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PITTURA: I MAESTRI: Greco: Autoritratto involontario

17 novembre 2016

di Gianna Manzini
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1969]

Mio caro Clovio1,

ho chiuso le imposte; ho tirato le tende. Filtra po¬≠chissima luce dallo spiraglio della porta. Una lama ne trapela dalla finestra: insufficiente per vedere, pro¬≠pizia per conciliare l’intimit√† di un discorso fra me e me, fra te e me, senza che mi distragga la nascosta prepotenza delle cose. Perch√© anche se smagliante, anzi pi√Ļ che mai se smagliante, la materia mi comuni¬≠ca il proprio sgomento di essere senza infinito, n√© eter¬≠nit√†; e mi supplica, in un disperato palpitare di atomi, affinch√© la sottragga alla polvere, al nulla di domani; e le assicuri una miracolosa salvezza nel tempo. Vita, vita anche nella morte, sempre. Con furore, e insieme con caritatevole tenerezza, la mia pittura insegue que¬≠sto miraggio d’una durata senza fine. Ma talvolta, esausto, chiedo alle apparenze una tregua.

Adesso, appoggiata contro il cavalletto, una tela mostra il retro. L’opera compiuta dice la parola ‘fine’, colmandomi di tripudio e di sgomento.

Fu in un momento simile, tanti anni fa, a Roma, che mi sfugg√¨ con te una confessione involontaria: for¬≠se l’unica della mia vita; perch√© ho sempre detto e scritto unicamente ci√≤ che volevo dire, che mi sem¬≠brava necessario dire; e mai ho lasciato che qualcu¬≠no, in me, dentro di me, parlasse in vece mia, spo¬≠gliandomi.

Eri venuto a trovarmi nel mio studio. Modellini di cera pendevano dal soffitto; un drappo di seta gial¬≠lo, sostenuto fra una sedia e un trespolo, allargava morbide pieghe ondose, e all’apparenza casuali. Del dipinto sul cavalletto si sarebbe visto il retro, se la stanza fosse stata chiara; ma stavo al buio; press’a poco come oggi, prima di prendere la penna in mano. Apristi la porta; ti vidi all’improvviso nel riquadro luminoso. Volevi che uscissi con te. “C’√® un bel sole” dicesti. “La citt√† ha un’aria di festa. Vieni”. Ti avvi¬≠cinasti adagio, badando a non inciampare fra sgabelli, cassapanche, telai. Una brocca, urtata appena col pie¬≠de, ebbe un tintinnio sordo che la rivel√≤ piena a met√†. L’acqua d’una catinella, per il poco chiarore, sembra¬≠va riverberare segretamente luce propria. Appoggiasti una mano sul tavolino, accanto a un vaso pieno di pennelli, fra alcune bottiglie.

In quell’attimo, l’uscio alle tue spalle si richiudeva da s√©, senza rumore, come una porta di chiesa. Non mi distinguevi pi√Ļ. Non ti distinguevo pi√Ļ. E la mia voce sorprese me pure, allorch√© ti risposi: “Non vo¬≠glio uscire, perch√© la luce del giorno disturba la mia luce interiore”.

Non √® che io ripeta la frase, perch√©, avendola tu riferita in una lettera al Farnese, da tante parti mi √® poi ritornata, e talvolta carica di significati estranei alla mia intenzione; io la ricordo, perch√© in quel mo¬≠mento, senz’accorgermene, mi confessai. In ci√≤ che mi sfugg√¨, riconosco la vampa d’un pudore violato, insie¬≠me al bene d’un abbandono estraneo alla mia natura, vietatomi dal mio orgoglio; e quel non essere io, ed esserlo pi√Ļ che mai, come accade nei pi√Ļ ciechi mo¬≠menti d’amore, mi ha lasciato un divorante rimpianto, misto all’amaro d’un senso di colpa. Colpa. Anche la reticenza, specie in un uomo temerario come me, √® colpa.

Pi√Ļ che un raggio fra cortine di nebbie, la frase era stata una freccia: e additava me a me stesso. Avrei dovuto inoltrarmi nel mio rovaio, arditamente: come fossi il mio modello. Invece mi arrestai. Distolsi lo sguardo. Non cos√¨ per scrutare, di volta in volta, gli altri, sorprendere l’individuale segreto, ed esperio in piena luce. Nessuna esitazione, allora: e pretendevo le unghie, i capelli, le bozze frontali, gli zigomi, perfino la saliva accusatrice che poteva bagnare il labbro.

Adesso, la morte m’incalza: non con le infermit√†, pur molte, n√© con i tanti acciacchi. E la debolezza non la conosco. Fra decine di specchi, che moltiplicano questo mio sguardo impietoso, essa mi serra: che mi affronti, esige, che denunci i miei demoni, denuncian¬≠domi. Il riflesso adescato in un gioco di rimandi, con¬≠cluda la corsa pazza che gi√† tinse di frenesia il mio coraggio d’artista; e l’immensit√† che si dibatte fra le mie tempie e nel mio torace, angustiandomi, trovi nel¬≠la morte uno sbocco. Cos√¨ io, goccia dalle mille, insi¬≠diose, fallaci rifrangenze, percepir√≤ l’oceano. Non vo¬≠glio che la morte mi sia straniera; giorno per giorno la mescolo con i colori della vita; ne faccio affiorare la lucentezza malsana su ossa appena coperte d’epi¬≠dermide; me ne servo come d’uno splendido trucco per rendere misteriosa e profonda ogni tenera bellez¬≠za. Preso da una sorta di stordente felicit√†, la invito, la corteggio, l’acclimato in me: e pi√Ļ mi √® vicina, pi√Ļ sento la grazia di Dio. Nessuna debolezza deve trafu¬≠garmela. Perch√© sorridi? Vuoi dirmi che il suicidio √® Tunica maniera per riuscire a fissarla? Ne esiste un’al¬≠tra. La totale confessione. Questo suicidio consacrato. Questo autoritratto firmato.

Decine di specchi, ti ho detto, mi serrano: affinch√© ancora mi avveda che nulla di ci√≤ che siamo, di ci√≤ che nascondiamo, sfugge a questa impavida accusatri-ce: la carne. E poi? “Resurrezione”, dice il giudizio finale. Io la vedo, la resurrezione della carne. La scor¬≠go quando ne presentisco lo sfacelo. E avvampo. La fine √® una nascita infinita. Il niente non esiste. Soltan¬≠to in virt√Ļ di questa certezza la mia pittura ha aperto spiragli nel ciclo. Oltre i quali, il vero spazio; la vera luce.

Mi dicesti: ” Nei tuoi ritratti, mi turba un senso di perenne crocefissione”. Eri perplesso. Notasti, come di sfuggita: ” Pochi o punti bambini, nei tuoi dipinti, per¬≠ch√© Ges√Ļ, anche fanciullo, √® una figura drammatica”. Ti proibisti di aggiungere che la mia arte si tramuta in un’arma per stornare da me e proiettare negli altri tutto ci√≤ che io nascondo forse di condannabile, certo di oscuro, di violento. Veramente, io faccio a nascon¬≠dino col modello mentre lo scortico. Nel fondo degli occhi che ritraggo, la sua e la mia morte giocano in¬≠sieme. Lo sappia o no, egli √® felice e disperato di tro¬≠varsi cos√¨ perdutamente in mia bal√¨a. Ora lo so: in quei ritratti ti turbava il dramma messo allo scoperto, senza carit√† n√© pudore. E respingevi l’idea di un’ag¬≠gressione da parte mia. Ma soprattutto ti lasciava in¬≠terdetto il sospetto di un simile scambio fra me e ‘l’al¬≠tro’, risolto in clandestina convivenza. Subodoravi un trucco; un mio modo di scagionarmi o di sfuggirmi; un esorcismo. Infatti, l’autoritratto non l’ho dipinto. Subito dopo la tua visita, avrei dovuto prendere tavolozza e pennelli; perch√© in quel momento la grazia mi sfior√≤: fu un cedimento della volont√†, una stanchezza appena ebbra, ad abbassare il mio orgoglio e fare di me un povero mortale, finalmente capace di vera con¬≠fidenza. Mai pi√Ļ mi ritrovai altrettanto limpido e sco¬≠perto.

Oggi, come una folata di questo vento che scom¬≠piglia Toledo, sollevandola, un gran desiderio di par¬≠larti solleva me pure. Non pu√≤ impacciarmi il fatto che non sei pi√Ļ fra i vivi. Se cos√¨ fosse, darei torto alla mia pittura. Infatti, che cos’√® l’arte, per me, se non uno strumento per cercare vita dietro la vita? E ho imparato che √® vivo il silenzio esigente, pressante, che precede ogni nascita, com’√® vivo l’ai di l√†, alle spalle della morte. E tu sei con me, e mi assisti anche nel mi¬≠niare che io faccio dalmatiche e cotte. Fosti proprio tu a guidare il mio pennello, allorch√©, volendo glorifi¬≠care le tue celebri miniature della Vergine, tentai di riprodurle nel libro posto fra le tue mani: come si vede nel ritratto che ti feci, tanti anni fa.

Oh, Clovio, affidarsi a colori e pennelli per cono­scere una verità sovrumana: ecco il mio dramma, la mia grande follia.

Comparendo oggi nel vano della porta, potresti ripetermi: “II sole primaverile √® piacevolissimo e da gioia: vieni; usciamo insieme”; e, a differenza di quel¬≠la volta, vorrei proprio uscire con te (ben poche sa¬≠ranno, ormai, le mie primavere future); ma la breve scala che dal cortiletto porta fin qui mi pesa; e le strade di Toledo, mirabilmente scoscese, mi affanna¬≠no. Restami, invece, accanto; e prestami orecchio. Questa strana oscurit√† che √® la vecchiaia contiene pa¬≠recchia luce.

Ecco il quadro che ho appena finito di dipingere: ancora una veduta di Toledo. Qualcuno, non so pi√Ļ chi, disse, indovinando: ” Tu la scegliesti, questa citt√† che vola, perch√© vi scorgesti un alto cavalletto per col¬≠locarvi i tuoi quadri”. Furono queste strade troppo strette a farmi anelare il vero spazio. Subito, infatti, vi raffigurai un tracciato verso le nuvole.

Nessun altro luogo avrebbe meglio potuto rivelare me a me stesso. Della nuova tela, faccio una dichia¬≠razione d’amore e un rendimento di grazia. La luce qui mi comanda: io devo ubbidire alla sua violenza se voglio interpretare di questa citt√† slanci e deliri. S√¨ che non so se adopero la folgore, o se √® la folgore che mi assoggetta, per farmi vedere in ci√≤ che √® costante l’effimero, e cio√® un’istantanea, significativa, nuova bellezza.

Vedi, si scopre in tal modo una bianchezza scheletrica. Case, torri, campanili, così profilati e spolpati, sono i fantasmi di se medesimi. Sono il loro originario disegno e insieme la loro vacillante carcassa. Come nella vertigine di una caduta, mi ritrovo nel momento in cui, giovanissimo, dipinsi il monte Sinai. La vec­chiaia riporta alle origini; e io ho cominciato il lungo, religioso viaggio di ritorno, sapendo che non avrà ter­mine.

Quasi tutti i miei quadri sono qui, lungo le pareti di questa casa, riprodotti in piccolo formato. Certo, talvolta, per questi volti, mi son preso a modello, va¬≠lendomi del mio vecchio specchio veneziano; ma non uno √® il mio ritratto. Controllavo atteggiamenti, col¬≠locazioni, equilibri. Affrontarmi… mai. Paura. Paura che si precisa maggiormente col passare del tempo; poich√©, agli inizi, la mia giovanile audacia era guidata dal demone della pittura; non da questo feroce tu per tu che viola l’altrui inviolabile intimit√†.

Soltanto anni dopo, a Toledo, raffigurando pr√¨n¬≠cipi, re, o derelitti che fossero, presi a dipingere il loro segreto. Alacre, avido, profittavo della loro sbalordi¬≠tiva docilit√†. E, bada, non √® che essi, abbandonandosi a me, mirassero essenzialmente a vincere la morte, in virt√Ļ di quella mag√¨a che √® l’arte. Tale miraggio pu√≤ allettare i potenti; ma in tutti, potenti e miseri, era in gioco molto di pi√Ļ. Che cosa? Nientemeno che l’ani¬≠ma. Essi rendevano l’anima. E io prolungavo quel mo¬≠mento atroce e prezioso. Hai mai visto monaci o reli¬≠giose al capezzale di moribondi? Chini su volti disfatti, pregando, supplicando, ansimando, sollecitano, esigo¬≠no, esorcizzano: vogliono l’anima, la rapiscono, ange¬≠lici avvoltoi; se la salvino o no, lo ignoro: so che la vogliono. Con diverso affanno, io la ottenevo. Ci√≤ che in questa odierna, lunga riflessione pi√Ļ mi punge √® che quegli uomini lasciavano che io facessi magari gron¬≠dare dalle loro labbra una lussuria fino a quel momen¬≠to inammissibile, che mettessi a nudo vizi e malattie, che ne annunciassi la morte, assottigliando la masche¬≠ra che la nascondeva dietro i loro lineamenti. Di fronte a giudici, o inquisitori, o medici, si erano certo dibat¬≠tuti, negando, giurando, occultando: di fronte a me, li vedevo divinamente arresi. E non √® che li incantasse la propria apparenza raffigurata su una tela. A volte, certe lividezze di cero non appartenevano al volto con cui mi si presentavano, bens√¨ al loro invisibile volto vero.

“Apriocchi di cadaveri”, dissero di me. Ma, per¬≠dio, io, anticipatore di agonie, portatore di viatico, la¬≠dro di anime, “becchino di persone vive”, mai volli risparmiarmi; e tante volte ero dissotterrato quante furono le grandi imprese in cui mi lanciavo, dipingen¬≠do ritratti.

Fu crudelt√†? Allucinazione? Pazzia? Tutto quello che vuoi. A me, l’essenziale verit√† terrena si rivelava quando della carne vedevo il declino annunziarsi in una perdita di materiale coesione; quando cio√®, nella carne stessa, trapelava quello smarrimento, quel non tener pi√Ļ, che accenna a un fisico delirio; quando in ogni ruga, anche minima, avvertivo uno scivolare inarrestabile, perfino dolce, verso una terrena spari¬≠zione; quando, a me solo, ogni particella, disorientata, confidava il sublime e ripugnante presentimento della fine. Che piet√† amorosa, che tenerezza, che affanno, tu sapessi; che bisogno d’intervenire, di fermare.

Fosse ambizione del morire, glorificazione della stanchezza, della malattia, della corruzione, non sa¬≠prei. Ma la domanda che pi√Ļ mi assilla rimane que¬≠sta: di che cosa era dunque fatta la docilit√† comune a tutti i miei modelli? Ansia di spiritualit√†, speranza di salvezza, o piuttosto un desiderio di consistere ed esistere nel proprio male rivelato, un sadico piacere nel lasciare che altri lo esasperasse, quel male, e dun¬≠que un gusto tenebroso di calarsi nell’inferno? O fi: l’estremo gesto di chi affida un mandato per una con¬≠fessione, altrimenti impossibile? D’un Cristo mi rim¬≠proverarono l’atroce pallore. “Era il pallore” risposi “di chi sa il giorno e l’ora in cui deve morire”.

Se oggi non mi appaga il ritratto che io ti feci (lodatissimo, lo so; considerato uno dei miei migliori. lo so), la maturit√† o meno dell’artista non c’entra. An¬≠che se l’avessi eseguito, non allora, a Roma; bens√¨ pi√Ļ tardi, quando Toledo m’aveva insegnato che l’ano sola non basta per dipingere, che i colori non bastano e nemmeno la luce, io, quel tuo ritratto, l’avrei man¬≠cato, perch√© non sarei riuscito a superare il margine di riserbo che, di fronte ad ogni altro personaggio, mi sentivo in obbligo di abolire: dovesse pure, la mia dia¬≠bolica intraprendenza, costarmi pi√Ļ dolore che tripu¬≠dio. Trattandosi di te, dovevo, dopo, poter continuare a starti vicino al modo di sempre, con quel tanto di fuggevolezza che pudore e forse misericordia esigono. S√¨ che ne venne fuori un elaborato omaggio, un atte¬≠stato d’ammirazione e d’affettuosa riconoscenza: non un ritratto nel senso vero di espropriazione e talvolta d’oltraggio. Ma quanto imparai da te, durante quelle ore di posa, nel mio studio.

Anche recentemente, simile apprensione mi colse allorch√©, seduto al cavalletto, ebbi di fronte frate Hortensio Paravicino, un grande amico, molto letterato e poeta. Ebbene, ho cercato nel suo viso soltanto la sua poesia: e l’ho trovata; il suo destino di poeta: e l’ho decifrato: una parte, dunque, luminosa, essenziale, ma soltanto una parte di lui. Gli ambiti, fragranti riposti¬≠gli, quelli che, sempre, al cospetto di chiunque, mi rendono intrepido usurpatore, ho voluto ignorarli. S√¨ che, involontariamente, oltre a questa zona immaco¬≠lata dell’esser suo, mi avvedo di aver ritratto l’indici¬≠bile inquietudine che mi prendeva in sua presenza. I suoi occhi sono di donna. La sua bocca √® morbida. Le sue narici accusano un patimento che non ho ri¬≠scontrato in nessun altro volto. La tisi ha stirato la sua pelle sopra gli zigomi, illudendolo di ricchezza di vita, mentre gliela sottraeva. Clovio, io ho dipinto in lui anche una mia riposta ambiguit√†. Non i miei pec¬≠cati, non i miei vizi; bens√¨ uno struggimento che, a me. vecchio, annunziava una completezza mancata alla mia dibattuta esistenza: come un colore che non figura sulla mia tavolozza; e che, in quel momento, mi si identific√≤ con la poesia: questa fame d’un’altra vita, d’un di pi√Ļ, perverso o celeste non importa, cui mi convenne dare il nome di poesia.

Ma io divago: √® del mancato autoritratto che devo parlarti. Dissero: “Non vi pu√≤ essere maggior trage¬≠dia di quella di colui che perpetu√≤ esseri, sguardi, spi¬≠riti; e non ha immortalato se stesso”. Quale enfatica esagerazione ! Sar√† stato per sottrarmi a un simile sup¬≠posto strazio che mi hanno attribuito vari e sballatissimi autoritratti? Volevano vederlo, il pittore: curio¬≠sit√† tanto pi√Ļ forte, in quanto che il mio vivere riti¬≠rato a Toledo mi nascondeva ai pi√Ļ. E cos√¨ mi hanno inventato, valendosi delle mie stesse tele; e infliggen¬≠domi il vero strazio d’una falsa immagine di me; e in alcuni casi d’una calunnia perpetuata nei secoli.

Il pi√Ļ accreditato √® quello che pi√Ļ mi irrita. Orec¬≠chie a ventola, puntute, di minorato, cranio del pari a punta, tempie rientrate quasi per la pressione d’un pollice maligno. E, come se non bastasse… guarda gli occhi: sguardo smarrito di chi dura fatica a capaci¬≠tarsi; e ci√≤ attestano anche le sopracciglia rialzate, non per effetto di stupore, ma per una costante vacui¬≠t√† attonita. Sono forse io il pittore dallo sguardo che circuisce, blandisce, avvolge, sfuma? o non piuttosto il temerario che, calandosi nelle pupille altrui, pesca un filo di preziosa dolente verit√†, e lo tende fino allo spasimo? Occhio orientale, questo del vecchio col qua¬≠le si vuole identificarmi? Macch√© orientale. Cos√¨ si offende dell’Oriente l’ardore, l’attrattiva per tutto ci√≤ che √® lontano e misterioso. Ogni pittore ha gli occhi che si merita. Mostrami come dipingi, e ti dir√≤ che occhi hai. Vorrei gridarlo ai quattro venti: io, con questo vegliardo stanco, senza passione n√© passioni, non ho nulla che fare.

Per non dire del labbro molle, quasi viscido che versa parole approssimative. Mi raccontava infatti, quel mercante di tessuti, mentre posava, una squalli¬≠da storia di febbre terzana, di carcere, di presunte in¬≠giustizie, illudendosi che io potessi dipingere il suo racconto; mentre era il suo trasudare falsa dignit√† che io inseguivo, insieme con l’erettezza che la gorgera im¬≠pone e che ogni tratto del volto smentisce. Vedi, m’in¬≠teressava febbrilmente (per questo gli stavo addosso, a tal punto da giustificare quasi l’ipotesi di chi asser√¨ che tale distanza raccorciata √® quella voluta dal pit¬≠tore che ritrae se stesso) l’idea di contenere, di con¬≠trollare tanta decadenza e perfino decomposizione, con un assoluto geometrico, con l’evidenza d’una struttura rigorosa. Scorgevo un bisticcio, una contraddizione, fra disegno essenziale, originario, ma addirittura som¬≠merso, e l’incombere d’una materia tutta presente, greve, un po’ cadaverica. Un bisticcio assai incitante per un pittore come me.

E dell’uomo con la tavolozza? Per quella figura ha posato mio figlio, anche se proprio non si tratta di lui.

Fu anche indicato, come autoritratto, un viso dell‚ÄôEntierro, e precisamente quello al di sopra della te¬≠sta di santo Stefano. Nient’affatto. Eppure, proprio nell‚ÄôEntierro, adesso credo di ravvisare un mio auto¬≠ritratto involontario. Ma s√¨! il monaco incappucciato di nero, quello che spiega qualcosa al compagno dal saio grigio. Oh, le mie presunzioni e manie d’erudito, in che maniera, e imprevista, mi accusano. Proprio quel porgere, irrecusabile e un po’ saccente, della mano dottorale, mi tradisce. Sono lui; e vorrei essere invece colui che ascolta; sebbene riconosca che la gra¬≠zia un po’ umile dell’ascoltare mi riguarda ben poco. Quegli occhi, dipingendoli, non potei fissarli; lasciai che guardassero un punto di rapimento, forse di concentrazione; e se adesso provo a mettermi sulla loro linea di sguardo, tremo; perch√© sento che il monaco da me effigiato vede ci√≤ che io volli vedere. In tal modo finisco col mettermi inavvertitamente all’uniso¬≠no con lui. Allora, esitante, pavido (io, una volta tan¬≠to, pavido), lo visito; e ascolto una pulsazione che lo intona col suo miraggio. Lo sai: ognuno ha la sua me¬≠lodia: non si sente; ma si pu√≤ conoscerla. Tentando di percepire quella del monaco incappucciato, mi av¬≠vedo di rintracciare accordi nella mia tempesta.

Inoltre, non ti dice nulla il fatto che tale figura sovrasta il vero ritratto di mio figlio? Si trova infatti sulla medesima verticale. Io tengo mio figlio addossato a me. Guarda bene il bambino. Gli anni e le pas­sioni, struggendolo, lo renderanno simile, è evidente, al dotto che lo protegge; e anche al poeta Paravicino, che fin da quel tempo, cioè molto prima che io lo in­contrassi, fu una specie di emblema; forse un enigma che prendeva la faccia della realtà; un pensiero, sì, un pensiero che, sparso nel mondo, doveva poi preci­pitare e definirsi in alcuni segni: con i quali anelavo identificarmi.

Ti sembra strano che facessi di me un monaco e non un dignitario? A quel tempo, avevo beghe con l’Inquisizione, a causa dei miei angeli. Mi si rimpro¬≠verava la loro bellezza inquinata, trafugata a quella di donne fatali; s’investig√≤ sopra una gamba scoperta nello slancio del volo; furono messe in questione le ali troppo lunghe. “Sotto quelle ali” dicevano “accade l’indicibile…”. S√¨ che fui portato dinanzi al tribunale come violatore di angeli. Forse, pi√Ļ che la mia con¬≠danna, volevano le mie parole: partecipare della mia ebbrezza per mezzo delle mie parole; peccare con le mie parole: non le ebbero. Ebbero un mio gesto di sacro impegno; di alta attestazione. Gesto frequente, in me. Gesto sintomatico: quando mentisco (e nessu¬≠no lo sa). La mano sul petto. Come fa l’elegante, in¬≠tenso Cavaliere, nel quale, giusto a causa della mano che √® mia, aperta, solenne, vollero riconoscermi. √ą una mano che mette il petto al sicuro, una mano scudo.

Ma, dopo, la condanna evitata dovette pesarmi. Non si pu√≤ mai essere fieri di una scappatoia, d’un sotterfugio, d’un colpo di mano. Certamente, peccai di superbia, rifiutando di difendermi come i miei giu¬≠dici avrebbero voluto; e peccai anche per mancanza di carit√†, sicuro, sottraendo loro il grande alimento, oh, non dico il pane quotidiano, che, per i laudatori della purezza, √® la lubricit√†. E poi la giustizia, umana o divina, se appena l’avverti, tu sapessi come impone di chinare la testa. In qualsiasi luogo; ma, pi√Ļ che altrove, in Spagna. Pu√≤ darsi dunque che, inconscia¬≠mente, io abbia, in quel cappuccio monastico, adom¬≠brato un senso di penitenza.

Amico mio, anche la luce della lanterna sta per finire; e certamente io non ho finito di confessarmi, perch√© non sono riuscito ‘a rendere l’anima’, come gi√† fecero i modelli di cui mi valsi. Con audacia implaca¬≠bile e ostinata li disputai a loro stessi: s√¨ che la mia condiscendenza, o grazia che fosse, nel ritrarli, non fu che un modo di divorare.

Devo riconoscerlo: i tanti specchi fra i quali la vecchiaia mi serra non mi sono bastati; ma pu√≤ darsi che nel tessuto stesso, ineguale, nodoso, a volte inter¬≠rotto, delle mie parole vi sia molto pi√Ļ di quanto non abbia detto. Io credo in ci√≤ che sorpassa il dettato. √ą lo slancio per superarsi che conta: e le mie figure sarebbero fantocci se non sconfinassero dal quadro, dalla cornice, dalla chiesa, dal museo, per realizzarsi volubilmente, continuamente, altrove: in una interez¬≠za anarchica, geometrica, terribile e amorosa. Per cui. vorrei che l’estensore di questa lettera non si lasciasse tentare, come del resto sarebbe naturale, oltre che bel¬≠lo, da un desiderio di asciugare la mia prosa. √ą evi¬≠dente: essa, quasi a riscontro della mia pennellata troppo goduta, risente d’una tal quale sfrenatezza, a volte quasi parossistica, che soltanto il magistero della mia pittura poteva legittimare. Inoltre, a mia discol¬≠pa: sui carboni ardenti, non si pu√≤ che correre o sal¬≠tare; e io, in tema di autoritratto, vale a dire di con¬≠fessione, sono sui carboni ardenti.

Potrebbe, l’estensore, per un imperativo ai miei occhi indecifrabilmente moralistico, o per un dettato di pura eleganza, voler costringermi in una scrittura finemente rinunciataria. Non lo faccia: perch√© √® in questo empito poco educato che tu, oh Clovio, ritro¬≠verai il giro del mio sangue, l’onda del respiro non ancora affievolito, insomma qualcosa che √®, s√¨, preca¬≠ria materia, ma anche, per assurdo che possa sembrar¬≠ti, chiave della speranza.

Oh, amico mio, non posso dirti di pi√Ļ. Io, il vecchio intrepido, a essere l’avvoltoio che mi dilania, non sono riuscito.

domenico theotocopulos

E per copia conforme

GIANNA MANZINI

1 Dei rapporti tra il Greco e Giulio Clovio (il cui ritratto eseguito dal Greco √® al n. 13 di pag. 93 – del volume da cui √® tratta questa presentazione – bdm) il lettore trover√† cenno sotto la data del 19 novembre 1570, a pag. 83, ove √® anche riprodotta la lettera, apocrifa, del Clovio che Gianna Manzini riprende in questa sua suggestiva ‘lettera del Greco’, non meno apocrifa, dunque, ma di acuta pe¬≠netrazione psicologica.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart