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Pirandello, Luigi

7 novembre 2007

Il fu Mattia Pascal

“Il fu Mattia Pascal”

Newton & Compton, pagg. 214.Euro 5

Tra i nostri rarissimi scrittori che sono riusciti ad avere notorietà mondiale, Luigi Pirandello, nato ad Agrigento in quella Sicilia così prodiga di talenti letterari, è uno dei maggiori. Commediografo e narratore di prim’ordine, egli ci ha lasciato invidiati capolavori non solo nel teatro, bensì anche nella narrativa. “Il fu Mattia Pascal”, pubblicato nel 1904, è uno di questi. Come per il Verga, anche per Pirandello notevole, per qualità e quantità, è la produzione novellistica, che vanta autentici gioielli, come “La giara”, ad esempio. Mario Tobino, uno tra i maggiori scrittori della mia terra di Lucchesia, morì proprio ad Agrigento all’indomani della cerimonia dell’assegnazione del prestigioso premio Pirandello che gli era stato conferito nel 1991 per la sua opera.

Due romanzi precedono “Il fu Mattia Pascal”: “L’esclusa” del 1901 e “Il turno” del 1902, che in qualche modo ne anticipano i temi.

Il protagonista ci fa sapere, attraverso un manoscritto lasciato per mano dell’amico don Eligio Pellegrinotto alla biblioteca di Monsignor Boccamazza, dove lavorava come “guardiano di libri”, che è morto già due volte ed ora è in attesa della “terza ultima e definitiva morte”.

L’assunto da cui parte il bizzarro personaggio è il seguente: con la scoperta di Copernico secondo la quale la Terra non è ferma ma gira nello spazio intorno al sole, l’uomo è diventato un granello disperso nell’universo (“infinita nostra piccolezza”). Dunque, perché interessarsi tanto dei fatterelli che lo coinvolgono, fossero pure “delle generali calamità”?

Tuttavia, ciò che gli è accaduto, sostiene, merita di essere raccontato. È il protagonista che narra in prima persona e la scrittura di Pirandello diventa subito carica di giocosità e di compiaciuta ironia. È una scrittura brillante, nitida, che fa della speculazione intellettuale, della “cerebralità”, un divertimento il cui fine resta la dimostrazione della vacuità e dell’impazzimento della nostra esistenza che vale “men che niente nell’Universo”.

L’avvio della storia si consuma in una cornice non dissimile dalle molte che abbiamo incontrate nella letteratura meridionale, sia anteriore che posteriore a Pirandello. Il padre di Mattia ha fatto denari fortunosamente, è diventato straricco ed ha acquistato ampi possedimenti in terre e case. Morto lui, che mandava avanti la casa, la vedova si è trovata incapace di condurre gli affari, che vanno perciò in malora a poco a poco, a profitto dell’amministratore avido e senza scrupoli, di nome Batta Malagna (“un ladro più ladro di Batta Malagna non nascerà mai più sulla faccia della terra”), che la zia Scolastica chiama “la talpa”.

Ci sarebbe un rimedio alla situazione familiare gravosa che si è determinata: che la madre prenda di nuovo marito e la zia ha già pronto il pretendente, un suo ex innamorato, Gerolamo Pomino. Ma alla madre pare di commettere un sacrilegio e non se ne fa niente. La meridionalità di Pirandello in questo romanzo finisce qui. Nel frattempo, delle terre vengono vendute e il patrimonio si assottiglia sempre più. Mattia e il fratello Berto non se ne preoccupano più di tanto, spensierati nei loro giochi, divertendosi alle spalle del loro precettore, un bislacco spilungone, soprannominato Pinzone, che ne sa sì e no quanto loro.

Mattia scrive questi suoi ricordi, e ogni tanto si ferma per chiedere consiglio all’amico don Eligio, che si trova anche lui a lavorare nella biblioteca di un paesino distante una mezz’ora di treno da Oneglia, che ha nome Miragno, e dove mettere insieme i libri tra loro si rivela una grossa impresa. La prosa, che si arricchisce sempre più di un contenuto dialogico, riverbera la prodigiosa inclinazione dell’autore nei riguardi della novella, che conservò mirabilmente per tutta la vita, ed è infatti di tutta evidenza che gli ingredienti con cui il romanzo acquista sapore, vengono tutti da lì. Si pensi, per fare solo il primo esempio, alle liti tra l’arcigna moglie Guendalina e il marito Batta Malagna e la successiva storia di costui, che va intrecciandosi inizialmente con quella di Mattia, le quali possono costituire un bozzetto a sé. La tradizione così fiorente della novellistica, a partire dal Boccaccio e dal Bandello – che non a caso vengono nominati -, ma non solo essi: si pensi al Sacchetti, al Machiavelli e così via, è ben presente all’autore e lo influenza in larga misura, stimolandone e accrescendone le attitudini naturali, e cancellandone, se non del tutto (si pensi alla vedovanza della madre), la peculiare sicilianità – che è presente, a tutto tondo, nelle sue novelle – per sostituirla con una rappresentazione più ampia ed universale.

Dunque, la vita è così imprevedibile, assurda, ridanciana e grottesca, che un individuo come Mattia, senza che ne avesse avuto l’intenzione, si ritrova ad avere per moglie la bella Romilda, con la quale la madre, la vedova Pescatore, voleva invece combinare un laido intreccio col Malagna. Questi, infatti, è alla ricerca affannosa di un figlio a cui poter lasciare il proprio patrimonio che la prima moglie Guendalina non aveva saputo dargli, né glielo dava la seconda, Oliva, fino a che, anche nei confronti di quest’ultima, come già aveva fatto con Romilda, non interviene il nostro dongiovanni, e Malagna si ritrova, così crede, ad aver per strada due figli, di cui uno, atteso dalla nipote Romilda, lascia volentieri a Mattia, facendogliela sposare, convinto che sia quello atteso da Oliva il suo legittimo.

Non pare azzardato sostenere che gli interrogativi che, nell’intraprendere la narrazione di questa storia, si è posto all’inizio il protagonista, e che non si devono mai dimenticare, conducono in avanti la novellistica della tradizione inserendola all’interno, finalmente e innovativamente, dei temi, assai più aperti e complessi, tipici del genere romanzo.

Quanti ne vengono in mente, anche della letteratura straniera! “Lazzarino del Tormes” è uno di questi; al di là delle differenze legate all’epoca della sua stesura (1554), struttura e tessitura, commistione di tradizione ed innovazione, lo avvicinano all’opera di Pirandello. Anche a Mattia, attraverso le sue peripezie, narrate con armoniosa piacevolezza, “venne a maturazione l’anima mia, ancora acerba.”, proprio come accade a Lazzarino.

Solo che l’introspezione di Pirandello tramuta mirabilmente il genere favolistico e picaresco in un romanzo dai forti connotati psicologici ed esistenziali, che rappresentano, secondo chi scrive, l’originale combinazione che contraddistingue il suo capolavoro.

Le peregrinazioni a cui è sottoposta la vita inquieta di Mattia dànno l’occasione a Pirandello di suggerirci la sua lettura delle tentazioni che la vita continuamente ci pone e delle nostre reazioni che, quantunque a volte siano frutto di riflessione – ma quasi sempre di istinto – contengono quel tanto di fantastica ironia che, se potesse essere osservata dall’interessato, trasformerebbe l’esistenza in un gioco di cui sorridere sempre, come accade allo sconosciuto giocatore di Lugano, che Mattia incontra al casinò di Montecarlo.

Raggranellata al casinò una discreta vincita, che avrebbe potuto essere più consistente se non avesse voluto sfidare la sorte, prende il treno per rientrare a casa, ma lungo il viaggio lo assalgono i pensieri che quel ritorno avrebbe avuto come risultato che i suoi denari sarebbero andati ai creditori e lui avrebbe dovuto vivere a contatto con la moglie musona e una suocera, la vedova Pescatore, che era peggio di una strega.

Durante il viaggio, ad una stazione compra il giornale, lo apre e che vi legge? Che nel suo paese è stato scoperto un cadavere in avanzato stato di decomposizione e che è stato riconosciuto appartenere a lui. Lo affermano la suocera e la moglie. Com’è possibile? Riconosciuto? E proprio dai suoi? Era così somigliante a lui il morto?: “Bastava, perbacco, aprir pian piano un occhio a quel povero morto, per accorgersi che non ero io”. Ma dopo un primo risentimento, ecco percorrerlo un’idea geniale: quella era l’occasione che il destino gli offriva per ricominciare una nuova vita, e liberarsi di tutto. Perché non approfittarne? Che uso un uomo può fare di una opportunità come questa?

È ora che il romanzo ha la sua svolta, uscendo dagli schemi picareschi per sollecitare e sfidare la nostra ragione: “Avevo con me ottantaduemila lire, e non avrei più dovuto darle a nessuno! Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo più moglie, non avevo più suocera: nessuno! libero! libero! libero! Che cercavo di più?” Non capita spesso che il destino si rivolga a noi con tanta prodigalità: poter ricominciare da capo, quasi una rinascita, e non come succede ai finti suicidi che lasciano “il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente, in America o altrove. Si pesca dopo alcuni giorni un cadavere irriconoscibile: sarà quello de la lettera lasciata sul parapetto del ponte. E non se ne parla più!” Nel caso di Mattia, “posso godermi senza alcun rimorso la mia libertà. Han voluto regalarmela, e dunque…”

Così il fu Mattia Pascal ne approfitta, cambia nome e si chiama ora Adriano Meis, il quale dalla novità riceve sì gioia ma anche turbamento: “mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo.”

Pirandello cerca di fare intorno al protagonista tabula rasa perfino delle ombre del passato che, ciò nonostante, in qualche modo ritornano: “Chi sono io ora? Bisogna che ci pensi.”

Si può davvero ricominciare tutto da capo? Pirandello, alla stregua di un uomo di scienza, vuole verificare la sua ipotesi. Fa indossare un abito tutto nuovo al suo protagonista e lo lascia agire, lo lascia libero e solo (“mi sarebbe piaciuto che, non solo esteriormente, ma anche nell’intimo, non rimanesse più in me alcuna traccia di lui. […] senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio. […] Io dovevo acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi neppure minimamente della sciagurata esperienza del fu Mattia Pascal. […] sicché, alla fine, io possa dire non solo di aver vissuto due vite, ma d’essere stato due uomini.”) e, insieme con noi, si fa analista attento.

Si opera, dunque, una cesura tra le due vite, e la stessa scrittura da gioiosa e picaresca, adornatrice di avvenimenti, si trasforma in una continua, esaltata, ansiosa, tuttavia più cauta e minuziosa, riflessione all’interno del personaggio. Il quale, guardando ora alla vita che scorre davanti a lui, emendato del suo passato, non trova di meglio da fare che sorriderne: “Mi veniva di sorridere così di tutto e a ogni cosa”. Tutto ciò che gli uomini combinano, gli appare ridicolo.

Ma ecco che si trova alle prese con i doveri che impone la società civile. Dopo il nome, la società esige anche di sapere quando e dove uno sia nato, e chi sono i genitori, e così via. In questo modo, Mattia (ora Adriano) si trova costretto a costruirsi un passato fantasioso, ma sempre di passato si tratta. E, cosa inaspettata, nel costruire un passato al nuovo Adriano Meis, prova una strana gioia: quella di vivere “gli anni che Adriano Meis non aveva vissuti.” e comincia ad accorgersi “Di quante cose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare quella stessa realtà da cui fu tratta”. Dunque, non c’è fantasia che possa emulare quella che è intrinseca alla vita. Come la tela bianca d’un pittore, egli cerca di imprimervi i colori nuovi e graditi, ma ogni tanto ecco che il pensiero gli rinnova la memoria di ciò che fu Mattia Pascal: “Sarà ancora vestita di nero Romilda? […] Chi sa dove mi hanno seppellito! […] Me ne dispiace per quel pover’uomo, il quale forse avrà avuto parenti più umani de’ miei che lo avrebbero trattato meglio.” È davvero completamente libero, dunque? Non solo la memoria lo tiene legato al passato, ma la stessa società impedisce che la sua libertà sia assoluta. Il denaro, ad esempio. Deve fare in modo che gli sia sufficiente per il resto della sua vita, altrimenti dovrà mettersi a lavorare e quindi rientrare negli ingranaggi che già avevano stritolato la vita di Mattia; avrebbe avuto bisogno, in questo caso, di un documento che comprovasse la “mia esistenza reale”. Intanto, dopo aver girovagato per l’Italia e anche all’estero, sente infine il desiderio di avere un po’ di compagnia. Vuol comprare un cagnolino, ma non può farlo perché si rammenta che deve pagare una tassa sui cani, e lui per il mondo non esiste. Comprare un cane, quindi, significherebbe incatenarsi di nuovo dentro la prigione della società, da cui per miracolo è riuscito a fuggire. Desidera, infine, avere una casa propria dove poter abitare come fanno gli altri uomini “con le loro abitudini e le loro consuete occupazioni”.

L’analisi di Pirandello si fa serrata e la scrittura acquista l’ampiezza propria della riflessione: “Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch’esso evoca e aggruppa, per così dire, attorno a sé. […] La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d’immagini care. […] Or come poteva avvenire per me tutto questo in una camera d’albergo?”, ma conclude amaramente che “libero, liberissimo, io potevo essere soltanto così, con la valigia in mano: oggi qua, domani là.”

Il distacco dalla prima parte si è definitivamente compiuto anche nella scrittura, che sarà, poi, la stessa che impronterà di sé le opere teatrali maggiori. Non è più “Lazzarino del Tormes” il libro che ci viene in mente, ora, ma “Vita e opinioni di Tristram Shandy” di Laurence Sterne, del 1760.

La seconda vita di Mattia, che conduce presso la famiglia Paleari, dove ha trovato alloggio, si configura nell’illusione di una libertà impossibile perché inesistente, in quanto la sola libertà di cui possiamo disporre è la libertà che ci viene concessa dagli altri. Nella vita non c’è alcunché di assoluto, ma tutto si definisce nel rapporto con le persone e le cose: “Ed ecco, mi cacciavo, di nuovo, fuori, per le strade, osservavo tutto, mi fermavo a ogni nonnulla, riflettevo a lungo su le minime cose”. Viene spontaneo il ricordo del capolavoro di Frank Capra (anche lui siciliano di nascita): “La vita è meravigliosa”, di qualche anno più tardi, il 1946.

Adriano Meis, da quando si crede uomo libero, non fa altro che riflettere sulla vita, ma la mente a poco giova poiché tutto relativizza, disincanta e rimpicciolisce: spietata, inesorabile toglie ogni certezza, insinua il dubbio e non fa che cospargere, così, la sua esistenza di solitudine e di malinconia. È impossibile perfino, in quella condizione di apparente libertà in cui vorrebbe vivere, contrarre qualche amicizia!

C’è un mutamento anche nei personaggi che lo circondano, che ora riflettono le insicurezze e gli enigmi di Adriano. Non irruenti, pronunciati ed intrisi di vitalità come quelli che abbiamo incontrato nella prima parte, questi assumono i contorni sfumati di un’immagine apparente, dietro cui, o entro la quale, si può nascondere e trovare di tutto. Adriana, “piccola mammina”, e suo padre Anselmo Paleari (“rimase lì, astratto, con gli occhi invagati, evidentemente senza ricordarsi più di nulla, né dov’era, né con chi era), Silvia Caporale, “arrabbiata d’amore”, maestra di pianoforte, che “per disperazione, beveva” e aveva tentato due volte il suicidio, l’ambiguo cognato di Adriana, Terenzio Papiano, possono costituire un esempio. Come pure l’ambiente con cui viene a contatto in quella famiglia, che è quello della teosofia e dello spiritismo. Nel momento in cui ricerca la libertà assoluta, non solo, dunque, si ritrova “sospeso come già da un pezzo mi sentivo in un vuoto strano”, ma dentro questo vuoto si insinuano le immagini non della vita bensì della morte e, attraverso la morte, una vita del tutto diversa e più desiderabile di quella conosciuta. Gli dice Anselmo Paleari, patito di sedute spiritiche insieme con la maestrina Silvia Caporale, che fa da medium, a proposito della vita conosciuta: “Mi conservo unicamente perché sento che non può finire così!” e ancora: “non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte!”

Questa seconda vita di Mattia, nei panni di Adriano, gli fa incontrare il sentimento della morte, come accadrà al cavaliere Antonius Blok in quel capolavoro cinematografico: “Il settimo sigillo”, di Ingmar Begman, del 1956; solo che mentre nel film tutto accade in una cupa atmosfera, nel romanzo le angustie e i tormenti del fu Mattia Pascal non riescono mai a scalfire quella corteccia di ottimismo avventuriero che è così strettamente legato alla giocosa, carezzevole ed ironica scrittura di Pirandello. Le riflessioni del protagonista si rivelano tanto mai sottilmente argute che noi restiamo sempre affascinati in primo luogo dalla vivacità della sua mente, che riesce a vincere con il suo incessante fluire i momenti della solitudine e della malinconia. Riguardo alla sua impossibilità di contrarre un’amicizia, così risponde a Adriana e a Silvia, che gli stanno intorno curiose di saperne di più sul suo conto: “Siamo io e l’ombra mia, su la terra. Me la son portata a spasso, quest’ombra, di qua e di là continuamente, e non mi son mai fermato tanto, finora, in un luogo, da potervi contrarre un’amicizia duratura.” Ed è sempre allegramente, e celiando, che rivolge alla maestrina Silvia – che è nubile e quarantenne, bruttina assai, come del resto è brutto il protagonista, che ha un occhio strabico, “sbalestrato” – queste parole riferite a se stesso: “Come puoi tu pretendere, mio caro Adriano, che qualche donna s’innamori di te?”, che è il giocare del gatto con il topo.

Il contatto assiduo, ristretto, con questa famiglia lo serra, però, ben presto, dentro gli intrecci consueti del mondo reale, e soprattutto i sentimenti che ivi si muovono agiscono in lui senza riguardo alla sua strana identità e alle menzogne di cui è costretto a circondarsi nella speranza di estraniarsi da tutto e conquistarsi, così, una supposta libertà assoluta.

L’amore è il primo grimaldello che fa saltare la porta della sua estraniazione e della sua certezza: “La lotta che facevo contro me stesso, per non assumer coscienza di ciò che sentivo per Adriana, m’impediva intanto di riflettere alle conseguenze della mia anormalissima condizione d’esistenza rispetto a questo sentimento.”

L’amore per Adriana deve non solo conquistarselo, ma difenderlo contro un altro pretendente, quel Terenzio Papiano che, rimasto vedovo a causa della morte della sorella di Adriana, spadroneggia in casa come fosse lui il padrone, approfittando della dabbenaggine del suocero Anselmo Paleari, e ha messo gli occhi, mosso da interesse più che dall’amore, sulla poveretta che non ha la forza di opporvisi.

Ecco il fu Mattia imbrigliato, dunque, in una delle tipiche situazioni che ci legano indissolubilmente alla realtà e alla vita, non solo propria bensì e soprattutto altrui, e da quel cominciamento l’intreccio si fa sempre più avviluppato. Papiano un giorno gli porta in casa un impiegato delle tasse che si chiama Francesco Meis, il quale sostiene di essere suo cugino. Liberatosene in qualche modo, ecco che Papiano torna alla carica rintracciando “lo Spagnuolo”, un vecchio giocatore, don Antonio Pantogada, che Mattia aveva conosciuto al casinò di Montecarlo. Quel Papiano sospetta che egli non sia Adriano Meis e si è messo a indagare sul suo passato? In realtà non è tanto Papiano che si è messo sulle sue tracce, ma è il destino che, così come gli aveva offerto l’occasione di far scomparire apparentemente Mattia Pascal, ora torna sui suoi passi e gioca di nuovo con la sua vita. La sola traccia fisica che ancora lo lega alla vecchia immagine di Mattia è il suo occhio “disobbediente”. Perché allora non seguire il suggerimento di Silvia e farselo operare? Detto e fatto. Ma servirà? Una seduta spiritica, una delle tante combinate per far contento il credulone Anselmo, e tutta organizzata a bella posta per suggestionarlo, ad un tratto si rivela sorprendente per tutti, giacché, non solo il tavolino si alza dal suolo, ma un sonoro pugno vi è battuto sopra, meravigliando i presenti. Il fu Mattia Pascal è sicuro che si tratti dell’anima inquieta di quello sconosciuto morto affogato che è stato scambiato con lui. Pirandello, con il piacere che gli procura il gioco che sta conducendo, ci dice così che del passato della nostra vita non ci si può liberare mai, e il nostro passato è anche il nostro presente: “Ecco: s’erano riallacciate da sé, quelle fila”. Che cosa è infatti il nostro passato se non quell’universo esterno che, riflesso pure della nostra anima, si è creato intorno a noi e agisce immancabilmente sulla nostra coscienza?: “Ora sta a vedere quante sciocchezze questo maledetto universo ci fa commettere, di cui poi chiamiamo responsabile la misera coscienza nostra, tirata da forze esterne, abbagliata da una luce che è fuor di lei.” L’amore per Adriana, il bacio che le ha dato, suscitano in lui frenesie e timori e lo richiamano all’esigenza di chiarire quella sua difficile e forse impossibile estraniazione dal mondo. Ciò di cui si rende conto è che non lui sta guadagnando dalla curiosa situazione in cui si è trovato, bensì sua moglie che, lei sì tornata libera, pesa ancora “su lui, addosso a lui”. Come dire infatti a Adriana che il suo vero nome è quello di un uomo creduto morto e che per giunta è ammogliato?

La vita si sta prendendo ironicamente, e penosamente, la rivincita su chi aveva voluto sfidarla. Vedete in che guazzabuglio si è messo il fu Mattia Pascal?, sembra suggerirci Pirandello: non era meglio se egli avesse continuato la sua vita come fanno tutti, nonostante le pene e le difficoltà che ci pone innanzi l’esistenza? La vita, infatti, non aspetta tempo per darci un avvertimento circa le nostre azioni e, in sovrappiù, aggiunge una lezione che va, come questa volta, ben al di là di una mera esperienza: “Potevo mai pensare, allora, che neanche morto mi sarei liberato della moglie? lei, sì, di me, e io no di lei? e che la vita che m’ero veduta dinanzi libera libera libera, non fosse in fondo che una illusione […]?”. E accade, come nel caso del furto di denaro che subisce in casa di Adriana, che i rapporti normali della realtà siano invertiti e così “Lo sgomento che avrebbe dovuto assalire il ladro nel commettere il furto, invase me, invece, al pensiero di ciò che sarebbe avvenuto.” Si troverà altre volte in circostanze simili, e così, lui che voleva farsi credere morto, era “Peggio che morto”, dovendo subire in silenzio tutte le violenze che la vita gli riservava: “Io mi vidi escluso per sempre dalla vita, senza possibilità di rientrarvi.” Il contatto con la vita non gli avrebbe procurato che affanni e contrarietà, “esposto alla mercé dei piedi altrui.”, come un’ombra: “aveva un cuore, quell’ombra, e non poteva amare; aveva denari, quell’ombra, e ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testa, ma per pensare e comprendere ch’era la testa di un’ombra”.

Pirandello si fa sottile e stringente e avvolge sempre più intorno al sentimento che il protagonista prova per Adriana tutti i fili delle tortuosità, delle illusioni e delle menzogne che gli procura la condizione in cui egli si trova: “Ella doveva odiarmi, disprezzarmi, com’io mi odiavo e mi disprezzavo. […], fino a far credere a tutti ch’io fossi pazzo…” Il Pirandello delle opere teatrali maggiori è già interamente e intensamente qui.

Il suicidio, condizione in cui lo avevano posto la moglie e la suocera riconoscendolo nel cadavere di un altro, ecco che ora si affaccia in concreto nella sua mente: “mi vedevo costretto, forzato, trascinato pei capelli a eseguire su me la loro condanna. Mi avevano ucciso davvero! Ed esse, esse sole, si erano liberate di me…” Balenano in lui tanto un’idea per la soluzione dei nuovi problemi che gli si sono aggrovigliati intorno, quanto il desiderio di una rivincita nei confronti delle due donne che lo hanno fatto affogare, inducendolo, così, a crearsi una nuova identità: egli può liberarsi di Adriano Meis, dunque, in una sola maniera: fingendo un nuovo suicidio; in tal modo si metterà alle spalle una esperienza di nullità che lo aveva “condannato a essere un vile, un bugiardo, un miserabile”. Deciso a ritornare ad essere Mattia Pascal, salito in treno per far ritorno a casa, dirà: “Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici?”

Questa illusoria esperienza è durata poco più di due anni e si è interamente svolta a Roma. Ora, fintosi nuovamente suicida, torna al nord, al suo paese, laddove si svolse la vita di Mattia Pascal, a Miragno, non solo con l’idea di riprendersi la propria identità, ma con il desiderio di vendicarsi sulla moglie e la suocera giudicate colpevoli di avergli dato la speranza e la fantasia di potersi ricostruire una vita nuova. Farà così quest’altra constatazione: che la vita di Adriano Meis, sebbene meschina e vuota più ancora di un’ombra, ha messo anche lei delle piccole radici nella realtà con la quale si è incontrato: “Quella giornata quasi non avvertita da me, tra le prime faccende e poi in quel sonno di piombo in cui ero caduto, chi sa intanto com’era passata lì, in casa Paleari!”, al momento che avevano appreso dai giornali del suo suicidio. Intanto, fatta una sosta a Pisa di qualche giorno, egli si trova nella condizione, non ancora recuperato alla vecchia identità di Mattia Pascal, di portarsi sulle spalle, mentre è in giro per la città, il peso di ben due morti. Ma non è ancora finita: il destino gli riserba un’altra sorpresa: se egli ha creduto che la vita, lui assente, si dovesse mostrare ora comprensiva e generosa nei suoi confronti, e tutto al suo ritorno potesse riprendere come prima, non aveva fatto i conti giusti. Tutto ciò che sta intorno a noi, la vita insomma, è non solo viva ma più forte e prepotente di ogni nostro desiderio.

Il ritmo sempre più serrato ci avverte che Pirandello sta per tirare le fila di quel suo esperimento sulla vita, e si prepara a trarre una lezione per tutti noi: l’arzigogolìo della mente, ossia, le nostre furbizie, le nostre velleità, i nostri orgogli, le nostre presunzioni (“Fra pochi istanti, appena avrò bussato a quella porta, la loro vita sarà sconvolta…”) a che valgono di fronte alle regole eterne, peraltro sempre semplici e di buon senso, della vita e della creazione?

Se si cerca di stornarle da noi, e più ancora, di ostacolarle, ciò che accadde a Mattia Pascal (“io non saprei proprio dire ch’io mi sia.”) ci sia di ammonimento: “fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere.”


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Bart