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Pingitore, Luigi

7 novembre 2007

In the mood

“In the mood” (2005)

Cadmo, pagg. 220, euro 11

L’autore nel 2001 vince il premio “Dario Bellezza” per la poesia. Ha al suo attivo una “recentissima” raccolta di versi: “Perché la visione non si racconta”. Ancora giovane, è nato a Napoli.

In questo romanzo si narra la storia di una giornata particolare vissuta dai molti protagonisti, il primo dei quali, Leo, se n’è andato di casa quando ancora era un bambino e ora ha quasi vent’anni. È il 21 giugno, il solstizio d’estate, è il tardo pomeriggio. Leo vive una sua speciale solitudine: “A chi toccherà ospitarmi stasera?”. Il suo fedele compagno è un libro di poesie di Dylan Thomas.

Un quarto d’ora dopo, alle 21, un altro protagonista è su un aereo che sta atterrando. Dunque, le ore scandiscono un percorso nuovo che ha a che fare con una giornata che non sarà affatto quella cronologicamente ordinata che conosciamo. È una giornata scandita da emozioni che non hanno giorni, ma istanti colti nel momento in cui accadono. L’ora che marca il capitolo non è tanto l’ora di quel 21 giugno, ma è la vibrazione di un tempo interiore, che si attacca ad un brandello della realtà (quell’ora, quel minuto, quell’istante) per acquisire una forma, un suono, un movimento. Mood è parola inglese che significa “stato d’animo”, ed è, infatti, questa indicata nel titolo, la misura che occorre impiegare nella lettura e nella interpretazione dell’opera. Dall’aereo, il nuovo protagonista, che è un cantautore, vede sotto di sé le luci della città, sogna che tra le case ce ne sia una che gli dia un po’ di quiete. Ce l’ha con il mondo, infatti, e ciò lo rende astioso e scorbutico. Difficile dialogare con lui. Così ci accorgiamo che il Leo che abbiamo già conosciuto è solo una delle facce che caratterizzano il vero protagonista, enigmatico e poliedrico, del romanzo. La scansione della sua giornata speciale è una scansione che dilata il protagonista, lo divarica nelle plurime personalità con le quali deve fare i conti. Davide, per esempio, ha la stessa scontrosità di Leo e del cantautore, vive la stessa solitudine nella confusione di una realtà che pare essersi dimenticata di lui, ma che egli stesso non desidera incontrare. Si muove, vede e pensa mentre tutti gli altri dormono e non si muovono, non vedono e non pensano, in una contrapposizione con lui che somiglia alla morte: “Melania parla e straparla ma non dice nulla a parte gemere, sembra che stia morendo”. Anche Sara, mentre attende il bus che la riporterà in giro per il mondo, dopo che ha fatto all’amore con un ragazzo, è sempre parte del protagonista: “magari conoscere qualcuno e ritardare il momento della partenza e dimenticare, soprattutto dimenticare.” Quella di Pingitore è una scrittura nervosa, ansiosa, rivestita del pathos che avvolge l’esistenza di questo multiforme protagonista, specchio e mosaico di una gioventù che ha annullato qualunque punto di gravità e si muove in una evanescenza trasparente, nella quale è facile e reversibile ogni pensiero e ogni movimento. Lee confessa ad Alice: “ho chiuso per qualche istante gli occhi. E in quel buio ho avuto la sensazione fortissima di non esistere. Come se la mia vita andasse avanti in brevi lampi, ma tra un lampo e l’altro io non esistessi.” I vari capitoli narrano storie di insoddisfazioni, irrequietudini, smarrimenti, i cui personaggi, uomini e donne, se hanno voci e volti che li distinguono l’uno dagli altri, hanno però una sola sorgente ispiratrice, una sola anima. Ne viene fuori il ritratto di una gioventù variegata nella forma, ma unita nella sostanza, che è una sostanza che sa generare solo noia e incomunicabilità: “non sa neanche perché lo fa, sa solo che non ha grandi idee sulla sua vita e che non ha voglia di affezionarsi troppo alle persone e ai posti.”

Tutti i quadri di questa storia sono ripresi e formati sotto una delle date più belle dell’anno, quella del 21 giugno, che dà il via all’estate, a quel periodo in cui la natura raggiunge il suo massimo splendore. Al contrario, la gioventù qui ritratta è una gioventù decadente, priva di vitalità e supina all’indolenza e al vizio, in particolare a quello della droga. Si forma così un contrasto tra ciò che sappiamo sta avvenendo fuori, e ciò che accade nei ristretti spazi, quasi delle botole buie, dove stanno rinchiusi i personaggi. Nei momenti in cui si accorgono della natura che li circonda, i loro sensi se ne inebriano e tuttavia restano impauriti e intorpiditi dall’apatia e dalla impossibilità di comprendere: “Curiosi della vita, ecco cos’erano. Ma non lo sapevano.” Si guardano intorno, ma l’osservazione non riesce a penetrare in loro, a farsi coscienza. È la storia di una divaricazione progressiva, di uno smarrimento incontrato e ora egemone, un desiderio di perdersi, di sciogliersi, “Una voglia strana di sparire”: “Non pensavano e non si preoccupavano di alzare lo sguardo da quelle scale, per cogliersi nella loro immobilità acida. Avrebbero in quel caso visto tutto: il bianco e le ombre e tutto quel sole indifferente che dall’alto cade addosso e si stende sulla pelle. Ma nessuno degli altri lo fece, perché erano sdraiati e impegnati con la bolla. E perché giovani.” È lo stesso mondo che ci consegna Piss, il quale “non ha niente da fare se non continuare a guardare e accumulare pensieri che nascono e subito muoiono, perché non ha voglia di ascoltarsi.”

Thomas, ventidue anni, forse l’amico più stretto di Leo, dorme nella sua barca perché “con il suo stipendio non può permettersi altro.” e “non ha più voglia di vivere in questa barca, non vuole più ascoltare il sottofondo continuo dell’acqua mentre dorme.” La sera va in ospedale per rubare un po’ di morfina dalla flebo dei pazienti addormentati. È uno dei capitoli in cui la scrittura ha qualche vibrazione nuova: “Il morto respira debolmente e ripete ‘psss’, e poi guarda Thomas e cerca di intervallare tutti questi suoni con parole incomprensibili. Thomas lo guarda, Thomas guarda la morte in anticipo su tutto cazzo di tutto, e droga che non è servita a niente, ora piangerebbe e urlerebbe ma solo perché ha paura, come non l’ha mai avuta e realizza quell’attimo di Black out, lo scarto tra vita e morte che è il nulla.”

Pungitore non si allontana mai dal mondo che vuole indagare. La messa a fuoco è ininterrotta e la sua rappresentazione ha il segno di una malinconia generata dal disfacimento che colpisce proprio l’età più bella, quella della giovinezza. Un tale disfacimento è reso nella luce del giorno più significativo dell’anno, il solstizio d’estate che, oltre a rappresentare il giorno più lungo dell’anno, è anche il giorno della luce, e sotto quel sole, davanti a quel mare limpido in continuo movimento, con le onde che si frangono, Pingitore compone il mosaico di una gioventù disgregata e disperata, fatua e annoiata, il cui futuro è il nulla. Ludovico è uno spacciatore, anche lui “ha solo voglia di tornare a casa e chiudersi a chiave in stanza e buttarsi sul letto e dimenticare”. Ogni tanto personaggi nuovi incontrano personaggi che abbiamo già incontrato, ma essi, tutti insieme, più che formare un gruppo di amici, segnano la tessitura uniforme di una maglia di solitudini e di smarrimenti. I personaggi diventano così fili e snodi di questa tessitura che, assai più di loro, è la protagonista del romanzo: “che sta accadendo in quest’istante?… da qualsiasi altra parte? Dove bisogna trovarsi per essere felici? Cosa mi sto perdendo?” È un mondo che abbiamo già visto ritratto innumerevoli volte. Sappiamo già la perdizione che l’accompagna, sappiamo della volontà che si assopisce, delle amicizie che acquistano le vaghe forme di ectoplasmi. Pingitore, tuttavia, non esita a riproporlo nella forma di ombre che, pur sotto la luce che emana dalla vita, vivono nel buio e nella notte.

Alberto è un giovane scrittore che ha deciso di drogarsi. È la prima volta. Ludovico va da lui una notte per consegnargli la bustina: “Ci sono lattine ovunque, sul pavimento, sulle mensole, in mezzo ai libri. Alcune bottiglie di Bacardi sul davanzale, una di vodka in mezzo ai due cuscini del sofà.” Uomini e donne sembrano manichini, i loro gesti sono privi della scorza di una personalità sicura, ma guai a pensarli estranei. Essi sono parte di noi, sono come una cellula impazzita, pronta a dilagare se il nulla prevalesse sulla memoria e sulla speranza. Succederà ad uno di questi ragazzi, un cantante senza nome, diciassette anni, l’amico di Alex, di incontrare una di queste cellule impazzite. Una notte, dopo una festa, tornato a casa, prenderà l’auto del padre: “L’auto schizza a sinistra, veloce, oltre la linea pura di confine, oltre lo sbarramento del guard rail. Sotto, il vuoto aspetta spalancato. Non urla, non chiude gli occhi, stranamente pensa ai versi di una vecchia canzone che non riesce proprio a ricordare, pensando che è così che succede sempre, proprio così.”

La scrittura di Pingitore si fa sempre più veloce, la frase è breve, sicura, priva di sfumature, affilata, quasi un preludio al finale che ci attende. Da quando quell’auto è precipitata oltre il guard rail, sembra che i numerosi quadri che sono stati illuminati, i numerosi personaggi che sono passati sulla scena, tendano ad incontrarsi e a mescolare le loro vite. Il solstizio d’estate diventa il cielo che li unisce, sotto il quale essi appaiono sempre di più come una sola identità. Il mare, la sabbia diventano il tappeto sopra cui si rotola la loro vita. La festa che sembra non avere mai fine, e a cui i protagonisti tendono e partecipano, e la musica ossessivamente presente, diventano la voce della giovinezza che declina. Ecco che cosa pensa Pier: “sono solo annoiato e confuso e spaventato all’idea di dover vivere ancora parecchi anni.”; più avanti un altro dirà: “Noi siamo rimasti fermi mentre la realtà ci ha scavalcati.”

Tutto in questo romanzo è raccolto, concentrato in uno spazio (un’auto, una barca, una casa, una spiaggia, un bar, e così via): quasi una nicchia che rifiuti di allargarsi, di avere altri contatti che non siano al proprio interno. Un fermento che cresce e implode in una sola direzione, e che al contatto con ciò che sta fuori si rapprende in un gelo di fremiti e di paure.

È ciò che accade allorché l’autore, nell’ultimo capitolo, raduna alcuni dei suoi protagonisti dentro quell’auto che non si sa dove vada: “Il mare, bellissimo, ci segue da vicino. È come un invito che nessuno raccoglie, siamo distratti. Ognuno di noi sta pensando, noi sei su questa auto che corre. Entriamo nel vento che ci sale nelle orecchie e ci parla di cose senza senso.”

Sembra quasi che si voglia uscire da quel buio, raccogliere la sfida della vita che sta fuori e ci attende, ma ancora non riusciamo a coglierne la magia.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart