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Pazzi, Roberto

7 novembre 2007

La stanza sull’acqua

“La stanza sull’acqua”

Garzanti, pagg. 178. Euro 12,91

Ha uno stile rapsodico questo romanzo di Roberto Pazzi, che in pochissime righe iniziali schiera davanti a noi alcuni personaggi storici rimasti nella memoria sin dai nostri primissimi studi: Cesare, Cleopatra, il loro “supposto” figlio Cesarione, che da piccolo era convinto della sua immortalità: “È vero che io non morirò?”, Antonio, Pompeo, Vercingetorige, il condottiero gallo sconfitto e condotto a Roma, Calpurnia, la seconda moglie di Cesare, sterile, ammaliata dal carattere indomito del barbaro prigioniero, “l’unico pari, nella sventura, alla grandezza di Cesare”, il quale Vercingetorige attende di essere messo a morte, poiché “i vinti del rango del prigioniero, dopo un trionfo, non dovevano sopravvivere ai loro regni perduti.” Siamo nell’anno 46 avanti Cristo allorché incontriamo queste prime figure, poi l’autore ci costringe ad un balzo in avanti di sedici anni, verso il 30 avanti Cristo, quando parecchi di quei personaggi se ne sono già andati, e seguiamo così il viaggio di Cesarione che, imbarcato su di una nave che percorre il Nilo, lascia di nascosto e in tutta fretta Alessandria d’Egitto per sfuggire a Ottaviano. La memoria ha una parte importante nel dare tonalità e ritmo a questo stile rapsodico con il quale, intuiamo, dovremo prendere confidenza al più presto, al fine di raccogliere ed interpretare i molti significati che vi si racchiudono.

Cesarione è ricercato poiché potrebbe ostacolare l’ascesa di Ottaviano, pronipote di Cesare, e perciò: “non era padrone della sua vita, l’aveva capito molto presto.” Chiunque, infatti, avesse voluto comandare quel già vasto mondo conosciuto, sapeva di dover prima d’ogni altra cosa, per spianarsi la strada ad un potere assoluto, fare i conti con l’erede di Cesare e di Cleopatra: “tu sei l’unico ostacolo fra lui e il potere assoluto.” Ma più che della fuga di Cesarione da un nemico in carne ed ossa che gli dà la caccia, sarà il racconto della fuga dal proprio nome, attraverso la scomparsa nel nulla, che in questo caso equivale all’anelito e alla ricerca di una nuova identità. Non a caso il suo fedele astronomo Sosigene, quando Cesarione pretende da lui di sapere qualcosa sul conto del celebre genitore, gli risponderà con una frase che dà la rotta a questo romanzo: “Non affondare nel suo mito, come tua madre; attento a non bruciare le tue ali vicino al sole, volagli lontano, sii un egizio, non un romano. Il viaggio verso Oriente ti libera per sempre da lui, non ostinarti. È ormai già ora di pensare a un nuovo nome per te.” La nave che lo allontana dal suo passato si trasforma ben presto in un simbolo, allo stesso modo delle lente acque del Nilo, protagoniste partecipi della sua ricerca, accompagnando con il loro silenzio quella triste e immane solitudine: “a stento qualche fuoco laggiù ricordava che quella nera massa d’acqua non era il mare.” E forse non è più nemmeno il Nilo. Rodone, Teodoto e Areta, a cui in tutta fretta Cleopatra aveva affidato la vita del figlio, su quella stessa nave stanno tramando contro di lui. Ricondurlo, infatti, ad Alessandria, significa ucciderlo, sommergerlo nel suo pesante passato. Siamo in piena notte, e l’autore ha creato un’atmosfera in cui la stessa natura è complice “per il lungo oscuramento della luna.” Ed anche: la luna “vincendo le nuvole, riapparve in quel frangente, a scoprire nella luce piena di tensione la drammaticità del partito da prendere.” Lania, sua schiava e amante e simulacro di un’altra amante senza volto, sconosciuta (“creatura favolosa che abitava il suo sogno”, che si personificherà poi in Afra, la bella regina etiope in tutto simile a lui, fuorché nel colore della pelle), veglia su di lui; intuisce, come del resto Cesarione nei suoi incubi notturni, che qualcosa di terribile deve succedere e si propone che mai “sarebbe andata così al suo Cesarione.”

Il racconto ricorda molto da vicino le storie narrate nei primi romanzi greci, in cui spesso intrighi, scambi di persona, fughe e quant’altro di simile costituiscono la tessitura primaria, dalla quale quasi mai ci si allontana, come nel romanzo di Caritone: “Le avventure di Cherea e Calliroe” o anche in quello di Senofonte Efesio “Racconti efesii intorno ad Abrocome ed Anzia” .

La differenza, nel romanzo di Pazzi, risiede in quel velo di poesia che avvolge sempre la storia, in quella rarefazione incantata che qualche volta colloca taluni personaggi, come l’eunuco Poro e i danzatori Onfale e Narciso, dentro una dimensione più onirica che reale, suggestiva, e propria più del canto che della prosa. Nell’incrocio degli sguardi dei due nocchieri Paride e Memnone, che dànno il tempo ai rematori delle due fatali navi che s’incontrano sul Nilo, è racchiusa una delle chiavi di lettura più importanti: “Le pupille di Memnone, l’etiope, fissavano quelle di Paride, il cretese, febbrili ed immobili; ed era il mondo che si apriva e chiudeva in quella vista, ampio come mostrava la prolificità e il capriccio della natura che si divertiva a creare colori e linguaggi così differenti per poi intrecciarli insieme, affinché dalla sorpresa della loro diversità nascesse il desiderio di catturare l’uno all’altro il segreto della sua estraneità. Era il mondo che si offriva e si negava nelle finestre degli occhi”. L’incontro delle due navi (“cullandosi sulle acque scure del Nilo”) resta uno dei momenti più suggestivi e forse ineguagliato del libro, in cui le immagini create, ricche di lenti movimenti che paiono prendere le più svariate forme dal nulla, e l’afflato che le riveste, ci coinvolgono con il fascino del mistero e del prodigio insieme. Da questo momento, noi avvertiamo che l’autore ci ha definitivamente trasportati altrove, in un mondo che non è più nemmeno l’antico del quale apparentemente si narra, ma un altro dove i colori e i movimenti tengono luogo degli individui e delle parole, a rappresentare una realtà di cui non potremo mai conoscere se non la sola parte avanzata che si mostra, annunciatrice di altri colori e movimenti che le stanno dietro, immersi in una profondità smisurata, presentita e inarrivabile. Ossia, ci siamo dissolti a poco a poco come individui, avviluppati da un vello di piacere e di incanto dentro il quale si è avvertita, fremente e inquieta, sbalordita, la possibilità anche di un non ritorno. Camminiamo e non abbiamo più le gambe, pensiamo e non abbiamo più la mente, ci tocchiamo e abbiamo perduto la nostra carne. Potrebbe essere questa “l’eternità della pace”?

Le due navi diventano presto i loro re che le occupano, nascosti ai nemici che tramano contro la loro vita. Cesarione e Afra (“la sua eleganza era la nudità”) cercano la sopravvivenza e la libertà nella unione dei loro destini: “Tu sei me” dirà Afra. Gli echi dell’antico romanzo greco ritornano tutti in una sequenza di avvenimenti i quali, tra intrighi, paure, amori, interventi del destino, veleni, fughe, maledizioni, travestimenti, inganni e perfino le improbabili situazioni ed esiti che indulgono in quelle trame, ci rimandano ad una tessitura già vista e, dunque, nota e prevedibile. Sennonché la somiglianza quasi assoluta tra i due personaggi, ad eccezione del colore della pelle, e lo scambio delle loro persone che fa sì che i traditori riportano, inconsapevoli, in Egitto non Cesarione ma Afra, e i traditori etiopi riportano nella terra natia (un’isola tra l’Africa e l’India, dominata da un vulcano “sempre incappucciato di neve”) non Afra ma Cesarione, rendono misterioso e ambiguo il percorso verso il recupero della propria identità, sicché possiamo anche dedurre che qualsiasi tentativo di fuga non può essere mai assoluto e solo non tralasciando del tutto la memoria del nostro passato, ossia affrontandolo in qualche modo, si può conquistare la propria libera individualità. Così, per il tramite di quella “stanza sull’acqua” in cui furono prigionieri e si amarono nei loro corpi, là dove Cesarione avrebbe dovuto trovare la morte, Afra spera di trovare la vita e viceversa.

Come perle luminose sparse qua e là e avvolte ciascuna nel velo coinvolgente della poesia, il romanzo si arricchisce ogni tanto, e all’improvviso, di raffinate suggestioni, con pagine assai delicate come quelle che riguardano la morte di Teodoto, sconvolto dall’inattesa scoperta di Afra nascostasi nei panni di Cesarione, o l’amore tra l’eunuco Porro e lo schiavo Partenio. Esse hanno la funzione di immergerci sempre di più in una atmosfera nuova e ineluttabile che sta sorprendendo a poco a poco gli inquieti passeggeri di quelle navi, e quell’interminabile ritorno che per i due re rappresenta una speranza alla vita, per tutti gli altri che li accompagnano si impregna, come una fatale maledizione, del nero colore della morte. Si ha la sensazione che il Nilo si sia trasformato in un fiume infernale e che le due navi siano guidate da un invisibile Caronte che le sta conducendo, pur in opposte direzioni, al medesimo, vasto e onnipresente Averno. Sempre di più ci rendiamo conto che in questo libro si debbono ricercare i significati non tanto nella storia narrata ma nelle pieghe della poesia che la pervade, preparati dunque a fare i conti coi suoi misteri e suoi orizzonti molteplici e sterminati. È il caso di Afra, la cui presenza sulla nave in luogo di Cesarione, così desiderata da entrambi per uno scambio che assicurerà loro la vita, fa pensare all’inserimento beffardo di una specie di angelo sterminatore nascosto, inerte e inconsapevole del suo carico di morte, la quale morte si trasferisce gradualmente sugli altri, provocando in ciascuno uno sconvolgimento repentino e irreversibile. Anche se troppe sono le congiure e le circostanze assai improbabili presenti in questa storia, il suo fascino è racchiuso nell’afflato che sempre scaturisce, quando lo si sa raccogliere e donare, dalla leggenda e dall’antico, al punto che si è costretti a deporre la fredda logica della ragione per lasciarsi cullare dal sogno. Sembra la sfida più importante che ci lancia l’autore (che non a caso al sogno si affida nella parte conclusiva) e, ciò che ci sorprende, essa riesce a renderci succubi e ammaliati. Come avviene per la fuga di Cesarione, tanto facile e incredibile che solo la voce immaginifica della poesia può renderci accetto l’aiuto spontaneo e immediato che riceve dalle due sentinelle Meroe e Besso. “Non c’era più olio da ardere nella lampada della vita e la Parca stava rapidamente avvicinandosi alla loro nave”: ormai non attendiamo che questo esito finale, questa consumazione definitiva con la quale anche noi desideriamo placare lo sgomento che si è impadronito dei nostri sensi, posti in balia di un fato che, nel colpire così duramente quei personaggi, ha scosso e rinnovato il lamento di una esistenza dolente che continua ininterrotta nei secoli e che giunge fino a noi, sempre, attraverso lo spazio e il tempo: ci tocca e subito ci appartiene. Siamo di fronte al romanzo che fa della memoria storica un lungo contagio e una lenta, inarrestabile e infinita consunzione, oltre la quale ci attende il mistero di ciò che siamo: sicuramente tanto diversi da ciò che siamo stati o credevamo di essere, trasmessi con il suadente mezzo incantatore ed ineffabile della poesia, al punto che per qualche istante desideriamo sedare il nostro stupore e la nostra angoscia con le parole che l’eunuco Poro rivolge a Sosigene: “La miglior cosa per un uomo è non essere mai nato.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart