemmeno nascono dai ricordi, ma restano sospese, misteriose, e ci coinvolgono perché potrebbero colpire anche noi, che non le conosciamo.

Ma ecco che l’autore all’improvviso ci avverte che Stefano attende una sorpresa, un messaggio speciale nella sua segreteria telefonica: l’unico messaggio a cui risponderei subito con la mia voce, dice. Così cerchiamo di immaginare che cosa attenda davvero Stefano e riandiamo anche noi a ritroso con la memoria, cercando di ricordare le pagine che abbiamo lette per trovarvi un segno che ci lasci comprendere, e la lettura che resta ancora da fare acuisce l’attenzione, giacché sentiamo che dobbiamo trovarla noi quella risposta prima che l’autore la sveli. Inizia così una competizione, che non è affatto un gioco, ma rosica dentro di noi, muove (consuma? produce?, ancora non lo sappiamo) qualcosa di importante. Rifletterà Stefano, l’ultima volta che incontrerà i suoi amici e li lascerà per sempre: ognuno di noi era cambiato ma si nascondeva e più avanti griderà ai suoi compagni di quei giorni meravigliosi: Il ricordo. Non il telefono. Non una lettera. Non una richiesta di aiuto. Siamo ricordi, e nient’altro. Sembra una contraddizione con quanto si è letto sopra, e forse anche lui è cambiato nella stessa misura dei suoi amici.

Stiamo per arrivare alla fine e siamo contenti di questo crescendo, di queste pagine intense che si accomiatano da noi. Ricordate? Nel libro c’è una promessa che i quattro compagni si fanno in Spagna, a Cadaques, durante quel leggendario viaggio: di ritornare a dissotterrare una bottiglia di whisky nascosta su di una collina, accanto ad un vecchio ulivo, nel caso che uno di loro fosse morto, o quando Stefano, il più grande, avesse compiuto i trent’anni. Li compie: è proprio il 26 settembre del 1996. Sono due anni che è isolato dal mondo ed ora giocherà tutto su quella lontana promessa.

L’autore sembra suggerirci che la vita ci dà una sola occasione per scoprire ed essere noi stessi. La dobbiamo riconoscere, afferrare, conservare, non nascondendo mai ciò che ci sta cambiando. Restare anche nel cambiamento ciò che siamo stati un tempo, è, però, una sfida da cui non è facile uscire vincitori.

Canappia, flabellandolo, pucciare, sono parole che compaiono nel libro e che arricchiscono, come i ricordi la vita, il nostro vocabolario.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart