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Pardini, Vincenzo

30 Luglio 2010

Banda randagia
Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo
Tra uomini e lupi
Lettera a Dio
Grande secolo d’oro e di dolore
Pardini Vincenzo e la guerra nei suoi libri

“Tra uomini e lupi” (PeQuod, 2005)

Da “La volpe bianca”, del 1981, con cui iniziò la sua avventura letteraria, Vincenzo Pardini non ha fatto mancare ai suoi lettori, lungo il corso di questi lunghi anni, l’appuntamento con i suoi racconti e con i suoi romanzi, una splendida serie in cui si incastona quel gioiello uscito presso Mondadori nel 1983 che porta il titolo de “Il falco d’oro”; e non v’è dubbio che quando si parla di Pardini, la mente va subito a quell’autentico capolavoro, in cui rivelò uno stile particolare, aspro, secco, dotato di una sintassi creativa ed efficace al modo dei migliori narratori toscani, in particolare Mario Tobino e Federigo Tozzi. Una scrittura che è diventata il suo inequivocabile distintivo, capace di ammaliarci e di farci possedere da quel mondo primordiale, in cui vivono i suoi personaggi dai sentimenti scoperti, mai trattenuti, in un confronto continuo con la natura e con gli animali in modo speciale. Gli animali di Pardini sono sempre personaggi di primo piano, messi a fuoco da una conoscenza speciale illuminata dal cuore e dalla ragione. Ne intuisce, spia, assapora, rispetta e ammira gli umori, i gesti, gli sguardi, come fossero uomini. Anzi, essi stanno su di un piano superiore, perché dotati della virtù della loro naturalezza e primordialità. Sembra che con essi l’autore abbia una confidenza altrettanto antica, che ne fa un interprete di grande spessore. Collaboratore assiduo della pagina culturale de La Nazione, suoi scritti sono apparsi e appaiono sulle migliori riviste letterarie.

“Tra uomini e lupi”, dedicato alla moglie Manola e alla figlia Flaminia, edito per i tipi di PeQuod nel 2005, ha avuto un riconoscimento prestigioso: il premio Viareggio Rèpaci – un libro per l’inverno, nello stesso anno della sua uscita. Presidente della giuria Enzo Siciliano che morirà qualche mese più tardi, nel giugno del 2006, alla vigilia dell’assegnazione dello stesso premio nella sua sessione estiva.

Nel primo racconto, intitolato “Due biciclette”, già appare il mondo amato da Pardini: sta ricordando i tempi in cui la bicicletta di suo padre, che custodisce in un soppalco e provvede a tenere pulita e lubrificata, “iniziò a viaggiare in strade di polvere e di fango.” Così continua: “Un mondo dove si poteva camminare dentro un silenzio rotto soltanto da qualche voce e pochi rumori. Tra cui lo scarrucolare di barrocci attaccati a buoi e cavalli.” Il silenzio è ciò che contraddistingue l’inizio della vita da ciò che la vita è diventata oggi. Là, ormai lontana, la purezza e la quiete, qui, i nostri giorni, il rumore, il declino e la consunzione. Solo quando, come per miracolo, si ricompongono il silenzio e la quiete, il mondo si ricongiunge al passato e torna a mostrare, anche se per brevi momenti, la sua autentica natura. La bicicletta, una Touring, ha una lunga storia che la conduce attraverso i tempi bui del fascismo, prima con in sella il padre, che riesce a fuggire ai tedeschi grazie ad essa, poi con in sella l’autore che gira per la città di Lucca del dopoguerra, quando non erano infrequenti i comizi di Giorgio Almirante, che scatenavano subbugli nella grande Piazza San Michele, dove era eretto il palco da cui il segretario del MSI lanciava le sue requisitorie, dopo aver salutato con il braccio teso in avanti il pubblico dei nostalgici, con “quel suo parlare, all’apparenza forbito e perfino musicale”, “costituito da frasi vuote, meccaniche come il rombo d’una macchina vecchia ferma sui ceppi.” Sembra che Pardini, dopo quell’accenno al silenzio che abbiamo sottolineato in principio, voglia metterci subito sotto gli occhi il rumore, quello più fragoroso suscitato dalla guerra e dalle ideologie. Racconta i fatti che sono rumori, esplosioni di violenza e di morte. Un vecchio che aveva partecipato alla Grande guerra gli racconta che “i reali carabinieri di Casa Savoia, non avevano nulla da invidiare – riguardo a ferocia – ai nazisti dell’ultima guerra o a certe formazioni di partigiani rossi. Aggiungeva che gli italiani erano di natura voltagabbana, e bisognava diffidarne. Innato nel sangue, avevano l’istinto del dominio e del tradimento.” Ci viene in mente il periodo delle Signorie e dei Comuni, i quali in Italia hanno rappresentato la massima espressione tanto del dominio quanto dei tradimenti.

La seconda bicicletta, una Bianchi, è quella vendutagli, per “una modica cifra”, dallo stesso vecchio, con la quale aveva fatto dei servizi a Giovanni Pascoli e alla sorella Mariù, che vivevano a Castelvecchio di Garfagnana. L’autore le rispetterà entrambe, anche se un occhio di riguardo andrà a quella ereditata dal padre, sulla quale spesso fa salire in canna la figlia e “Paesaggio, vento e persone vengono incontro eguale a ieri. Nulla mi sembra cambiato. Nemmeno i sogni e le speranze.”

La bicicletta assume quindi il significato di un viaggio nel tempo, in cui si incontrano delusioni e malinconie, che tuttavia non riescono a prevalere sulla forza del sogno e della speranza.

È proprio passeggiando in bicicletta che, nel racconto “Diego”, il protagonista Aprilio Gomez vede per la prima volta un cane che gli piace, di una razza che lo affascina. Ne compra un cucciolo a cui mette il nome Diego. È un Corso: una razza forte e aggressiva: “i Corsi sembravano figli della tempesta. Tutti quelli che aveva veduto ne possedevano i colori. Grigi, neri, o marroni striati di scuro. Sfumature di temporali, smottamenti e fiumane.” Pardini è entrato nel suo mondo, quello che vede gli animali a confronto con l’uomo e con la natura. L’ispirazione e il sentimento si fanno un tutt’uno con il narratore, si cementano in unico blocco in cui ciò che si legge sembra provenire non più da un essere umano, bensì dalla storia e dal mito. Scrive a proposito di Diego: “Il sangue che gli scorreva nelle vene era quello dei molossi delle masserie, avversari di lupi, orsi e delinquenti.” La sua casa e il suo giardino non sono adatti a ospitare un cane di quella tempra. Cerca di disfarsene, ma nessuno lo vuole. È troppo selvaggio. Quando gli accadrà di darlo via, desidererà di rivederlo almeno una volta, ma del cane si sono perse le tracce: “Si domanda quanti anni possa ancora vivere. I molossi non sono longevi. Gli piacerebbe rivederlo almeno una volta. Un pensiero che lo intenerisce e lo commuove; un pensiero che sente gli resterà sempre dentro.” Il mondo di Pardini si sta dispiegando sotto i nostri occhi, al punto che in esso ci sentiamo immersi grazie ad una prosa fascinosa che nutre le parole come cose vive, anzi, meglio ancora, risucchia e riversa in ogni parola la sostanza vitale dell’oggetto osservato e narrato.

Sassie è “il carrettiere dei monti”: “Prima dell’alba, Sassie, usciva; nel silenzio, lo sbattimento d’un catenaccio, lo schiavacciare della toppa, l’aprirsi d’un uscio; nell’ombra, la sua sagoma s’era mossa per l’aia. Il cane bianco e nero, sbucato dall’oscurità, gli veniva incontro. La montagna, le selve, a seconda del vento, della stagione, sussurravano voci, lamenti; grida mutabili, incomprensibili. Ma il chiù degli assioli singultava vicino, palpabile quasi. In una mano, lui, reggeva il lume; nell’altra, un’enorme chiave.” Oppure: “Fuori, il freddo, faceva lacrimare; viottoli e tratturi della spoglia campagna parevano cicatrici.” Ci sono sempre mito e mistero racchiusi nella vita e nella natura, allo stesso modo che sono racchiusi nella parola. Questa capacità di Pardini di appropriarsi della realtà nei suoi aspetti materiali e mitici ad un tempo attraverso una aderenza piena della parola, fa di lui un narratore singolare e forse anche inimitabile. Leggete questa descrizione assai esplicativa: “Il lume della lanterna, al vento, sobbalzava, sfrigolava, boccheggiava; carro, cavallo e uomo, sui muri, nella terra, apparivano, sparivano.” Perfino i nomi e i soprannomi dei personaggi, scelti con una cura meticolosa, esprimono già in sé una propria storia non scritta, ma antica e mitica: Aprilio, Sassie, Pettao, Attaglino, il Bondora, Menelippo, Mastrodome, Barzoffione, Casimirro, Caccaruga, Maizia, Fante, Basilio e le donne: Almira, Genesia, Cuccagna, Babbilussa, Tananea. È il mondo del passato che ammalia Pardini: solo lì vi si può trovare la spontaneità del vivere. Il terzo racconto offre, forse, tutti gli aspetti che caratterizzano la poetica dell’autore: “Trascorsero e passarono, nella loro inevitabile, indifferente e fulminea rapidità, degli anni. Molto era mutato: le strade del piano asfaltate; gente nuova, prepotente e sconosciuta che non sapeva nemmeno cosa fosse il saluto, la bevuta d’un bicchiere in compagnia circolava, come terra e cielo fossero stati suoi. Sassie s’avvide che i barcaioli coi quali si ubriacava nelle osterie; gli spazzacamini con cui giocava a carte e lo ragguagliavano sui fatti lontani; i carbonai suoi amici; i mugnai, clienti e ospiti, erano spariti; oppure, alcuni, avevano cambiato mestiere e incontrandoli, non lo guardavano più: andavano di fretta in camion e altri mezzi.”

Meglio la natura con le sue leggi primordiali. Leggete questo passo in cui esse appaiono come scritte nel dna. Siamo sui monti dell’Appennino tosco-emiliano. Sono tornati i lupi. Anche se Almira, la pastora del quarto racconto, non li vede, li teme e si tiene pronta a chiamare il marito Ovidio; così pure i suoi cani, “i toccatori”, tre “Pastori belga neri e dal pelo lungo”: “Almira temeva i lupi. Se i cani li avvertivano e le andavano appresso a orecchie basse, si metteva a sbraitare e lo chiamava.”

I lupi attaccano il gregge e lasciano le pecore a terra soffocate, poi tornano a prendersele solo quando tutto si è quietato: “L’estate precedente gli uccisero diversi capi. Immobili a terra parevano dormire, la gola forata come da una pallottola: i denti delle fiere, li avevano soffocati. Dileguatisi, tornavano non appena si fosse ristabilita la calma, trascinando via le prede.” Quando attaccano, ecco come si muovono: “Tra sterpi e cespugli ne scorse che avanzavano strisciando con i ventri al suolo.” Attento osservatore, Pardini ha impresse nella mente le immagini come fossero vive, e le trasforma per noi attraverso la scrittura allo stesso modo che un proiettore ci riversa le sequenze di una pellicola. L’attenzione per l’animale (in questo quarto racconto è una lupa cui la figlia del pastore, Genesia, ha sottratto un cucciolo) è tale e onnipresente, che anche quando Pardini ci narra di un delitto d’amore avvenuto vicino alla casa, non trascura di annotare la sua silenziosa presenza: “La lupa, accucciata nei pressi di una finestra, s’allontanò nel buio.” E quando accade la tragedia finale è ancora l’animale, il cucciolo questa volta, ad attraversare la scena: “una finestra a piano terra s’era spalancata. Il cucciolo balzò fuori, allontanandosi. Dal bosco si levò un ululato col finale di un sogghigno.”

Quand’era ancora ragazzo, vede una calza da donna nera “distesa nell’erba”; lo racconta alla nonna, che gli risponde: “È la calza che pinge sempre più oltre quella. Ma il peggio è quando appare a chi tel viene poi a palesare.” La natura, dunque, è intrisa di mistero e di superstizione, sempre. Pardini non manca di annotarlo e dedica il racconto “La calza nera” a disegnare le oscurità che si nascondono nell’animo umano come riflesso della paura e del mistero che ci circondano: “Venne un inverno gelido. Il vento, alla testa di una ridda di spettri, assaliva la foresta e le contrade. Gli alberi si piegavano, le case tremavano e cigolavano.”

Ogni tanto Pardini, con un racconto specifico, mette a fuoco uno dei suoi protagonisti, sia esso un uomo o un animale. Aveva già fatto cenno ai cani toccatori, i cani, ossia, che guidano e sorvegliano il gregge. Ora ci parla di uno di essi, Rudy, nel racconto “Il toccatore”. La prima cosa che ci viene in mente, allorché leggiamo queste parole che un pastore anziano dice a Attalino, al quale vende il cane a caro prezzo: “Ti assicuro che di eguali non ne hai mai avuti. Ha un anno e suo padre è un lupo, l’ho visto io stesso coprire la cagna.”, è il cane che Jack London ha immortalato nel suo “Zanna bianca”, del 1906. Infatti, di seguito ne farà cenno lo stesso Attalino. Le atmosfere create intorno alla casa del pastore rievocano tempi lontani allorquando intorno all’uomo la natura dispiegava la forza della sua selvatichezza e l’uomo vi si doveva confrontare: “Cena era scodellata e si sedettero. Arrivati alla frutta, s’alzò un ululato.”

Ma è anche presente la natura dei silenzi, che rievocano e avvicinano l’uomo alla Creazione. Scrive Pardini: “Un giorno d’estate andai alle pendici dell’Appennino per raggiungere il crinale. Lo faccio ogni anno. Nel suo silenzio, che il vento rende ancora più profondo, mi sembra esserci Dio e qualcosa di me.” Incontra cinque Pastori maremmani, che gli ringhiano contro, pronti ad assalirlo. Pardini prese “a parlargli con fiducia. Ne ho più in loro che negli uomini.” Ecco ribadito, con questa breve confessione, il grande amore che l’autore riserva agli animali e alla natura, più che agli uomini, i quali sono diventati con il tempo i perturbatori di un equilibrio di bellezza e di armonia. Sarà un uomo, infatti, ad uccidere Rudy.

“Ma io non sono mai stato giovane. Tormenti e angosce mi hanno creato dentro i paesaggi che sopravvivono ai grandi uragani: niente rimane com’era. I vecchi del paese, la domenica mattina si riunivano nella piazza: seduti su dei muretti, fumando, rievocavano storie.” È un altro forte richiamo al passato, che nell’autore sopravvive e lo possiede privandolo della giovinezza. È il prezzo che Pardini paga per restare testimone di un mondo che se n’è andato e di cui rimane uno dei rari cantori. La Lucchesia raccontata da Pardini assume, perciò, l’universale significato di una esistenza che è stata lacerata nell’intero mondo; è un grido che si è svuotato del sogno e della speranza e che nel suo avvilimento ci mostra ciò che abbiamo perduto. Scrive in uno degli ultimi racconti, parlando dei giovani: “Iniziava l’omologazione sociale. Ogni persona doveva essere identica all’altra, nel pensiero, nel comportamento e nel vestire. Individui tutti uguali, alla stregua di prodotti usciti dalla stessa industria.”

Dedica un racconto alla pipa (“I cieli della pipa”), narrando di come aveva appreso a fumarla dai vecchi: “Per accenderla si usavano gli zolfanelli, scroccati sulle scatole, più spesso sui sassi e muri. I vecchi lo facevano con rapidità e perizia, portando subito la fiammella sulla superficie del tabacco, riparandola con la mano nocchiuta se spirava vento. Allora, fino a infossare le guance, tiravano lunghe boccate di fumo bianco come quello dei falò. Il trinciato diveniva brace che, non di rado, comprimevano appena con l’indice scuro di catrame. Di tanto in tanto rintoccava la stacca a morto. Qualcuno di loro se n’era andato. Sentivo spesso dire che l’aveva fatto con la pipa in bocca o in tasca.” È raro che Pardini scriva di cose che non ha veduto coi propri occhi e osservato con puntigliosa precisione nei minimi particolari, osservazione in cui sempre si nasconde il piacere generato dalla sua stessa curiosità. Si noti nella frase appena riportata quell’infossatura delle guance, che è il particolare che dà sapienza all’antico gesto del fumatore di pipa. Ancora: “Quando gli allungai la pipa, il vecchio mosse le labbra come una tartaruga d’acqua allorché colpisce la preda.” Si noti quest’altra descrizione: “Seduta in un giardino nei pressi d’un cancello, un’anziana e distinta signora, gamba accavallata e braccia conserte, teneva tra le labbra una lunga pipa dal bocchino d’osso e il fornello di spuma. Fumava guardandosi attorno, aria trasognata.” Un fumatore di pipa non può non notare con una semplice e rapida occhiata i particolari di una pipa e le caratteristiche del suo fumatore. I racconti di Pardini sono ricchi di movimento; ad un tratto un’osservazione, come una puntura di spillo, ne ferma il corso, per poi riprendere. Il linguaggio asciutto e il periodare rastremato, con una punteggiatura che si può giudicare davvero perfetta, consentono la realizzazione di una intelaiatura robusta lungo la cui trama scorre una sensibilità che ama e accarezza ogni cosa che vi compare. La rudezza della scrittura mostra in Pardini – quasi un controcanto – un amore intenso per la vita, osservata nei suoi minuti gesti e nei sotterranei misteri che li suscitano e li compongono: “le pipe sono magiche e possono viaggiare nella memoria e nel tempo. Soprattutto, credo, in quello trascorso. Per il resto non saprei cosa aggiungere. Gli anni passano. Comincio a invecchiare. Ma di pipe ne ho una collezione. Mi sopravviveranno. E, se qualcuno le accenderà, nel loro piccolo cielo azzurro ritorneranno, forse, i miei sogni. Non sarebbe poco.” È una scrittura diventata esperta, sicura, autorevole. Fascino e mistero avvincono l’autore. Non c’è osservazione che non consegni l’oggetto al mito. Quando scrive della mulattiera che lo conduceva alla Mora, una vacca di color cenerino, “il ventre chiaro e la puppora spiovente”, quel percorso recupera in sé e ravviva il tempo e le generazioni trascorse: “Un percorso ultramillenario, tracciato dagli uomini primitivi, e migliorato dagli etruschi. Di quella mulattiera di sassi levigati dal passaggio di calzari e di zoccoli d’animale respiravo il magnetismo, che m’entrava dentro e più ci sarebbe riuscito. Per quante altre strade abbia battuto, essa rimane la più vera e la più mia.” Riguardo alla Mora, aggiunge: “Mi sembrava di avvertirne il fluido del pensiero come quando parlavo con una persona.” Più avanti, allorché lo zio Leonetto decide di vendere la Mora: “Non potevo confidare ad alcuno il mio cruccio, né tantomeno, il mio modo di pensare circa gli animali che consideravo alla pari delle persone.” La voce di Pardini s’è fatta voce universale. Egli abbraccia il creato alla ricerca dei suoi geni primitivi, perché possano rigenerarsi puri come un tempo: “Avevo trasgredito, sfidato le leggi che relegavano gli animali alla schiavitù. Leggi che, peraltro, avevo violato fin d’adolescente aprendo le gabbie agli uccelli dei cacciatori, pollai alle galline, e sciogliendo i cani dalle catene. Un impulso più forte di me, a cui non riuscivo a sottrarmi.” E, morta la Mora: “Mi guardai attorno. Al di là degli alberi, mi parve di scorgere un’ombra. Poi, nella inspiegabile maniera della percezione, quando i sensi sembrano travalicare la materia, me la sentii accanto.”

Il falegname Mastrodome esce dall’acuta descrizione dell’autore con la luce densa e cupa di un quadro del Caravaggio: “piccolo e claudicante, la camicia sgualcita, raggiunse l’angolo dove teneva la mola e vi accostò la lama, che subito sprizzò scintille. Aveva la capigliatura color rame, la fronte rugosa, la faccia rasata, i baffi folti; si sarebbe detto un uomo mite non avesse avuto lo sguardo stralunato: due occhi blu nei quali sembravano passare i lampi di un temporale.” Uomini e animali sono guardati con lo stesso interesse, con la stessa attenzione e con il medesimo amore. Pardini sa coglierli nel vibrare delle emozioni che aleggiano intorno a noi; sembra avvertire con una speciale sensibilità l’elemento vivo e vitale della natura. L’uomo e l’animale sono colti, inavvertiti, da un occhio che li ferma nel tempo per renderli immortali: “Nandaccio era anomalo anche di aspetto. Alto e magro, aveva una gran testa, le mascelle pesanti, il naso aquilino e rosso dell’ubriacone, e gli occhi blu che ridevano prima delle labbra.” Più avanti: “I rapaci notturni persistevano nel loro canto quasi in maniera disperata. Salutavano la notte che stava andandosene. Ai loro canti subentravano quelli di merli, ghiandaie e altri. Una melodia primordiale che m’entrava dentro alla stregua d’un linguaggio che non avrei più dimenticato.” Anche le cose, gli oggetti inanimati, paiono godere di questo privilegio e comporsi anch’essi di un’anima, di una speciale e differente vitalità. La cavezza, che dà il titolo a uno dei racconti, come pure la pipa, la bicicletta, sono esempi di una scrittura che attraversa i protagonisti, animati o inanimati che siano, con lo stesso sguardo vivificante: “È la cavezza più vetusta che abbia visto. L’ho trovata in cantina, tra vecchi fiaschi e attrezzi da lavoro abbandonati. È di cuoio spesso e rigido, fibbie e borchie di ottone glassate di muffa azzurra. Altri l’avrebbero forse buttata via. Io no. I vecchi oggetti, specie se hanno resistito alle avversità, credo siano destinati a compiere una missione.”

C’è un filo che lega tra loro tanto i movimenti della tessitura quanto i protagonisti, ed è la Storia. Essi vi sono sempre immersi, come nell’acqua di un fiume. La guerra, in particolare i difficili tempi del nazifascismo, fa sovente capolino e tinge uomini, animali e cose del colore dei sopravvissuti. Non è un caso che i ricordi di guerra compaiono anche nell’ultimo racconto, dedicato alla morte del suo mulo, Giovale, dopo che avevano preso l’avvio nel primo, quello che ci narra delle due biciclette. Scriverà nell’ultimo racconto: “Ma nemmeno i partigiani, racconta chi li conobbe, erano stinchi di santo. Consumavano violenze, stupri e crudeltà di ogni genere perfino verso adolescenti e bambini, in base a illazioni e sospetti, oppure solo per il gusto di uccidere. Sequenze di una storia italiana che, ancora, debbono essere messe in luce. Anche perché, capire, può condurre a quanto abbiamo in noi di più nobile: il perdono che, tuttavia, non significa dimenticare. La memoria deve essere anche un sacrario.” Così pure fa capolino il colera che infestò quei luoghi “nell’estate del 1854.” Pardini lascia ovunque i segni del suo convincimento estremo, ossia che la vita è sempre stata e resta una spietata lotta di sopravvivenza. Solo i più forti resistono; gli altri svaniscono, si dileguano dimenticati. La lupa, la Mora, Mastrodome, Nandaccio, e così altri, sono tutti personaggi che, anche se talvolta sono segnati da una imperfezione fisica, appartengono ai forti, a coloro ossia cui la natura assegna il privilegio della prosecuzione della specie. È più una forza interiore, quella che viene tramandata, ed è essa che rende forte il corpo. E sono tutti figli più della natura che di Dio.

Credo che sia stato Lotar, il protagonista di uno dei racconti, un rottweiler, “petto largo e posteriore forte”, il cane dal pelo nero che Pardini teneva al guinzaglio il giorno che lo incontrai, insieme con mia moglie, nei pressi della sua casa, posta su di una delle dolci e boscose colline della Lucchesia. Il guinzaglio corto era tutto teso nello sforzo del cane di trainare a sé il padrone, che si era fermato a conversare con noi. Bestia magnifica, che incuteva rispetto e terrore. Nel racconto, Pardini accenna alla sua morte, e mentre lo va a seppellire (“L’ho sollevato di peso e messo sulla carriola”) ne ripercorre e celebra la lunga vita: “Nei momenti di solitudine, e in particolare quando eravamo in mezzo alla natura, si creava tra noi una simbiosi. Divenivamo come l’arabo nel deserto col suo cavallo. Ma, forse, eravamo ancora più complici e solidali. Mi univa a lui l’oscurità di certi miei stati d’animo; come lui m’accadeva di diffidare degli esseri umani e di voler stare lontano dal loro mondo. Era l’interprete, fraterno e assoluto, della mia parte inconfessabile.” E poco dopo: “Lo accarezzavo. M’accostava la testa a una gamba. Voleva che gli parlassi. Allora sollevava il muso e sorrideva. I nostri momenti felici. Cadeva ogni barriera e ogni differenza. Eravamo fratelli.”

È ancora con gli animali che Pardini si confida nel racconto, che appare autobiografico: “Quel disperato amore”, quando da ragazzo s’innamora di una coetanea. Allorché, infatti, incontra qualche ragazza, è sempre a un animale che paragona il suo stupore: “Alla vista delle ragazze avevo turbamenti che svigorivano: allora la mia memoria restava stupita: alla maniera di quando un selvatico taglia la via sbucando dal nulla.” Mario Tobino scrisse un romanzo dal titolo: “Il perduto amore”, del 1979; anche un altro lucchese, Umberto Fracchia, prima di lui, nel 1921, aveva scritto un romanzo dal medesimo titolo. Ad essi, ma soprattutto a Tobino, che nutriva una speciale stima nei confronti di Pardini, pare dedicato il racconto. Si domanda anche, alla ricerca di quel disperato amore, se “Farsi amare è davvero più difficile che nascere, vivere?”

È una domanda che cala come una pesante pietra di paragone tra il passato e il presente: chi sa se l’amore è sentito oggi come una volta! Attraversiamo un’epoca di omologazione e tutti ci somigliamo, forse non solo nell’aspetto esteriore, ci fa capire Pardini. Sebbene i giovani, soprattutto, cerchino di distinguersi indossando “braccialetti di corda, collari metallici di cane per catenina, piercing e tatuaggi sul corpo”, “nonostante ciò, restano simili gli uni agli altri.”

Un tempo non era così, non eravamo affatto uguali. Ce ne parla nel suo racconto “Costagrande”. “Col senno di poi debbo dire che ogni paesano era un personaggio.”; “Ognuno faceva storia a sé.”

Ancora il passato, dunque, come espressione compiuta e matura di una vita modello amata e desiderata, che ha iniziato il suo declino inarrestabile. Persino le desuete e gergali parole che compaiono sparse come gemme nei racconti (ad esempio: rinfugare, telarono, chiappata, ronchiosa, acchinata, ridare, stortignaccoli, appalto, concio, ciucchettone, scalandrona, pricolare, nimo, sporcacchiavano, ramparlo, chiavelli, smoccava, diradarsi, busci, lata, campa, coppola, acchinata) sono espressioni e hanno la forza di un tale desiderio e di un tale amore.

La raccolta si chiude con “La morte di Giovale”. Giovale era il mulo dell’autore, al quale dedicò un libro dal titolo omonimo, pubblicato da Bompiani nel 1993 (“La storia di Giovale, il mio mulo, l’ho già raccontata. Ne mancava l’epilogo: la sua morte per vecchiaia a circa quarant’anni.) Qui sono raccolte e sublimate la pienezza e l’intensità dell’amore che Pardini nutre per gli animali: “Per certi aspetti siamo invecchiati insieme. Da tempo non godeva buona salute. Aveva perfino avuto una ischemia. Fatte le capriole non riusciva ad alzarsi: rimasto a terra girava su se stesso movendo le zampe anteriori come fossero remi. Cercava la posizione per spingere e sollevarsi sulle posteriori. Lo aiutavo afferrandogli la coda alla radice: nel momento in cui si puntava sugli zoccoli anteriori io tiravo verso l’alto, incitandolo. Si alzava. Poi mi guardava un attimo. La sua maniera di ringraziare.” E ancora: “Amare gli animali può far soffrire. Persiste in loro quanto noi abbiamo perduto di sacro.”

La morte di Giovale assume, perciò, per Pardini, un significato simbolico. Non solo il trascorrere della vita, ma la perdita dell’orgoglio e della forza. La condanna degli uomini: “È morto secondo natura, senza il tradimento vile quanto abietto degli uomini, soci e alleati di Mammona.” Scrive anche: “La morte, proprio perché morte, può assumere forma?”

Ci accorgiamo, così, che la morte è il velo che ha attraversato e avvolto via via tutta l’opera. Non più, dunque, solo il trascorrere del tempo e la vigorosa misura e potenza del passato inspirano questi stupendi sedici racconti, ma anche, e di più, il finale abbandono a lei, al più forte, il riconoscimento pieno della sua supremazia: l’inchinarsi definitivo al nostro più spietato ed esigente capobranco.

“Lettera a Dio”

PeQuod, pagg. 176. Euro 14

Quando si scrive di Pardini non bisogna mai dimenticare che egli è l’autore di quello straordinario libro di racconti che uscì con Mondadori nel 1983: “Il falco d’oro”, con il quale, a mio avviso, lo scrittore lucchese si rivelò uno dei migliori raccontatori italiani. Allorché, come ne “Il falco d’oro”, narra storie e vicende di animali, non c’è addirittura chi sia più bravo di lui. Scoperto da Enzo Siciliano nel 1976, fu chiamato da Felice Del Beccaro a scrivere su “La rassegna lucchese”, la rivista letteraria a cui collaboravano anche Mario Tobino e Guglielmo Petroni, oltre ad altri insigni studiosi. Mi scrive Pardini: “Dopo Nuovi Argomenti, dove tra gli altri ebbi il sostegno di Attilio Bertolucci e Alberto Moravia, giunse anche quello di Cesare Garboli, Natalia Ginzburg, Italo Calvino. Ma prima ancora, quello di Giovanni Raboni che mi fece la prefazione alla Volpe bianca uscito per i tipi della Pilotta di Parma nel 1981 […] dopo Nuovi Argomenti ebbi la collaborazione con Paragone: dopo “l’esame” di Cesare Garboli, ch’era d’una severità unica, dovetti superare quello di Anna Banti, ancora più severa. Il primo racconto che ospitarono fu Acchiappatassi: lo trova ne Il falco d’oro e nei Meridiani tra i classici del Novecento.”

“Lettera a Dio” vede, dopo molto tempo, Pardini impegnato nel romanzo, esperienza non nuova per lui.

Siamo negli anni del terrorismo, “gli Anni di piombo”, e delle famigerate Brigate rosse. Forse sta per riaprirsi un processo in cui il protagonista che racconta è coinvolto come fiancheggiatore di un pericoloso sovversivo. L’avvocato, che sarà ricordato più volte, gli chiede di stendere un memoriale nel quale riassuma i fatti che accaddero oltre vent’anni prima, quando era ancora un ragazzo.

Sappiamo così che in quel tempo un forestiero giunge alla Pieve e domanda della famiglia Buonaccorsi, nota per le simpatie comuniste. Nei giorni seguenti lo si vede passeggiare con una grossa cagna per il paese: una rottweiler nera. Pardini (che in questo inizio ci ricorda un po’ “Il brigante” di Giuseppe Berto, uscito nel 1951) ci introduce subito, con una scrittura breve, asciutta, nell’ambiente che gli è caro, quello della montagna, dei boschi, dei sentieri che si inoltrano tra dirupi, in mezzo agli animali e agli uccelli, che vi si nascondono con la loro vita minuta e segreta. Questi ultimi, animali e uccelli, compaiono con descrizioni rapide, piccoli bagliori che illuminano il percorso narrativo, come se l’autore intendesse in questo modo sottolineare la loro fedele presenza in una realtà che è mutata e che conserva il passato, più che nella storia dell’uomo, nella vita di questi esseri, nei quali si sono preservati e tramandati l’amore e la bellezza della natura. La natura, e più ancora Dio, sono presenti già qui, a giustificare, più di ogni altra cosa, il titolo. Vi è, pare dirci Pardini, una presenza tra noi immutabile la quale, se può abbandonare l’uomo cui non perdona il compiacimento per la sua autodistruzione, continua a rivolgere il suo affetto e la sua attenzione alla natura, laddove persistono l’amore e la bellezza primordiali. Così che, quando Pardini si sofferma sull’uomo, è la sua animalità che cerca di sottolineare, e la descrizione che ne fa, a volte aspra (non solo in questo romanzo, basta ricordare: “Il racconto della luna”, del 1987), altro non significa se non che è attraverso la manifestazione di essa che l’uomo può salvarsi e mantenere ancora un contatto con i fondamenti della sua origine: animale anch’egli, ossia, non dissimile dagli altri, creato come gli altri: “Uomini e lupi sono simili, quando hanno fame. Ma possono esserlo anche per ragioni di confini territoriali, di supremazia uno sull’altro o per invidia.” E anche, più avanti: “Aggravava inoltre la mia posizione il fatto che in quel luogo fossimo tre maschi e una sola femmina. Naturale l’innesco di conflitti e malumori. Il modo col quale m’aveva trattato Aristide, inderogabile e assoluto alla stregua di un capobranco che debba sbarazzarsi del rivale, non dava adito a dubbi: eravamo in sovrannumero, ero il più debole e dovevo andarmene.” Allorché, con gli amici Ferruccio e Giuliano, abborderà Graziana, una bella prostituta dalle lunghe gambe nude, “sorrette da tacchi a spillo”, sarà egli a intrattenersi per primo con lei, poiché gli amici “altro non dovevano aver veduto quanto mi percorreva da capo a piedi: la febbre di quell’incontenibile desiderio che è la bramosia della femmina.”

Si viene a sapere che lo straniero è il figlio di un certo Prospero Regnante, fucilato dai tedeschi a seguito di una spiata dei fascisti. Il suo nome è Alarico. Ha preso dimora presso una vecchia casa “di sasso bianco e a un piano”, un tempo adibita a deposito degli esplosivi “usati per far brillare le mine nelle circostanti cave di pietra.” Il protagonista lo incontra ogni tanto, e ci parla anche. Così il maresciallo del paese lo manda a chiamare e lo ammonisce che è suo dovere di “collaborare con la giustizia.”, riferendo le sue conversazioni con lo straniero, certamente un sovversivo. Risponde che non ha niente da dire, ma nei giorni seguenti si sente sorvegliato. Il maresciallo non demorde. Continua a convocarlo in caserma ogni volta che accade qualcosa in cui Regnante è implicato. Costui traffica con casse che apparentemente contengono cemento per la costruzione di una casa, ma quando due guardie forestali fermano i muli con i quali avviene il trasporto per procedere ad un’ispezione, Regnante “Rimasto a cavallo, li ha atterrati con una combinazione di calci sferrati alle loro teste. Sono crollati al suolo come narcotizzati.” È gran picchiatore; coloro che lo cercano per dargli una lezione, se ne ritornano a casa con la coda tra le gambe. Il mistero s’infittisce. Dice di venire dall’America, ma perché in lui non c’è alcuna inflessione straniera? Il mulattiere Ottaviano D’Amico, che lo aveva aiutato a trasportare le casse, viene trovato morto, “ucciso da un pugnale nel cuore”. Il protagonista subisce altri interrogatori, perquisizioni e torture da parte dei carabinieri. Riceve avvertimenti minacciosi anche dall’amico Amelio Buonaccorsi, e infine dallo stesso Regnante: “Conto sul vostro tatto e sulla vostra discrezione. Ci siamo capiti, vero?” Scriverà nel suo memoriale: “Gli unici a non mostrarmisi ostili erano gli occhi dei cavalli; mi guardavano roteando il bianco delle pupille.” Poco dopo, narrando della morte del mulattiere, sottolineerà ancora una volta questa diversità tra l’uomo e gli animali: “I muli non lo avevano abbandonato. Giorno e notte vegliarono il padrone.” Il raccontare di Pardini ha rare gemme incastonate nella scrittura, che richiamano l’intelligente primitività degli antichi cantastorie: “Ferruccio, sebbene non lo ammettesse esplicitamente, capii che della sua morte sospettava Regnante.”, o anche: “Di nuovo, tornai a pentirmi di non esserla andato a trovare.” Parole desuete vengono recuperate dall’oblio, e ritmo, pause e accelerazioni, si susseguono nella rudimentale armonia d’un narrare germinato dalle asperità e dalle solitudini: “Solo, ero quasi felice. Camminavo e parlavo agli alberi: frassini, querce, castagni secolari. Nelle capanne sentivo vacche muggire o sbattere le corna contro le greppie. Un mondo oggi scomparso.” Dirupi e boschi, torrenti in piena, il vento che soffia vasto e libero, l’afrore del lupo e della volpe, del cinghiale, il latrato dei cani a guardia delle greggi e dei casolari sperduti, si sottendono al suo narrare. Anche quando non espliciti, essi sono sempre presenti. Come presente, sebbene non citata, è la città di Lucca.

C’è un’altra incognita nella storia, ed è Ferruccio, un amico, a sottolinearla: “Possibile che un maresciallo, peraltro di paese, decida di rovinare te e non muova foglia contro Regnante?” Sono gli anni in cui fervono in Italia idee di cambiamento. Gli anarchici tornano a farsi sentire e, in Toscana, Carrara rinverdisce vecchi miti e attrae simpatie da ogni parte. Anche quelle del protagonista: “In cuor mio i migliori rivoluzionari restavano gli anarchici di Carrara, coi loro codici e i loro princìpi.”

Dopo il mulattiere, in paese si scopre un altro delitto, compiuto con le stesse modalità: un coltello piantato nel cuore della vittima, Stefano Pellanti, uno dei notabili che aveva litigato, i primi giorni, con Regnante. Sembra che sia in atto una resa dei conti e la gente comincia a mormorare che il forestiero sia tornato per vendicare il padre. Ma ci sono anche attentati in montagna ai depositi dell’acquedotto. Ed è proprio in montagna, sull’Alpe, che il protagonista si rifugia, su consiglio del padre, per sfuggire ai carabinieri, che lo cercano. Lo ospita in caserma il maresciallo del Corpo Forestale Aristide Rancori, la cui bella moglie, Marfisa, rimasta sola col ragazzo, “Abbassata invece la faccia sul mio ventre, lasciò che i suoi lunghi capelli vi fluissero sopra; con gli stessi, roteando il capo, mi solleticava l’inguine.” Sessualmente disinvolta, dopo l’atto amoroso, dirà: “Ai bambini io faccio così. Sono una gran puttana, vero?” Pardini riflette, cesella; la scrittura si porta dietro le profondità del pensiero. Non vi è parola che nasca dall’istinto, ma è indagata e soppesata da una ricerca, questa sì istintiva, connaturata, che mette la fisicità dell’autore a contatto con un passato tutto trasferitosi nella parola, purificatosi dalla retorica e dagli orpelli che hanno fatto della nostra realtà il prodotto di un linguaggio artificiale. Termini come: decampare, s’apposavano, someggiare, famigli, spicchiorare, tafferia, calasole, aggrondata, botolo, riddavano, locco, bubolare, acrocari, scriccato, balzellarmi, chiaria, svelgere, scarpicciata, sporto, asprura, versiera, pedicellosa, non sono fioriti a caso nella scrittura di questo autore. Nella già vasta produzione di Pardini, sia nei racconti che nei romanzi, si troveranno sempre presenti una particolare attenzione e una puntigliosa cura rivolte alla rievocazione e alla ricerca.

Il maresciallo dei carabinieri e due commilitoni vengono uccisi, sempre allo stesso modo, con un coltello piantato nel cuore, e l’assassino “non ha mai lasciato la pur minima impronta.” Aristide, uscito con loro, l’ha scampata per miracolo. Messisi tutti alla caccia di Regnante, Pardini ci disegna una natura primitiva, dove gli uomini vivono solitari, in case rintanate nei boschi, sempre con il fucile a portata di mano per difendersi da altri uomini e dagli animali. Intorno, dirupi e montagne, le cui cime s’accendono ai primi raggi del sole e cadono nell’oscurità misteriosa e cupa al suo tramonto. La storia di Regnante si tramuta, così, in un percorso in cui la natura primordiale si rivela prepotentemente nelle cose e negli uomini. La scrittura si fa paesaggio e si ricopre del muschio dei secoli; e per un lungo tratto noi dimentichiamo la caccia al forestiero accusato di omicidio e immergiamo la nostra coscienza in un passato che ancora esiste nascosto da qualche parte, così come continuano ad esistere la “bicocca stregata” (“Buona parte della scalogna che ha assalito questi luoghi credo dipenda da cosa è annidato là dentro.”), “la Valle senza fondo”, con la sua leggenda dell’orso enorme che, sebbene murato nella sua tana, ne uscì facendo strage di uomini. Questa che segue è una frase importante per dare alla storia il suo profondo significato di paura e di smarrimento, ma anche di abbandono e di rassegnazione: “So di certi uccelli di mare, che quando vogliono morire, vagano sugli Oceani, fino a disperdersi.” In tale annullamento, infatti, comincia a farsi sentire, fino a divenire luminosa e accecante nella coscienza dell’uomo, la presenza e la vastità dell’idea di Dio. Il quale, in ogni dove, nelle cose, negli animali e negli uomini, lascia imperituro il segno di sé e della creazione: “Sì, sono vecchio, vecchio d’una vecchiaia incalcolabile. Debbo espiare quanto nemmeno ricordo.” Infine: “Pregai e volli immaginare che Dio mi stesse ad ascoltare.”

Della preghiera e dell’aiuto di Dio c’è davvero bisogno nella situazione in cui si è venuto a trovare il protagonista. Quando anche Aristide viene ferito da un’arma da fuoco, e a malapena riesce a rientrare a casa, mentre fuori infuria una tempesta di neve, il medico, sopraggiunto in elicottero, oltre a constatare la ferita, ravvede in lui qualcosa di strano, già riscontrato in altri: “un’infestazione malefica”. Trasportato in ospedale, si riprenderà lentamente, senza tuttavia che i medici sapranno spiegarsi “lo stato comatoso dei primi giorni: una specie di morte apparente o di catalessi, forse.” Intanto, rimasto in caserma solo con Marfisa, il protagonista scopre che la donna sta invocando uno strano “elemento”, uno “scettro reale”, “qualcosa di ligneo e dalle dimensioni di una candela”, al quale chiede di “dissolvere la forza nera che ci opprime: in cambio sono disposta a tutto: anche a tuffare la testa dentro un bacile di sangue umano”. Presto Marfisa gli apparirà ora in un luogo della casa, ora in un altro, come se avesse il potere “delle bilocazioni”. Sarà la stessa donna a confessargli che sta pregando anche per lui, per proteggerlo, e “prima ch’io abbia concluso certi riti tra quelli che sono i resti d’un antico santuario di questa valle, un tempo luogo di sosta e di preghiera d’un santo che fu pellegrino d’Europa, Aristide sarà guarito.” Regnante, gli fa capire, “alleato di Satana”, è un essere particolare: “Di più non posso dirti. Ma ne riparleremo”. Il romanzo, su quella montagna solitaria, nel momento dello scatenarsi della natura, tra turbini di vento e di neve, subisce come una trasfigurazione, in cui tutte le forze occulte che guidano e presiedono ai misteri della nostra esistenza si radunano nella mente del protagonista, in una folgorazione rivelatrice: come Giacobbe lottò nel deserto contro Dio e si arrese soltanto quando riconobbe in Lui quella “forza ignota che lo piegava e lo tramortiva e, nello stesso tempo, gli dava vigore per tornare a difendersi”, così stava accadendo al ragazzo. Dio stava lottando con lui e gli aveva concesso una tregua. Marfisa attribuisce allo scettro reale poteri soprannaturali. Era appartenuto a un re e “alla sua estremità era infissa una testa piccola e scarna, ma che serbava intatti lineamenti fenici o assiro babilonesi.” Di nuovo invoca protezione contro le forze oscure che li minacciano. L’irreale che si insinua nel romanzo moltiplica il senso di smarrimento, di confusione e di incredulità, che sono i veri protagonisti della storia. Regnante è un simbolo (“Il sole non splendeva sull’Alpe. L’avvento di Regnante l’aveva oscurato.”, e ancora: “Regnante, signore incontrastato del giorno e della notte.”), e va oltre la sua fisicità, come lo sono altrettanto i compagni del suo isolamento: Sante, Aristide, Marfisa non diventano altro che riflessi delle sue ansie, dei dubbi, delle paure. Fantasmi, come lo stesso protagonista: “Lieta o funesta ogni mia situazione doveva essere ignorata. Un modo per mettermi a tacere, per non farmi esistere.” Nonostante si continui a parlare di una minaccia che incombe su di lui ad opera di Regnante, e anche dei “servizi segreti” (si sospetta che il nome di Regnante sia fittizio e che in realtà “si tratti di un terrorista o di un dinamitardo della più alta gerarchia criminale: quella che tiene in scacco il mondo con attentati e stragi di ogni sorta.”), la strana, se non addirittura assurda avventura del protagonista, pur mascherata da una parvenza di reale (“assurda macchinazione”), riguarda unicamente la sua coscienza. Più che una denuncia degli impacci della magistratura e delle deviazioni della politica, questo è il viaggio dell’introspezione, del tentativo di identificarsi o di fuggire da se stesso: “Benché sia al capolinea di me stesso, non ho paura di nulla e di nessuno.”, e anche: “Avevo voglia di dormire. Di non esserci più.” Non è un caso che Pardini esalti, a differenza di quanto fa con il sole, la Luna, gratificandola della lettera maiuscola. L’anormalità del protagonista, quella che sente che gli altri suppongano in lui, altro non è che questa sofferta e dilaniante ricerca. La lettera a Dio che alla fine si proporrà di scrivere, e la speranza che vi traspare, sono l’ultimo disperato tentativo di ritrovarsi: “ciò che provo è davvero insolito. Un privilegio che Dio ha voluto concedermi. Quanto basta perché possa fare a meno di voi tutti.” Vi è una corrispondenza, un parallelismo, tra la ricerca puntigliosa del linguaggio che Pardini fa nella sua scrittura, e la ricerca, altrettanto caparbia, di questo tormentato personaggio, fino al punto che alla scrittura noi potremmo dare la sua figura, se non addirittura il suo volto. Dopo “Il falco d’oro”, credo che questo sia il miglior libro di Pardini: un bel ritorno, dunque.

“Marino Magliani e Vincenzo Pardini: “Marino Magliani e Vincenzo Pardini: “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo” (Transeuropa, 2010)

Un complimento va indirizzato all’editore che è riuscito a mettere insieme due narratori di assoluta qualità. Essi hanno alle spalle una produzione già notevole a testimoniarlo, e leggerli uniti in una pubblicazione che li vede esclusivi protagonisti è stata una piacevole sorpresa.

Pardini è il primo a raccontare. Ci presenta Fidelco, un uomo che è stato anche in Argentina come emigrante, ed è ossessionato da una presenza ultraterrena, una donna, alla quale ha perfino chiesto, in uno dei suoi momenti di raccoglimento, se Dio esiste, ricevendone una risposta affermativa.

“Pioggia e neve gli erano oltremodo care. Gli sembrava lo proteggessero.” scrive Pardini, e così riconosciamo che questo è, ancora una volta, uno dei suoi personaggi amati, che ricevono direttamente dalla natura l’impulso a vivere.

È inverno, Fidelco ha deciso di restare solo sull’altopiano, si lascia andare ai ricordi, e sono ricordi di una natura selvaggia, che ha proprie regole alle quali corrispondono comportamenti che possono apparire crudeli. Quelli dell’aquila e del condor, ad esempio. Nel racconto troviamo paure e ombre, le stesse che innervano la natura e risiedono anche nell’uomo: “Il tempo, davvero, non esisteva.” Si ha la sensazione di qualcosa che tanto nelle azioni degli uomini quanto in tutto ciò che ci circonda non ha mai una sua fine definitiva. Non si muore mai completamente. È il primo racconto e ha il titolo: “Il nido dell’aquila”; il secondo s’intitola: “Broggi”, ed è un racconto lungo. Broggi è il nome di un toro deforme, più somigliante a un bufalo. Pardini ha già dedicato ad una bestia, un mulo, il titolo di un suo libro, “Giovale”. Il padrone del toro, Lionetto, “Alto, magro e di carnagione rossa”, e la madre di questi sono stati in manicomio.

Come vedete, una situazione forte e asprigna, caratteristica dell’autore lucchese, la cui scrittura vi corrisponde mirabilmente.

Frasi secche, brevi, dove l’uso di parole gergali è frequente e dà l’idea della vita di montagna, chiusa e ristretta. Il racconto ha una sua frenesia mitico-pastorale; quadri di vita che si inseguono tra il presente e il passato, a rappresentare un modello che avrebbe dovuto persistere nel tempo e non disperdersi.

Lionetto e Broggi sono due espressioni della natura selvaggia ed intima, una specie di eco, di turbine, di burrasca che marchia l’esistenza, due espressioni solitarie ed universali ad un tempo. L’altopiano, dove “non era ancora giunta la corrente elettrica”, è il regno dell’anima che non si piega, patisce ma si ribella: “Broggi lanciò un mugghio che sembrò scuotere la terra. Poi scese giù a gran corsa, travolgendo quanto trovava sul tragitto. Arrivato nello spiazzo dell’altopiano, caricò la croce di legno, spezzandola, e continuò a correre con un’eco di temporale tra prati e alture.”

Suoni, rumori, ombre, gli stessi silenzi, accendono e ravvivano superstizioni.
È un mondo che si impossessa del lettore, lo strega, lo trascina altrove.
Molte scene hanno un’efficacia sanguigna e cruda come quella che descrive l’incontro tra Lionetto e la vecchia prostituta sdentata, Anne Anne: “Così dicendo si buttò su la sottana, mostrando gambe bianche e ancora ben tornite. Se le tirava su piano piano, con mani piccole e scarne, le unghie smaltate.”

La fine di Broggi racchiude in sé la potenza biblica di uno schianto comandato da lontano: è la sola possibilità di domarlo e vincerlo.

Pardini ama Broggi. Lo si sente, e non posso dimenticare quanto scrisse a proposito di Lotar, il cane protagonista di un suo racconto contenuto nel libro: “Tra uomini e lupi” (vincitore, nel 2005, del Premio Viareggio – inverno): “Mi univa a lui l’oscurità di certi miei stati d’animo; come lui m’accadeva di diffidare degli esseri umani e di voler stare lontano dal loro mondo. Era l’interprete, fraterno e assoluto, della mia parte inconfessabile.”

La seconda parte del libro è dedicata ai racconti di Marino Magliani, nato a Dolcedo, in provincia di Imperia, giramondo ed ora stabilitosi in Olanda, in un paesino di fronte al mare, IJmuiden.
Anche lui, come Pardini, gran tempra di narratore.
Si comincia con “La parte”.

La Liguria non è così silenziosa come l’altopiano di Pardini. Ferve l’attività, si sente il rumore dell’autostrada.

Emiliano è venuto dalla Germania, dove lavora, per una vacanza nella sua proprietà, che detiene a mezzo con il fratello gemello Dino; vuole cogliere l’occasione anche per spartire una buona volta l’eredità, rimasta indivisa da otto anni (viene in mente “Il podere” di Federico Tozzi). Emiliano è un pigro, un istintivo, uno che si lascia trasportare da una modernità beota ed incosciente. Una modernità che la sua Liguria vive un po’ intorpidita dalla resistenza che la natura forte e aspra oppone agli uomini.

Mentre in Pardini gli uomini vivono in simbiosi con la natura, assimilandone le leggi, quasi sempre violente, in Magliani si avverte il patimento di una lotta affinché essa sia soggiogata. È la storia della Liguria, nata arcigna e ostile (“si penetrava in gole sperdute, popolate da tordi e merli, terre senza strada dove secondo Dino ci vivevano i cinghiali”), e a poco a poco piegatasi alla ostinazione dell’uomo.

Interessante, dunque, il confronto. In Pardini l’uomo si trova a suo agio sull’altopiano, vi si immedesima; in Magliani vuole invece piegare la natura; è in lotta con essa.

Pardini constata, registra e forse anche approva, è quasi connivente; Magliani ricerca, s’interroga, vuol capire. Come fa nei suoi romanzi. Il suo è il mondo dell’emigrante che parte, ma poi non può stare sempre lontano; ogni tanto ritorna, nota le novità, i cambiamenti. Prova malinconia: “Com’era possibile che con una terra così uno partisse…”

Il secondo racconto è intitolato: “Il controllo delle piante” ed è una specie di seguito del primo per alcuni personaggi che ritornano: Dino, la moglie Adele, Emiliano, e la saldatura dei due racconti rafforza la descrizione di un ambiente aspro e difficile, in cui c’è da combattere ogni giorno.

In Magliani, accanto alla nostalgia per ciò che era il passato, si accompagna sempre la sottolineatura del cambiamento, la cui inesorabilità fiacca ogni voglia di resistenza.

Credo che si annidi qui la differenza tra due rappresentazioni di una realtà che pure è in entrambi i casi dura e aspra. In Pardini la natura resiste e con lei resiste quell’uomo, tra i tanti, che più le assomiglia: nemici folli e ostinati del cambiamento; in Magliani, il mutamento prevale e vince su tutti, sugli uomini e sulla natura: “Parlava di tempi in cui le terrazze erano pulite come in mano, e i rovi, come una rarità, i cacciatori se li bisticciavano per aspettarci il tordo.”

Impressionante la ricchezza che riesce ad offrire l’affiancamento di due autori che sembrano partire dalle stesse radici.

Chi ha pensato ad un libro come questo ha fatto centro.
Sono narratori che traggono la loro scrittura da quei raccontatori di un tempo avvolti nel mistero e nella leggenda. Aspro e impudico come la natura, Pardini, pudico e dolente osservatore, Magliani: “un posto in cui di ligure non era rimasto nulla”.

“Banda randagia” (Fandango, 2010)

“Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “La moglie del serpente”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da un compagno la segna ancora di più nel carattere. Dubiterà degli uomini. Non le andrà mai di parlare con altri della sua vita intima. “Essere aggredita, stuprata era un timore da cui non riusciva a liberarsi.”

La sua natura e la terribile esperienza accentueranno in lei alcune perversioni latenti. Facilitata in ciò dalla sua bellezza, si troverà a vivere esperienze di forte morbosità. Non si sottrarrà nemmeno al desiderio di uccidere. Un serpente boa acquistato in un negozio cinese, da cui si sente attratta, la renderà protagonista di una insolita storia d’amore.

La scrittura di Pardini è veloce, fatta di frasi stentoree. Il sesso vi compare come elemento dominante della vita, al quale nessuno può sottrarsi, e che riesce a far esplodere le più nascoste e inquiete verità su noi stessi.

Anche Eldo, il protagonista di “Banda randagia”, è un tipo introverso, come Donata. Appartato, silenzioso, non ama intrattenersi con i compagni. Troverà una pistola e sarà spinto dal desiderio di uccidere.

Pardini sta mettendoci in contatto con l’anima più tormentata e direi anche più animalesca dell’uomo. Sesso e aggressività lo contraddistinguono, e lo governano. Tanto più se vive asserragliato in una sua inquieta solitudine. Il ritrovamento di una pistola nella fabbrica dove lavora scatenerà in lui istinti omicidi: “Riprese sonno pensando alla pistola. Non l’avrebbe solo divertito, ma anche appagato di qualcosa che doveva ancora capire.”

A volte sono i piccoli avvenimenti che scatenano l’imprevedibile: “Ebbe una sensazione che lo turbava e lo esaltava; la medesima di quando sentiva suo padre e sua madre fare l’amore.”

Quella di Pardini è una scrittura meno dura, meno aspra, di quella che abbiamo conosciuto nel passato. Più letteraria, meno anarchica, senza quella ruvidezza terragna che incontriamo, ad esempio, nello stupendo racconto, “Broggi”, in “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo”, uscito quasi contemporaneamente.

In quei racconti i veri protagonisti, dominatori perfino degli uomini, sono gli animali. Qui l’indagine di Pardini si concentra sull’uomo. E, per l’occasione, sembra aver scelto di adottare modi un po’ più dolci prima di immergersi nella sua anima.

I delitti compiuti da Eldo cadono sotto l’attenzione di un ispettore esperto, Gregorio Giurati, che si avvede che sono stati compiuti da uno stesso individuo. Comincia la caccia. Sarà un cane, Nerone, a metterlo sulle sue tracce. E una banda di cani randagi ad ucciderlo.

Pardini si è concesso con questo thriller una specie di pausa dai suoi temi e dalle sue ambientazioni preferiti, un tentativo, non nuovo peraltro, di percorrere una strada che lo incuriosisce. Lo vedremo anche in altre storie di questa raccolta. Probabilmente la sua esperienza di guardia giurata l’ha portato a vivere situazioni in cui dominano i risvolti psicologici di una natura umana malata e inquietante: “L’assassino era figlio della negatività che lì allignava.”

Un tale proposito di indagare l’anima umana appare ancora più evidente nel terzo racconto intitolato “Ferrovia parallela”. È un racconto tra onirismo e fantasy. Una strana locomotiva a carbone sta percorrendo una linea ferroviaria misteriosa, che attraversa stazioni presidiate, tunnel bui, lande desolate, foreste. Il protagonista, guardia giurata, deve sorvegliare due valigie dal contenuto sconosciuto. Lungo il percorso fa strani incontri. Molti sono soldati. Vede perfino dei mammut. Anche numerosi cadaveri. Grossi ratti. Si sente prigioniero di qualcuno, che non sa definire.

I racconti vedono spesso delle guardie giurate in azione. Questo, in modo speciale. Confessa: “ho creduto di capire chi sono: un fantasma che vive d’ombra, ospite privilegiato delle tenebre. Lo ammetto: mi sono innamorato della notte come la più proibita e lasciva delle amanti. In essa, a mio modo, trovo conforto e comprensione.”

Fa capolino anche l’invocazione a Cristo: “Un pensiero, allora, traversa la mente: che la mia faccia assomigli un poco a quella di Cristo sotto le scudisciate. Una preghiera inconscia. La stessa, m’avvedo, che non ho mai cessato di rivolgergli. Vorrei essere tutto Suo.”

È un viaggio che agisce dentro il protagonista, volto a cambiarlo. Addirittura a distruggerlo. Sarà possibile difendersi solo con un atto di violenza.

Egisto, il protagonista del racconto “Lo chiamavano orso”, è un bel ragazzo, che si accorge di essere attratto più dagli uomini che dalle donne. S’innamora di un coetaneo, Vittorio, ed inizia con lui un’avventura omosessuale. Si sente felice, realizzato.

È il racconto più denso di umori, dove l’odore del grosso cinghiale che lo zio Berto vuole abbattere si mescola con quello forte del sesso. La caccia al cinghiale fa rivivere altre pagine memorabili di Pardini. A mio avviso, il migliore della raccolta, riassuntivo dei principali temi cari all’autore.

Seguono altri racconti più brevi, ma tutti vicini per temperamento al racconto “Lo chiamavano orso”, ossia muniti di una solidità più consistente. “Lo chiamavano orso” segna dunque lo spartiacque tra due parti che sembrano avere ispirazione e consistenza differenti, delle quali la seconda appare la migliore. Una frase significativa del mondo caro ed evocato da Pardini, si trova nel racconto “Il coltellino”: “Non è vero che il passato si cancella. L’abbiamo intorno e dentro, ma non si lascia vedere, solo percepire.”

“Grande secolo d’oro e di dolore”

Prima di affrontare questo ultimo libro di Vincenzo Pardini, “Grande secolo d’oro e di dolore” (Il Saggiatore, 2017), mi corre l’obbligo di palesare un mio convincimento, consolidatosi dopo aver letto le ormai numerose opere di questo autore lucchese. Riguarda la sua scrittura. Spesso si legge che essa richiami questo o quest’altro autore (Federico Tozzi, tra i primi), ma non è così. Pardini è, a questo riguardo, un caposcuola. Si dovrà dire, d’ora innanzi (e lo si sarebbe dovuto fare da un pezzo) che la scrittura di questo o di quest’altro scrittore ricorda quella di Vincenzo Pardini. Me ne innamorai a prima vista quando apparvero i suoi racconti sulla prestigiosa “Rassegna lucchese”, (estinta da molti anni) allora diretta da Felice Del Beccaro, Mario Tobino (una sua eco si avrà in questo romanzo, nel momento in cui si descriverà il manicomio di Lucca) e Guglielmo Petroni, una rivista che severamente selezionava gli articoli, provenienti anche da studiosi stranieri, nella maggior parte francesi, visto che Del Beccaro insegnava alla Sorbonne. In realtà, la prima rivista a pubblicare Pardini fu “Nuovi Argomenti” nel 1977; in seguito Felice Del Beccaro lo chiamò a collaborare alla “Rassegna lucchese”, dopo aver letto un articolo sul “Corriere della sera” che Enzo Siciliano dedicò a lui e al poeta Paolo Bertolani di Lerici. Questo esercizio e questa competizione devono avergli giovato molto (come pure l’ospitalità che incontrò presso altre riviste celebri: oltre a “Nuovi Argomenti”: “Paragone” e “Panta”, ad esempio), Poi arrivò la Mondadori, condottovi da Natalia Ginzburg, alla quale era stato presentato nientemeno che da Cesare Garboli, Enzo Siciliano e Attilio Bertolucci. Presso Mondadori uscirà quella raccolta ineguagliabile di racconti intitolata “Il Falco d’oro”. Eravamo nel  1983, ma prima era uscita “La volpe bianca”, nel 1981, con La Pilotta. È una scrittura che fa riconoscere, tra mille e più, un’opera di Pardini, così come, se mescolassimo tra tanti quadri un quadro di Van Gogh, subito lo riconosceremmo. Anche nella sua attività giornalistica presso La Nazione la scrittura rimane quella, a significare che al suo interno scorre un sangue solo.

Veniamo al libro, rimasto nel cassetto dagli anni Ottanta prima di arrivare alla sua stesura definitiva. Di esso ha scritto su Nazione Indiana del 26 gennaio 2017: “Insomma, stavo dando udienza a dei fantasmi, fantasmi che esistevano, e che abitavano e abitano nei miei dintorni.”.
Sant’Agostino è uno dei maggiori indagatori della mente e della memoria umane (“forse la memoria è per così dire il ventre della mente”: ne “Le confessioni”, libro decimo, paragrafo 15). Sempre ne “Le confessioni”, libro decimo, paragrafo 9, scrive: “Non sono dunque le cose in sé che penetrano nella memoria, ma soltanto le loro immagini, che con mirabile rapidità vengono captate e poi mirabilmente vengono depositate in altrettante cellette e infine, mirabilmente, vengono riportate in superficie con il ricordo.”
Credo che questo sia  il processo mentale – e mirabile – che attraversa pressoché tutte le opere di Pardini, e dunque anche questa, il quale processo, saldandosi con la speciale scrittura, le rende uniche nel panorama letterario italiano. Sebbene l’autore abbia dichiarato che l’opera è di pura fantasia, in essa si riesuma tutto quanto Pardini ha raccolto in esperienze (compresa l’emigrazione) e in suggestioni nel corso della sua vita.

Leonide Francesca Lusetti dei Longobardi è morta da qualche anno (“un giorno di febbraio del 1983”) e con lei si è estinta la discendenza di un’antica famiglia longobarda: “era stata una bella donna, e tale s’era mantenuta negli anni; una bellezza non curata: naturale.”; “Di lei si invaghirono in molti”.
Il paese in cui ha vissuto si chiama Longobardi (a segno del dominio di quella famiglia): “un piccolo borgo, con case, capanne e una sorgente, vantaggio non da poco.”. La narrazione è quieta, ma già si avvertono le vibrazioni sottostanti, causate da un magma fatto di storia, di consuetudini, di credenze, in grado di impregnare del loro fuoco parole, frasi e pagine. Leggete qui a proposito di Ludovico Ariosto, che fu governatore di Castelnuovo Garfagnana dal 1522 al 1525: “Non gli piaceva stare a Castelnuovo. Specie nei giorni di pioggia, quando le acque del Turrita si gonfiavano come criniere di leone.”. Dell’Ariosto loderà anche il modo di governare improntato alla giustizia: “Gosto e altri anziani dicevano che, per il paese, fu un bel periodo. Ludovico li protesse in ogni modo. (…) Poi conosceranno la dominazione austriaca, per niente vessatoria, e non esigente in fatto di balzelli. I guai iniziarono coi Savoia.”.

Il paese Longobardi, insieme con la famiglia omonima, è un centro prolifico da cui partono vari segmenti del romanzo, che ci portano in giro per il mondo; perfino all’estero, facendoci incontrare personaggi, avvenimenti, usanze e brani di storia che abbiamo appreso nei nostri studi, ma alimentandone le particolarità. In esse, si immerge il bisturi dello scrittore che sa trarne umori e coloriture suggestive: Giuseppe Garibaldi “a Montevideo, insegnava matematica in una scuola accanto a dei palazzi. Garibaldi era un bravo maestro. Parlava a voce bassa, e coi suoi occhi marroni, non blu come è stato tramandato, incantava gli alunni. Quando loro svolgevano i compiti, lui, fumando il sigaro toscano, guardava carte geografiche, disegnava mappe.”. Riguardo alla trebbiatura del grano, scrive: “Per non mandare disperso il frumento, nell’aia veniva disteso lo stallatico di vacca, e lasciato seccare, fino a che non era divenuto uno strato duro e compatto, sul quale sarebbero state distese le messi che, battute coi cerchi e i legni, si sarebbero vuotate dei semi, i cui mucchi finivano dentro le balle. Lavoro che cesserà con l’avvento delle trebbiatrici manuali.”. La vita contadina e di montagna trova in Pardini il suo impareggiabile cantore: “D’un tratto sopraggiunse uno zoccolare intenso e continuo. Al di là degli alberi sbucò una carovana di muli, un vetturino in cima alla fila e uno in fondo. Saranno stati una ventina: i basti carichi di sacchi procedevano uno dietro l’altro, i colli protesi e le teste basse; gli uomini che li guidavano erano bassi, con scarponi enormi e abiti fuori misura. Traversato il ripiano, disparvero nella boscaglia.”.

Cominciata la prima guerra mondiale, Silvano, fratello di Leonide, è mandato al fronte. Scrive alla sorella e le parla del generale Cadorna e della sua severità, che arriva fino al punto di far fucilare “i disertori e chi volge le spalle al nemico, ma anche chi, per distrazione o altro, tra cui il fragore della battaglia, non risponde all’appello.”. Come non ricordare il bel film di Francesco Rosi: “Uomini contro”, del 1970, tratto dal capolavoro di Emilio Lussu: “Un anno sull’Altipiano”, pubblicato a Parigi nel 1938?
Il romanzo descrive un’epopea, in cui non mancano personaggi consegnati alla leggenda popolare, come Basilio Borromei (l’iroso marito di Leonide), Bulco Stasi (ex garibaldino), Vanio, Tonio il nano, soprannominato dai tedeschi Baciccia, capaci di imprese e di fatiche rimaste nella memoria. Viene in mente il capolavoro di Riccardo Bacchelli, “Il mulino del Po” (1938-1940), in cui si affronta l’epopea della famiglia Scacerni, ma nel libro di Pardini, essendo Leonide l’ultima dei Longobardi, si procede in modo inverso, e altrettanto affascinante a mano a mano che si toccano periodi storici lontani e dimenticati, in cui ad esempio, entrare in un paese confinante non era così facile: “si aveva a che fare con volti ostili, mal disposti verso il forestiero”, atteggiamento che almeno fino agli anni ‘50 e ‘60 si ritroverà anche nei rioni di città, e sicuramente a Lucca.

Siamo in una bettola dei bassifondi di Buenos Aires dove Temistocle, zio di Basilio, gioca a carte: “Avversari erano due fratelli del Trentino. I quali, e a un certo punto, si avvide che baravano.”. Ancora: “Le foto, conservate in una vecchia scatola di cartone, ogni volta che le riguardava a Basilio sembravano diverse.”. Sono zampate, unghiate, del suo stile. Altre ne emergeranno all’improvviso, facendo dei racconti e dei romanzi di Pardini un unicum. I personaggi si alternano sulla scena, scompaiono e ritornano: la memoria li recupera anche dopo che ne è stata narrata la morte, così che il romanzo ha un suo movimento che alimenta una vitalità immanente ed indomita. Come succede sempre in Pardini, gli animali sono trattati come gli uomini, si muovono, guardano, esprimono sentimenti al pari degli esseri umani (si veda la cavalla Sperina, appartenente a Fiorenzo, padre di Basilio o il grasso maiale dello stesso Basilio). Anzi, quando essi appaiono sulla scena, l’autore fa vibrare la sua scrittura, come se ne traesse motivo di gioia e di orgoglio: a proposito del maiale: “Nei vicoli del paese annusava gli angoli e l’aria alla stregua di un cane.”. Uomini (pressoché tutti amanti del vino e delle donne), ambienti, fantasmi (“I morti viaggiano più dei vivi.”; “Gli spiriti, si tramandava, usciti dal corpo, erano smarriti e avevano bisogno di aiuto.”; “I morti non vanno lontani, e non si muore mai del tutto.”) e paesaggi sono in continua lotta per la propria integrità, e in questo paiono degli eroi. Le mulattiere, l’Alpe, i boschi, le carbonaie, i carradori, le bestie selvatiche, danno la scossa a pagine memorabili, in cui primeggia la conoscenza dell’autore (molto curate anche le lettere scritte dai fratelli di Basilio, Marindo e Pilade, emigrati in Brasile) e in cui troviamo incastonate frasi taglienti come graffiti, e talvolta sfaccettate e vive come questa: “Basilio, dopo colazione, raggiungeva l’Alpe e tornava a sera. Una camminata non agevole. Nevicato, la mulattiera, nei punti in ombra, era ghiacciata.”. Non vi fa pensare anche a Bruegel il vecchio? O questa: Basilio “Ci teneva a radersi con cura, pelo e contropelo, finché il volto non diveniva roseo e morbido; allora lo massaggiava con rum o grappa.”. O questa: “Nelle adiacenze della Casa del cacciatore si trovava una chiesa lunga e bassa, che sembrava una barca arenata in mezzo ai prati. Risalente al Medioevo, era stata eretta dai frati del valico per prestare soccorso e ospitalità a pellegrini e ammalati.”.

Leonide plasma e si plasma nel romanzo, vi si allunga come un’ala di luce vivificatrice. I suoi anni, dalla giovinezza alla vecchiata, sono i punti da cui, attraverso i segmenti che li congiungono, prende forma e figura l’epopea. Senza il personaggio di Leonide tutto crollerebbe, e invece diviene gigantesco e poliforme. Pardini lo sa, e tra i molti fili con cui muove l’epopea, mai dimentica quello di Leonide, che a volte pare insinuarsi in silenzio, o con dolcezza, altre con prepotenza (“Le venne di nuovo da pensare che fosse disturbata da forze diaboliche.”).
Sovente pittori macchiaioli, fiamminghi e impressionisti, vengono richiamati alla mente dai suoi ritratti. Qualche esempio: “Attorno ai due pozzi, i fazzoletti legati attorno alla testa, gli abiti scuri e svasati, le donne insaponavano e sbattevano sulla pietra i capi; li stropicciavano, li immergevano di nuovo per sciacquarli e li strizzavano, fino a ridurli a involti, che riponevano nelle corbe.”; Leonide “In casa, alimentò il fuoco che andava spegnendosi, poi cominciò a sbucciare le patate e sgranare fagioli. Avrebbe fatto un minestrone di verdure, aggiungendovi una cotenna di lardo.”; Basilio: “Incessante il vento lo accompagnò sull’Alpe. Nell’aria vagavano foglie, piccoli rami di castagno cadevano, e gli alberi della foresta sembravano camminare; nonostante il cielo limpido, gocce d’acqua gli cadevano sul volto. Forse pulviscolo di neve.”.

Quando introduce la nascita del fascismo, si ritrovano le atmosfere contenute nelle pagine di Arrigo Benedetti allorché ricorda ne “Il passo dei longobardi” i giovani fascisti radunati nella piazzetta di Ponte a Moriano. Il romanzo si rivela, dunque, una miniera di preziosità, personalizzate da una scrittura unica: quasi una summa del sentire e del vedere del Pardini artista. Il quale (qualche volta si inserisce direttamente) al pari degli antichi narratori non si stanca di offrirci i suoi doni, come a comporre un mosaico. Vanio, “Il vento gli investiva il cappellaccio ad ali di poiana calato sulla fronte, gli muoveva i baffi ispidi e spioventi; di tanto in tanto sputava la saliva della cicca di sigaro sotto la gengiva, e muoveva il braccio con cui reggeva il pennato come a sgranchirsi il polso.”. Pressoché tutti i personaggi sono circonfusi da un poliedricità ammaliatrice: Leonide, “Le sembrava di essere avvolta dal buio, e si sentiva sola al mondo.”; Basilio: “gli sembrava di non appartenere nemmeno alla sua memoria, e avrebbe voluto dimenticare chi era. Guardando attorno, niente gli appariva nel medesimo modo. A cominciare dai risvolti del paesaggio. Sempre diversi. Si nasceva in un mondo si viveva e si moriva in un altro.”.

Pardini non è nuovo al romanzo (tra cui “Il racconto della luna”, del 1987 e “Giovale”, del 1993), ma mai la sua specialità, che è il racconto, ha lasciato striature così evidenti come in questo libro, riuscendo a farne, come in un grande fiume i tronchi che scendono a valle, un amalgama in movimento. Si può dire che abbia scritto una sua Bibbia, a cominciare dal suo Eden: la Garfagnana e la Valle del Serchio. Come nel testo sacro, la alimentano scorrerie e battaglie, eroi e tiranni, povertà e ricchezza, amore e risentimento, e poesia. Le narrazioni della calata dei longobardi, che giunsero sull’Alpe al seguito di Alboino, dell’arrivo di Annibale a Bagni di Lucca, della battaglia di Magenta con il generale Mac-Mahon, della Linea gotica, della ritirata di Russia hanno un alone di epicità. Un romanzo anche sul nazifascismo e la Resistenza (bello il ricordo del capo partigiano Leandro Puccetti del Gruppo Valanga, e quello di Manrico Ducceschi, detto Pippo, capo partigiano del Battaglione Autonomo Patrioti, sulle cause della cui morte, avvenuta per impiccagione nella sua casa di San Michele, ancora ci si interroga. Di lui si interessò particolarmente il concittadino Carlo Gabrielli Rosi).

Nel romanzo, il tempo trascorre senza che se ne avverta il peso: levigato e silenzioso (altrettanto, verso la fine, sarà per lo spazio). Si ha la sensazione che passato, presente, futuro, e lo stesso spazio, abbiano una sola identità, conseguenza di una scrittura specialissima al cui baricentro stanno natura ed universo.
A proposito di Leonide, la donna si avvia ad assumere una spiritualità sempre più sottile e intuitiva, tale da far pensare al mondo dello scrittore Carlo Sgorlon: “sentì assorbirsi come dalla forza di una sola mente e un solo pensiero.”; ancora su Leonide: Gosto “era rimasto stupito di una sua quasi certa bilocazione e di una sua quasi certa lievitazione, fenomeni che accadono a santi e indemoniati (…) ella stessa asseriva di aver veduto spettri e altro.”. Del resto le tante visioni di fantasmi che caratterizzano il romanzo sono indicative di una forte presenza di una sopra realtà che si interseca e dialoga con le esistenze materiali: Gosto “Morti, proseguiva, non andiamo lontani come si crede. Ci trasferiamo nell’altra dimensione. Una specie di porta con la realtà dei vivi.”; Leonide “Si fosse abbandonata alla totalità di un pensiero o di un’idea poteva accadere di levitare, divenendo leggera più dei pensieri.”; “I gufi, alla stregua di gatti e cani, avvertono il sentore della morte emanato dagli umani, a cui si avvicinano allo scopo di assistere all’uscita dell’anima, che inseguono e accompagnano finché non s’innalza.”.

Quando si arriverà al dopoguerra, si avvertiranno i primi malinconici segni del declino della famiglia di Leonide. Sulla felicità delle nascite prevarranno le tristezze dell’età e delle malattie. Si delineeranno nitidamente i percorsi, governati dalla morte (Gosto “Non ho ballato da solo, ma con la morte!”), che chiuderanno l’epopea (la stessa strada carrozzabile in costruzione verrà a seppellire l’antico).
La morte di Leonide fa ricordare “Cime tempestose” di Emily Brontë: a Fiorenzo “parve di sentire Leonide chiamare qualcuno.”.

Pardini Vincenzo e la guerra nei suoi libri

Ci sono romanzieri che nel raccontare una loro storia, magari perfino di fantasia, incontrano la guerra e ne narrano i fatti quali veramente accaddero. Lo scrittore e giornalista lucchese Vincenzo Pardini è uno di questi.
Leggeremo insieme qualche brano tratto dalle sue opere, esaminate in ordine di edizione, e constateremo così quanto le contraddizioni e le atrocità di una guerra possano essere efficacemente rese in una storia che, anche quando sia suggerita dalla fantasia, resta solidamente ancorata alla realtà del suo tempo.
Vedremo, altresì, quanto i brani riportati, abbiamo valori letterari e storiografici insieme.

Ne “La mappa delle asce”, del 1990, troviamo il racconto: “Il capitano Raffo Ghilanti”, che è un reduce della Prima guerra mondiale, rimasto invalido. Si legge: “A Raffo mancava una gamba intera: camminava poggiandosi a una gruccia incastrata tra ascella e costato.
Quella mattina da uscio in uscio: «Raffo è partito col fucile!».
Lo seppero guardacaccia, carabinieri e anche il sindaco. Ma fecero finta di nulla: Raffo Ghilanti era stato promosso sul campo di battaglia col grado di capitano, per un’impresa lunga e complicata a spiegare, nei giorni di un’immane guerra: e fu «un eroe».
Ma c’era chi diceva d’averlo sentito urlare: «Accidenti alla guerra e agli eroi!». Lo gridava di notte, luce sfavillante nelle camere del maniero; e furibondo percorreva le stanze; la gruccia, sui pavimenti, rintoccava rintoccava.
Aveva imboccato il sentiero terroso. Parlava rapido, secco, scandiva nomi. Come passasse in rassegna un esercito.
Poggiando la gruccia, balzello anticipato da una scossa della spalla, allungava il passo della gamba buona.
Sudava: rivoli gli scivolavano da sotto le falde del cappello viola a larghe tese buttato sulle ventitré.
Gli occhi neri, profondi e incavati, lampeggiavano cupi al di là degli zigomi sporgenti come ossi spolpati. Le basette bianche, baffetti a moschina brizzolati, camicia porpora, cravatta nera, scarpa di vernice marrone, gli conferivano un’aria difficile a dirsi.”; “La gruccia slittava; Raffo barcollava; il fucile, un abbaglio, luccicava.
In certi meriggi di sole, la polvere pulviscolo contro le finestre, carezzava le canne di quel vecchio arnese; contava i battiti, perdendone il conto, degli orologi a pendolo; sfogliava incunaboli; allungava l’orecchio ai rumori della campagna.
Giorni, le urla dei condannati al plotone d’esecuzione, non gli davano requie. Stringeva i pugni conficcando le unghie nei palmi.
«La guerra no! La guerra no!», bisbigliava sudando. Metteva la testa nelle mani: un uomo magro, flagellato, s’arrampicava tra soldati e folla pei viottoli sassosi, taglienti; deflagrazioni gli echeggiavano vicino, polvere avvolgeva tutto. Lui, barcollante come un mutilato, arrancava arrancava.”.

Sono le conseguenze traumatiche della guerra, che segnano un reduce, per di più menomato gravemente, per sempre. Difficile liberarsi del ricordo.

Anche “La congiura delle ombre”, del 1992, composto da due racconti lunghi, ci manda segnali inquietanti. Nel primo, che dà il titolo alla raccolta, assistiamo all’interrogatorio del protagonista Tana: “Da dietro la lucerna, un volto sfocato e deforme, lo inquisiva adesso feroce. Poi fece un movimento e il prigioniero non vide altro; ebbe in faccia e negli occhi l’abbaglio d’una luce. «Cosa facevi da queste parti?», gli domandò alfine l’uomo. Tana seduto e accecato, contò quanto sapeva e aveva visto negli ultimi giorni. Alle sue spalle avvenne un incomprensibile mormorio. Mentre quello dietro il tavolo, imprimendo rabbia alle parole «Vuoi dunque dare a bere di non sapere di chi fucila e deporta e dei rivoluzionari che sono sui monti?». Accostandogli il fascio alle pupille, in una vociata che pareva ruggito, più che mai imperativo aggiunse: «Chiudete la porta!»; “Preso dalla paura, tagliò lungo un sentiero a mezza costa, tra i mirtilli. Vicino echeggiò un’esplosione; lontana, una raffica. Tana salì su un albero: da lassù scorse la cima dei contrafforti coi cannoni e i soldati. Un sibilo traversò l’aria; uno schianto fece tremare la terra e gli alberi. Risceso, si nascose nel folto d’un bosco, dove dall’inclinazione del sole, riconobbe l’ora dell’Ave Maria e ricordò che sua madre voleva si facesse il segno della croce. Poi marciò a lungo e senza meta l’intera notte. Verso l’alba, dietro un colle, trovò un casolare: nell’aia, su un sasso a fumare la pipa, sedeva un vecchietto con una barba che sembrava piume di gallina. Alzatosi, il vecchietto gli andò incontro dicendo: «È finita. È finita, bel mi’ giovanotto». «Cosa?», disse Tana. «La vita. Ho più di cent’anni e i tarocchi fanno cilecca, capisci?». «Ma la guerra è passata da qui?», gli chiese Tana. «Ehi!, tu pensi alla guerra e non sai che oggi è qui, domani là. Lascia perdere. Di’, piuttosto, da dove arrivi?». «Dalle montagne». «Sei un guerrigliero!», esclamò il vecchietto strabuzzando gli occhi e scialinguando sul bocchino della pipa. «Sì, ma i miei…». «Non ci badare. Oggi a loro e domani a te. Vieni dentro, avrai fame»; “A casa, Tana trovò tutto come aveva lasciato. Solamente in lui erano avvenuti dei mutamenti. Si sentiva fatto di disperazione e di morte. Il passato lo assillava notte e giorno con rimpianti, vergogne e rimorsi. Il paese stava per ripigliarsi. La sera, vecchi e giovani, si ritrovavano nelle osterie, nelle piazze dove i superstiti dei campi di concentramento e di sterminio contavano le loro. Per dimenticare e far dimenticare i giorni del disastro e del massacro.”.

Il secondo ha il titolo “La moglie del monco”: “Quell’anno ad andare in guerra furono molti. Tanto che nella piccola stazione al treno locale se n’era sostituito un altro: lungo e verde. Nei pressi dei vagoni, i carabinieri, vagliavano le cartoline della «chiamata». (…) Le reclute camminarono tre giorni e tre notti. Nel vagone di Arduino quasi mai si scambiarono parole. Ammutoliti stavano uno accanto all’altro. All’alba del quarto giorno il treno fermò in una stazione grande e deserta. Salirono su, in lucide divise, gli ufficiali. Uno di essi, la sua voce echeggiava da vagone a vagone, parlò e disse: – Si va alla guerra. La guerra, nei secoli ha nobilitato l’uomo. Le civiltà sorgono dalla guerra, e divengono grandi, le civiltà, quanto più terribili sono state le guerre -. In quel silenzio di     volti e di sguardi, col treno che aveva ripreso a traversare le stoppie, le sue parole parevano di uno che delira. Ancor più quando concluse: – Il nemico non è un uomo. È un bersaglio. Uccidere è una conquista. Perché più sono i morti e più grande è la vittoria -. Poi l’aria cominciò a divenire color cenere e da contro degli altipiani salirono funghi di polvere. In un paese diroccato e cosparso di macerie la tradotta si fermò. Gli uomini, scesi, vennero fatti marciare fino nel cortile di una caserma. Qui un capitano urlava non si capiva bene contro chi. Aveva l’accento straniero.”.

Qui è descritta una situazione che chissà quante volte un soldato si è trovato costretto ad affrontare: “Oltrepassata una barriera spinata Arduino venne avvolto da un fumo asfissiante; tra il fumo, dentro dei buchi scorse degli uomini con gli elmi. Qui nessuno dava ordini. Quasi gli ufficiali fossero fuggiti. Lui non seppe cosa fare. Se non buttarsi per terra. S’avvide allora che alcuni soldati delle buche, benché avessero i fucili imbracciati, erano morti. Schiacciato al suolo sentiva dei fischi sopra le teste, fischi che laceravano l’aria e parevano annientarla. Nelle buche altri soldati, ancora una volta col fucile spianato, erano rimasti immobili. Finché da una di quelle (ora Arduino confondeva i vivi coi cadaveri) sentì dirsi: – Ehi, recluta! Buttane uno fuori e vai al suo posto -. A dire questo era stato un piccolo, magro soldato col volto da bambino. Poi la terra parve sollevarsi. Sibili e sibili strappavano la memoria e l’anima. Arduino aveva afferrato uno di quei morti (era caldo ed ebbe l’impressione che fosse vivo) e lo buttò fuori. Calò nella buca dove stagnava un tiepido odore. «Già», pensò nel concitato ribrezzo del momento, «prima di raffreddarsi, ai morti viene la febbre!». In uno di quei lucidi istanti che solo nelle avversità acquistano luce, la memoria gli portò Rosa: gli parve di vederla aggirarsi attorno casa, forse nell’orto. Ma s’alzò un polverume nero intercalato da «All’assalto, all’assalto». La buca pigliò a tremare, l’aria a farsi livida e digrignata. La terra era un rullio. I soldati, anche i morti, avanzavano contro un’immane, tuonante sagoma. Ad Arduino pareva d’essere solo e aveva la mente vuota, molto vuota. La terra prese a mancargli sotto i piedi e sprofondò sopra dei morti (oppure dei vivi?). Dei cingoli e un ventre di ferro stavano passando sulle loro teste. Ed ebbe addosso della terra, tanta terra. Tutto crollava e lui stava spostando o reggendo qualcosa che lo schiacciava e che gli affogava la vista e la memoria. Poi rivide, livido e rotto, il cielo. I morti che parevano alzarsi da sotto la terra, nel fondo delle buche. Gli sembrò che l’anima fosse uscita da lui e gridasse.”.

Vi è magistralmente resa la condizione psicologica, assai turbata e drammatica, del soldato.

Un’altra situazione, questa volta ricorrente e quieta, è questa: “Al comando d’un capitano dai capelli bianchi ma dal volto giovane e pensoso, i soldati partirono su dei camion in vie larghe e polverose, dove perfino i pali della luce erano caduti. Vie ripide e strette sfociavano in una scabra, torrida vallata. Qui i mezzi fermarono. Da dietro delle sterpaglie, sbucarono nuovi ufficiali. Contro il sole le loro uniformi e i loro elmi parevano lumeggiare. Al seguito degli ufficiali i soldati presero a scendere le vie d’una montagna a tratti arsa, a tratti verdissima e profumata. Nel verde pascolavano cervi e vacche bianche, indifferenti al passaggio dell’esercito. Dopo saliscendi, tra coni di pietra e di muschio, il paesaggio cominciò a mutare. Raggirato un dosso, in un circo di rocce e abeti, semicoperti di frasche, comparvero i carrarmati, i cannoni e l’accampamento. Militari, dalle divise lacere e volti cupi, stavano attorno alle trune pulendo i fucili, preparando casse di munizioni; altri, in contenitori di ferro, accumulavano palle di cannone.”.

Da notare l’inciso che riguarda la natura che sta intorno agli uomini in guerra, distaccata e indifferente, come segno di spregio verso l’uomo e un monito.

Qui è descritto uno dei tanti appuntamenti, che la guerra ci riserva, sempre a sorpresa, con la morte: “In breve i soldati furono in fila e in breve, ricevettero dagli armieri uno zaino di munizioni e bombe a mano. Ma echeggiò un boato, cui seguirono delle grida: gli ordini di correre ai posti di battaglia. Aerei lasciavano cadere siluri che sollevavano vampate rosse e viola. Scheggiavano le rocce. Scavavano voragini nella terra. Il cielo, dianzi limpido, s’ispessiva di nubi. Dopodiché dal cielo ci fu un barrito infernale: spuntavano nuovi aerei. Cominciava una delle battaglie più cruente di quella guerra. Il suolo scuoteva, l’aria rimuginava, i cannoni buttavano fumo e fiamme. Dai dirupi, in funicolare, arrivavano i feriti. L’odore era il solito: di sangue e di merda. (…) Arduino e compagni erano adesso tra alberi mozzati, soldati morti, camion distrutti, muli squartati. In quel fango e in quei residui di visceri si misero a terra, ma non sapevano contro chi sparare. Da ogni dove sbucavano divise di un diverso colore: uomini, da quanto potevano vedere, dai volti pallidi, che si muovevano con agilità. Arduino aveva appena scorto questo, quando avvenne uno spostamento di terreno e lui, d’istinto, s’alzò per andare loro addosso. Ma lo prese un bollore; poi un gran freddo. E pensò perché i soldati morti non tornavano a camminare, a sparare.”.

Qui incontriamo i segni di un cinismo degradante alimentato dalla guerra e dalle sue terribili abitudini e assuefazioni: “Quando Arduino rinvenne, avvertì un dolore atroce. Dal letto fissava il soffitto della tenda: era quanto gli restava della vita. In quello, alto e torvo, venne un camice bianco: il colonnello medico che, accompagnato da due crocerossine, lo guardava come chi beffeggi l’altrui sorte. In un sorriso d’inferno gli disse: – Un braccio se n’è andato, ma poteva andare peggio -. Le due infermiere forse contente di quanto il colonnello diceva, sorridevano. O così sembrò ad Arduino.”.

In “Rasoio di guerra”, del 1995, troviamo il racconto “L’Aviatore”, dove si descrive il caso di un aereo precipitato e il soccorso portato all’aviatore superstite dalla popolazione: “L’aviazione “alleata”, per annientare l’esercito invasore, ne bombardava le postazioni e gli avamposti, le salmerie e i carriaggi. Tra sibili e deflagrazioni, in un’aria di cenere oltre il cui velame sole e luna diventavano luci lontane, le lande e i declivi della nostra storia erano ormai terra bruciata.

Finché un mattino l’aria schiarì, come dopo una tempesta, e negli sbancamenti degli altipiani fu avvistato il rottame d’un cacciabombardiere. I vecchi, le donne e i ragazzi (gli uomini erano o al fronte o a combattere in montagna), avvicinatisi ai resti carbonizzati, ne estrassero, mezzo ustionato, un morto. Adagiatolo in barella lo portarono comunque all’infermeria del paese. La sua condizione si mostrava disperata. Ma chi lo dava spacciato come un numero da lotteria dov’è ricredersi: d’improvviso l’aviatore aveva preso a mangiare come un lupo e come un lupo a guardarsi intorno; anche se, invece di parlare gesticolava e grugniva, tanto che il volto gli buttava fuoco e lo sguardo tempesta, dicevano.”.

Anche “Il postale”, del 2012, è ricco di riferimenti alla guerra (Prima guerra mondiale): “il generale Luigi Cadorna, nuovo capo di Stato Maggiore dell’esercito, stava muovendo le truppe per sferrare l’attacco agli austro-ungarici, mirato alla conquista dell’Isonzo. La guerra era cominciata”.

Troviamo questa bella descrizione di uno scontro aereo, che vede protagonista il famoso Francesco Baracca: “Le cannonate parvero sconquassare terra e aria; alle esplosioni e gli echi si unì un sibilo forte e costante. Poi, d’improvviso, cessarono lasciando posto a un silenzio insolito, dove ogni rumore e voce e cinguettio d’uccello sembravano finiti per sempre. Il valligiano gli offrì ospitalità; tanto per quel giorno, vista la battaglia, non sarebbero potuti andare sulla linea del fronte. Ricoverato Balio nella stalla, potevano riposare al piano soprastante. Liberio stava per staccare il cavallo, quando dal cielo provenne uno strano ronzare: due apparecchi, che a casa sua aveva visto qualche volta in alto come i falchi, usciti dalla polvere degli altipiani, sembravano rincorrersi come per gioco. Uno fece una picchiata; l’altro cercò di seguirlo, ma una virata lo spiazzò. ‘Quello che ha deviato è Francesco Baracca. Già l’altro giorno ha abbattuto un velivolo nemico’, proruppe il valligiano a Liberio.

Tutti, anche i bambini, stavano a testa in su, verso il cielo limpido ma traversato, a momenti, come dal fumo di un incendio nascosto tra le montagne. Fu in mezzo a queste bande di fumo, che i due aerei parvero affiancarsi, finché quello di Baracca, che si riconosceva dalla carlinga scura, si librò in alto. Poi s’allontanarono, come lo scontro fosse finito. Sennonché, virato, ricominciarono a venirsi incontro; quello austriaco prese quota: giunsero degli scoppi. Con una cabrata, Baracca lo affiancò; di nuovo esplosero gli scoppi e volarono in coppia per un lungo tratto, poi l’altro emise una scia di fumo nero e cominciò a precipitare verso il rilievo, che Liberio e gli altri avevano di fronte. L’aeroplano di Baracca, abbassatosi fino a sfiorare gli alberi, disparve come l’altro. ‘Sono entrambi in avaria’, mormorò il valligiano”. Assistiamo anche all’incontro dei due con Baracca, “piuttosto piccolo e di complessione leggera.”. Qui la descrizione di Cadorna e di Vittorio Emanuele III: “In una sala, dalle finestre schermate di tende nere, al fioco chiarore di lucerne posate sopra dei treppiedi, degli ufficiali in armi fecero cenno a Baracca e Liberio di entrare. Traversato un andito, furono in una stanza con al centro una scrivania, dove era seduto un uomo dalla faccia pallida, i baffi neri, lo sguardo burbero e diffidente. Liberio riconobbe Cadorna. Su una poltrona, vicina al caminetto acceso, stava seduto un uomo piccolo, dalle gambe corte e la faccia malrasata che fumava un Toscano. Riconobbe anche quello: Vittorio Emanuele III, il re. Ebbe un brivido. Non avrebbe mai creduto a un simile incontro. Nel silenzio, il crepitare del camino, accomunava gli uomini pensò.”; “Vittorio Emanuele aveva gli occhi cisposi e piccole croste tra la barba. Baracca lo salutò con un movimento di ciglia.”.

Ecco il momento in cui Liberio e Antea, ossia un padre e una madre, incontrano il figlio, vittima della guerra: “Da non capiva dove, provennero lamenti come di chi rantola e rumori di passi e movimenti. Infine, tra le ombre delle tende, si profilò una sagoma che avanzava poggiata alle stampelle. Non ebbe dubbi, era Amilcare. Accompagnato da due soldati avanzava a saltelli, una gamba sospesa da terra, avvolta nelle bende dal ginocchio in giù. La Luna lo illuminò, e Liberio gli vide il volto magro e barbuto. Sentì prendersi dalla commozione; gli andò incontro per abbracciarlo, ma quando furono di fronte desistette. Amilcare abbassò la testa, quasi non volesse vederlo. Un soldato allungando uno zaino a Liberio, enunciò:

“Gli effetti personali del bersagliere Amilcare Fraterni”. Liberio lo prese e si voltò per metterlo sulla diligenza, al cui portello era affacciata Altea che, voce rotta dall’emozione, mormorava: “Oh, il mio Amilcare, vieni, sali!”. Lui taceva continuando a guardare basso. Poi, avvicinatosi alla diligenza vi entrò, aiutandosi con le braccia.”.

Passiamo ora a “Grande secolo d’oro e di dolore”, uscito nel 2017.

Siamo ai primi passi del Fascismo: “La vita del paese aveva subito un cambiamento. In giovani e anziani era subentrata una forma di eccitazione, e molti vedevano Mussolini come amico o fratello, a cui si doveva devozione. Chi dissentiva era guardato con diffidenza e spregio. Tutti per uno, uno per tutti. Durante la monarchia, nessuno o quasi parlava del re, dei suoi meriti o demeriti. Adesso, invece, altro non si parlava che della guerra vinta in Etiopia, e di un condottiero degno dell’antica Roma: il duce Benito Mussolini, infallibile in politica come il papa nella religione. Uomini dei paesi vicini, fino a qualche tempo fa insignificanti, erano d’improvviso assurti a soggetti di rispetto. Nei giorni di festa, portavano la camicia nera, il fez e il distintivo del fascio sul petto. Entrati in un locale pubblico, i presenti dovevano alzarsi in piedi; chi si rifiutava, veniva malmenato.”.

Scoppia la Seconda guerra mondiale e dopo l’8 settembre 1943 l’Italia è in preda alla guerra civile, e numerosi sono i rastrellamenti ad opera dei nazifascisti: “Altri tredici prigionieri li portarono a Bagni di Lucca. Fra questi, uno riuscì a squagliarsela, buttandosi al bosco. Lei e Basilio gli davano spesso da mangiare e lui, un giorno, gli raccontò come fosse riuscito a evadere. Era un giovane di statura piccola, gli occhi grandi e blu. Chiuso dentro un reticolo sorvegliato dalle sentinelle, una notte di luna piena, al di là della rete, scorse una rosa selvatica. Pensò di coglierla per la fidanzata. Senza nemmeno guardare dove fosse la sentinella, steso sul dorso cominciò a insinuarsi sotto la rete. Uscitone a metà, ebbe davanti la faccia gli anfibi di un soldato. Chiusi gli occhi, gli parve sentire il mitra puntato alla nuca. Invece gli anfibi s’erano allontanati. Allora, colta la rosa, si allontanò lungo la riva del torrente e, in breve, raggiunse la boscaglia.

La mattina, davanti al camposanto di Chifenti, i nazisti fucilarono un altro prigioniero. Poi arrestarono i familiari del soldato che aveva raccolto la rosa: una giovane madre con un figlio di tredici anni. Visto che non rivelavano dove si trovasse il loro congiunto, i nazisti minacciavano di giustiziarli. La donna disse di non comprendere le loro domande. Allora il comandante convocò una strana donna, chiamata Monachina, una interprete, la quale riuscì a far capire ai tedeschi che la donna e il ragazzino erano, davvero, in buona fede, e nulla sapevano del loro familiare. Alle Foci di Gello, durante una perlustrazione, un drappello di nazisti incrociò due giovanotti, che scambiarono per partigiani. A nulla valsero le loro rimostranze. Fucilati, li nascosero sotto del fogliame. Sette soldati delle SS, tornando da Borgo a Mozzano a Gallicano, spararono sui passanti, uccidendone undici.”.

Si ricorda il sacrificio del “Gruppo Valanga”: “Alle pendici delle Alpi Apuane, nei pressi dell’Alpe di Sant’Antonio, in un conflitto tra partigiani e nazisti era morto un maresciallo tedesco. In Garfagnana, già frontiera della Linea gotica e da tempo sottoposta ad angherie naziste, la situazione peggiorò. I partigiani del Gruppo Valanga, comandato da Leandro Puccetti, non poterono che stare ancor più all’erta. La tensione dello scontro era nell’aria. Infatti alle tre di notte del 29 agosto 1944 nazisti e partigiani entrarono in combattimento. Sebbene soltanto in settanta contro un forte avamposto, i partigiani riuscirono a infliggere al nemico notevoli perdite, costringendolo ad arretrare. Leandro, ferito a morte, dopo quattro giorni di agonia, spirerà all’ospedale di Castelnuovo Garfagnana. E si tornò a temere che i tedeschi si spingessero nei paesi soprastanti, a compiere vendette contro la popolazione inerme.”.

Qui si ricorda la feroce battaglia di Sommocolonia, nei pressi di Barga: “All’indomani si seppe che, per sette ore, tedeschi e partigiani s’erano scontrati nel paese di Sommocolonia. Una battaglia forsennata, combattuta tra le case e nelle case, con caduti civili, incluse donne e bambini. Ma non si sapeva chi fosse il vincitore, visto che i tedeschi continuavano a mantenere le postazioni di Barga, Fornaci di Barga e proseguivano nelle razzie, affidando il trasporto del bottino a civili rastrellati e ai muli; una volta abbandonata una località, disseminavano sul terreno mine antiuomo. Molti i caduti in quei versanti. Si raccontava di camion interi coi cassoni pieni di morti accatastati. Insieme agli americani e agli inglesi di pelle bianca, c’erano individui di pelle scura: negri e indiani, sempre in prima linea, ma che spesso arretravano, lasciando ai partigiani il compito di contrastare i nazisti. Tra questi, dopo il Gruppo Valanga, s’era distinto il Battaglione Autonomo Patrioti Pippo, coraggioso e disciplinato alla stregua di un reparto militare.”.

La pace, tanto attesa, è però lenta a venire: “Per avere la certezza che la guerra fosse finita, avrebbero dovuto andarsene anche gli americani. Ma in Alta Garfagnana, pareva si trovassero ancora i tedeschi. Gli sfollati, esigenti e affamati, chiedevano mangiare spesso senza ritegno. Un mulo degli americani, che trasportava vettovaglie a quelli sull’Alpe, su un tornante della mulattiera precipitò, spezzandosi la schiena. Liberato dal carico e dai finimenti, in un baleno gli sfollati lo finirono, squartandolo e abbrustolendolo su dei bracieri improvvisati lungo la strada.”.

Come abbiamo potuto constatare, anche se non ha fatto la guerra, Pardini la conosce bene e che cosa ne pensa ce lo fa capire con le parole che mette in bocca, ne “Il postale”, al parroco di Liberio: “Quando la storia si crogiola nella violenza e nel sangue ho imparato a non avere dubbi: è opera di Satana. Non saprei darmi altre spiegazioni. Nessuno quanto lui sa prendere possesso dell’umanità innestando nei cuori i germi dell’odio e della ribellione verso Dio padre. Allora si scatena l’inferno nel vero senso della parola. Ciò che è sotterraneo affiora e travolge ogni cosa. Non resta che pregare, innanzitutto per coloro che, del delitto e del sacrilegio hanno fatto una ragione di vita, affinché si ravvedano.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart