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PITTURA: I MAESTRI: Cosmè Tura e gli altri pittori ferraresi del suo tempo: La cultura figurativa del Quattrocento ferrarese

23 febbraio 2019

a cura di Rosemarie Molajoli
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1974]

Cosmè Tura, Francesco Cossa, Ercole de’ Roberti:  tre pittori che nel nome di Ferrara, in un accostamento temporale che non superò il mezzo secolo, determinarono nella storia dell’arte italiana, pur tanto folta e complessa, uno dei casi più singolari di invenzione e di eccezionale tenuta di una temperie geniale, di una carica umorosa e fulgente, in una irripetibile ‘concordia discors’, per cui ciascuno dei tre poté essere compagno e protagonista a suo modo.

Essi appartengono pienamente al Quattrocento. È il mo­mento cruciale del trapasso dal mondo medievale a quello del Rinascimento; nelle vicende delle arti figurative la narra­zione di eventi storici o leggendari, sacri o profani, a scopo di spirituale edificazione cede alla scoperta e all’indagine del mondo naturale, di nuovi valori della realtà: volume, spazio, luce, movimento; l’artista passa dalla prestazione manuale, artigianale, spesso collettiva e quindi anonima – per una produzione pedissequa alla volontà di un committente, all’arbi­trio del suo gusto e delle sue ideologie – alla creazione indi­viduale, autonoma, libera dalla servilità, ispirata dal “divino furore” platonico, per il raggiungimento della perfezione ideale, assoluta e immutabile. In questa aspirazione, l’artista si uguaglia al principe, e questi collabora con lui, conciliando la contrapposizione polemica del primo umanesimo fra la ”fortuna” dei grandi e la “virtù” dell’artefice. Del Rinasci­mento i tre pittori ferraresi posseggono tutti gli aspetti este­riori, tutte le angolazioni e le molteplici sfaccettature, hanno inoltre le caratteristiche strettamente inerenti agli uomini della loro epoca, un forte ‘individualismo’ e un ‘realismo’ che diventa spesso asprezza; al pari degli altri artisti contempo­ranei, essi scoprono il mondo circostante e i nuovi aspetti della realtà; hanno la consapevolezza dell’importanza del­l’uomo, della sua esistenza fisica, dell’espressione del suo volto, della natura e del paesaggio che lo circondano. Ma il vero loro fascino nasce dalla sensazione, che essi comunicano, di trovarsi ancora sul crinale fra due mondi diversi se non opposti, e di districarsi con estrosa e ribelle inquietudine dalle ultime pastoie della tradizione medievale e gotica per im­mettersi sulle aperte strade del Rinascimento.

Per tutto il Trecento, Ferrara non era stata un centro d’arte autonomo: aveva importato artisti e opere dalle re­gioni contigue, dalle scuole più attive: Bologna, Modena. Verona, Padova. Durante i primi quattro decenni del nuovo secolo, il marchese d’Este, Nicolò III, aveva badato a raffor­zare la funzione politica di mediazione fra le Signorie del suo tempo, e un po’ meno a emulare di queste la prorom­pente fioritura culturale e artistica. Tuttavia aveva assunto ai propri stipendi una schiera di miniatori, costituendo così una scuola destinata nei decenni successivi a raggiungere grande splendore. Aveva anche chiamato arazzieri dalla Fian­dra, e così avviato una manifattura che intensificherà la pro­pria produzione sotto i suoi successori. E suo figlio Lionello. nel ’38, s’era incontrato e aveva stretto amicizia con Leon Battista Alberti, e cinque anni dopo lo farà ritornare a Fer­rara per consulenze e progetti d’architettura. Quanto alla pittura, le novità venivano ancora dal Nord; ed erano quelle del ‘gotico internazionale’, specchio delle ornate eleganze dell’aristocrazia feudale, del mondo cavalleresco e ormai co­smopolita, in quel grande flusso d’estetismo profano che si diramò, alimentando un comune linguaggio figurativo, nelle più raffinate corti d’Europa, dalla Borgogna alla Boemia, al settentrione d’Italia.

Due maestri nostrani, rappresentanti di quella corrente artistica — cioè quanto di più ‘progredito’ esistesse in quei tempi fuori di Firenze —, Pisanello e Jacopo Bellini, erano chiamati la prima volta a Ferrara nel ’38 (anch’essi, proba­bilmente, dal giovane e colto Lionello) e poi altre volte vi tornarono per fornire alla corte estense quadri, ritratti e medaglie.

Intanto, succeduto nel 1441 Lionello a Niccolò III, più alacre ritmo assumeva la vita culturale della città. Giunge­vano folate d’aria nuova. Nella vicina Padova lavoravano Donatello e Mantegna: due differenti voci del Rinascimento. Verso l’anno ’50 dalla Toscana arriva a Ferrara Piero della Francesca, dalla Fiandra Rogier van der Weyden, apporta­tori di memorabili novità: il primo di scoperte armonie dello spazio e della luce, il secondo di verità di natura e di sa­pienza tecnica. Che cosa doveva germinare in terra ferrarese da simili innesti, lo si capì di lì a poco.

Cosmè Tura, Francesco Cossa, Ercole de’ Roberti ebbero in comune la fantasia, uno straordinario estro immaginativo e inventivo che è nota predominante e segreto della loro originalità; naturalmente ognuno di essi la visse alla propria maniera: il Tura, mediante forme e colori esasperati, arriva alla raffigurazione di un mondo decisamente irrealistico, quasi costringe ogni tratto della realtà nell’alveo dell’invenzione fantastica, d’un formalismo allucinato ma rigoroso fino a diventare suprema e forbitissima cifra stilistica; il Cossa con un tormento e una tensione minore introduce nelle sue imma­gini l’idea del movimento sfuggendo in tal modo alla rigida immobilità delle figure di Cosmè; il de’ Roberti, con perspicacia, non soltanto tenta di attenuare l’arte aspra e ferrigna dei suoi due predecessori, ma riesce anche a raggiungere, con un’analisi profonda del mondo naturale e umano in tutti i suoi molteplici e multiformi aspetti, un’espressione alta­mente poetica, subordinando la propria fantasia inventiva .1 una regola e a un equilibrio classici.

Ma è decisamente Cosmè Tura il fondatore della scuola ferrarese, l’innovatore, l’artefice, l’animatore della pittura della prima Rinascita a Ferrara; la sua bravura consisté nell’operare sulla propria formazione tardogotica un innesto che prima d’essere di forme era di sostanza, di attitudine mentale. Lo fece senza esitazioni o compromessi, anzi con un certo dispettoso rigore di polemica conservatrice. Meno di una conversione e molto di più di una sperimentazione. Con la sua straordinaria forza immaginativa, sempre controllata e frenata dalla comprensione lucida e dalla attenta interpretazione della forma, diede le linee direttive a tutti i successivi svolgimenti; definì la poetica e trasmise l’originalità, la ten­done, la potenza, l’inquietudine e la bizzarria agli altri arti­ci, attraverso i rilievi — tortuosi, metallici, fatti di cesello e incudine con superiore destrezza artigianale, quasi un’eredità del sangue e della terra natia – e il ferreo rigore dei contorni, l’irrealtà dei colori smaltati di rossi e di verdi accecanti, che li anno talvolta il sapore di una sfida. Il pittore appare costantemente tormentato dall’idea di comporre sotto la specie durevole del minerale e del metallo, di creare forme che ombrano scolpite nella pietra dura e modellate nel bronzo, con un linguaggio espressivo sempre coerente, strettamente logico e fedele a se stesso; egli trae, con ogni probabilità, questo gusto di riprodurre in pittura le materie inorganiche, dall’influenza che ebbero sin dal XV secolo le teorie secondo cui certe materie, naturalmente per ragioni magico-alchemiche, hanno valori, significati e poteri connaturati e dipen­denti dalla loro scelta e dal loro accoppiamento. Ed è lo stesso mondo magico che troviamo negli affreschi del Salone dei Mesi nel palazzo Schifanoia a Ferrara, il maggiore ciclo pittorico profano del Rinascimento, la più completa testimonianza della demonologia astrologica che il sec. XV ci abbia lasciato. All’ideazione di esso parteciparono il Tura e in seguito il de’ Roberti con una forza dinamica e una capa­cità d’astrazione che oggi si direbbe ‘metafisica’ fino ai limiti del demoniaco; ma la parte prevalente, fra la pleiade dei pittori impegnati alla grande impresa, fu assunta e svolta, con grande freschezza inventiva e immaginazione poetica, dal Cossa.

Qui tutte le raffigurazioni mensili dello Zodiaco sono col­legate alle rappresentazioni dei “figli dei pianeti” cioè degli dèi pagani che presiedono agli astri e al volgere del tempo, piene di fascino e di mistero, scelte soprattutto in base alle concezioni astrologiche che la cultura medievale aveva la­sciato in eredità al Rinascimento. Esse rispecchiano con vi­vace acutezza squarci di vita, favole eleganti, voluttà segrete, sotto i segni propizi delle costellazioni zodiacali.

Le cacce aristocratiche, i lavori della campagna a regola delle stagioni, le deità mitologiche, le corse del palio, episodi della vita di corte inneggianti alla potenza e alla glorifica­zione della famiglia d’Este, sono oggetto di una narrazione pungente e serena, tra realtà e fantasia, quale di lì a pochi anni l’avrebbe esaltata il genio prorompente di Ludovico Ariosto:

 

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto…

Gli artisti si rendono interpreti di questo mondo fanta­stico e ne condividono coi prìncipi committenti l’esaltante scoperta e la gioia di vederlo realizzato sulle pareti delle loro dimore. Dell’appassionata partecipazione del giovane duca ai progetti di Ercole de’ Roberti per la purtroppo perduta “delizia” di Belriguardo, ci è rimasto il ricordo in una let­tera del 13 febbraio 1493 inviata dalla cancelleria ducale alla duchessa Isabella. Vi si può trovare una diretta testimo­nianza del fervore d’opere che dominava l’ambiente della corte e influiva sulla educazione artistica di Alfonso d’Este; il documento ci mostra l’artista occupato a disegnare i cartoni per la decorazione di alcune sale di quella nuova residenza, mentre Alfonso, dimentico dei giochi e delle passeggiate, è intento ad osservare assiduamente il lavoro del pittore:

 

Ill.ma et Excell.ma Madama mia […]
Non vi paria mai dire a bastanza quanto sua ex.tia è intenta più cha più, a queste sue picture et come scripsi per
laltra m.ro hercule li ha designato et designa una historia o fabula molto bella e grande suso uno cartone de folii reali incolti el quale ancora non è compito et egli è stato suso questi 4 die da la matina ala sira in la camera propria del nostro Ill.mo Sig.re Duca, assetado al suo desco dal lato de fora, e lo S.re Duca seria dal lato dentro del desco che mai non se ne parte, e per dicta cagione è stato quasi hora de disnare ogni matina, quando Iha odito messa, e dreto disnare ancora non se ne parti quasi mai: et questi die non ha mai cavalcato fora per dicta cason salvo che heri sira come in­onderà vostra Sig.ria de sotto: ni lho mai veduto giocare  a scachi, ma due sire o tre circa una hora de nocte ha lecto uno pezo un libro vulgare che si chiama Josepho che fa mentione de cosse et historie del testamento vechio. Si che Madama mia a mio parere questa sera una historia molto longa et fastidiosa per Nui altri che voressimo vedere et godere la presentia de sua Ex.tia continuamente et non la vedere tanto reserrata et occupata ad una sola cossa simile non siando de maiore portantia come la se sia. Et credo che questa cossa ni farà stare qui fino al mercuri sancto et anche da poi più che non voressimo. Tuta via siamo qui per obedire et cussi siamo apparechiati continuamente […]

Ex belreguardo XIII februarii 1493.

 

Servulus Siverius

Ma non sempre alla corte di Ferrara gli artisti vissero un tal clima idilliaco. C’era anche il rovescio della medaglia. Pur vivendo in stretta familiarità con i prìncipi, qualche volta affiorano scontentezza e rimbrotti per il trattamento pecuniario che veniva loro riservato: cosa che è abbastanza comune alla maggior parte degli artisti dell’epoca, ma che in loro colpisce particolarmente, per il contrasto fra la loro personalità e il mondo ‘cortese’ che li circonda.

In una lettera indirizzata, il 25 marzo 1470, da Francesco Cossa al duca Borso (rinvenuta da A. Venturi nell’Archivio di Stato a Modena e pubblicata in “Kunstfreund”, n. 9, 1885) si legge:

Ill.me Princeps et Excel.me Domine Domine mi Singularissime […] A dì passati insieme cum li altri dipintori suplicai ad V. Sig.ia supra il pagamento dela salla de Schivanoglio: Dove V.re Sig.ia rispose che se instasse la relacione: lll.mo Principe io non voglio esser quello il quale et a pelegrino de prisciano et ad altri Venga a fastidio. per tanto mi sonto deliberato ricorrere solo a V.ra Sig.ia: per che forsi a quella pare on egi stato referito che li sono de quelli che bene poteno stare contenti et sono tropo pagati del merchato deli deci bolognini. Et ricordare suplicando a quella che io sonto francescho del cossa il quale a sollo fatto quili fri canpi verso lanticamara: Siche lll.mo S. quando la Sig.ia V.ra non mi volesse dare altro che dece bolognini del pede: et bene ne p[er]desse quaranta on cinquanta duc[ati] continuamente avenga Viva sule mie braza staria contento et bene posato: Ma bene essendogi altre circostancie assai me ne dolgieria et tristaria fra mi medemo: Et masime Considerando che io che pur ho incomenciato ad avere un pocho di nome, fusse tratato et judicato ed apparagonato al più tristo garzone de ferara: Et che lo mio avere studiato e continuamente studio non dovesse avere a questa volta qualche più premio et maxime dala Ill.ma V.ra Sig.ia che quelli che e abesenti da tale studio, certo lll.mo principe nò paria esser che dentro da mi non me natristase e dolesse. E poi che lo mio lavorare a fede como o fato et adornare de oro e de boni coluri foseno de quelo precio che talle parte de i altri che se sono passato senza talle fatiche et spexe me ne pareria pure strano: Et questo dicho. Sig.r per che io ho lavorato quaxi et tufo a frescho che e lavoro avanzato e bono e questo è noto a tuti li maistri de larte: Tuta via lll.mo Sig.r me rimeto ali piedi de la S. V.ra. Et quella prego quando havesse questo obieto de dire non voglio fare a ti per che mi sarebbe forza fare ali altri. Sig.r mio continuamente la Sig.ia V.ra poteria dire che così e stato extimato: Et quando V.ra Sig.ia non volesse andare drieto ad extime priego quale voglia se non el tuto che forsi me vegneria ma quela parte li pare de gratia et benignitate Sua me la doni: Et io per gracioso dono lacceptaro et cossi p[re]dicarò.

Me ricomando ala Ill.ma S.V.ra: Ferrariae die XXV Martij 1470.

Ill.me D. D. Vre

Servitor quamvis infimus

Franciscus del Cossa

Con amarezza il pittore chiede al principe, anche a nome dei collaboratori, il pagamento per l’opera svolta nel palazzo di Schifanoia; le sue parole sono velate di malinconia, poi­ché, pur essendo ormai maestro di chiara fama, si vede “tra­tato et judicato et apparagonato al più tristo garzone de ferara”. Questa supplica ha notevole importanza per la sto­ria del Quattrocento ferrarese, poiché il maestro vi si di­chiara esplicitamente autore degli affreschi della parete orientale del Salone dei Mesi di Schifanoia, facilitando così il difficile lavoro di interpretazione e ricostruzione critica nella complessità delle collaborazioni alle quali è dovuto quel capolavoro.

Diverse da quelle del Cossa sono le parole con cui, l’8 gennaio 1490, Cosmè Tura si rivolge al duca Ercole:

Veramente Ill.mo S. principe et Ex.mo Signor mio, de le fatiche mie non mi suffragano. Io non scio come potermi vivere et substentar in questo modo imperoché non mi trovo professione o facultate che mi substentino con la famiglia mia. Altro cha quello che con le diurne opere e magisterio mio de la pictura per mercede alla giornata mi ho guada­gnato. Ritrovandome maximamente infermo de tale infermitade che non senza grandissima spesa et longeza di tempo mi potrò convalere, como forsi de’ havere inteso V. Ex.tia. Questo dico perché havendo da sey anni in qua facto una ancona da altaro a spese mie di oro colori e pictura al Sp.le Francesco Nasello Secretario de la Ex.tia V. la qual è in San Niccolo in Ferrara che me ne vegnieriano Ducati sexanta Et havendo similmente pincto allo Ill.o et R.do Monsignor de Adria un Sancto Antonio da padua e certe altre cosse per le qualle mi resta debitore Ducati. XXV. non posso essere satisfato cossa certo non debita ne honesta, et tanto più quanto sono potenti et hano molto bene il modo à satisfarmi et io sum povero et impotente et che non ho bisogno perdere le fatiche mie: per tanto Humilmente ricorro alla Ex.tia V. et supplico sicome quella per le opere che io ho facto per Ley gratiosamente si è dignata satisfarmi. Voglia dignarsi con quello honesto et conveniente modo gli pare far dir alli predicti mi vogliano con effecto satisfar senza tenermi più in parole o vero Longeza di tempo: Si non exigiti causa mercedis quanto non lo Vogliano far per honestate: V.ra prefacta Ex.tia voglia pigliarsi tal ordine che per debito mi satisfacino. Alla cui gratia humilmente mi ricomando: ferrariae VIII° Januari MCCCCLXXXX E Ex.tia V.

 

Servitor fidelissimus

Cosmus pictor […]

 

Il pittore, ormai stanco e in precario stato di salute, si la­menta delle proprie disagiate condizioni finanziarie e chiede .il duca di intervenire con la sua autorità per sollecitare da due committenti vicini alla corte il pagamento arretrato di alcuni dipinti eseguiti ormai da lungo tempo. C’è da notare l’insinuante abilità e una certa ironia con cui il Tura rivolge la sua supplica, soprattutto quando dimostra al principe quanto sia disonesto da parte dei suoi debitori il negargli il danaro, “tanto più quanto sono potenti et hano molto bene il modo a satisfarmi”, dal momento che invece lui è povero, e soprattutto non può permettersi di “perdere le fatiche”. È uno squarcio di luce sulla realtà della vita del pittore, an­che se il fatto in se stesso, di debiti e crediti fra committenti e artisti, è di quelli che più usualmente s’incontrano nei car­teggi che di loro ci sono pervenuti.

Analogamente l’anno dopo, il 19 marzo 1491, sarà Ercole de’ Roberti a rivolgersi, con tono supplichevole, al duca Er­cole, per ottenere il pagamento completo di tutti i suoi lavori A. Venturi ha riprodotto il documento in “Archivio Sto­rico dell’Arte”, 1889):

Illustrissime & Excellentissime princeps domine et dux mi […]

Perche vostra excellentia forsi crede che sia richo, et che habbia qualche faculta: essendo tuta lo opposito ve dico che sum povero homo, et altro non nho se non le braza, e quella pocha de vertu me ha dato dio, cum la quale bisogna proveda al viver mio e de la mia dona e fioli, oltra che voria pur fare qualche dota ala vechieza, sino che sunto apto a portar il pexo: Et a questo fine me sum conzato cum vostra excellentia per servir quella et lavorar sempre como ho facto e faro fin che vivro. Di che vi prego Intendiatj il facto mio et sel mio pensiero mi sucedera, poi iudicara vostra Signoria segondo il parer suo.

Signor doppo che sum stato cum vostra Signoria che non ne molti anni como sapetj mi avanza in camara per resto, lire 567 marchesine non so se posso io che non nho covelle far quello che seria el mio desiderio et che e necessario che faci: non pigliando da voi se non quanto di zorno in zorno quasi possi vivere costumatamente: unde unico Signor mio Supplico vostra Excellentia quella vogli un pocho por mente al facto mio, et considerar la faculta et capital de la mia virtù, cum la quale e necessario che mi proveda ut supra: et chel mezzo degli anni miei se ne va. et non nho altro principio ni inviamento se non lo apozo e speranza de Vostra signoria cum cuj mi avanza de quei denari: et non li posso avere ni speranza de averli mi vien dato: Poi vostra excel­lentia se dignara far provisione al facto mio, e tale che ogni pensiero affanno e fastidio lo caro in vostra Signoria ali pedi de la quale sempre me racomando. 19 marcij 1491.

Excellentie vestre

 

Servitor hercules de robertis pintor

 

Non possediamo, di questi artisti, altri documenti diretti, che servano a riallacciare l’opera ai fatti della loro vita. Non si può trarre, da tanta scarsità, alcuna deduzione sulla loro vicenda esistenziale. Ma anche scarso, e scarsamente signifi­cativo, a tal fine è il ricordo che di loro ci è rimasto nel mondo dei letterati, sempre propenso, in quei tempi, a riflet­tere il rispetto e la considerazione concessi agli artisti dai contemporanei: sola testimonianza a tal proposito è il vi­vace scambio di lettere e sonetti tra due cittadini bolognesi, Angelo Michele Salimbeni e Sebastiano Aldovrandi (A. Ven­turi, in “Atti e Memorie della Reale Deputazione di Storia patria”, III, vol. III, 1885), i quali, alla morte di Francesco Cossa, ne esaltarono il valore e la capacità pittorica, con parole piene di ammirazione. Il Salimbeni così scriveva all’Aldovrandi:

Potremo da le nostre meste rime, dolce Sebastiano, esser coacti de la benigna amicitia che non longo tempo ci tenne Francisco Cossa farne memoria, bene che da più alti ingegni meritarla eterna laude, et, se io credesse che mie parole ad altre orecchie non pervenissero, direi che da un bon tempo in qua non esser stato simil pictore; benché multi in quella arte si trovano digni chi in una parte chi in un altra, et vedessi chi meglio saprà fare una testa che l’altra persona; chi meglio saprà cundursi in far panni che uno nudo; ma custui più universale che io vedesse ma’, et ultra il sapere de l’arte, dava a le sue figure tanta gratia secundo l’offitio loro che l’ochio del ver poco le face differente. So ch’io non parlo il falso, che’l vero manifestano l’opere sue ne la nostra città di Bologna, et l’ultima che è nel nostro domo rimase imperfecta, dove determinato havea tolerare ogni faticha quasi per conclusione dil suo honore; et dove per la parte facta, zoè la volta di sopra de la capella, dove più faticose le cose son pinte cum maestrevoli lontani et scurci.

 

Alla lettera seguiva il sonetto del Salimbeni:

Convien che dal piacere la voglia lenti,
né dir quant’io mi volsi a la pictura,
che finze et mostra ziò che pò natura
et più ch’ardisse pinger gli elementi;
et fa’n un corpo human li sentimenti
cum le proporcion ch’ha la creatura
e prospectiva cum lontano misura
si ch’a tante virtù par ch’argumenti.
Hor è il pensier, ho è la voglia mossa
et tutta mia cagion priva d’effecto
da poi ch’a nostra età mort’ebbe invidia,
et se zià tolse Policleto e Phidia,
Timante, Apelle, fé magior diffecto
quando tolse da nui Francesco Cossa.

L’Aldovrandi contrapponeva il seguente sonetto a quello del Salimbeni:

S’el ciel consentì mai ch’un alto ingegno
mostrasse ziò che po’ stile, o pennello,
Francesco hebbe tal gratta e fu sol quello
vago pictore et gran mastro al disegno.
Tal che l’opere antiche hebbon zà a sdegno
il far di Scopa e quel di Praxitello,
ma se fra gli moderni hora favello
sia per fama di questi il nome degno.
Di ziò pianga Ferara che la perse
un spirto si zentil che li fu gloria,
né spreri mai d’haver più simil dono;
ch’el dì che nacque natura sofferse
dal ciel sì bella gratia et tal victoria
che rare volte simil punti sono.

 

Dall’ingenuo quanto retorico auspicio del mediocre poeta, e tanto al disopra del suo comune tono encomiastico, la storia della pittura ferrarese, così splendidamente affermata dalla triade quattrocentesca, avrebbe tratto nel secolo se­guente la feconda realtà di ulteriori sviluppi e di altri degni protagonisti.


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Bart