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Piero, Chiara

7 novembre 2007

Il cappotto di astrakan

“Il cappotto di astrakan”

Mondadori, pagg. 208. Euro 6,20

Bella scrittura, quella di Chiara, con la quale ci si trova a nostro agio; ci si siede comodamente e si prende a leggere come se, smarriti e affamati, fossimo serviti, finalmente e a sazietà, del buon cibo agognato. Ma la scrittura di Chiara è così affabulatoria, cordiale, che noi avremmo ugualmente l’impressione di trovarci seduti su di un soffice divano anche se lo stessimo leggendo, questo libro, spenzolanti dal ramo di un albero.

A Gallarate ci passava l’Orient-Express nientemeno, bastava salirci e si scendeva alla gare de Lyon, ossia a Parigi. Siamo negli anni ’50, la guerra era appena terminata e Parigi veniva considerata ancora la capitale del mondo, dove, se non si riusciva a fare fortuna, ci si arricchiva “di una cognizione del mondo e di un’esperienza che non si poteva fare altrove.”

È così che il nostro protagonista, sul finire dell’aprile 1950, all’età di 39 anni, sale su quel treno “con la valigia sopra la rete e un bel cappello in testa, libero e padrone di fermarmi in qualunque posto o di passar via” e mette i suoi piedi a terra proprio nella “Ville lumière”, dove era già stato, un po’ rocambolescamente, vent’anni prima, e dove trova alloggio conveniente presso la vedova Lenormand “sui sessantacinque anni, grassa e un po’ elefantesca nei movimenti”, la quale gli cede una camera che doveva essere stata abitata da qualcuno o da qualcuna amante dei libri e dell’arte (saprà poi che era il figlio dell’anziana vedova, Maurice), ma ora vi è sistemato da padrone Domitien, un gatto soriano di circa dieci anni con il pelo ancora lucido e la coda superba, il quale non intende affatto rinunciare al suo posto fisso sulla sedia che sta proprio davanti alla scrivania. Dunque, conoscere Parigi e forse anche conquistarla non sarà affatto cosa facile, visto il risultato delle schermaglie con Domitien, che alla fine l’ha vinta e il protagonista deve rassegnarsi a condividere la cameretta con lui.

Valentine, la ragazza nuda che scorge dietro le tapparelle di una finestra in place Sainte-Sulpice, è la prima carezza che riceve da una Parigi che, attraversata in poco più di un mese in lungo e in largo, non gli aveva ancora dato emozioni. Questa ragazza sta guardandosi davanti allo specchio, lo fa per pochi minuti, poi esce, percorre un po’ di strada, entra in un palazzo. Ha una camminata spedita, sicura, “a busto eretto”, e il nostro la segue per più giorni, arrivando perfino a fermarla per rivolgerle una domanda di comodo, che però lo fa sentire subito come un “Renzo Tramaglino che arriva a Milano dalla campagna”. Nella letteratura italiana ho trovato due autori, Alberto Moravia e Bonaventura Tecchi, che hanno saputo dipingere con pochi tratti delle donne che rimanevano poi per sempre nella memoria con la forza della loro sensuale femminilità. Valentine, limpidamente descritta, è una di quelle. Il suo fascino sta tutto in quella superbia apparente che si trasforma gradualmente in dolcezza, imprimendo alla sensualità l’incantesimo e perfino lo smarrimento di un richiamo d’amore: “se avessi potuto farmi fare una donna a mio gusto e misura, l’avrei voluta tale e quale mi era apparsa Valentine quel pomeriggio.” Parallelamente va avanti la scoperta di Maurice, il figlio della vedova, al quale, stando alle dichiarazioni di quest’ultima, lui assomigliava. Dirà la donna:”l’avevo presa per mio figlio.” Trovato in camera un suo diario, o meglio uno zibaldone pieno di tutto, si accorge di avere molti punti in comune con lui: “Si può dire che non ce n’è uno, dei suoi libri, che non mi interessi”. E sarà di Maurice il cappotto di astrakan “grigio argento con riflessi quasi azzurri” che la vedova gli impresta al sopraggiungere dei primi freddi parigini. Il romanzo appare ora impostato su questi due principali binari, che attraversano una Parigi (“Mecca alla quale ogni uomo dovrebbe andare pellegrino almeno una volta nella vita.”) sempre più disposta a fare da silenziosa complice di uno scandaglio delle anime, che vede da una parte Valentine e la sua triste e sfortunata vicenda umana, da cui il protagonista si sente attratto ma dalla quale vorrebbe anche fuggire, e dall’altra Maurice al quale sempre di più scopre, da un album mostratogli dalla vedova, di assomigliare: “Verso l’età di quattordici anni Maurice cominciava a somigliarmi.” La somiglianza diventa quasi perfetta, “sorprendente”, nel momento in cui indossa l’elegante e costoso cappotto di astrakan “fatto confezionare da suo figlio prima della sua partenza presso un grande sarto.”

L’autore non manca di suggerire più d’una volta l’impressione che un filo leghi tra loro Valentine, Maurice e il protagonista, e che questo filo sia rappresentato proprio dal cappotto, che la ragazza osserva da subito con particolare curiosità, meraviglia e attenzione: “un paio di volte vi passò sopra la mano per carezzarne il pelo.” Lo fa con una scrittura mai ambigua o compiacente, ma schietta e talmente garbata e misurata che quei suggerimenti, quei delicati sottintesi (Il cappotto, la locanda di Juziers, i mutandoni di lana) hanno la magia di trasformarsi in piacevoli e ben accolti “dilagamenti” di lettura. L’atmosfera si fa ad un tratto, grazie a tali apporti, misteriosa e Valentine “mi parve diversa da qualche ora prima.” Infatti, sarà attraverso di lei che si giungerà alla conoscenza di Maurice. Dunque, tutto parte dal cappotto di astrakan che, dopo aver coinvolto il protagonista, raggiunge Valentine e, messe insieme e a confronto le due memorie che si intrecciano e si inseguono, si arriva a Maurice. Questo arrivo diventa in realtà un punto di avvio di una esperienza che vedrà mescolarsi a poco a poco la vita di questo misterioso personaggio, invadente come il mister Hyde di Stevenson, con quella del nostro protagonista senza nome. Comincia Valentine a produrre questa lenta metamorfosi, allorché compie, nei confronti del protagonista, dei gesti che non possono che essere già stati compiuti con Maurice: “Non fece caso al mio rifiuto e mangiò tranquillamente tutto il contenuto del cartoccio, forse ricordando di averlo diviso, altre volte, con Maurice.” Finché, all’improvviso, ecco che una notte ci troviamo di fronte a Maurice, in carne e ossa. Non è uno stinco di santo; tornato nella sua casa, e precipitatosi nella sua camera, ha fretta, deve fuggire, dà un’occhiata minacciosa al nostro protagonista che è seduto sul letto, raduna alcune cose in una valigia, vede sull’attaccapanni il suo cappotto di astrakan e lo indossa. Presto scompare. Da quel momento il nostro protagonista vive nell’incubo di essere scambiato per lui, constatatane la somiglianza: “Chi potrei essere, davanti a questa porta con una valigia in mano, se non Maurice?”. Questo timore non è altro che la risalita in superficie di un Maurice che è sempre stato dentro di lui, e del quale si accorge un’altra donna, Marguerite, che ne viene talmente attratta che chiede al protagonista di ricevere in dono “le pagine dello zibaldone di Maurice che avevo riportato nel mio quaderno.” Si potrebbe anche sostenere – perché no? – che il risultato di questo romanzo è la cancellazione di una esistenza, quella di Maurice o dello stesso protagonista, per assorbirla in una sola, metafora di quella che si trova riunita in ciascuno di noi e che ci rende, se non uguali, simili l’uno all’altro. Dirà Valentine al protagonista: “Ti riconobbi dal cappotto di astrakan che indossavi e dal cappello”; invece, quel giorno, non era lui sotto la sua finestra ma Maurice. Metafora per metafora, si può anche aggiungere che all’attaccapanni della nostra vita abbiamo appeso tutti un cappotto di astrakan che, a differenza di quello celebre di Gogol’, ci avvicina nella somiglianza, sia fisica che spirituale, e sia nel bene che nel male, gli uni agli altri.

Quando il protagonista fa ritorno al suo paese sul Lago Maggiore e frequenta il Caffè Clerici, dove racconta agli amici la sua avventura parigina, Chiara dà vita alle sue pagine più belle e il Caffè Clerici, con quei pochi metri quadrati che deve essere stata la sua superficie, vale tutta la Parigi attraversata in quei sette mesi. E sarà nella cornice del lago che, come ridotte ad evanescenti forme, si dilegueranno le ombre di Maurice e di Valentine, e il nostro resterà solo ad affrontare una vita che gli si è manifestata, per il tramite di quel cappotto di astrakan, in tutta la sua complessità e il suo mistero.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart