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PITTURA: I MAESTRI: Giorgio Morandi. Poi la pittura scompare

11 febbraio 2016

di Cesare Brandi
[da “La fiera letteraria”, numero 43, giovedì, 24 ottobre 1968]

Quasi contemporaneamente due Gal­lerie d’arte hanno allestito una mostra di Morandi: a Ginevra, la Galleria Krugiér, con quadri, disegni e incisio­ni, a Bologna, la Galleria Foscherari, con acquerelli. Si domanderà, che c’è di strano, in questo: sono gallerie che fanno il loro mestiere, magari nel mo­do più nobile, cercando di favorire una conoscenza sempre più approfon­dita del grande maestro, seppure, con questo, incrementandone la valutazio­ne commerciale. Tuttavia questo fatto di due mostre contemporanee dedicate a Morandi, a quattro anni dalla morte, e dopo che furono tenute, sia pure in modo deficitario, le due esposizioni al­la Biennale di Venezia e all’Archigin­nasio di Bologna, offre un indizio che non si può trascurare. L’indizio è che se due gallerie d’arte, una in Svizzera, l’altra in Italia, possono affrontare le spese per una mostra di Morandi — spese divenute cospicue, non fosse che per le assicurazioni — è evidente che l’interesse per l’opera di Morandi non solo non è diminuito, ma cresce.

A questa considerazione sarebbe fa­cile ma superficiale rispondere che ac­cade sempre così quando, tanto per di­re, si è seccata la fonte delle opere: morto Morandi, l’elenco si è chiuso.

Ed è chiaro, invece, che questo non basta. Morandi era già un grande pit­tore nel 1919, e, sebbene anche allora facesse parte per se stesso, era assai più in sintonia con certe tendenze che stavano fermentando in seno al cubi­smo, da cui del resto, sia pure a latere, si muoveva anche lui, che con l’andaz­zo generale della pittura, tanto quat­tro anni fa che ora.

Assai piĂą di quattro anni

Se si pensa, ad esempio, che un grandissimo pittore come Matisse, per quanto genericamente onorato in mor­te e dopo la morte, aveva visto tutta­via formarsi come un vuoto intorno a sé, come se fosse molto più lontano di quello che era. Solo ora la coscienza attuale pare riprendersi da quell’ingiustissimo silenziatore che sembrava avere imposto alla sua memoria, ma soprattutto alla sua opera, davvero fondamentale per il nostro tempo.

Orbene, il silenziatore, Morandi, l’ebbe in vita, se mai, non certo in morte, proprio perché fu ostico fare vedere alla gente qualcosa più che bottiglie o fiori appassiti o in boccio, o paesaggi urbani sconfortanti, o campe­stri e comunissimi, nei suoi quadri, in genere piccoli e opachi, senza il lustro del nuovo anche quando erano appena fatti. Né siamo sicuri che il pubblico ci veda molto di più di vent’anni fa. Pittura d’elezione, quella di Morandi, opera fatalmente una selezione, e rigo­rosa. A questo punto viene da doman­darsi come invece si seguiti a produr­re questo moto ascensionale innegabi­le, se, come si è detto non basta a giu­stificarlo il fatto di un « numerus clausus » delle opere, né la qualità, che po­chi arrivano a capire, né un qualsiasi rilancio, magari ideologico, dell’opinio­ne pubblica.

Prima allora di procedere ad una ri­sposta, a quella cioè che sembra a noi di dovere dare, occorre avanzare un’altra constatazione. Se alla scom­parsa di Morandi noi pensiamo non più in relazione alla sola persona del grande pittore, ma rispetto al quadro della pittura contemporanea, dobbia­mo allora riconoscere, non senza me­raviglia, che sono trascorsi assai più di quattro anni dalla sua morte, ma al­meno quarant’anni, o forse anche mol­ti di più.

Infatti, a questa data, al 1968, prati­camente si deve constatare la scom­parsa della pittura; della pittura come si intendeva una volta, e cioè da più di cinquemila anni, quale rappresenta­zione fatta con i colori su una superfi­cie piana. Ad arte scegliamo questa definizione pragmatica di origine « nabi », perché fu quella che dette l’avvio ad una pittura che doveva concludere la grande stagione impressionista con la pittura astratta. Orbene, la pittura così fatta, non esiste più, o se esiste, è al modo di quei « numeri in ritardo » su cui la gente continua a puntare spasmodicamente finché alla fine non escano. I numeri in ritardo sono, per la pittura, quei pittori, taluni d’altron­de assai notevoli, che continuano, in­curanti del vento contrario, a dipinge­re con i pennelli: ma, dell’ultima gene­razione, non sapremo citare che Ba­con, lasciando al loro branco brado i cosiddetti pittori della nuova figurazio­ne o i realisti, che siano americani, russi o della volante isola di Laputa.

Una realtĂ  assoluta

Questo fatto che si è messo in luce e che non dipende da valutazioni sog­gettive (se non in quanto chi scrive dà per lo più una valutazione negati­va di codeste sopravvivenze) va allora congiunto e ricongiunto alla scompar­sa di Morandi. Morandi operante era ormai, se si vuole accanto a Picasso ma non certo a Chagall, ridotto quasi come De Chirico a ripetitore di se stesso, il solo pittore che producesse una pittura che non si affidava all’in­terpretazione integrante dello spetta­tore, una pittura che nella sua presen­za pregnante assolvesse in pieno que­sta sua presenza. Non significati se­condi, non messaggi si potevano de­durre da tale pittura, esemplare se mai ce ne fu, se non il messaggio che non è messaggio, questo suo porsi in presenza come una realtà assoluta.

Quindi il valore da ricercarsi nelle opere di Morandi non è certo quello di essere dipinte con i pennelli, ma l’atto di fede nell’autosufficienza di quella realtĂ  sui generis, inconfondibile con la realtĂ  esistenziale, che da secoli ri­ceve il nome di arte, anche se prete­stuosamente se ne voglia ora revocare in dubbio la nozione o ridurla sotto la generica e indifferenziata copertura del messaggio, dell’informazione cioè. La coscienza di questo valore intrinseco all’opera e non desumibile in altro modo che con la fruizione immediata dell’opera stessa, è ciò, crediamo, che rinnova continuamente l’attualitĂ  di Morandi come una fonte a cui ci si disseta e che non va ricercata nella fu­ga dei tempi.

Ma d’altronde proprio questa attua­lità d’interesse è quanto fa sentire il distacco profondo, abissale con la si­tuazione d’oggi. Della quale chi scrive non solo non è negatore, anzi per molti versi è sostenitore e propugnatore, ma riconoscendone la diversa struttu­ra, che appunto non è quella che ca­ratterizza le opere di Morandi. Il cui duplice privilegio, di porsi come un classico, ma come un classico a porta­ta di mano, con il quale si è parlato, diciamo, e anche bevuto e mangiato (oh indimenticabile commercio uma­no, con Morandi!), fa sì che il rimpian­to della scomparsa e la gioia pura del­la contemplazione si intreccino ine­stricabilmente. Donde queste mostre, che tante opere inedite o rare presen­tano anche al conoscitore più ferrato, e che saranno una nuova occasione e nuova fonte per quella gioia e per quel rimpianto.


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