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Pallavicini, Piersandro

7 novembre 2007

Atomico Dandy
Il Mostro di Vigevano
Anime al neon


“Atomico Dandy”

Feltrinelli, pagg. 328. Euro 16

In Quaranta letture РPercorsi critici nella letteratura italiana contemporanea, uscito per i tipi di Marco Valerio РTorino, nel 2004, sono contenute le mie letture di tre romanzi di questo narratore: Il mostro di Vigevano, che ̬ del 1999, Anime al neon (racconti), del febbraio 2002, Madre nostra che sarai nei cieli, del maggio 2002. Atomico Dandy ̬, dunque, il romanzo che fa seguito a Madre nostra che sarai nei cieli, ed esce a quasi tre anni di distanza da quello.

Con brevi, concisi paragrafi l’autore ci catapulta nella storia, il cui protagonista, il professor Vittorio Nuvolani, direttore di un dipartimento di ricerca dell’Università di Pavia, è lo stesso del racconto Basquiat 2001, con il quale si apre Anime al neon (Jean-Michel Basquiat, allievo di Andy Warhol, morì di overdose il 12 agosto 1988, a 28 anni). Come pure sono gli stessi: Roberta, la moglie, e Neré, il negro con cui si realizza il triangolo amoroso (“l’idea di noi due insieme a René, in uno dei nostri incontri a tre cortesi e magistrali, ci fa perdere la testa. Ci fa partire via.” Ciò può sottintendere la volontà dell’autore di segnare una linea di continuità che parte proprio da Anime al neon, transita per Madre nostra che sarai nei cieli e arriva a questo ultimo romanzo, raggiungendo un’altra tappa di un percorso che Pallavicini potrebbe considerare non ancora compiuto. Le evidenti concomitanze tra l’attività di ricercatore svolta da Vittorio Nuvolani e quella esercitata proprio presso l’Università di Pavia da Piersandro Pallavicini denotano – nonostante le distanze che l’autore vuole prendere, con la nota finale – anche un trasferimento al personaggio di alcune peculiarità proprie dell’autore. Del resto Vittorio Nuvolani, veniva ricordato una seconda volta nell’ultimo racconto che chiudeva Anime al neon, e che dava il titolo alla raccolta, a distinguere, così, un’intenzione che si materializza ora in questo Atomico Dandy.

La storia è un’alternanza tra presente (il 2002) e passato (gli anni 1986, 1987 e 1988) e, al termine, tra il 2002 e il futuro 2009, e la memoria, quindi, assume il valore di una formazione analizzata in divenire, così che noi possiamo legare tra loro due presenti, uno dei quali, l’ultimo (il 2002), si muove e cresce sulla spinta dell’altro in direzione di un ipotetico futuro. È una scelta, questa, che consente di misurare le novità che il trascorrere del tempo carica sopra di noi, nel nostro intimo, allo stesso modo in cui il medesimo trascorrere del tempo, nello stesso segmento, imprime nuovi segni alla nostra fisicità. Così Gino Sormani, il quale, nel 2002, è un professore ormai quasi rimbambito, che non riesce ad ottenere udienza da Vittorio Nuvolani, suo direttore, nel 1986 è nientemeno che il professore superattivo del giovane Nuvolani, che sta facendo, sotto la sua guida, alcuni importanti esperimenti sulle molecole, e una notte viene da lui sorpreso nella camera del reattore nucleare con Cristina Restelli, “piccola e magretta e bionda, col viso dalle lunghe ciglia da ragazzina”, che è la prima ragazza con la quale Vittorio cerca di combinare qualcosa. Sormani li sorprende mentre fingono di trovarsi lì, a quell’ora tarda, per studiare, e si mette a ridere (“Sormani, meraviglioso, si era fatto una risata”) e strizza l’occhio allo studente: “Da vero grand’uomo qual era in quegli anni”.

Che cosa, dunque, il trascorrere del tempo ha prodotto nei due, per cui la giovialità e la tolleranza di Sormani, quel piacere di vivere, quella sicurezza di sé, si sono trasformati in un’agitazione ansiosa, in una consapevole, isterica umiliazione, mentre Nuvolani sembra aver piantato le sue radici in quella parte di Sormani che, ancora viva e pulsante, non agisce più in lui, ma trasferisce i suoi effetti sull’altro, su Nuvolani? E che cosa ha prodotto il tempo nella linea della loro vita che continua ad allungarsi, inconsapevole che quella spinta in avanti non è più il risultato di una stimolazione autonoma, ma di un suggere perpetuo, morboso e parassita, che ne contamina la natura e trasforma l’identità in un caos? L’importanza di questa contaminazione è messa in rilievo anche da una scelta strutturale che dà ampio spazio al “presente” quale parte ancora viva del passato, rievocato con paragrafi lunghi, al contrario di quanto avviene per il “presente immediato”, che ha paragrafi brevi come risultato di una confluenza avvenuta, della quale conosciamo già le origini. Infatti, la memoria lavora sottilmente, rievoca minuzie, ha l’andamento lento di una crescita che si annuncia con piccole protuberanze bisognose di tempo per aprirsi e farsi riconoscere. Incubi, paure, ansie, si mescolano alle trepidazioni giovanili: in quel periodo, ossia, in cui crediamo sempre di essere ciò che non siamo e affrontiamo la realtà con strumenti ancora imperfetti e deformanti.

Sono anche gli anni in cui i rapporti tra Libia e Usa si sono fatti stridenti e si teme lo scoppio di una guerra con l’uso perfino di ordigni nucleari. Nuvolani, che di queste cose se ne intende, è ossessionato. Più ancora che dalla ricerca affannosa che sta facendo di un “rapporto completo” con la giovane Cristina, che non riesce a realizzare. Come si è già detto, quel passato è vivo e presente nei capitoli che portano la data del 2002, marcati dalla sua presenza, in una permanente eccitazione che diffonde i suoi umori all’intorno, impregnandone l’aria. È Nuvolani stesso che, nel 2002, invita a casa sua, un po’ alla volta, i personaggi di allora, come fosse, il suo, il tentativo, anzi lo è, di vedere materializzato il tumulto interiore, così misterioso ed indistinto da richiedere, per una sua decifrazione, che qualcosa di reale si presenti ad interpretarlo. Pallavicini continua ad avere, come negli altri romanzi e racconti, uno stile limpido, sicuro, ancora di più maturo, questa volta, sia pure in presenza di situazioni che possono apparire irritanti e morbose come quel triangolo a tre che pare volere sistemarsi al centro della vita (“Spio. René e mia moglie, lo sapevo, si stanno baciando. Ghigno, a pensarmi lì in piedi, nudo, tre bicchieri traboccanti in mano, e un’idea già più consistente di erezione. E poi, sopraffatto, sospiro: mia moglie, nuda come prima, in piedi, ha già aperto la camicia di René, e ora, senza smettere di baciarlo, gliela sfila. È alto, muscoloso, senza tracce di grasso, questo africano.), ma tutto ciò altro non sarà che una povera appendice, rispetto a quel movimento interiore che rende pulsante e scoperta l’esistenza di ciascuno di noi, come se, guardando un corpo umano, ne vedessimo scorrere, tra le molecole e gli atomi, i pensieri, i sentimenti, le emozioni con i loro differenti colori tracciati a distinguere i percorsi che via via si allontanano l’uno dall’altro, si riavvicinano, si congiungono e di nuovo si allontanano. Atomico Dandy (il soprannome “Atomico”, lo conia il compagno di studi Massobrio, riferendosi alla sua attività di ricercatore nucleare, e “dandy” si definisce lui stesso quando parla della sua capigliatura: “carezzavo l’onda gentile e dandy in cui erano piegati sulla fronte i miei capelli”) ha, in più, rispetto agli altri romanzi, proprio questa ambizione: di radiografare, ossia, con il raggio ultravioletto della scrittura la vita umana. Il bombardamento che gli Usa effettuano sulla Libia getta nello sgomento proprio lui, Atomico, che prefigura lo scatenamento di lì a poco di una terribile guerra nucleare; corre al laboratorio, osserva gli strumenti di rilevazione della radioattività, ma trova tutto normale, come negli altri giorni: i valori sono bassi, irrilevanti. Intorno a lui, inoltre, nessuno è allarmato. Se qualcosa ha turbato i suoi amici è stato il grido isterico di un compagno che, uscendo dal gabinetto, si è messo a gridare che nella tazza del water ha visto un groviglio di serpenti. I pompieri sono accorsi, generando il caos. Ma al di là di questo episodio, tutto scorre nella più completa normalità. Sono anche i tempi in cui la Lega raccoglie consensi al Nord invocando la separazione da Roma “ladrona” e la cacciata dei “terroni”. Tra i compagni, ce ne sono che simpatizzano per lei, tra essi Recalcàti, soprannominato il Gasometro, per il suo “continuo ruttare”. Sormani è alle prese, invece, con il problema del figlio drogato, il quale ora ne combina di tutti i colori, e di notte ruba in laboratorio. Sono le testimonianze esteriori di una sobillazione continua della coscienza, che muta e fluttua e lascia nel suo movimento le tracce di una segnatura destinata a durare. Difficile sarà distinguere, selezionare, individuare, ciò che di quel lontano presente resti ancora vitale e prolifico, ma non vi è dubbio che la vita di ciascuno di noi non è che un insieme di presenti che continuano ad agire singolarmente e, insieme, a comporre un amalgama che, per un apporto, una affluenza incessanti, si trasforma continuamente in un altro e più complesso presente. Il ventitreenne Nuvolani, studente modello, stimato dal suo professore Sormani, ha un solo pensiero fisso in quegli anni 1986 – 1988: “Non aver mai compiuto, in alcuna misura, alcun tipo di accoppiamento sessuale, non aver mai nemmeno baciato una ragazza: “questo era stato ciò che aveva ricominciato a tormentarmi, appena sveglio ogni mattina.” Non è difficile, perciò, immaginare che quel presente di allora è rimasto una delle parti ancora vitali e propulsive del presente di oggi. Infatti, che altro è quel triangolo amoroso se non una conseguenza di quella insoddisfazione e di quella accanita, spasmodica ricerca del piacere? Ci sono episodi del passato, come la comparsa ricorrente di voci su di un’invasione di serpenti (i “milord”) nella città di Pavia, che vanno ben oltre quella concomitanza che abbiamo visto sottolineata con la guerra lampo Libia – Usa, nel corso della quale avviene il primo avvistamento di serpenti nel collegio dove alloggia Nuvolani. È la fantasia, una fantasia allucinata, nascosta, appostata da qualche parte dentro di noi, che prende il suo dominio sulla realtà, un dominio meno chiassoso ma ben più invasivo. Resta, perciò, pure questa fantasia nel Nuvolani quarantenne, nel quale quei lontani giorni di quindici anni fa premono dentro di lui con la vigoria di una presenza incalzante, tale da obbligarlo a rivedere, ad incontrare di nuovo, dopo averli persi di vista per tanto tempo, alcuni compagni di allora. Specialmente Cristina che, all’indomani del loro infruttuoso incontro notturno, gli aveva inviato l’immaginetta di Santa Maria Goretti, la giovane martire che aveva difeso la propria verginità fino alla morte, e dietro vi aveva scritto: “Vittorio, prego per te.” L’insieme di quei giorni turbinosi, in cui alle ansie si mescolano paure, insicurezze, trepidazioni, rabbia, desiderio d’amore inappagato, terrore (oltre alla guerra Libia – Usa, c’è da registrare anche il disastro nucleare di Chernobyl) lo segna amaramente: “di amici, forse, al mondo davvero non ne avevo. Di più: che di persone da amare e di cui fidarsi cieco e giocondo nei momenti di bene e di male, ecco: forse proprio non ce n’erano.” Se andiamo al Nuvolani del 2002, e poi a quello del 2009, non è forse questa sofferta solitudine che egli sta ancora combattendo? Quando, rimasto terrorizzato dall’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, e ancora sotto l’impressione della appena finita guerra lampo degli Usa contro la Libia di Gheddafi, turbato dalla “visione di Cristina” e dal serpente di gomma che i compagni gli avevano messo per gioco nel lavandino, riflette “che se n’era andato un altro pezzo della vita come la conoscevo allora. Lì, che avevo sentito un tempo chiudersi, finire, e un altro, ben più scomodo, iniziare”, in realtà sono proprio queste rassodate impressioni che si trasferiranno inconsciamente nel quarantenne Nuvolani. Ossia, non c’è periodo della vita che si chiuda per sempre, come nel corso della vita non è mai dato un inizio assoluto. Solo uno scorrere, spesso tortuoso e difficile: un toccarsi di un segmento con gli altri che lo precedono e lo seguono. Ancor più se la memoria è andata a ricercare questo segmento tra i molti, portatore, rispetto agli altri, non solo di accadimenti, ma soprattutto di sentimenti, vibrazioni, marcature che prendevano forma via via nel giovane studente. Pallavicini, dunque, mette, non a caso, ma consapevolmente, gli anni della maturità del suo personaggio in contiguità con quelli che hanno di più segnato la sua memoria, trasformandoli, quindi, in una specie di grande matrice di una personalità che può essere indagata e compresa solo alla luce di ciò che avvenne allora. Pallavicini ha fatto una scelta precisa. Avrebbe potuto parlare di alcuni avvenimenti antecedenti o successivi: la guerra in Afganistan del 1978, oppure la guerra delle isole Falkland, del 1982, la sanguinosa repressione in Cina nella piazza Tien An Men, del 1989, l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, del 1990, e così via, ma ha scelto il campo di azione del suo personaggio, il pericolo, ossia, che il mondo corre allorché taluni Stati dispongono di armi nucleari o maneggiano la radioattività con troppa disinvoltura. Ciò può condurre ad una trasformazione immane dell’esistenza, a traumi, paure, ubbie, prepotenze tali da imprimere una modificazione irreversibile alla nostra natura. Ossia: che cosa ci ha fatto diventare oggi ciò che siamo? È proprio quello a cui mira Cristina quando, “invecchiata da matti. Le manca un premolare.”, domanda a Vittorio, astiosa: “Allora, che cosa gli stai combinando, a Sormani?” Sono passati molti anni da quando si sono visti l’ultima volta, ma Cristina è il presente che torna ad imporsi e a reclamare la propria esistenza. Pallavicini sta componendo una storia sottile, che va ben al di là degli avvenimenti che accadono; egli distende lungo le maglie della sua narrazione un tenue filo che va intessendo una immanenza perpetua e tangibile del passato. Non è solo la memoria a renderlo presente, ma un meccanismo nascosto che si oppone ad un passato circoscritto e chiuso in sé, continuamente riversandolo e rivitalizzandolo nel presente. È questo meccanismo impalpabile, sottratto ai sensi, che Pallavicini cerca di rendere visibile con una scrittura che produce, come quel reattore nucleare, una serie infinita di combinazioni l’una indissolubilmente legata all’altra. Con l’arrivo di Cristina, con il suo inquietante interrogativo, il lento e sotterraneo procedimento teso alla visibilità compie il passo decisivo e tutto si manifesta ed assume il valore di una consapevole, difficile e sofferta scoperta. È giunto il momento in cui agli interrogativi della nostra esistenza possiamo cominciare a dare una risposta. Si può principiare, finalmente, a capire noi stessi, non tanto per quello che eravamo allora, che ormai ci sfugge, ma per ciò che siamo oggi, proprio grazie alla presenza viva e fertile di quel passato. Anche Dario Recalcàti è stato invitato a casa di Vittorio “lo scorso autunno”, il compagno che lo sopravanzava nello studio, di poco, ma riusciva sempre a togliergli la soddisfazione di essere lui il primo. In realtà, il prediletto di Sormani, che se prometteva a Nuvolani, si faceva in quattro per premiare Recalcàti. Aveva risposto all’invito di Vittorio, arrivando all’appuntamento con mezz’ora di anticipo, insieme alla moglie, “anche lei dell’alto Varesotto. Spennacchiata, tetra e ingrugnita come un pappagallo malato.” Cristina, invece, arriva un po’ in ritardo e in compagnia di una suora, suor Consilia, soprannominata affettuosamente “Consy”, un tipo grassottello, pieno di energia. Era compagna di Cristina in quegli anni di collegio; poi, quando Cristina fu espulsa per aver ricevuto in camera sua Vittorio che le portava delle pastiglie di iodio per prevenire la radioattività causata dai guasti alla centrale nucleare di Chernobyl, l’aveva ritrovata a Milano ed ora lavoravano insieme presso un centro di recupero per tossicodipendenti. Consy era diventata suora e Cristina aveva ritrovato una sua ragione per tornare alla vita. In quel centro era stato ricoverato anche Marcello, il figlio di Sormani. Cristina non è, dunque, uno dei tanti personaggi, ma uno strumento, un veicolo, e perché no?, una coscienza, un segnale distintivo che Pallavicini colma di referenze e di significati. È attraverso Cristina, infatti, che, per la prima volta, la memoria si scatena, si concentra su di lei quale depositaria privilegiata di quel segmento che unisce tra loro i vari presenti della storia. L’autore ha acquisito ormai una scrittura solida, limpida, il mondo che disegna ha i lustrini e i capricci (il protagonista possiede “il Jaguar”) di una borghesia soddisfatta ma inquieta, che mal digerisce, se non per sola curiosità, le sventure dei più disperati. Vittorio ascolta il racconto di Consy annoiato e infastidito. Sulla fine tragica di Marcello è cinico; nei confronti di Cristina manifesta delusione e intolleranza. È il momento, questo, in cui vorrebbe fermare quella memoria che pare inarrestabile e cattiva, smaniosa di presentargli il conto di una qualche occasione perduta, che non è in grado ormai di recuperare. Il presente di oggi sarebbe stato diverso?

Dopo aver conosciuto Cristina, incontra – siamo nel 1987 – Roberta, allorché dalla Normale di Pisa ogni fine settimana torna a Voghera, dai suoi. Roberta frequenta un piccolo bar, dove si ritrova con amici e amiche. Vittorio diventa uno di loro, attratto dalla sensualità di Roberta, che, il primo giorno che la osserva, indossava “un vestitino nero, di velluto, che le lasciava scoperta metà delle tonde e candide cosce.”

Dunque: il 1986 ha al suo centro Cristina. Il 1987 delinea la presenza nella sua vita dell’altra donna, Roberta. Ma al contempo “quella checca immensa di Riccardo” lo lusinga, lo attrae e Vittorio, tra le lagrime, dopo aver fatto sesso con lui, rimasto solo, esclama: “Quello era il primo essere umano che mi capitava di stringere nudo tra le braccia, ed era un maschio, perdio!” Cerca una giustificazione: “Accusavo la mancanza di materiale femminile disponibile, accusavo la totale assenza di una vita sessuale e sentimentale.” Come la guerra tra Libia e Usa e il dramma di Chernobyl lo avevano immerso nel terrore per il pericolo di una contaminazione nucleare che portasse la morte dappertutto, così, ora, teme che quel rapporto occasionale con Riccardo lo contagi di quella contaminazione terribile, l’Aids, che somiglia, nella sua implacabile devastazione, all’altra. È un momento di svolta, l’inizio di un nuovo segmento: “degli atomi e delle loro meravigliose proprietà, in ogni caso, non m’importava quasi più: perché avevo altro, ormai, a cui pensare.”

Il periodo 1986 – 1988 ha il suo più complesso e organico punto di contatto con il presente del 2002, allorché, avendo posto Cristina, in quella visita del 2002, a Vittorio, la questione di Sormani, bistrattato ingiustamente da Vittorio, divenuto suo superiore, e avendo trovato Cristina comprensione presso Roberta, quest’ultima, a proposito di René, ricatta Vittorio sostenendo “che avrebbe smesso se io non avessi cambiato atteggiamento con Sormani.” Dunque: 1986: Cristina – Sormani; 1987: Roberta – Riccardo, sono le prime personalità (poi incontreremo Stefania) che interagiscono nella natura di Vittorio, quale egli si ritrova ad essere nel 2002. Pallavicini continua a imprimere agli anni 1986, 1987 e 1988 il valore di un’analisi minuziosa e approfondita, per presentare nel 2002, in quei paragrafi brevi, come si addice ad una sintesi, i risultati, gli effetti, di ciò che in quel tempo è avvenuto. La difesa di Cristina in favore di Sormani e, soprattutto il ricatto sessuale di Roberta, non più disponibile al triangolo amoroso, se Vittorio non aiuterà Sormani disperato, hanno il loro effetto. Vittorio si decide a prorogare in qualche modo la chiusura del vecchio reattore, ormai inutile e inadeguato, al quale è legato il lavoro di Sormani. Anzi, se Roberta dovesse insistere, si sente già disposto a lasciare le cose come stanno, “pronto anche a stracciarla, se solo lo volesse, la lettera al Magnifico Rettore.” Non ha più dubbi su cosa scegliere: “L’idea che per colpa di una suora alta un metro e cinquanta e di un’imbecille frigida e sdentata io adesso possa perdere le serate a tre con René mi fa imbestialire. Non lo posso accettare.”

Dopo l’esperienza disastrosa con Cristina, del 1986, prima di arrivare, l’anno successivo, a Roberta, ha la sua prima esperienza amorosa con una studentessa pisana, grassoccia “in sovrappeso di quindici chili”, Stefania, con la quale si sente di vivere un momento esaltante. È contento di sé. Tocca il cielo con un dito. Ma quando confessa a Stefania di aver votato per il MSI, mentre lei è una comunista sfegatata, ed anche le confessa di aver fatto sesso con un uomo, la ragazza muta atteggiamento: “Che tu abbia fatto sesso con gli uomini mi spaventa, Vittorio, ma m’importa poco o punto. Però il mio nonno da ragazzo i fascisti lo hanno preso due volte a bastonate, lo sapevi?” Si avvia la fine rapida del loro rapporto. Lei se ne va senza nemmeno dargli un bacio.

Non è stata, la sua, una presenza inutile. Non è soltanto l’icona della iniziazione sessuale di Vittorio, ma lo specchio in cui si riflette una qual sua indolenza e immaturità nei confronti di tutto ciò che non attiene al suo lavoro di ricerca e al sesso. Lavoro di ricerca e sesso sono i due campi magnetici nei quali pare concentrarsi, anziché un’armonica interrelazione, un insofferente conflitto. Stefania è la prima a fargli intendere che il sesso non è tutto, ma che ci sono cose all’intorno ben più importanti, come, ad esempio, un impegno politico nella direzione tutta opposta a quella in cui sembra dirigersi – anche se solo per forza di inerzia – il protagonista.

È una parte, questa del romanzo, febbrile, intrecciata di risvolti psicologici nella sua apparente semplicità. Stefania, che aspetta da Vittorio un segnale di un suo impegno politico, per ravvedersi su di lui, intanto è in attesa del suo fidanzato, un congolese, Yves, che vive in Belgio, e che ha promesso di venirla a trovare per Natale. Vittorio si barcamena in una situazione di ambiguità spinto dalla sua smania sessuale, per la quale è perfino disposto a rivedere le sue posizioni ideologiche. E quando decide di tenere un corso serale di italiano per extracomunitari, quasi tutti neri, terminata la prima lezione di un’ora, il suo pensiero va a Stefania: “avevo fatto qualcosa che mi avrebbe di certo legato a Stefania per sempre.” Ma conoscere quei negri sarà per lui un ritorno all’antico, ad una esperienza, quella omosessuale con Riccardo, che si era illuso di dimenticare. L’omosessualità, sottesa ai due libri precedenti di Pallavicini, trova in questo ultimo romanzo una sua più scandita ossessione e violenza. Il congolese Tempérance gli chiederà un passaggio in macchina e a Vittorio il cuore sembra “librarsi e cadere… un africano di nemmeno trent’anni, autentico e bello come il sole”. Ma, nel chiacchierare che fanno in auto, Tempérance gli riserva una sorpresa: è nientemeno che il cugino di Yves, il fidanzato di Stefania, e, senza sapere dei rapporti tra la ragazza e Vittorio, gliene rivela, sul conto di lei, di cotte e di crude, tanto che “Improvvisamente investito dall’orrore del mondo, avevo avuto per un istante la vista annebbiata.” Andrà a sbattere contro un’altra macchina.

Pallavicini ha impresso a questa fase della storia un ritmo impressionante, un’accelerazione poderosa all’indagine introspettiva del suo personaggio, come a prepararlo ad una resa dei conti che non avrà indulgenze. Tutto è radiografato, infatti, tutto è scoperto, tutto è messo alla luce del sole. Tali inquietudini, o meglio fibrillazioni della sua natura, risulteranno, vedrete, determinanti nella risoluzione di un carattere che già nel 2002 sarà sì cinico e dispotico, ma anche colmo di nevrosi, di impazienza, di fretta, di rabbia: protese, ossia, a disegnare una personalità sfrangiata (“sfranta”), i cui contorni sono diventati, ormai, indefiniti e irrecuperabili. È ben più che un uomo del nostro tempo, Vittorio Nuvolani: è un uomo in dissoluzione che, pur gratificato dal successo, è colto nel momento dell’implosione, della rottura: forse l’uomo così come tutti noi saremo da qui a non molti anni: “Un gatto attraversa lento la strada. Non faccio nulla per evitarlo, anzi: sterzo impercettibilmente per centrarlo meglio. Sento il tonfo del corpo schiacciato sotto le ruote e stringo le mascelle, ispirando a fondo. Sillabo: ‘Vaf-fan-cu-lo’.” L’atteggiamento fascista di Vittorio, il suo razzismo nei confronti dei meridionali (non solo degli extracomunitari, buoni solo per il sesso, se neri), lo sdilinquimento insistito nei confronti di Stefania, il triangolo amoroso, l’omosessualità, finiscono per avere nel romanzo quell’eccesso provocatorio nel quale è leggibile, ormai, l’intenzione di prefigurare nell’immaginario del lettore il destino del protagonista, la cui irrequietezza coincide con l’evanescenza sempre più marcata della sua personalità. È in questo momento difficile (“mi sentivo sperduto in mezzo al mondo”) dei suoi rapporti con Stefania – siamo ancora al 1987 -, la quale trascorre il suo tempo con Yves, venuto a trovarla, che si ripresenta, inaspettata, la Roberta conosciuta in quel piccolo bar sulla strada che da Pisa lo riconduce a Voghera. Perché – lei domanda – non si è più fatto vivo? E cos’è mai quella sua “voce morta”? Vittorio è ossessionato, non solo dalla fine del rapporto con Stefania, ma dal timore di aver contratto l’Aids. Ogni piccolo sintomo di malessere, lo prostra. Per fortuna gli è vicino un amico di Stefania, comunista, come la ragazza, della “locale cellula di Socialismo e Rivoluzione”, un sardo di nome Gavino, che lo aiuta e lo consiglia. Verso di lui, Vittorio avverte un sentimento nuovo, sconosciuto fino ad allora: “una strana e nuova qualità del voler bene” slegata dall’attrazione fisica “e intrisa, piuttosto, di autentica bontà.” È la piccola luce che si desidera vedere alla fine di un percorso buio, e che a volte ci viene incontro nitida, ben visibile, e a volte non riusciamo, invece, a riconoscere. Quando i suoi studenti extracomunitari salgono a trovarlo in camera sua, perché malato di influenza – siamo al Natale del 1987 – recandogli un piccolo dono, egli prova di nuovo quello strano “inedito” sentimento: pensa a quanto il mondo sia cattivo nei loro confronti, “Perché, da quelle parole, e da quel regalo, avevo visto chiara anche la cattiveria del mondo cui sincerità, ingenuità e approssimativa educazione esponevano i miei sei africani: e per questo, verso di loro non avevo provato il solito sufficiente senso di occidentale superiorità, o il solito arrapamento, bensì un’inedita tenerezza. E anche, una per nulla fascista pietà.” E ancora: “Sì, tenerezza e pietà per quegli africani e per il mondo intero”.

Ci domandiamo, dunque, alla luce di quanto conosciamo del Vittorio targato 2002, quale riflesso questa piccola luce abbia potuto lasciare in lui, o se quel momentaneo riflesso, invece (il valore dei piccoli gesti), si sia presto disperso e perduto nel buio. È l’interrogativo, il rebus, a cui l’autore ci sottopone, quasi un esperimento analogo a quelli che, nella vita, è solito tenere nel suo laboratorio nucleare. Lo vediamo chino ad osservarne gli sviluppi, e attento che si assista anche noi, accanto a lui, presi dalla stessa curiosità. A questa specie di miracolo collettivo ci hanno condotto una scrittura serrata, senza mollezze, ed una struttura solidamente, si potrebbe dire scientificamente, architettata.

Accadono all’esterno, nel 1987, fatti terribili: ancora guerra, questa volta tra Iran e Iraq; Reagan, Gorbaciov, la signora Thatcher, il polacco Lech Walesa recitano ruoli di primo piano sulla scacchiera internazionale, e Vittorio, ascoltando il resoconto dell’anno 1987 da una rubrica del telegiornale Rai, si rende conto di apprendere quegli avvenimenti così importanti solo ora. Si domanda dove sia stato in tutto quel tempo. Fa il suo piccolo, angosciato esame di coscienza: in tutto quel tempo è stato dietro a cose senza importanza, perfino le sue ricerche, i suoi studi e i suoi successi scientifici sono messi in discussione di fronte ad una realtà così in ebollizione e drammatica come quella che ora ha finalmente sotto gli occhi. Pare avviato, così, al cambiamento inaspettato “sul percorso che la mia coscienza stava compiendo allontanandomi dalla destra e avvicinandomi all’amore per il mondo, al rispetto della diversità, alla solidarietà con gli umili, al piacere e alla necessità della condivisione. Alle cose che, questo ciò che pensavo, fossero proprio della sinistra.” È ciò che confessa, in un biglietto che le recapita, a Stefania, ancora intenzionato, comunque, a conquistarla, e della quale crede di essere tuttora innamorato. Se non fosse che già conosciamo il Nuvolani del 2002, questa confessione ci apparirebbe troppo scoperta, impietosita com’è di lacrime: “Un percorso […] in cui ero illuminato dalla stella di quell’amore che così tanto mi faceva soffrire.” E, poco più avanti: “io voglio solo amare ed essere amato.”

La scelta di dare a quegli anni di fine Ottanta il riferimento dell’anno 2002 è sempre più fondamentale a mano a mano che si svolgono i lontani avvenimenti. Quel riferimento ci consente di analizzarli e di porci una serie di interrogativi per tentare alcune risposte, allo stesso modo di quando di un problema di aritmetica noi conosciamo già la risposta e facciamo innumerevoli prove che conducano a quel risultato. I due periodi interagiscono con una forza incredibile, scambiandosi ripetutamente luci e ombre, e se il periodo più lontano (gli anni Ottanta) è sottoposto ad una analisi più interiorizzata, non di minore efficacia è la sintesi contenuta nel periodo più vicino, quell’anno 2002, il quale entra e si mescola all’altro. Avvertiamo, ossia, che, più la storia va avanti, sgranando la catena degli anni Ottanta, più il 2002 si fa tutt’uno con la storia di quel periodo, e che, dunque, noi ci dobbiamo attendere, non quella risposta che crediamo contenuta nella sintesi, bensì un’altra.

Pallavicini ha costruito in questo romanzo un’architettura innovativa, certamente non casuale, ma pensata e fermamente voluta. Di fronte ad un linguaggio che concede poche eccezioni alla sintassi tradizionale, la forza preponderante di questo autore, il magnetismo della sua opera, si sono trasferiti nella singolare costruzione di questa imponente impalcatura. Essa si comunica al lettore con quella trasparenza (che non significa semplicità) che vediamo, ad esempio, nelle piramidi vetrate del Louvre o nel parallelepipedo a cinque piani del Centro Pompidou, a Parigi. Resta sempre, ossia, la domanda di che cosa si nasconda dietro ciò che così esemplarmente riusciamo a vedere. Accade che Roberta, allorché Vittorio le propone di unire al triangolo con René, anche l’altro nero bellissimo, Julian, gli sferri un pugno sulla testa dicendo: “Anche con Julian adesso?” Si mette a piangere e, ad un certo punto, sbotta tra le lacrime: “Ma cosa sei diventato? Non so più chi sei diventato, cazzo. Non so più chi sei!”

Dunque, gli anni Ottanta confluiscono nel 2002 e viceversa, e l’insieme che ne risulta, anziché chiudersi, genera un movimento in avanti destinato a rivelare il vero contenuto di quella trasparenza. Vediamo.

La reazione di Roberta la rivela una pedina consapevole nell’esistenza tormentata di Vittorio, il cui percorso, che conosciamo anche intimamente grazie alla lettura che abbiamo fatta degli anni Ottanta, lo ha portato a realizzare una specie di apparente rivincita sui patimenti inflittigli da Stefania; ha d’un tratto cancellato quell’amore universale, che gli era apparso come una piccola luminosità nel buio della sua vita, e si è fatto prendere e dominare da un egoismo che tenta di scaricare sulla bella Roberta: “Roberta mi ha urlato che, all’inizio degli anni ’90, prima a Pisa e poi a Voghera, io agli africani facevo lezioni di italiano invece di portarli a letto con lei.” La quale ora accenna ad una ribellione.

Quando, quindici anni prima, si erano incontrati a Milano, si erano dati il primo bacio in occasione di un comizio di Achille Occhetto che spiegava, ai cinquantamila che lo ascoltavano, come sarebbe avvenuto il traghettamento dal Pci al Pds. Insieme, entrambi contenti della loro relazione, si erano recati in ospedale a fare l’esame sulla sieropositività ed era andato tutto bene e lui si era sentito felice con quella “ragazza meravigliosa che mi aveva baciato per la prima volta un mese prima e stava con me e non aveva reconditi fidanzati africani ed era entusiasta di quel che ero e di cosa facevo e di come adesso mi vestivo e della musica che con lei avevo iniziato ad ascoltare.” Come nei romanzi dell’ultima generazione, sia italiani che stranieri, la musica occupa qui una gran parte, e svolge una funzione catartica, quasi mistica. Pallavicini vi indugia spesso.

Con la conoscenza e la frequentazione di Roberta, gli anni Ottanta (siamo arrivati al 1988) sono terminati, ed ora l’autore fa suo il risultato del 2002, consolidandolo con taluni avvenimenti modificativi della vita di Vittorio, per compiere, a partire da lì, un passo più avanti, proiettandoci addirittura al di là dell’attualità, in un futuro 2009. È la terza ed ultima parte del romanzo. L’atmosfera di attesa che è stata creata è febbrile. Se non ci è piaciuto il Nuvolani che è scaturito dalla complessa formazione che dagli anni Ottanta arriva al 2002, e ci è sembrato troppo cinico e anche, però, troppo debole, e la sua vita ci è parsa proiettata all’esterno da una morale del tutto individuale e minoritaria; oppure se, al contrario, il personaggio ci è piaciuto e ci ha coinvolto per simpatia, spingendoci ad un desiderio di emulazione, i sette anni che si parano innanzi a noi si presentano apertissimi a qualunque risultato. Noi intuiamo, però, che qualcosa deve accadere e apporterà un mutamento. Quale?

Non vi diremo molto, per non diminuire il piacere della lettura. Si sappia che in quest’ultima parte, dal momento in cui si apre il nuovo capitolo datato 2009, l’autore ha scelto di riferire sempre, sotto quella data, la vicenda di Vittorio Nuvolani in terza persona, anziché nella prima persona singolare, come era stato fino a qui. Ma c’è un risultato sorprendente, che deriva dal ritmo e dal calore della scrittura: un tale distacco non viene percepito se non superficialmente e al lettore pare di avere ancora davanti il Vittorio conosciuto, mai andato in vacanza, mai perso di vista. La terza persona ha la funzione di staccare con il vissuto e di distinguere ciò che è stato da ciò che sarà o potrà essere. Infatti, la storia futura acquista, a questo punto, anche il significato di un’ipotesi. Nel 2009, Vittorio è un uomo di successo, tiene conferenze in Europa, in Alaska e perfino negli avanzatissimi Usa. A lui si deve la scoperta dei chip molecolari che hanno sostituito i chip di silicio, dando vita ad una nuova e rivoluzionaria generazione di computer, gli Chemputer (gli ChemP). Ma questa sembra acqua passata (e, vedrete non lo sarà, riservandogli, invece, una delle sorprese più belle della sua vita). Lui ora si sta interessando a certi esperimenti che dovrebbero riuscire a bloccare la evoluzione del virus Hiv in Aids, ossia “rendere inoffensivo il virus dell’Aids senza essere un vaccino.”

Vi ricordate la paura che lo aveva sconvolto allorché si era incontrato con Riccardo? Dunque, egli sta realizzando cose grandi nei due campi che lo hanno da sempre interessato. Un uomo realizzato, dunque? Felice? E la sua vita sessuale? Il triangolo amoroso, l’omosessualità, restano ancora importanti nella sua vita? Incontreremo Chiara (Chiaretta), “la bellissima, flessuosa bambina color caffè”, che ci riporta di nuovo al racconto Basquiat 2001, cui si è accennato in principio, in un percorso che, come è successo nell’opera di Giuseppe Dessì – per rimanere agli autori di casa nostra – non si esaurirà tanto presto. Conosceremo, intanto, la sua solitudine, la “sconfinata disperazione”, lo smarrimento, il rammarico e il dolore lasciati in lui dall’impietoso trascorrere del tempo.

“Il Mostro di Vigevano”

peQuod, pagg. 192, Euro 10,30

Il gioco del protagonista, Marco, è scoperto sin dal principio: “soddisfatto dell’imbarazzo creato”, “devo averla davvero irritata”. Che poi la ricerca di queste sensazioni, in quel momento, agisca nei confronti della fidanzata Marcella, ha poca importanza. Il suo carattere è già qui, in un misto di mostruosità psicologica e sessomania. La scrittura, attenta ai particolari, scorrevolissima e limpida, ben trasferisce al lettore quell’atmosfera di nervosismo, dichiarato spesso dai personaggi, che si ha tra persone che devono ancora capire bene l’uno dell’altro, e non solo, ma anche della loro stessa vita. Più che una ricerca stordita del sesso a tutti i costi e a trecentosessanta gradi (gli extracomunitari, maschi e femmine, assumono il ruolo a senso unico di instancabili fornitori di pratiche sessuali), Marco vive l’inquietudine, l’irritazione, se non addirittura la rabbia, che si generano da rapporti sociali vuoti ed egoistici, in cui ciascuno tenta di scaricare sull’altro la propria insicurezza nella vana speranza di sortirne un risultato rassicurante. La fuga facile nella sessualità estrema e provocatoria sembra il rifugio più a portata di mano quando il contatto con gli altri fallisce o è difficoltoso. Colpa di chi? Dei singoli? Della società? Rifugiarsi nella sessomania è una scelta indotta, subdolamente guidata verso la fuga e lo stordimento, come avviene al protagonista e ai suoi amici, che periodicamente non trovano di meglio da fare che riunirsi in video-session, dove proiettare le novità più scioccanti che sono riusciti a reperire sul mercato della licenziosità. Sembra assurdo credere che si possa focalizzare in ciò il proprio interesse per la vita. Ne deriva uno smarrimento, pur celato sotto la crosta della ipocrisia, che sconcerta e dà giustappunto il senso di quella mostruosità richiamata nel titolo. Quando Marco Calibani, che fa il ricercatore universitario, entra in un sex shop, che trova affollato, lo sguardo che muove intorno a sé e le sue sottolineature condite di una certa malizia (” l’ambiente è molto affollato”, “timore di essere riconosciuti”, “la zona animal – la più affollata”) rivelano le tracce di un autore mai assente che vuol fare indossare alla mostruosità del personaggio l’abito dell’irritazione che ciascuno di noi prova per un perbenismo sgangherato, che se ne va alla deriva in questo modo, trascinando con sé una umanità desolata e perduta. Marcella, la fidanzata e convivente di Marco, studentessa universitaria, vive a sua insaputa una lenta, inevitabile, fatalistica, dolorosa contaminazione (“Io lo amo, quel mostro. Lo amo con tutto il cuore”), che avrà il suo effetto devastante nella parte conclusiva, che “il Malefico”, come lei lo chiama nelle lettere che scrive ad un’amica, Rita, contribuisce ad accelerare e a far precipitare con un atteggiamento scostante e freddo (lui dirà spesso frasi del tipo: “non riesco a capire il motivo del suo malumore”). Inquietudine e insicurezza si trasferiscono facilmente sulla pelle della ragazza, che al solo pensiero di un viaggio che Marco deve fare a Manchester, si smarrisce e ne combina anche lei delle sue. In questa storia la vita normale ci passa a fianco, un po’ vaga e sbiadita, irriconoscibile. Forse c’è e non c’è, come se anche questa spiacevole sensazione di incertezza, di stupore e di smarrimento ancora una volta discendesse da quella mostruosità contagiosa, e magari non proprio estranea, che ad un tratto ci prende e ci sconvolge, trascinandoci via da noi stessi, o forse, ancora meglio, svelando quel nostro io nascosto che teniamo a bada per tutta la vita, ma che qualche volta riesce a prendere il sopravvento, a manifestarsi e a coprire col suo manto nero tutto ciò che fino ad allora aveva costituito la nostra normalità. Una normalità sempre minacciata, comunque: “È la tecnica che ho sempre utilizzato. Raccontare una verità approssimata, generare confusione” e talmente fragile che potrebbe non essere così difficile renderla reversibile con la mostruosità. Noi cerchiamo di tranquillizzarci pensando che Marco e Marcella siano una coppia speciale che Pallavicini ci ha messo davanti per una perversa provocazione, per prendersi gioco di noi, insomma, “soddisfatto dell’imbarazzo creato”, ma il romanzo è l’esplosione misteriosa e inconsapevole di uno di questi momenti e l’abilità audace e avvincente dell’autore, che realizza una storia dalla struttura e dallo stile perfetti, sta nel saperlo rappresentare attraverso le cose minime, banali e superflue, che ci stanno intorno.

“Anime al neon”

Feltrinelli, pagg. 248. Euro 13,50.

Mi piace il modo di scrivere di questo autore che non conoscevo, e questa raccolta di sette racconti è stata per me una lettura assai gradevole, in cui alla scorrevolezza di una scrittura fatta in punta di dita si mescolano il disagio e il dramma, che accompagnano molte delle avventure umane.

Si comincia con Basquiat 2001, che è un racconto costituito da sole lettere, scritte da un omosessuale, sposato e senza figli, Vittorio Nuvolani, quarant’anni, ad un giovane pittore negro, Ruby Mboga, verso cui prova un affetto speciale, non legato al sesso. Lo sente come un figlio e gli confida nelle lettere cose intime, tra le quali: che spesso a casa sua si tengono incontri a tre, e sua moglie fa sesso con un negro di nome René. Questa rivelazione, forse, ed alcuni malintesi rispetto al desiderio di Vittorio di aiutare il pittore ad affermarsi, sono talmente forti per Ruby – così immagina il protagonista – che il giovane nero mai gli risponde. Senza che se lo aspettasse, ormai convinto di non avere figli, ecco che la sua Robertina un giorno gli dice che è incinta. Sembra che si realizzi il suo sogno, ma Robertina ha un dubbio atroce. Dai conti fatti, quel nascituro, dovrebbe essere stato concepito proprio in occasione di uno di quegli incontri con il nero René. E se fosse così, e se il bimbo nascesse nero?

È a questo punto che emerge il significato di questa storia veramente dolorosa, e sempre attuale, almeno qui da noi. Al lettore la scoperta di ciò che accadrà.

Angelo è il nome di un giovane amato dal protagonista negli anni della giovinezza, quando entrambi vivevano ad Ancona. Si tratta di un amore tenero, che ha dell’attrazione ma non si consuma; avrebbe potuto, forse, ma il protagonista si trasferisce a Milano, poiché il padre, bancario, è stato trasferito lassù. Vi è una delicatezza in questa storia che mi ha ricordato il bel libro di Tondelli Camere separate. I due si telefonano, si vedono in tutti quegli anni di distacco solo un paio di pomeriggi, a Bologna, a metà strada tra Milano e Ancona. È nel corso di una di queste telefonate che apprende una notizia sconvolgente, che lo porterà ogni anno, un 23 novembre di ogni anno, a tornare ad Ancona. È ancora una volta la storia di una sconfitta, di un dolore e di una disperazione troppo grandi da sopportare.

Enigmistica è la passione della mamma del protagonista, rimasta vedova e trasferitasi a Rapallo. Ogni due mesi circa dà un pranzo per i suoi due figli: Sergio, sposato con Piera e padre di tre bambini, che il protagonista non può sopportare a causa della loro vivacità, e, appunto, il protagonista, che si chiama Sandro ed è divorziato senza figli.

Quella domenica piove, parte prestissimo per fare una sorpresa alla mamma. Si ferma ad un autogrill e compra un regalo per lei ed anche la Settimana enigmistica. Giunge sotto il portone del condominio, suona, la mamma non risponde, suona ancora, niente; tiene premuto il campanello con insistenza e finalmente il portone si apre, e quando giunge al pianerottolo, la mamma ha socchiuso la porta e lo vede arrivare. Si accorge subito, il protagonista, che è strana, non gli sembra più la stessa: è invecchiata, ma c’è qualche altra cosa che non va. L’autore crea un’atmosfera di suspence. E sarà un regalo che Sandro le ha portato a sciogliere ogni dubbio.

Come nei precedenti racconti, l’autore ci dà la sensazione di farci capire, durante il tragitto della storia, anche i suoi sviluppi successivi, e tuttavia la curiosità, l’interesse, le emozioni restano intatti. Una qualità, ritengo, propria di questo tipo di scrittura, sempre limpida.

Leviatano d’estate è la storia di un viaggio che il protagonista fa in auto verso Ancona col nipotino Lorenzo. Già non lo può sopportare di norma, ma ora che se ne sta sbracato sul sedile posteriore a leggere i suoi fumetti senza degnarlo nemmeno di uno sguardo o di rispondere a qualche sua domanda per intavolare una chiacchierata qualsiasi, si rende conto che quel ragazzino rappresenta qualcosa di diverso e di irritante rispetto ai suoi tempi, quando ragazzino era pure lui. Non riuscivo a capacitarmi di quanto maleducato e gradasso fosse diventato mio nipote. Una telefonata della madre del protagonista, che si chiama Walter, lo avverte che i genitori di Lorenzo, che dovevano fare insieme una vacanza, si sono litigati. Lei, Silvia, è partita da sola per la gita sul mar Rosso, mentre Alessandro, il fratello di Walter, è rimasto a Milano. Si separeranno. Ecco perché Lorenzo è così, pensa Walter: doveva averli visti, quei due, arrendersi giorno per giorno, e cedere, e smettere, davanti a lui, ogni finta. E, persino ai suoi occhi, finire di volersi bene. Nasce un nuovo rapporto tra zio e nipote, dopo quella terribile telefonata, un rapporto così tenero e doloroso, narrato con una delicatezza tale da farci invidiare di non averle scritte noi quelle pagine. Ritengo questo racconto tra i migliori, insieme all’ultimo, della raccolta, non tanto per l’originalità della storia, narrata chissà quante altre volte, ma per il modo in cui emergono quei sentimenti che uniranno per sempre, ormai, i protagonisti.

Profondo nero si apre raccontando che un’anziana suora, Anna, zia del protagonista, è stata trasferita nel convento di Bellinzago, un posto dalle parti di Novara.

Quel nome, Bellinzago, mi ha fatto ricordare i miei anni di gioventù, quando, tenente di complemento della Divisione Centauro, fui mandato di turno nel periodo di Natale e Capodanno a comandare una squadra di carristi, impegnati nel presidio di un deposito militare. Fu un periodo meraviglioso, sia per la magia di quelle giornate che avevano il sapore del Natale (era il 1965), sia per la neve caduta di fresco, sia per quelle passeggiate di notte, sul camminamento illuminato da rade luci, durante il quale incontravo le sentinelle e ci scambiavamo la parola d’ordine. Poi arrivavo in cima, dove sostava una parte della squadra, per fare loro gli auguri di Natale. Ho ancora davanti a me, ormai indelebili, quelle immagini di letizia.

Torniamo al racconto. Suor Anna invita al convento il protagonista, che qui si chiama Emilio, il quale da poco è stato lasciato dal suo fidanzato, Rachid, un tunisino, che torna nella sua terra d’origine, dopo essere riuscito a costruirvi una casa. Un rapporto omosessuale, come nei primi due racconti. Delicato anche questo, come Angelo. Quando arriva al convento si accorge che non c’è nessuno all’infuori di loro due. La tavola larga e lunga è apparecchiata per due. Emilio protesta, perché dalla zia gli era stato detto che avrebbe pranzato insieme con le altre suore e i ragazzi dell’asilo. Li ha mandati fuori, invece, in gita. Capisce che vuole restare sola con lui. È irritato da come si stanno mettendo le cose, e infatti a poco a poco scopre che suor Anna sa del suo rapporto con Rachid. Ma la sorpresa sarà scoprire che la zia soffre per lui. L’invito che gli rivolge di trascorrere con lei il Capodanno e quell’accenno che c’è un’atmosfera magica, in paese, in quei giorni mi ha ricordato proprio quella mia esperienza lontana in quel luogo, e mi rivedo sulla jeep che entro in paese per fare gli acquisti e tornare poi a festeggiare con i miei soldati. Sono contento che Emilio abbia accettato quell’invito fatto col cuore.

Questa raccolta mi piace. La sensibilità di questo autore è così dolce, tenera, delicata, da suscitare continue emozioni. Anche se il mondo che ci svela ci può essere lontano, vicino a noi, con noi, ci sono i sentimenti, che non distinguono e dànno dolore e gioia, come sempre.

Con Il discorso di Johnson ci si avvicina al termine della raccolta. Il titolo prende spunto da un pupazzetto peruviano che è conosciuto con quel nome. Al protagonista lo ha regalato Riccardo, il figlio di un nanerottolo, Antonio, che lavora con Roberta, la moglie del protagonista. I due sono in ufficio, da soli, e il protagonista è giù, seduto al tavolino di un bar, e aspetta. Quei due sono in ritardo. Roberta gli aveva raccontato che un giorno quel nanerottolo alto più o meno un metro e sessanta, aveva tentato di baciarla, senza riuscirvi. Lei si era disperata, ma era stato proprio il marito a rassicurarla che il comportamento da lei tenuto in quella prima occasione, avrebbe scoraggiato Antonio dal riprovarci. Tuttavia, ora erano in ritardo e cominciava a temere, anche perché dalla finestra dell’ufficio non trapelava nessuna luce. La scorrevolezza con cui nel racconto realizza alcuni passaggi che ripercorrono episodi del passato, convincono della padronanza della scrittura di questo giovane autore, di cui sono curioso, ormai, di leggere il successivo Madre nostra che sarai nei cieli, già in distribuzione.

Si apprende che in realtà, quella volta, Roberta si era lasciata toccare dal nano; si era lasciata scoprire i seni, e solo dopo aveva reagito, ma senza troppa convinzione. I tentativi si erano ripetuti anche nei giorni successivi. Si fa viva con lui (che è ancora seduto al bar) la moglie di Antonio al cellulare. Gli domanda se Riccardo, il figlio, sta lì con lui (è arrivato da una mezz’oretta e si sono messi a giocare col pupazzetto Johnson) e dove sia il marito. In ufficio, dice lui. Ma in ufficio non risponde nessuno, replica lei stizzita e chiude: Mi piacerebbe sapere cosa stanno combinando insieme, tua moglie e mio marito. La conversazione è interrotta perché il protagonista chiude di corsa il cellulare e si precipita al portoncino e suona. Insiste, non risponde nessuno. Infine la finestra si apre, appare il nano; gli grida di stare calmo. Poco dopo è Roberta a telefonargli, e gli dice che fra cinque minuti lo farà salire. Che non faccia scenate, però. Glielo promette, ma subito dopo prende il pupazzetto e non può fare a meno di esprimere, attraverso di lui, il suo disagio al piccolo Riccardo.

Ormai si è potuto verificare che questi racconti sono storie di rapporti tra persone, e il centro diventa sempre una coppia: due omosessuali, una madre e un figlio, uno zio e un nipote, Suor Anna e Emilio, un marito ed una moglie. Il registro è sempre di tenerezza, anche se è accompagnata da una malinconia, che però non si trasforma mai in un dolore gridato, come se tutto ciò che accade fosse il frutto di un destino ineluttabile.

Anime al neon ci incuriosisce perché dà il titolo alla raccolta, e da questo racconto ci si aspetta qualcosa di magico. Sarà così.

Intanto, a significare la chiusura di un ciclo, la storia viene narrata, come il primo racconto della serie, attraverso delle lettere di un giovane scrittore, Giannino, e infatti Vittorio Nuvolani, il protagonista di quel primo racconto, è qui ricordato.

Da Bellinzago a Massarosa, mi dico, quando leggo questa località dove il protagonista è andato a promuovere il suo libro e lì ne ha vendute sette copie. Massarosa è sulla vecchia strada tra Lucca e Viareggio. Vi sono conservati ruderi di una stazione termale di epoca romana. Nobile cittadina, quindi, come molti altri paeselli della mia terra. Sono contento che sia stata ricordata.

Anime al neon dovrebbe essere il titolo di un’idea rievocativa degli anni Ottanta: Gli Anni Ottanta Illuminati Dalla Prima (e unica???) Euroband italiana. I Litfiba, per la madonna.

L’interlocutore è un sardo, Armando (Armandone), vecchio rivoluzionario a vapore, che dovrà realizzare con lui questo progetto. E quelle certe notti (illuminate dal neon dell’anima di Piero e compagni…) non le ha mai raccontate nessuno meglio di te, gli scrive Giannino, per confidargli che solo lui può essere il suo collaboratore ideale. È un’occasione per rievocare ricordi, ma anche per mettere in luce, dopo gli altri rapporti, questo nuovo sull’amicizia.

Pure in questo racconto due sono i protagonisti che alla fine conquistano il centro. Eccola qui una frase importante (è Giannino che ricorda uno scritto di Armando): in quella pagina hai raccontato qualcosa di te, di me. Di noi. Voglio chiederti, ora: si deve restare ragazzi per pensarla a quel modo? No, lo dico meglio: è lecito da adulti, continuare?

Quando giunge a presentare il libro nella sua città di Pavia, ci sono solo dieci spettatori, tra i quali i suoi genitori. Sono sotto un tendone e fuori piove a dirotto. La presentazione è affidata ad un collega di università (infatti Giannino è un professore universitario), e questa occasione viene colta per ironizzare su questo tipo di cerimonie. Ma accade qualcosa di più importante, una ribellione che va oltre il valore della sua scrittura. Si tratta di una ferita che si apre dentro di lui. Lo ha saputo da poco, ma i Litfiba, quel complesso leggendario, costituito da amici che hanno reso mitica la sua giovinezza, si stanno separando.

Allora, come un rovello che non lo lascia più, s’interrompe, non può continuare; manda tutti a casa e fugge, una specie di grido che contiene la sua protesta contro l’insulsa cerimonia che si sta svolgendo, mentre, a pochi passi da lui, si sta consumando questa separazione. Non è possibile, non è accettabile. Si tratta di un complesso che fa parte della sua vita: una garanzia. Un’autorizzazione. Un certificato che la frenesia di quegli anni noi ce la si possa portare dietro anche ora.

L’ultima lettera, che rivela che tra i due c’è stato lo scambio di corrispondenza, richiama il protagonista alla realtà. Al suo amico Armando sta succedendo una cosa molto grave, e Giannino si rende conto di averlo importunato con le sue cose da niente e costretto, in quel modo, a confidargli il proprio dolore.

I rapporti instabili tra marito e moglie, l’assenza di figli nel caso del protagonista, il padre del protagonista definito costantemente come un vecchio pazzo, o giù di lì, sono fili tesi ad unire tra di loro questi sette racconti, tutti belli, perché trapassati da quel sentimento delicato che arriva sempre, senza mai fallire, sino a noi.

Ho avuto per qualche ora un bel libro tra le mani. Non leggerò altro per il momento.

Perché aspetterò che domani mattina il postino mi porti Nostra signora che sarai nei cieli. Voglio avvolgermi ancora nella tenerezza di questo nuovo, sorprendente narratore. Chapeau.

Piersandro Pallavicini: “Madre nostra che sarai nei cieli”. Il protagonista di nome Mario Provera, architetto e affermato critico d’arte, deve intervistare una pittrice, Relata Rèfero, che è anche una bella femmina sui trentacinque. Va al vernissage e assiste ad una esibizione della stessa pittrice: dentro una sfera trasparente sostenuta da guide idrauliche, Relata Rèfero, nuda, immersa fino alle labbra in un cristallino liquido blu, si muoveva con brevi gesti che avresti detto svaniti e gentili. Il seguito di questa esibizione è così nauseante che il protagonista se ne scappa via. Si intuisce un Pallavicini diverso rispetto ad Anime al neon. Il linguaggio si carica di parole pesanti entrate nell’uso comune, al modo che si è già visto in Ammaniti, e quella sensibilità raffinata presente nell’altro libro, qui si trasforma in una carica violenta, disperata, isterica, come riconoscerà più volte lo stesso protagonista. È bene tutto ciò? È male? Non sono d’accordo su questo tipo di linguaggio. Ai tempi di Hardy, di Lawrence, Zola, Flaubert, Balzac, Cervantes, ma l’elenco potrebbe allungarsi di parecchio, si sa bene che tra la gente si adoperavano parole pesanti, magari mentre ci si trovava seduti in una bettola, o al lavoro in fabbrica, o nell’intimità della propria famiglia, fosse essa composta di nobili o di popolani, o nei momenti d’ira: pubblici o privati che fossero. La bestemmia, il linguaggio lubrico, la parola volgare (lo suggerisce lo stesso etimo) ci sono sempre stati. E allora, viene spontaneo domandarsi perché i grandi scrittori di quel tempo li hanno evitati. Rappresentavano forse una realtà fasulla, comportandosi a quel modo? Nient’affatto. Semplicemente cercavano di mostrare quanto una stessa situazione potesse rappresentarsi con l’uso di parole nobili. Perché non è più possibile fare così?

Ma torniamo al libro. Il protagonista narra due storie: quella della sua infanzia e quella presente di adulto. Ciò che le unisce è la conoscenza e lo sviluppo della diversità nel protagonista: attonita, misteriosa da bambino; da adulto un muro, una barriera, una discriminazione psicologica dagli altri: dolorosa e sofferta, consapevole.

L’intreccio è di alternanza tra i due momenti, e sempre il primo, quello dell’infanzia, illumina l’altro, più oscuro, più tormentato, addirittura disperato, senza più lo slancio di un tempo verso la vita.

Ci troviamo, dunque, di fronte ad un’infanzia in cui la lenta scoperta della diversità non mina per niente la serenità del piccolo Mario, al massimo gli procura un lieve turbamento: Perché provo qualcosa che forse è rimorso. E forse qualcos’altro ancora. E poco più avanti: ma lo so: che le coliche, le iniezioni, i prelievi e le visite dal professore sono la punizione che merito per tutto quel che di male ho fatto con Mauro e da solo. Con Mauro, un amico, poi trasferitosi altrove, si scoprivano il pancino e si accarezzavano.

Casomai sono gli altri: si veda la madre (Ed è solo vergogna che sento adesso, con mia madre che mi porta via e i miei vestiti li lascia indietro, nel mucchio di quelli degli altri) a scandire i tempi di una separazione che poteva anche non arrivare mai.

L’autore usa la tecnica di avvicinare ogni momento della storia che riguarda il protagonista da adulto, a quello affine che visse nell’infanzia. Ciò rende evidenti i contrasti, e percepibili le mutazioni. Un esempio è il rapporto con la madre: di incomunicabilità assoluta da bambino, ed invece di una compassione, meglio: di una pietas che lo coinvolge da adulto, nonostante l’apparente freddezza che continua nella madre, nel cui intimo, lo si avverte, sta sciogliendosi quel rancore accumulato e inacidito in tutti quegli anni a causa della diversità del figlio.

Quando Mario bambino viene portato al Niguarda, l’intolleranza e la cattiveria della madre rasentano l’odio verso il figlio, di cui la donna, più sensibile dell’uomo, avverte l’incipiente diversità. È una rabbia di cui lo stesso professore che visita Mario (che ha un calcolo al rene) si vergogna.

Diverso l’atteggiamento del padre, che pare, con il suo silenzio, intenerirsi, invece, e cercare di aiutare quel figlio destinato ad essere incompreso e a soffrire. Come è già successo per altre circostanze, questo flashback viene in parallelo con il ricovero, sempre al Niguarda, della madre (che è la stessa che ha la passione della Settimana enigmistica, incontrata in Anime al neon) per accertamenti nel reparto di ematologia (si teme la leucemia). Nei suoi confronti, ecco affiorare per la prima volta un sentimento che li avvicina. Durante le operazioni del ricovero, fino al momento che la madre entra nella sua camerina, i rapporti tra i due sono freddissimi. Anzi, Mario s’irrita per un ennesimo regalo di valore che la cognata Silvia, avvalendosi del piccolo Matteo, cui la nonna è affezionata, riesce a sottrarle. Se ne scappa via, colmo di rabbia. Poi: potevi anche soffrire, essere malato, e avere addosso allora tutte le angosce del mondo, ma non per questo smettere di capire chi ti vuol bene davvero. È una riflessione ambivalente che vale per l’uno e per l’altra.

Ricordate quell’intervista che il protagonista doveva fare alla bella RR? Nonostante la delusione di Mario per quell’esibizione bruttissima, non può esimersi. Il gallerista Gino Durbini è persona amica e importante. Dunque al Pietro Micca, ristorante extralusso, s’incontrano e Relata Rèfero che fa? Si presenta ancora dipinta di blu, lasciando esterrefatto Mario.

La madre del protagonista è quella che in questa parte del libro ha maggior evidenza. Sia nei ricordi del suo rapporto con lei da bambino, sia ora da adulto, quando in ospedale gli diranno che è malata di leucemia, emerge un legame di sentimenti aspri, duri, tuttavia vivi ed in movimento, che si fanno reversibili, e specchiano la madre nel figlio e viceversa. Si assiste, in realtà, ad una sottile identificazione che ricorda il celebre Psycho, il film di Alfred Hitchcok in cui questa omologazione raggiunge l’assoluto.

Lo strumento con cui si rivela è il grido di angoscia, desolazione, sconforto che si leva in Mario, quando torna in ufficio e rimane solo. Vi è un crescendo di dolore che può apparire anche eccessivo, ma è il prezzo che il protagonista deve pagare per sentirsi dentro quello che sarà tra poco il dolore della madre, che ancora non sa, e alla quale qualcuno: lui, o il fratello, o forse il padre dovrà rivelare la sconvolgente verità. Questo grido straziante, smarrito, disperato è al centro della storia e si propaga al prima e al dopo, come una coltre di sofferenza che stava annidata da sempre nel protagonista, ed ora in questa trasfigurazione con la madre si rivela.

Nello sfondo comincia a delinearsi la figura del padre, alla quale si intuisce sarà affidato un ruolo determinante. Quella figura, così bonacciona, assente, sta entrando in scena con passi felpati. Intorno a lui da qualche tempo aleggia un’aria di mistero che si percepisce nitidamente e si va sempre di più addensando.

Intanto è giunto in ospedale. È tranquillo, sereno, scherza con Mario, al quale non ha mai rimproverato niente.

Insomma, ci troviamo di fronte ad una storia di incomunicabilità assoluta, non cercata ma al momento impossibile da evitare, che grida vendetta attraverso il parossismo del protagonista.

Non è un caso che egli, educato a pregare dalla mamma, continui a farlo anche diventato adulto. Una incomunicabilità che si rivolge anche agli amici più cari, in effetti, come Giancarlo Giudici, ad esempio. Rispetto a Anime al neon, ci si trova sempre di fronte alla costruzione di rapporti a due: cito quelli più forti: il primo con la madre; il secondo con il padre, il terzo con l’amico Giancarlo; ed anche gli altri debbono essere letti allo stesso modo. Con una differenza importante, però: che in Anime al neon si assisteva al trapasso dei sentimenti e delle emozioni dall’uno all’altro estremo della coppia. In questo romanzo, invece, si erge un muro invalicabile, sordo, che pare più vicino al cuore del protagonista che agli altri (è questa, in effetti, la sua più autentica diversità). Capitolo emblematico di questo muro e di questa disperazione è quello in cui lo splendido rapporto che aveva con il nipote Matteo, undici anni, muta nel momento in cui lo conduce a casa sua e gli mostra la collezione d’arte e in particolare le foto della bella RR, nuda e dipinta. E negli occhi che si alzarono su di me, gli vidi una luce che non saprei ridire. C’è un altro passaggio che diventa significativo di un processo di chiarimento che sta avvenendo dentro il protagonista ed è quello in cui dopo aver scoperto, quando era ancora bambino, i torti della madre (non voglio dire di più) il ricordo di quegli anni che fino a quel momento era condotto in prima persona dal protagonista, passa nelle mani della madre ricoverata al Niguarda: si era messa a darmi tutti gli orrendi dettagli, puntata per puntata, del racconto ridicolo e patetico della mia vita. Questo passaggio che desidero sottolineare conferma quella identificazione tra madre e figlio che si era già avvertita. E ancora più avanti, si legge: perché i suoi ricordi pazzi trovavano riscontro nei miei, ora. Ed anche perché, con questo trasferimento significativo dell’io narrante, sarà l’ultima volta che si parlerà di Mario bambino, se non attraverso la forma del sogno.

Sta maturando, quindi, nei confronti della madre quello scioglimento della incomunicabilità, che avviene nel momento della più alta sofferenza (alzando quella voce dove sentivi una sofferenza che niente aveva di umano), quasi che quest’ultima fosse la chiave miracolosa per risolvere i più difficili rapporti tra gli uomini.

Tutto sembra disgelarsi e i rapporti figlio-padre e figlio-madre diventano dominanti. Tutto quel silenzio, tutto quell’astio nutrito verso di lui dalla madre, tutta quella tenerezza che gli manifesta suo padre, le poche volte che capita a casa, tutto, insomma, comincia a dispiegarsi e ad avere un senso. In questa parte finale, anche la figura di Silvia, la cognata che intuisce, più del fratello, la diversità latente di Mario, e percepisce sempre il pericolo quando suo figlio Matteo, le poche volte, esce con lo zio, che finora aveva avuto modesti tratteggi, si delinea meglio e diventa un personaggio che ha il suo ascendente nella figura di May, la moglie “reginetta” e così antipatica di Rupert ne La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams (dall’opera fu tratto quel superbo film omonimo diretto da Richard Brooks, con Paul Newman e Elisabeth Taylor), come del resto il fratello Claudio ricorda un po’ proprio Rupert.

Quando si giungerà alla fine della storia anche il mistero che avvolge la figura del padre sarà risolto. E la conclusione, se mi si permette questo bisticcio di parole, riporterà alla normalità la diversità del protagonista, che si sentirà finalmente libero.

Qualcuno ha parlato di grottesco in questo libro. C’è, a mio avviso, in parti specifiche, come ad esempio quel pregare ossessivo, al limite del superstizioso, di Mario, accompagnato per contrasto da un linguaggio quotidiano fatto di parole sporche, volgari (una bestemmia tonda tonda a pag.149, ed un’altra espressione poco rispettosa a pag. 182: E la stronza autobiografia di Madre Teresa). Il grottesco più evidente, però, e che percorre tutto il libro è l’esasperata disperazione – quasi una condanna inspiegabile – che avvolge di un nero e triste colore il protagonista. Una disperazione troppo gridata, tuttavia.

La tessitura del romanzo che, fin quasi alla fine, alterna e compara le due diverse età, e le due diverse emozioni, si arricchisce, all’interno di ognuna di queste due storie parallele, di ritorni all’indietro, grazie ai quali taluni episodi successivi riescono a moltiplicare la propria luce.

Un romanzo psicologicamente complesso e riuscito.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart