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Perec, Georges

7 novembre 2007

La scomparsa

“La scomparsa”

Guida editori, pagg. 286. Euro 14,46 (Traduzione e postfazione di Piero Falchetta)

Dirò subito che è difficilissimo inquadrare questo insolito e sperimentale romanzo del 1969, i cui intenti si disperdono e si affievoliscono sicuramente nella traduzione italiana, che tuttavia si sforza di mantenere fermo il proposito dell’autore di scrivere una storia senza mai usare la vocale “e”, pure mancante in molte scritture indiziarie rinvenute dai personaggi, e alla quale assenza comunque assegno scarsa importanza per gli esiti complessivi della storia, le cui prime righe fanno pensare ad un’epoca antica, medievale, con il popolo alle prese con una delle sue tante proteste contro la fame. Invece l’apparire di un caccia che comincia a bombardare i rivoltosi proietta immediatamente gli avvenimenti non solo ai nostri tempi, ma ad un tempo senza età che può essere insieme il passato, il presente e il futuro, come si vedrà anche nel capitolo 9.

Da questo prologo collettivo, insanguinato da crude scene di delitti, si scivola su di un personaggio, Anton Vokal, che in una notte, non riuscendo a prendere sonno, si distende finalmente sull’ottomana e viene attratto da strane visioni, crittogrammi, serie di lettere, di numeri, di figure, che appaiono sulla trama del tessuto di cui è rivestito il divano e che lo sfidano nella ricerca di una loro soluzione. A questa sfida egli non riesce a sottrarsi: “Non dormiva più”. Sembra incominciare da questo punto un cammino di smarrimento, di disperazione e di solitudine. Dirà più avanti una sua amica, Olga: “Si lagnava di un’insonnia durata novanta giorni. Soffriva, ma in qual modo dargli conforto?”.

L’autore è alla ricerca di un universo delle mancanze, che ad un certo punto della vita possono presentarsi tutte insieme nella nostra mente e provocare una specie di nemesi, arrestando il nostro cammino per trasformarlo nelle contorte e drammatiche spirali di un vortice folle e precipite, che fa dell’inconscio la propria caotica realtà: “tutto ha cominciato a scombussolarsi. Voglio uscir fuori dal sibillino, dal confuso borbottio, dallo sconclusionato discorso privo di figura. Ma non ho possibilità alcuna: posso solo inoltrarmi ancor più in fondo al miraggio. Ho bisogno di un bandolo: ma tutto si allontana sfocandosi…” Eccolo qui l’accadimento che sconvolge il protagonista ed ecco il suo sfiduciato impegno ad uscirne fuori, a recuperare la sua identità, conscio che anche l’altra che lo ha menato nella confusione fa parte di essa, contribuisce a formarla, ma se, per chissà quale misterioso meccanismo, muta la scala delle gerarchie nella propria complessa e composta identità, ne consegue uno sbandamento che può perpetuarsi e portarci dentro un noi stessi altro e diverso. Che possono essere, infatti, i vari Ismail, Aignan, Haig, lo stesso autore: filiazioni con le quali si interseca la sua avventura.

Ogni tanto Perec esce dall’incubo in cui ci introduce a poco a poco, facendo capolino dalla tana dove sta rimpiattato, sorridendo di noi, e si mette a incastonare assonanze (“Si ritirò un pochino, isolandosi in un salottino, col proposito di farsi un pisolino”), salmodie, favole mitigatrici della nostra paura, avvalendosi di un Vokal che diviene automa della propria salvifica scrittura: “Intanto il racconto di Vokal si strutturava”, “un romanzo mi porterà fuori dal labirinto”, che fa talvolta il verso a personaggi, fatti e narratori del passato. Sarà una caratteristica costante – come uno scoppio di disincanto – del modo agrodolce e canzonatorio di coinvolgerci nei suoi labirinti, in quel viaggio “fino alla gran lacuna, fino all’omissis” nel quale scompare ben presto e misteriosamente Anton Vokal.

Il modo di scrivere di Perec ha dell’algido virtuosismo che non sempre attecchisce nella fantasia di un lettore come me, apparendo la storia macchinosa fin troppo, e schizofrenica, sostenuta da personaggi i quali restano diafani e assenti, seppure apparentemente muovano le fila dell’intrigo: e certamente questa è una scelta consapevole che l’autore fa nel momento in cui vuol costruire con l’assenza e il vuoto il segno più importante della sua scrittura, ma il rischio di compromettere il risultato della felice intuizione è notevole, visto che mancano discese nelle profondità dell’essere che avrebbero avuto bisogno di uno scalpello capace di incidere nella nostra coscienza, e invece vi passa un canto sospeso tra sogno e fiaba, in una atmosfera che arriva perfino a riprodurre echi da “Le mille e una notte” (finanche l’intreccio delle storie), o la leggenda del Pifferaio magico, e di misticismo orientaleggiante, a cui, nella frigidità della scrittura, manca una tessitura sufficientemente credibile – sia pure originata dall’inconscio e sia pure fuor di ragione – che muova, tuttavia, sempre da una realtà riconoscibile da tutti, ossia da ciascuno di noi, e, una volta acquisita, interpretabile.

Il caos, il potpourri, le stolide agnizioni (i vari papà che sbucano fuori, figliastri che hanno lo stesso nome del patrigno), il gioco e l’ironia confusionari (la storia di Albino, le manie sessuali di Sabin), l’intento “stupitorio” e ingordo, possono creare isole di consenso solitarie e sbigottite, ma volgersi poi miseramente verso una incredulità dell’insieme: la figura della Squaw alla quale è affidato un ruolo improbabile e il cui lungo racconto occuperà vari capitoli rivelatori, può essere un esempio, come lo Zahir, l’anello misterioso strappato a quel modo dal dito di Augustus Clifford, nonché il suo bambinesco ritrovamento. Pur accettando noi, e sarà sempre più chiaro, che il gioco e l’ironia sono gli strumenti narrativi prediletti da Perec, il quale non ha difficoltà ad ammettere che un “intruglio di scarabocchi sconclusionati, produca un racconto la cui trama par uscita dalla capa rammollita di un matto bonario afflitto da una strana mania, tanto vi si ritrovano, di continuo, divaganti strampalaggini, la cui scrittura si rifà a motivi tanto vaghi quanto casuali, tanto gratuiti quanto irrazionali!”. Tutto ciò allo scopo di aprirsi ad una “fantasia illimitata, spinta all’infinito”, la quale sia alimentata, però, da uno stretto rigore linguistico, ossia “quando ogni parola sia stata scritta con in mano un finissimo staccio, sotto il diktat di una norma assoluta!” Si può legittimamente dubitare, tuttavia, che un tale esito sia stato qui felicemente raggiunto.

Ci si mette in cerca di Anton, dunque; lo fa da principio il suo amico Amaury Conson, che chiede infine l’aiuto di un poliziotto còrso Ottavio Ottaviani, e insieme si mettono ad indagare per tutta Parigi. Girano frasi sibilline ad aggrovigliare il racconto; una viene rinvenuta nel diario di Vokal: “L’avvocato jazzista, quando fuma allo zoo”, un’altra sul tappeto di un biliardo e profetizza una condanna, di cui qualcuno farà le spese. Ruotano i soliti sospetti, amici dello scomparso che congiuntamente tentano di sbrogliare la matassa, coincidenze, lati oscuri da chiarire, delitti, strane morti (in un totale incredibile), e la storia prende per un po’ il ritmo di un giallo dei soliti, spostando l’attenzione del lettore quasi per un sadico gioco.

Rispetto all’assenza e al labirinto scavato dentro la nostra complessa identità che ci facevano vacillare all’inizio dentro un mistero più grande di noi, ecco che ora, infatti, ci ritroviamo sbattuti nell’ordinario, già sapendo, però, che questa è un’altalena sulla quale all’autore piacerà dondolarci, come per una piccola vacanza accordataci. Fino a quando? E perché? C’è un volume, un manoscritto, che manca dalla collezione di Vokal composta da 26 tomi (26 come il numero dei marinai che sulla scialuppa lottano contro Moby Dick, tutti trascinati dal mostro “fino al nulla, fino all’omissis”. Il 26 è un numero che ritroveremo ancora): è il n. 5 (anch’esso ricorrente e corrispondente alla posizione della lettera “e” nell’alfabeto). Già Vokal se n’era accorto e stupito. Anche quel tomo è scomparso, dunque, come scomparirà lui e scompariranno altri oggetti e personaggi, alla stregua di un buco nero che si sta formando intorno alla realtà e nel quale significante e significato, principio e fine, causa ed effetto si scollegano tra di loro in una fluttuazione spezzata dal nulla.

E Anton Vokal è un uomo che “mostrava dissimulando, significava occultando”: già vinto, quindi, divenuto mistero e sfinge egli stesso. Infatti, ai suoi amici che lo stanno cercando ha inviato alcuni strani plichi e messaggi, che hanno il sapore di enigmi in grado di risolvere il “busillis”, ossia il mistero della sua improvvisa sparizione. Stiamo rapidamente tornando all’incognita iniziale, a quell’annullamento (“fino all’omissis”, al foglio bianco non contaminato dalla parola) con cui avevamo cominciato a leggere la storia. Che cosa sta accadendo, o è già accaduto, a Vokal? I suoi chiodi fissi, dicono gli amici, sono sempre stati: “l’oscuro, l’immacolato, la scomparsa, la condanna”. E nella poesia di Rimbaud, “Vocali”, lasciata come traccia, l’oscuro e il bianco si congiungono. Il bianco dunque, il non scritto, il non fatto, il non detto, è lui che ci fagocita nell’oscurità del nulla (il “nulla bianco”)? Che genera la nostra scomparsa? La nostra condanna? La nostra rivincita, o anche la nostra resurrezione? Quando si toglie dal foglio l’ultima parola, un mondo nuovo e diverso si apre ai nostri occhi con le sue regole sconosciute. C’è una parola, una sola, che ha la chiave della nostra esistenza e non la si conosce, oppure non la si riesce a pronunciare. Sarebbe liberatrice e salvifica, e questa impossibilità o non conoscenza è essa che spalanca la porta ad una morte inoppugnabile e irreversibile.

È dal lungo, intricato e paradossale racconto della Squaw che si cominciano a diradare le nebbie della storia, attraverso scomparse e morti e ritrovamenti che sono tasselli di un mosaico che sta confluendo a poco a poco in una sorta di fisionomia del mistero e del nulla, e in cui Vokal ha sempre avuto un ruolo importante di presenza, conoscenza e di trait d’union, e addirittura di scaturigine dell’incognito che si è addensato sui personaggi: ed ora è il vuoto di sé che li avvolge.

Fino a che l’intruso Savorgnan (“aria franca, gaia, diciamo simpatica”), che è apparso da un po’ di tempo accanto agli amici di Vokal, non comincerà a fare – come un Deus ex machina – rivelazioni importanti e sconvolgenti. Tutti i nodi vengono al pettine, infine, lasciandoci basiti davanti ad un epilogo inaspettato e minimo, con il quale ci spiegheremo le ragioni (una spietata condanna “ab ovo” in una specie di saga familiare) di tutte quelle sparizioni e morti misteriose, fino a che non si arriverà a quell’ultima parola che spalanca le porte alla Morte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart