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Paoloni, Elio

7 novembre 2007

Piramidi

“Piramidi” (2002)

Sironi, pagg. 128, euro 10,80

Prima di questo romanzo, Paoloni ha pubblicato nel 2001 con Manni Editori una raccolta di racconti, intitolata: “Sostanze”.

Il protagonista, senza nome e io narrante, fa parte di una grande catena internazionale di venditori di un prodotto commerciale che consente di tenere sotto controllo il proprio peso (“lo puoi diminuire, mantenere, o aumentare.”), Herbway si chiama, e ha “il gusto della Formula Uno”; è un “frullato spaziale”. Partecipando ad un convegno organizzato a Recanati dall’azienda per cui lavora, che ha la sede centrale a Los Angeles, scopre che “la verità, sia pure sgrammaticata, fa vendere di più.” Ossia, la tecnica che si adopera per offrire il prodotto non è così importante quanto lo è, invece, raccontare come quel prodotto ha agito su di noi. Niente potrà essere più convincente, perfino se il nostro racconto apparisse “incredibile”.

Affrontando i clienti in una società disordinata come quella in cui viviamo, dove il cibo “è un problema” (“I distributori più navigati, per esempio, sanno che tutti mentono, sul cibo.), “si denudano meccanismi che la lettura di interi trattati di psicologia non renderebbe così accessibili.” L’autore ci introduce con una carica di simpatica e divertita affabulazione dentro un percorso tra i nostri simili, che è ammonimento e messa in guardia ad un tempo. Ne smaschera le manie, le futilità, i drammi psicologici legati a schemi modaioli e transeunti, ma anche ci disegna le folli conseguenze che la mancanza di lavoro genera nella società. Un venditore di Herbway è, in realtà, il risultato di una società in stallo, che ha sacrificato le sue energie per confezionare il nulla. Il venditore di Herbway è più un ragno che si apposta al centro della sua ragnatela, piuttosto che un uomo pensante.

Il protagonista ci spiega come il tutto funziona. Per prima cosa occorre sperimentare su di sé il prodotto, in modo da essere convincenti quando lo si vende. Ligio a questa regola aurea, essendo prima “ciccione”, è dimagrito di dodici chili e “andavo a trovare gente che mi aveva visto due mesi prima e lo stendevo col buonumore e il dinamismo.” L’azienda ha organizzato il lavoro in modo che chi è più bravo può insegnare ad altri, che diventano i suoi “distributori”, e formare così una squadra di cui egli è una specie di vertice, di capo, il “President Team”. Questa speciale organizzazione piramidale ha un nome: multilevel marketing. Anche i prodotti vengono esposti nella forma di una piramide, da cui il titolo. Il successo dell’organizzazione ha una sola causa: “Portavamo la salute alla gente.” e soprattutto la certezza che quella “nutrizione cellulare” “uno che ha potuto buttare le medicine e ridere in faccia ai medici, continua a usarla. Magari a vita.” Il guadagno che deriva al vertice della piramide e tanto maggiore quanto più si è ramificata la rete dei suoi distributori: “per mantenere ogni posizione devi lavorare e come. Niente è automatico.” Il protagonista, nel raccontarci il suo lavoro, ci fa il ritratto degli ambienti e delle persone che incontra. Siamo nei luoghi che gravitano intorno a Brindisi, ma ci si sposterà per l’Italia e anche fuori. Paoloni ha una scrittura piacevole, leggera, amalgamata al mestiere che fa il suo protagonista. Che è senza nome, come per assurgere a simbolo di una energia e di una volontà disperate che chiamano a raccolta, in una società impasticciata e complessa, le ultime forze tese a camuffare la propria personale tragedia in speranza per gli altri: “È più bello prospettare reali miglioramenti di salute e tangibili progressi economici che instillare dubbi, titillare paure.”

Entriamo, dunque, nei meccanismi di questo lavoro che, con la scusa di vendere una specie di elisir della felicità, ci para davanti una intricata matassa psicologica, in cui la sola verità che conta è ciò che si riesce a inculcare negli altri attraverso la persuasione. In una società malata, quale è quella in cui manca il lavoro, la verità, perciò, anche se ha un suo valore di partenza, si inquina fino a tessere una specie di ragnatela in cui ci si perde, vittime di una macchinazione gigantesca.

L’autore ci racconta, ossia, una messa in scena che s’intrufola negli ingranaggi della vita e ne diviene un surrogato, un motore precario che distribuisce illusioni finché non si consuma. È il ritratto di una società evanescente, gonfia di pseudo verità e di pseudo valori, pronti a trasformarsi nel vuoto più assoluto non appena la parvenza di verità si scontra con il reale: “Devono esserci sempre meno posti di quanti occorrano. Dev’esserci gente in piedi, non sedie vuote. È questo che fa impressione.” È la società piegatasi anche nei comportamenti individuali alla logica dei supermercati: “Accarezzare. Bisogna accarezzare il prodotto.”

A poco a poco si crea intorno a noi un mondo artificioso nei cui ingranaggi tentacolari siamo entrati inavvertitamente e dal quale non sappiamo più come uscire: “questa non è una catena di Sant’Antonio e quelli che provano il prodotto, di solito, continuano a usarlo e a consigliarlo.” La sua complessità (“questa Compagnia è complessa come una cattedrale gotica”) che ha suscitato in noi l’entusiasmo per una perfezione rassicurante nella quale ci siamo sentiti accolti come dentro un’amorosa famiglia, si trasforma, quando ormai è troppo tardi, in una allucinazione: “In ogni caso quelle clonazioni alla lavagna hanno un effetto ipnotico. Incatenano alla Catena. Perché tutti possono trovare cinque persone. […] Trovate cinque persone serie, insegnategli soltanto che devono trovarne altre cinque e diventerete ricchi.”

Ci sembra di muoverci in un universo orwelliano che ha trovato la sua reincarnazione e la sua replica più moderna nella raffinatezza diabolica di una mente che non ha più nulla dell’umano, e appartiene ad una nuova specie che si è liberata dell’uomo e si autoriproduce perfezionandosi ogni volta sempre di più.

Se facciamo Herbway uguale a illusione e la Compagnia uguale a denaro, ecco che l’autore ci ha messo davanti i meccanismi che muovono il nostro mondo contemporaneo. Gli stessi personaggi che incontriamo non hanno volto, sono soltanto nomi, granelli di polvere.

Il divertimento che ci propina l’autore (si pensi alla figura di John Peterson, il più grande venditore che, per aver perso il bagaglio in aereo, si presenta ad una grossa riunione in jeans e in scarpe da ginnastica prese in prestito) è simile allo sbigottimento che si prova di fronte all’impossibile. È una realtà ipnotica (come l’effetto che ha sul protagonista l’ascolto delle registrazioni delle conferenze), astrusa e frenetica (“È sempre una promozione più importante quella che ci attende”), quella che ci siamo fatti costruire intorno a noi senza accorgercene: “Ha davvero molto da imparare uno come me, convinto che la gente abbia bisogno di chiarezza, ordine, lucidità, per farsi convincere.”

Lo stupore, l’incredulità sono la merce vera prodotta da questa organizzazione: “la mia mascella comincia a combattere la gravità.”

Quando poi vengono portati tutti ad una Convention negli Stati Uniti, a Orlando, si raggiunge il massimo: “ingabbiati in un unico luna park?” Il bottone Herbway (“la patacca”), il distintivo, ossia, attaccato al bavero, che tutti esibiscono immancabilmente, li classifica ormai come appartenenti ad una nuova progenie creata per invadere il mondo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni.” Pensate: è così diabolicamente raffinata questa organizzazione che i più attivi, i più dinamici, quelli su cui potrà contare ed essere certa del risultato, saranno coloro che avranno perso il lavoro, meglio se avranno perso tutto; quelli finiti “col culo per terra.” Insomma, una mente scaltra, un disegno perverso, hanno trovato il modo di approfittare delle condizioni disperate in cui sono immersi gli individui nella società di oggi, per reclutare un raccapricciante esercito di automi capaci di vendere solo illusioni.

Ma per fortuna c’è una via d’uscita – ci fa capire l’autore -, la stessa che seguirà il nostro protagonista: “Non ho più bavero. Ho eliminato anche le due giacche che mi ero comprato. E i miei giacconi sono chiusi in alto. Non posso appenderci niente, al bavero, perché non ce l’ho.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart