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PITTURA: Giorgio De Chirico

14 novembre 2010

di Francesco Pieraccini

Giorgio De Chirico è senz’altro il maggior rappresentante della Pittura Metafisica, avanguardia nata nel 1917 a Ferrara, tra i cui rappresentanti vede anche Carrà e Morandi.Si tratta di una concezione pittorica che mira a descrivere un universo atemporale, una realtà vista attraverso uno sguardo “trascendente”, volto a cogliere l’essenza dei soggetti rappresentati.

Per analizzare la sua opera e il suo pensiero  partiamo da un autoritratto:

 De Chirico si ritrae di profilo in posizione assorta e pensosa, i suoi occhi non hanno pupille. Questo perché il suo sguardo è rivolto dentro se stesso e rappresenta il suo modo di analizzare il mondo ricorrendo ad una sorta di “sguardo interiore”. Sotto la figura si può leggere la scritta in latino: “Et quid amabo nisi quod aenigma est?” ovvero “E cosa amerò se non ciò che è enigmatico?”

Questa affermazione svela un altro lato saliente dell’artista ,le cui opere sfuggono sempre ad una interpretazione univoca e completa e pongono allo spettatore sempre nuovi dubbi ed enigmi in una sorta di rebus senza soluzione.

La formazione di De Chirico fu molto vasta: comincia a studiare disegno in Grecia, ad Atene, ed in seguito si sposterĂ  con la famiglia a Monaco dove proseguirĂ  gli studi. Questo periodo Bavarese avrĂ  molta influenza nel pensiero del pittore, in particolare sarĂ  attratto dalla pittura simbolista di Bocklin e Klinger e dal pensiero filosofico di Nietzsche e Schopenhauer.

In seguito, verso il 1910, si trasferisce a Firenze dove da vita, decisamente in anticipo rispetto alla fondazione del movimento, alle sue prime opere metafisiche, la più famosa delle quali è

“L’ Enigma di un Pomeriggio d’ Autunno”.

La prima sensazione che il dipinto ci suggerisce è quella di uno strano spaesamento, la scena sembra sospesa in un tempo indeterminato e pressoché immobile, le figure sembrano comunicare una via di interpretazione del dipinto che però non si riesce a cogliere, lasciando nella nostra mente solo un enigma (appunto).

Scavando più a fondo nell’opera e leggendo anche gli appunti di  De Chirico, si scopre che la piazza rappresentata è la piazza fiorentina di Santa Croce, riconoscibile dalla chiesa, resa nei minimi termini, e dalla statua, che rappresenterebbe il monumento a Dante che si trova nella piazza.

Evidentemente non si tratta di una visione mimetica del reale, ma si tratta di una realtà filtrata, come detto, da un diverso modo di vedere le cose, colte in forme semplificate e sospese in un tempo indefinito, per rivelare la loro vera essenza; da qui possiamo vedere come la Metafisica, per gli artisti  di questa avanguardia non sia una pittura tesa a rappresentare una realtà trascendente al di fuori del mondo sensibile, ma anzi raffigura esattamente la realtà sensibile (l’enigma avviene di pomeriggio, in autunno ,in piazza Santa Croce):è il modo di vedere le cose che diventa “trascendente”, che scorge nei soggetti il loro puro essere.

In questo dipinto inoltre appaiono giĂ  gli elementi simbolici tipici di quasi tutta la produzione de chirichiana.

 Il muro sullo sfondo, che ci impedisce di vedere il mondo al di là di esso, di cui però intuiamo l’esistenza grazie alle vele di una barca che si affacciano al di sopra, ricorda esplicitamente la siepe dell’infinito Leopardiano. La statua antica del poeta, invece, rappresenta l’artista filosofo; tale figura ritornerà spesso nelle opere di De Chirico, come ad esempio nella “Serenità del Sapiente”, per rappresentare il nuovo punto di vista dell’artista sul mondo.

Un altro elemento importante della simbologia dell’autore, che compare fin dalle prime opere, è la torre ,come vediamo nei quadri “La Grande Torre” e “Nostalgia dell’ Infinito”.

L’artista torna a citare Leopardi che nello Zibaldone dice “…Una torre veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’ orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito”.

Inoltre per De Chirico la torre diventa il simbolo del divenire, infatti per costruire la “Grande Torre”, il pittore alterna due edifici antichi esistenti: un tempio di Cerere ed un altare che rappresentano l’alternarsi continuo e senza fine di vita e morte.

Dopo questo preludio fiorentino, De Chirico si trasferisce a Parigi dove viene riconosciuto dal critico Guillaume Apollinaire e dal mercante Paul Guillaume.Nel 1917 arriva a Ferrara e prende parte volontariamente alla prima guerra mondiale che abbandona,in seguito ad una malattia nervosa. A Ferrara conosce CarrĂ  ed insieme ad esso, al fratello Andrea De Chirico e in seguito a Giorgio Morandi decreterĂ  la nascita del movimento metafisico.

L’ atmosfera della città emiliana è fonte di grande ispirazione per tutti gli artisti dell’avanguardia tanto che De Chirico trova forme “ Strane e Metafisiche” persino nei dolcetti che vendono i negozi del quartiere ebraico.

A questo periodo appartiene “Le Muse Inquietanti”, considerata da molti l’opera metafisica per antonomasia.

La scena è ambientata in una grande piazza, sullo sfondo della quale si stagliano una fabbrica e il palazzo ferrarese degli Estensi, elementi che servono a porre nel dipinto il senso di un tempo indefinito, al di là del presente e del passato; il primo piano è ricco di figure ed oggetti oltremodo inquietanti, poiché carichi di un valore simbolico completamente o quasi celato allo spettatore, lasciando ad esso una sensazione di smarrimento derivante dall’attesa infinita di una risposta o di un indizio che sciolga l’enigma.

Le due bizzarre figure in primo piano sono composte da un corpo di statua e da teste di manichino e sono circondate da parallelepipedi colorati simili a scatole di giocattoli, probabilmente esse simboleggiano una visione del mondo attraverso uno sguardo nuovo e fanciullesco.

Sul lato destro si staglia un’altra statua enigmatica avvolta nell’ombra, forse rappresenta la figura dell’artista filosofo, ma le interpretazioni sono varie e discordi.

Negli anni di Ferrara De Chirico inoltre elabora la “Poetica del Manichino”: le figure umane vengono sostituite da manichini da sartoria più o meno elaborati; attraverso di essi l’artista mira a dipingere l’essenza pura dell’uomo. A differenza della statua , il manichino presenta pochissimi dettagli umanoidi: la forma umana si presenta praticamente solo in un profilo stilizzato.

Ogni manichino simboleggia un particolare modo di essere umano, che si manifesta attraverso simboli precisi e ricorrenti.

Nel “Trovatore”, ad esempio, vediamo un manichino molto complesso, costruito attraverso vari oggetti e varie forme: per De Chirico il trovatore rappresenta, e qui riprende in parte la filosofia di Niezche, l’uomo che esplora il mondo e attraverso la sua esperienza costruisce se stesso e diventa sapiente. La testa del manichino inoltre presenta due segni stilizzati al posto degli occhi, questi segni rappresentano gli occhi dello sguardo interiore tipico dell’artista filosofo.

Tra i manichini più suggestivi troviamo “Il Grande Metafisico”. Quest’opera presenta diverse versioni, che differiscono in alcuni particolari; in generale il soggetto del dipinto è una sorta di torre-manichino, formata, o per meglio dire costruita, con diverse forme e oggetti che formano un’ impalcatura sulla quale poggia un busto di manichino. La forma non è assolutamente umana e la testa del manichino non presenta connotazioni facciali, forse rappresenta l’uomo che si lascia costruire, invece di costruirsi, dal mondo circostante e dai suoi oggetti diventando esso stesso una sorta di oggetto tra gli oggetti.

Dopo il 1918 De Chirico si Trasferisce a Roma, dove rimane fino alla morte; le opere di questo periodo sembrano una sintesi tra il periodo fiorentino e il periodo ferrarese,infatti in esse appaiono sia statue, che rappresentano il primo periodo, sia manichini, rappresentanti la modernitĂ  e il periodo di Ferrara.

Emblematica di questa riconciliazione è l’opera “Il Figliol Prodigo”, dove un manichino e una statua si abbracciano e si sostengono a vicenda,  quest’opera può avere anche un significato sul piano filosofico, infatti il manichino ricorda il Trovatore, che per raggiungere la saggezza deve riconciliarsi con l’insegnamento dei filosofi antichi, a sua volta la statua rappresenta il filosofo anziano, che per far restar viva la sua filosofia, deve saper accettare le nuove formule di pensiero.

De Chirico inoltre ha lasciato una serie di Autoritratti, in varie pose e in vari stili, alcuni anche molto eccentrici come il ritratto vestito da torero, che, oltre a manifestare un certo convinto narcisismo, contribuiscono a renderci una visione del pittore ancora piĂą confusa ed enigmatica, infatti i simboli che troviamo nei vari autoritratti sono sempre diversi,ambigui e certe volte contraddittori.

Il pensiero di De Chirico è oltremodo vario e complesso, inoltre l’enigmaticità dei suoi dipinti impediscono una netta definizione della sua arte, di fatto era proprio questo a cui mirava l’artista: porre sempre nuovi dubbi allo spettatore, per trasformarlo da manichino a Trovatore.

Link:

Autoritratto

Enigma di un Pomeriggio di Autunno

La Grande Torre

Le Muse Inquietanti

Il Trovatore

Il Grande Metafisico

Il Figliol Prodigo


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