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Piperno, Alessandro

7 novembre 2007

Con le peggiori intenzioni

“Con le peggiori intenzioni” (2005)

Mondadori, pagg. 310

Il romanzo ha avuto in Italia un successo immediato, vincendo nell’anno della sua uscita premi letterari importanti, quali il Viareggio e il Campiello nella categoria esordienti, ma come spesso succede, ad un certo punto l’esaltazione si è saturata e qualcuno ha cominciato a tirare frecce avvelenate su questo libro. Sbagliando, a mio avviso, ora che ho potuto leggerlo. Ho preferito, dunque, lasciar trascorrere il periodo incandescente delle discussioni e parlarne a distanza diciamo di sicurezza, quando tutto il clamore si è acquietato.

Alessandro Piperno, oltre che essere al suo esordio come romanziere, è anche giovane, essendo nato a Roma, dove vive, nel 1972. È insegnante di letteratura francese. Nel 2000 ha pubblicato il saggio “Proust antiebreo”. È redattore, come Mario Desiati e come Leonardo Colombati, ai quali si accennerà poco più avanti, della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, diretta da Enzo Siciliano.

Si nota subito la rotondeggiante scrittura di questo autore, una scrittura che parte dai contorni per arrivare lentamente a mettere a fuoco personaggi e situazioni, e più legata, rispetto ad altri autori contemporanei, all’insegnamento della tradizione.

Il romanzo narra, per bocca del nipote Daniel, la storia di alcune famiglie romane e di una in particolare, una famiglia ebrea, i Sonnino, di cui il narrante fa parte, iniziando dal nonno Bepy (“l’Irredimibile”, “l’Iconoclasta”; “funambolico Mandrake”), donnaiolo incallito, che tradisce la moglie Ada, bellamente ricambiato (“gli immoralisti e voluttuosi coniugi Sonnino”), e che nella sregolatezza e nel vizio sperpera la sua ricchezza fino ad arrivare ad un crack finanziario che lo riduce in miseria. Per sovrappiù gli viene diagnosticato un tumore alla vescica, di fronte al quale la sua maggior preoccupazione è quella di sapere se ne sarà impedito nell’andare a donne. Coltiva, infatti, anche nella tarda età, una sua amante, Giorgia Di Porta, un po’ passaticcia, ma ancora formosa e utile alla bisogna. Una spiegazione di questa dissipatezza può essere ricercata nella fine, caduti Hitler e Mussolini, della persecuzione ebraica, e nella smaniosa voglia di lasciarsi tutto alle spalle, di cancellare quei morti “ancor prima che dalla faccia della terra, dalla memoria dei congiunti sopravvissuti”; “Evidentemente l’inferno aveva abolito il proibito.”; “Bepy e Ada si sentivano in credito. Ecco tutto.” Ma non sapevano che “La Storia avrebbe loro mostrato ch’è meglio essere braccati dai nazisti a venticinque anni con la speranza di sfangarla che ritrovarsi sessantenni senza il becco d’un quattrino in balia della pubblica deplorazione nel cuore d’una crudelmente indifferente democrazia occidentale.”

Nel 2003 uscì un altro bel libro che narra la storia di una famiglia dell’alta borghesia, dedita ai traffici marittimi in una Genova ricca di fervore e di dinamismo: “L’ultimo viaggio della Canaria” di Francesca Duranti. Anche qui la storia è raccontata da una nipote, Francesca appunto, e i due periodi storici (se non si sovrappongono, lo è solo per qualche decennio), ci consentono di ricavare da un loro raffronto uno spaccato interessante e complementare dell’Italia di allora.

Anche due romanzi recenti hanno scandagliato Roma: “Neppure quando è notte” di Mario Desiati, del 2003 e “Perceber” di Leonardo Colombati, del 2005, e non è un caso che questi tre amici, che lavorano assieme in una delle nostre riviste letterarie più affermate, abbiano dato vita, come se li avessero in qualche modo coordinati, con i differenti mondi che vengono presi in esame, una densa e formicolante indagine su una città magmatica, ancora ricca di humus e di potenti risorse indagatrici e ispiratrici.

Bepy, quando viene messo a fuoco, non nello splendore della sua vita trascorsa, ma nell’umiliazione del male che lo sta devastando, rappresenta la caparbia ribellione dell’uomo ad un destino non condiviso. Non è tanto la morte che fa paura, anche se questa paura è presente, ma è soprattutto l’avversità del destino a generare la reazione grottesca dell’uomo: “nonostante i dolori e i conclamati impedimenti del suo status, continua a farsi la barba e a spargere le guance e i capelli di colonia, nello stesso modo toccante e irriflessivo con cui, nei giorni successivi al tracollo economico, perseverava in abitudini lussuose e in acquisti irresponsabili.” Anche la moglie Ada declina in parallelo: affetta da “arteriosclerosi che le aveva sfasciato il cervello” conduce una vita grama: “Possibile che quell’accozzaglia di ossa tremanti sia quel che resta dell’incantevole ragazza che ha rovinato il marito, come tutti dicono? Colei a cui Bepy nulla sapeva negare?” Un tale segnale esposto all’inizio del romanzo diventa la striatura declinante, malinconica e dolorosa che ci accompagnerà con la sua ombra nel corso dell’intera storia: “Bepy ha continuato a vivere di volta in volta in alcune espressioni ipertrofiche di mio padre, negli sguardi luminosi dello zio neo-israeliano, o in certe esuberanze erotico-vitaliste di mio fratello, ma soprattutto in talune affettazioni di galanteria e snobismo che, inattese, emergevano dal mio acido cuore di secondogenito e di sopravvissuto.”

Quando muore il nonno, Daniel è ancora un ragazzo.

Ne ripercorre la vita attraverso i propri ricordi e i pensieri attribuiti al proprio padre, Luca (“l’albino del suo papà”), sempre stato succube di Bepy, stordito e perfino nauseato dalle bizzarre e prorompenti manifestazioni della sua invadente vitalità. Lì davanti alla “cassa di pallissandro” avviene una specie di resa dei conti, quando, essendo necessari dieci ebrei adulti per procedere nella funzione religiosa, ne manca uno, e non si trova nel cimitero chi sia disposto a partecipare al rito per sanare la mancanza. Daniel, il protagonista, non può, e nemmeno il fratello maggiore Lorenzo, in quanto “non ebrei”, essendo nati da un matrimonio misto tra un ebreo e una non ebrea. È un marchio d’infamia, questo di non essere considerato ebreo, per Daniel: “essere ebreo per i gentili e gentile per gli ebrei! Non c’è da stupirsi che qualcuno, benché ancora adolescente, desideri ardentemente essere ebreo. Non c’è da sbalordirsi che un bambino voglia essere come suo padre. Un ebreo come tanti altri.” Sarà questa rivendicazione della propria eredità religiosa e di razza uno dei motivi portanti del romanzo, una rivendicazione talmente orgogliosa da trasformare Daniel in “un mezzo-ebreo che snida gli ebrei. Un mezzo-ebreo contro gli ebrei. Un mezzo-ebreo che accusa gli ebrei di razzismo e un mezzo-cattolico che accusa i cattolici di ecumenismo.” Succederà la stessa cosa a suo cugino Gabriele (Lele), omosessuale, figlio dello zio Teo, che confessa al padre: “non posso più accettare una religione come l’ebraismo basata sul razzismo e sulla omofobia.” Dunque, già due posizioni, una proveniente dall’esterno, quella di Daniel, mezzo-ebreo, e una dall’interno, l’omosessuale Lele, che mettono nei programmi della propria esistenza la lotta ad una mentalità forgiata dall’ebraismo che condiziona e pone a disagio le nuove generazioni. I Sonnino, perciò, rappresentano in questo romanzo, non tanto la storia singolare di una ricca famiglia ebraica che ha fatto i conti con la bancarotta, bensì lo scenario di uno scontro tra una religione rigida (un castigo, questo è il pensiero di Teo di fronte alla confessione del figlio di essere omosessuale: “questa cosa abnorme che i nostri avi, con un senso di disgusto, chiamavano ‘sodomia’, fino a noverarla tra i peccati mortali.”) e le modificazioni sociali e morali, psicologiche anche, arrecate dalla modernità. Riflette ancora, Teo: “Chi ha abbracciato con tanto calore il più estremista tradizionalismo ebraico si ritrova per figlio questa checca laburista!” Teo, infatti, è emigrato in Israele contro il parere del padre Bepy, sollecitato dall’eccidio degli otto atleti israeliani perpetrato dai palestinesi in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 1972. Giuntovi, è diventato tra i più accaniti sostenitori di Shamir e Sharon, al punto che “ha finito di occupare un posto di prestigio nella lista stilata dall’OLP, alla voce «integralisti ebrei da eliminare».” Daniel viene mandato ogni tanto in visita presso gli zii, a Tel Aviv, ed è in queste occasioni che egli avverte il dramma che si sta vivendo in quelle terre dove “Anche i tramonti incredibili hanno il colore del sangue.” e “i cui vecchi stentano a disintossicarsi di tutta la rabbia accumulata fin dai tempi delle persecuzioni faraoniche”.

Questa esperienza, rafforzata da nuovi viaggi all’estero, come quello in Inghilterra dove frequenta altri ragazzi, mettono a nudo in lui il convincimento di vivere un rapporto con i genitori senza alcuna prospettiva, sterile, così come sterile e vuota gli appare la sua famiglia, intrisa delle convenzionalità amorfe dettate dalla loro non ancora sfiorita agiatezza.

La scrittura di Piperno, che si avvale di uno svolgimento dalla linearità esemplare, si accende e acquista una sua vorticosità ogni volta che si deve dare il senso di questo vuoto. Le parole toccano il volto di Luca Sonnino, il padre di Daniel, così attaccato al perbenismo e alla esibizione di sé (“quel tenero arrogante che era”), ma non lo scalfiscono, quasi una nemesi, così come non scalfiscono il volto della madre, pervasa dalle ansie di una sposa senza altri interessi che quello della cura del marito, spesso in viaggio per il mondo: “Forse perché un uomo di quella mole extralarge non sa che farsene del calore domestico: ha bisogno di spazi larghi, di affollate hall.” Ne esce il ritratto di un Daniel nauseato, che dispiega il ruolo di un osservatore impietoso, consapevole di dover approdare ad una propria scelta diversa, ma che, tuttavia, è ancora insicura e vaga.

Torna in mente il romanzo già ricordato della Duranti, in cui la storia della famiglia è la storia di una conferma, la esibizione di un orgoglio mai sperperato, anzi rinvigorito nei momenti di difficoltà. Il confronto tra questi due romanzi italiani, cronologicamente molto vicini l’uno all’altro nel contenuto, fino a toccarsi negli ultimi decenni del secolo scorso, evidenzia le differenti anime di due Italie che incontrano nelle rispettive discendenze la loro convalida o il loro rigetto. Giuseppe Bianchi e Attilio Bagnara, gli avi di Francesca Duranti, trovano qualche anno dopo in Bepy Sonnino e in Alfio Bonanno i loro opposti, a dimostrazione di una varietà di scelte che non è possibile né sarà mai possibile ricondurre ad unità. Le due famiglie, ossia, non diventano altro che esempi delle svariatissime fibre di cui è composto quel corpo eterogeneo che si chiama umanità e che, ristringendolo al nostro particolare, si chiama Italia.

La prosa di Piperno non accarezza, pur nella sua rotondità, personaggi e situazioni, ma li inasprisce dentro una corrente di parole in ciascuna delle quali il perimetro del risentimento è oltrepassato da una tracimazione che intende trasportare via ogni cosa e lontano. Bepy e Alfio sono aggrediti, come lo è Luca, il padre di Daniel, come lo è la madre, ed anche il fratello Lorenzo che si muove sulle orme del padre. Alfio Bonanno, il padre di sua madre, ossia l’altro nonno, è cattolico e detesta gli ebrei. Come si sia potuto celebrare il matrimonio tra suo padre Luca e sua madre Fiamma (definita da nonno Bepy “La Cananea”) resta un mistero, ma le conseguenze gravano pesantemente su Daniel: “credo di essere il primo ebreo nella storia dell’umanità ad aver subito discriminazioni dal proprio stesso nonno. Il primo ebreo della Storia con un nonno antisemita.” Per il momento, il solo che è riuscito ad esprimere una forma di ribellione al sistema Sonnino, è Teo, lo zio, il fratello minore del padre, che ha preferito non stare con le mani in mano e andare a combattere per Israele.

Il romanzo si avvale di alcune propulsioni che innescano temi specifici: abbiamo visto la smania sensuale e la spregiudicatezza onnivore di Bepy, i nomadismi e i capricciosi istinti di Luca, le fissazioni borghesi di Alfio, e ora la faraonica ricchezza di Nanni Cittadini – che diventerà un personaggio tra i più importanti -, la cui ascesa “Rappresentava l’alternativa dialettica al destino inglorioso di Bepy e di tutti noi.” Con questi personaggi l’autore, attraverso il protagonista Daniel, qualche volta dialoga per mezzo di una conversazione dai toni confidenziali, in cui ci si dà del tu. Trattasi di un accorgimento grazie al quale si cerca di ampliare il ritratto del personaggio, cercando di coglierne le implicazioni interiori; e rappresenta pure una variazione di registro finalizzata a vivacizzare il racconto e a rilanciare ogni volta l’interesse e l’attenzione del lettore. Direi che la storia di questo romanzo è la storia di più genealogie, ciascuna delle quali ha il suo bel personaggio da dipingere ed incorniciare.

Nanni Cittadini prende il posto, nella fantasia del padre Luca, del mito che era stato incarnato da Bepy. La sua travolgente ascesa nel regno della ricchezza, grazie alla fortuna di essere incappato in due dipinti di Caravaggio nascosti sotto delle autentiche croste, ne fanno oggetto di culto e di venerazione: “era stato lui, Nanni Cittadini, stimando le capacità e la cultura di mio padre, la sua attitudine al cosmopolitismo, a promuoverlo presso quei clienti di Manchester e quella signora di Pechino. Era stato lui ad aver trasformato il viziato figlio d’un ex grossista con l’acqua alla gola in uno dei più rispettati manager del settore.” E lui avrebbe potuto “distruggere la mia famiglia.” Bepy e Nanni (Giovanni) erano stati soci in quello che era diventato nel campo dei tessuti, “a buon diritto l’ingrosso più importante dell’Italia centrale.” Poi si erano divisi quando Bepy aveva cominciato a spendere senza giudizio “per finanziare i lussi sfrenati della sua famiglia”.

La madre del protagonista, Fiamma, è un altro dei ritratti che emergono grazie, in questo caso, alla miscela che coesiste in lei tra i sogni infranti di ragazzina e gli impegni di donna di casa: “oggi lei difende il proprio sgangherato matrimonio con le unghie. […] Fiamma ha affrontato la crisi economica con uno spirito contrario a quello del marito, tutta dalla parte dell’austerità e del karma borghese. […] Mentre i Sonnino intorno a lei si squagliano, cercando conforto in previsioni irragionevolmente ottimistiche, mentre questi (che un tempo l’hanno tanto intimidita) non smettono di chiedersi come il disastro sia potuto accadere, lei si rimbocca le maniche, mostrando un coraggio, una dedizione alla causa, una stupefacente nobiltà nello sfidare le avversità.” Con ciò, non ha mai, tuttavia, perdonato a Bepy la sua dispendiosa condotta di vita e il conseguente crack finanziario, al contrario del marito, Luca, in cui albergava “l’infedeltà a ogni sentimento ostile…” È, questa, la parte del romanzo in cui le citazioni cinematografiche fanno da leit-motiv al senso di risveglio alla realtà di questa madre entrata sognatrice e timida in casa dei Sonnino. Esse continueranno a circondare anche altri personaggi, vedrete. Insieme con il cinema sarà anche la musica – ancora una volta rivelatasi una specialità di questi nuovi autori – ad accompagnare il viaggio del protagonista.

Quando si avvia la seconda parte del romanzo, incontriamo Daniel nei panni di un “professore a contratto in una delle tante università di Roma” chiamato a New York dal compagno di scuola Giorgio Sevi, “che da anni fa soldi in America”, per partecipare ad un seminario su “I destini della letteratura ebraica nei tempi della piena assimilazione e della minaccia islamica”. Questo primo capitolo ci dà l’esempio forse più chiaro della struttura che Piperno ha impresso al suo romanzo, che è un romanzo di memoria. Nel trovarsi a Manhattan, Daniel (diventato “una palletta di grasso inoffensiva”) pensa all’amico Giorgio, che fra poco incontrerà, con il quale non è mai stato in buoni rapporti. E da lui risale al ricordo di un altro compagno di liceo, un ebreo dal nome inequivocabile, David Ruben, idolo delle ragazzine le quali, anche quando fu costretto a mettere gli occhiali, sventura per tanti giovani, continuarono a vederlo come “il ragazzo più bello di tutti i tempi.” Ossia: l’autore sottopone la memoria ad una sollecitazione, ad una vera e propria spremitura, incessante, e mette in scena alcuni personaggi che subito ci sgusciano di mano facendo un passo indietro e lasciando il posto ad un altro personaggio su cui il ricordo questa volta si sofferma più a lungo. Partito da Giorgio Sevi, l’autore orienta la memoria del suo protagonista, anziché su Giorgio, su di un altro, e non solo su di lui, perché quel David Ruben (“Dav ha la fortuna di desiderare quello che possiede e di possedere quello che desidera. Non conosce la speranza ma solo l’ordinaria prassi della propria letizia.”) innesta a sua volta nella memoria del protagonista il ricordo di un altro personaggio, sua madre Karen, “assolutamente bella.” In questa operazione, emerge una specie di progressione sui tempi di messa a fuoco e spesso il primo personaggio apre semplicemente la strada a focalizzazioni sempre più ampie. Come quella, appunto, di Karen, la quale, morti nel campo di sterminio di Buchenwald i genitori, viene cresciuta a Parigi da una prozia, ma non si libererà mai dalla sensazione di vuoto che ha dietro di sé e inventerà mille parentele nel tentativo di liberarsi “da una specie di sindrome dell’esclusa”, che approderà ad una specie di vergogna per aver avuto dei genitori morti a quel modo: “Possibile che lei arrivasse a considerare inelegante il modo in cui i suoi genitori e i suoi nonni e tutti gli altri s’erano fatti ammazzare?” La reazione di karen alla tragedia della Shoah è volta alla affannosa ricerca di una dimenticanza che la condurrà ai limiti della ossessione e della follia. Karen sarà una delle figure più disperate e inquiete messe a fuoco nel romanzo: “Naturalmente Karen concludeva sempre con una frase che alludeva all’educazione che le era stata impartita da quella famiglia inesistente.” Il romanzo, quindi, si rivela infine anche come la storia non soltanto di più famiglie e di una dinastia in particolare, i Sonnino, ma la storia di un ragazzo, Daniel Sonnino, appartenente ad una di queste dinastie, il quale amplia lo spettro dei suoi ricordi ben oltre l’ambito strettamente familiare. Si potrebbe dire, ancora meglio, che il romanzo tratti di una crescita e di una delusione, quelle a cui va incontro Daniel, che sono state determinate dai personaggi e dalle sensazioni incontrate in quei lontani anni e ora messi a fuoco dalla memoria. La struttura dell’opera si appoggia, così, su una serie continua di ritratti, in alcuni dei quali la trama si rinforza di una solidità portante, destinata a restare più a lungo nella memoria del lettore. Ma poi, dopo messe a fuoco più lunghe, l’autore torna ai personaggi sui quali aveva fatto scivolare i riflettori, e indugia ora su di essi, al pari di quanto di solito ci accade di vedere in un’abile e sapiente regia teatrale. Dopo Karen, infatti, ritorna sotto l’occhio di bue del regista, dopo che era stato oscurato per un momento, il figlio di Karen, David Ruben (Dav), che è il modello a cui si attengono tanto Daniel quanto gli amici: “le nostre vite erano scandite dall’ultima follia di Dav che in poche settimane diventava anche nostra”, e così Dav assurge anche lui al ruolo portante che già ha consacrato Bepy, Ada, Teo, Luca, Fiamma, Alfio, Karen. Dopo di lui, ecco illuminarsi l’oscurità in cui era stato rintanato Giorgio Sevi, “l’amico-valletto” di Dav, dotato di una avvenenza ingannevole, che non resisteva ad una osservazione più attenta, un’avvenenza definita da Daniel “insipida”. Piperno sembra voler mettere accanto al personaggio che in quel momento viene illuminato, una specie di scatola cinese, così che il gesto istintuale di aprire via via i coperchi metta allo scoperto altri protagonisti, alcuni dei quali possono trovare un illuminamento più duraturo come, ad esempio, i genitori di Giorgio, di cui il figlio si vergogna per le loro umili origini, sebbene divenuti ricchi.

La scrittura asseconda con un perfetto accordo i registri di una multiforme e variegata biografia dei personaggi che vengono rievocati dalla memoria di Daniel, adattandosi al ritmo e alle finalità della narrazione, che è quella di catturare e rendere visibile l’immagine che si accende dietro il click di un lampo fotografico. Gaia, ad esempio. L’abbiamo conosciuta di sfuggita, grazie a quel breve accenno nelle prime pagine: è tenuta per mano dal ricchissimo nonno Nanni Cittadini, ed è semplicemente “quella ragazza dagli occhi color brezza marina.” Scivolerà ogni tanto, come un’ombra, nella storia, finché quel click ad un certo punto scatterà su di lei e la metterà a fuoco. Sono passati anni e anni e sono state scritte molte pagine prima che l’autore decida il ritorno a quell’oscurità in cui era stata confinata, per arrivare a illuminarla.

È questa, a mio avviso, la qualità – più ancora della scrittura che resta limpida e scorrevole per tutto il romanzo – che dà movimento e vivacità alla narrazione, la quale appare, così, non piatta e cronologicamente scontata, bensì mossa da questa speciale articolazione che, dopo averli in qualche modo abbozzati e messi in disparte, va a riprendersi dal buio quei personaggi per illuminarli.

Daniel ricorda il suo innamoramento per questa ragazzina osservata “all’apice del suo fluorescente splendore”. Nella sua vita adulta (siamo alla fine degli anni ’80 del 1900), contraddistinta dalla insicurezza rappresentata da “un posto precario all’università” e da una fidanzata, Sharon, il cui rapporto appare ormai “sbrindellato”, le sue giornate scorrono tra la noia e il completo disinteresse per ciò che gli sta intorno: uniche cose che lo attraggono nella loro insipienza sono la continua masturbazione (che sembra andare di moda in questi ultimi anni tra i protagonisti di romanzi), “la Play Station e la tv satellitare.” È proprio su di un canale della televisione che Daniel vede passare le immagini della splendida villa a Positano in cui ha trascorso, quattordicenne, una breve vacanza con il padre, ospite di Nanni Cittadini, e ora messa sorprendentemente in vendita per ragioni sconosciute. E che cosa vede anche?: “un’immagine riflessa da una delle grandi finestre del living-room: una figura di donna.” Si tratta nientemeno che di Gaia, una Gaia adulta, anche lei. Così il ricordo di quella vacanza giovanile si fa di nuovo insistente. La constatazione, in quegli anni lontani, della sterminata ricchezza della famiglia di Gaia, come della famiglia Ruben, avevano creato nel ragazzo un amaro risentimento nei confronti di quella fastosa ricchezza dalla quale probabilmente esse riuscivano a ricavare “gioia e soddisfazione”, mentre egli, quando fosse ritornato nella sua casa che fino ad allora gli era sembrata “splendida”, l’avrebbe guardata con occhi nuovi e umiliati, e l’avrebbe paragonata ad una misera “catapecchia”. Quella lontana esperienza, ossia, è valsa a generare un altro motivo di insoddisfazione non solo nei confronti della propria famiglia, ma dell’ambiente che gli sta intorno e che gli procura soltanto inquietudine, rabbia, orgoglio, gelosia, invidia. Daniel, perciò, è in quegli anni che radica la sua attuale sofferenza nonché quello scetticismo che lo indurrà a non avere più alcun interesse per la vita. Apparentemente sembra, così, che tutto debba farsi risalire a quella ricchezza mancata, o meglio dissipata anziché accresciuta da Bepy, i cui numerosi vizi indotti dall’esaltato piacere di vivere finiscono, dunque, di produrre il loro maggior fallimento proprio nell’animo di Daniel, la cui crescita non potrà più fare a meno dell’amarezza e della delusione provate allora: “Questa è la storia della festa di Gaia […] Questa è la storia della mia fine. Della mia fallita rivoluzione. Delle mie dimissioni da figlio di papà.” L’anno è il 1989. Gaia compie diciotto anni. Com’è consuetudine in quell’ambiente dell’alta borghesia, la famiglia organizza una sontuosa festa in suo onore, e Daniel, diventato, attraverso il fratello di lei, Giacomo, amico di Gaia, è il suo consigliere per la scelta della torta, dei biglietti d’invito e così via: “Gaia è piccolina e ben proporzionata. Il biondo ungherese dei capelli di Gaia è ereditario e il suo naso è quello di Brigitte Bardot.” Le va dietro come un cagnolino, sbavando per ogni parolina dolce che la ragazza gli rivolge, ma sempre con un certo distacco, come abituata ad elargire complimenti di quel tipo ai suoi adoratori: “ciò che le chiedevo – o meglio ciò che non avevo il coraggio di chiederle ma che non potevo impedirmi di desiderare con tutto il mio ardore – era che lei mi prendesse in considerazione come maschio della sua specie.” Avrebbe rinunciato a far sesso con lei per questo: una considerazione di Gaia che lo ponesse al livello della sua classe sociale avrebbe valso ben più di un rapporto sessuale. Sa, tuttavia, di non piacerle. Gaia è troppo attenta ad osservare la perfezione fisionomica dei ragazzi per non avere potuto riscontrare in lui, sin dal primo momento, una quantità di difetti: “constatavo con panico assoluto come la ragione per cui io odiavo la mia immagine dipendeva essenzialmente dalla sua incapacità di esercitare alcun fascino su Gaia.” Ecco un altro motivo per accumulare risentimento. Avrebbe voluto somigliare a Marlon Brando per poter attirare a sé l’attenzione di Gaia. Ebbene, il nonno Bepy, ma anche i propri genitori “l’avrebbero pagata. Sarebbe stata mia cura, lungo il corso dell’unica adolescenza concessami, avvelenare loro la vita”. David, invece, bello e atletico (“gigante normanno”), nonché smodatamente ricco, sembrava il naturale predestinato alla vittoriosa conquista di Gaia.

Ma che cosa succede di così irreparabile quel giorno dell’antivigilia del ricevimento organizzato per il diciottesimo compleanno di Gaia? Succede che Gaia ha dato un appuntamento a Daniel e “Gaia mi dà buca.” Manda il fratello Giacomo a giustificarsi, e l’autore, a questo punto, compie una delle sue operazioni alle quali ci ha abituato. Trae dal buio il personaggio Giacomo e lo mette sotto i riflettori. Così sappiamo di lui quanto vagamente era stato annunciato nel corso del romanzo, ossia che è un giovane bizzarro e isterico, in cui si manifestano, al contrario che nella sorella, i segni di un disfacimento fisico che appare volontario, una sua scelta: “Accende sigarette in continuazione. Il giornaliero cocktail di alcol, hashish, tranquillanti e antidepressivi sembra avergli alterato i connotati. Il viso, oltre ad essere esteso, ha acuminato gli spigoli.” La ragione sta nel fatto che è alto “un metro e sessantacinque” e “Per Giacomo la statura era il problema dei problemi”. Il nonno teme per lui, che ripeta ossia il gesto di Riccardo, suo figlio e padre di Giacomo, che si suicidò insofferente alle sue imposizioni. Cerca di blandirlo, ma viene respinto ogni volta.

Ricordate quando si è accennato alla tecnica che l’autore impiega facendo colloquiare il protagonista Daniel con i vari personaggi coi quali ha a che fare, cui dà del tu come fosse la loro coscienza (“vaniloqui interiori”)? Succede anche questa volta nei confronti del nonno di Giacomo. È una scelta che si può, a questo punto quasi conclusivo del romanzo, meglio inquadrare e definire. Essa, ossia, è finalizzata a rappresentare, di ogni personaggio al quale il protagonista si rivolge in questo modo, la complessità del suo rapporto con la vita, scoperchiando tutti quei meccanismi nascosti, quelle bielle e quegli stantuffi interiori, che si mettono in movimento ogni volta che si deve comporre il pensiero e l’azione di un uomo. Tale complessità, sempre presente in ogni individuo, è la causa spesso – per la delicatezza del meccanismo e delle nostre scelte – dei molti misteri e delle molte anomalie della nostra esistenza. Va detto che un simile meccanismo viene replicato qualche volta anche nei confronti del lettore, al quale è suggerita una partecipazione solidale, più che conflittuale, all’indagine psicologica in corso.

Dunque, a “cinquantadue ore” dalla festa per il diciottesimo compleanno di Gaia, Daniel viene a sapere da Giacomo che Dav e Gaia si frequentavano e ora si sono lasciati. È stato lui a farlo senza dare spiegazioni, e Gaia è sconvolta, in preda a “singhiozzi e convulsioni notturne.”

L’autore ci segnala che, a questo punto del racconto, il Daniel adulto, colui che ricorda, è sull’aereo che lo sta riportando a casa. I movimenti di Daniel, perciò, il suo passaggio per Manhattan, perfino il suo incontro con Giorgio, si trasformano in qualcosa di evanescente e di effimero, ricoperto e sovrastato dal denso fluido della memoria, che è la vera protagonista e l’autentica mattatrice del romanzo. Si noti, addirittura, che nel momento in cui Giacomo rivela a Daniel la separazione tra Gaia e Dav, è la memoria di Daniel che si sostituisce alle parole di Giacomo, che noi non ascoltiamo semplicemente perché sono state fatte proprie dalla memoria di Daniel.

Gaia reagisce: “Come se essere stata lasciata, e continuare ad amare senza essere amata, rappresentasse per lei una caduta di stile o addirittura una colpa gravissima.” Ma non rinuncia ancora, augurandosi perfino la morte della sua presunta rivale: “Era così bello pensare alla morte di quella anonima troia!”

La rivelazione di Giacomo sortisce un altro deludente risultato: fa capire solo ora a Daniel per quale ragione Gaia fosse stata così assidua con lui: perché attraverso di lui avrebbe potuto avere notizie di Dav, di cui Daniel è amico. Dunque, Gaia è stata la ragazza di Dav e ha coltivato l’amicizia con Daniel per interesse. Ne discende una sorprendente novità per il protagonista: “il solo fatto che lei fosse stata rifiutata da David – che pur essendo incommensurabilmente superiore a me restava pur sempre un essere umano – la poneva ai miei occhi in una prospettiva diversa.” Non solo, ma Dav, con l’aver rifiutato Gaia, “la ragazza che io amavo da matti” poneva Daniel “in una posizione, nella crudele catena alimentare, di netta inferiorità. Sì, ero il pesce piccolo che veniva quotidianamente divorato da Gaia a sua volta fatta a pezzi da Dav.” Ne consegue che dalla sera alla mattina Daniel toglie il saluto al suo amico: “Sapevo che non è poi così difficile rinunciare ad un amico.”

Come, a questo punto, appare evidente, la sfarzosa galleria di personaggi e di famiglie che si sono trovati il loro spazio nella fantasia del lettore, alimentando coloriture e scenografie, l’autore ha deciso ora di collocarla come fondale della nostra memoria, poiché è giunto il momento di tirare le fila – ci fa capire – e di convergere le luci sulle due vicende che sono lievitate a poco a poco tra le pagine del romanzo e che stanno per incontrarsi. Esse rappresentano l’esito – il precipitato – di tutti gli sforzi, dunque, che i vari personaggi hanno compiuto allo scopo di prepararci a questo evento. Giacomo diventa, così, con le sue rivelazioni, la miccia destinata ad accendere il grande finale. Pare divertirsi a rivelare le stravaganze sessuali della sorella, pare divertirsi soprattutto a mettere il dito nella piaga della sorpresa e della rabbia che sta salendo nell’animo di Daniel. Sembra un diabolico folletto, che si aspetti da Daniel una qualche follia. Beh, la reazione di Daniel sembra assecondarlo. Arriva il giorno della festa, Daniel è tutto in ghingheri. Si è fatto precedere da una lettera inviata a Gaia. È sicuro di averla spaventata scrivendole di quelle rivelazioni apprese da Giacomo e soprattutto indirizzandole una minaccia terribile. Entra nel salone splendidamente illuminato. Ci sono tutti i ragazzi più in vista della Roma bene: “Non manca nessuno.” C’è anche Dav: “A Dav lo smoking non dona.”

Quello che accadrà da quel momento in poi segnerà la sua vita; lo renderà consapevole – ora che da Manatthan sta per tornare a casa e la rievocazione è giunta al termine – che “il grande errore di quegli anni” è stato quello di aver “creduto ingenuamente che gli uomini fossero uguali.” La fine è arrivata, dunque, di un sogno, di una esaltazione che non ha potuto o saputo trovare il posto giusto nella sua vita.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart