Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

PITTURA: I MAESTRI: Manet: Il passato, ispirazione del futuro

29 luglio 2017

di Marcello Venturi
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1967]

“… non mi dispiacerebbe di poter leggere finalmen¬≠te, mentre sono ancora vivo, il meraviglioso articolo che mi dedicherete non appena sar√≤ morto”. Queste poche righe, che il pittore invi√≤ al critico Albert Wolff quando ormai la sua attivit√† di artista volgeva alla fine, potrebbero essere una sorta di emblema, per Manet. Ma il suo non fu un destino isolato: nel clima di conformismo tradizionale del Secondo Impero, nella ribollente Parigi in bilico tra due epoche, l’incompren¬≠sione e l’avversione ufficiale furono lo scoglio contro cui dovettero cozzare tutti, o quasi, i pi√Ļ grandi pit¬≠tori del momento. A lui, a Edouard Manet, tocc√≤, se mai, il privilegio della prima esperienza. Perch√© fu lui che, per primo, rompendo schemi ormai frusti, pro¬≠voc√≤ la tempesta che doveva aprire la strada dell’Im¬≠pressionismo e della pittura moderna in genere.

Si tratt√≤ di premeditazione, o semplicemente di un fatto istintivo? √ą difficile immaginare il mite Manet, piccolo borghese dai modi eleganti, coltivatore, se mai, di borghesi sregolatezze, nei panni di un ben truccato dinamitardo. Se premeditazione vi fu, noi dovremmo immaginare Manet come una specie di dottor Jekill, il quale alla luce del giorno peregrinava in tutta umil¬≠t√†, e magari con finta ammirazione, nelle sale dei mu¬≠sei parigini e stranieri, a studiarsi i capolavori dei mae¬≠stri del passato; e che nel chiuso del proprio atelier si divertiva a rifare, modificando sino al ridicolo, ci√≤ che aveva appena finito di vedere. Un’immagine non priva di fascino, dobbiamo ammettere, e che saremmo tentati di accettare. Ma se ci soffermiamo davanti al D√©jeuner sur l’herbe spogli di spirito d’avventura, o anche solo sforzandoci di imbrigliare le sollecitazioni della fantasia, capiremo senza molta difficolt√† che l’a¬≠more di Edouard Manet per i classici fu un amore effettivo; e che quanto da Giorgione o da Tiziano, da Vel√°zquez o da Goya aveva assimilato, continua¬≠va a sopravvivere in lui, pur in quel meraviglioso con¬≠trasto di vecchio e di nuovo, che costitu√¨ l’appiglio dei suoi denigratori. C’√®, nel D√©jeuner, l’aria attonita e il silenzio di una pittura antica di secoli; e insieme l’av¬≠vertimento che qualcosa, di quei secoli, √® finito; e che un mondo pi√Ļ inquieto, pi√Ļ insoddisfatto e nervoso, gi√† si muove alla ricerca di altre conquiste: che non sono soltanto conquiste d’arte, ma anche di vita quo¬≠tidiana (il treno, la carrozza senza cavalli); e che l’iso¬≠lamento non √® pi√Ļ possibile, bisogna vivere in mezzo alla gente, muoversi, cominciare a correre per tenere il passo con il progresso: mentre su tutto vaga un leg¬≠gero sorriso di scetticismo, o di ironico distacco, che non si riferisce esclusivamente al mondo che muore, ma che anticipa un atteggiamento futuro.

Manet studiava e amava i maestri del passato, ma il suo linguaggio non poteva che essere il linguaggio moderno. Lo stesso accadrebbe a uno scrittore della sua forza, se si mettesse a riscrivere oggi I promessi sposi: probabilmente il buono e ingenuo Renzo, un po’ tonto nella sua bont√† e ingenuit√†, si trasformerebbe in un ragazzone sfiduciato di tutto; e la serafica Lucia, un po’ irritante nel suo immacolato candore, acquiste¬≠rebbe tonalit√† pi√Ļ scabrose e pi√Ļ autentiche. Ma che sorte toccherebbe a uno scrittore che osasse tanto? La sorte di Manet: il quale, le rare volte che vide i suoi quadri accettati al Salon, fu anche costretto ad ascol¬≠tare le allegre risate e i feroci commenti del pubblico: e soprattutto, a subire la lapidazione da parte della critica militante. Davanti all‚ÄôOlympia ‚ÄĒ riferisce un giornalista del tempo ‚ÄĒ la folla faceva ressa come nel¬≠la camera della Morgue; e cio√® con la stessa curiosit√† malsana con cui si va ad osservare un cadavere. Pare¬≠va inammissibile che Venere mostrasse sembianze da cameriera: il viso di una ragazza qualunque, una delle tante che s’incontrano per strada o al caff√®. Persine quella macchietta scura, sulla destra, in cui si adombra la figura (e direi, pi√Ļ che la figura, l’essenza) del gatto, non finiva pi√Ļ di irritare. Era l’idea stessa della bellezza che veniva sovvertita. Eppure il pittore tent√≤, onesta¬≠mente, di spiegare al popolo i propri modesti, e nientaffatto rivoluzionari intendimenti: “√ą la sincerit√†” scrisse ”ci√≤ che conferisce alle opere un carattere che pu√≤ sembrare una protesta, mentre in realt√† il pittore ha cercato soltanto di esprimere la propria impressio¬≠ne … Non ha preteso n√© di rovesciare la tradizione, n√© di creare una pittura nuova. Ha voluto semplicemente essere se stesso e non un altro”. Ci si rifiut√≤ di credere alla veridicit√† delle sue affermazioni.

D’altra parte, erano proprio quelle esigenze di sin¬≠cerit√† che portavano Manet a distruggere i miti: e cos√¨, mentre operava partendo dalla tradizione, strada facendo quella tradizione riduceva a pezzi. Era troppo affascinato dalla realt√† quotidiana per dimenticare, anche per un attimo, le inservienti delle Folies-Berg√®re. o la portinaia di rue d’Amsterdam, o un ubriaco intravisto nella notte. Quadro dopo quadro, immagine dopo immagine, egli perseguiva la scoperta di quel¬≠l’aspetto epico che, come sosteneva il suo amico Baudelaire, pu√≤ essere ritrovato anche dietro una cravatta o un abito di tutti i giorni. Ma intendiamoci: l’aspetto epico terra terra, quello che ciascuno di noi si porta inconsapevolmente addosso e che fa parte della condi¬≠zione umana in cui ci muoviamo. Vale a dire: la no¬≠stra grandezza di piccoli uomini in lotta con le mille difficolt√† dell’esistenza, le nostre debolezze e le nostre miserie. Le nostre cadute. Giacch√© nelle debolezze e nelle miserie, in questo sforzo di sopravvivenza, e in questo soccombere o vincere, c’√® qualcosa che rasenta l’eroismo. Un eroismo, quindi, non retorico; semplice¬≠mente vissuto, dimesso, e stanco: che √® possibile indi¬≠viduare persino nelle luci e nelle ombre del Buveur d’absinthe. Paragonandolo a Cechov, si potrebbe dire che anche Manet, come il grande scrittore russo, era pi√Ļ interessato alla vicenda del personaggio che non al palcoscenico sul quale egli agisce; e in modo partico¬≠lare: interessato alla vicenda del personaggio medio, anonimo, destinato a diventare il nuovo protagonista della storia a venire. Questo gusto dell’antiretorica, della dissacrazione e smitizzazione, viene fuori, del re¬≠sto, anche l√† dove il pennello di Manet attinge a epi¬≠sodi della storia ufficiale. Si prenda il quadro della fucilazione di Massimiliano: un drappello di soldati scarica i fucili contro il petto delle vittime, con la tran¬≠quillit√† e la naturalezza di chi stia partecipando ad una gara di tiro al bersaglio in un luna-park. Uno dei soldati, rimasto fuori dal plotone, sta controllando il caricatore del proprio fucile, perch√© qualcosa in esso non funziona: impassibile, indifferente alla tragedia che si sta compiendo a pochi passi da lui, sembra preoccupato pi√Ļ del funzionamento dell’arma che non dalla presenza della morte. Da dietro il muro di cinta si affacciano alcuni spettatori, tra cui una donna: uno di essi ha le sembianze di un teschio ; ma nessuno sem¬≠bra tradire niente pi√Ļ che una semplice curiosit√†, priva di emozioni. Manca, in questo lavoro, la violenza di Goya, che Manet aveva avuto presente: e tuttavia c’√® una sorta di ferocia maggiore, di fredda determina¬≠zione meccanica che, in qualche modo, anticipa quelle che saranno le stragi in massa di tempi futuri.

Non pi√Ļ oleografie, dunque, n√© celebrazioni: ma studio impietoso d’un dato di fatto. E forse era anche questo elemento che contribuiva a infastidire la co¬≠scienza della buona borghesia parigina. I quadri di Manet non piacevano proprio per quanto contenevano di verit√† e di denuncia, non solo per le innovazioni di colori e volumi: quei grigi e quei bianchi a contrasto. cui l’occhio non era abituato. I disperati superstiti di un’epoca ormai volgente al tramonto chiedevano di essere lasciati ancora per un poco nelle loro beate illu¬≠sioni di stabilit√† ‚ÄĒ almeno nel campo dell’arte ‚ÄĒ, fin¬≠gendo di non sentire il rombo dei cannoni che gi√† tuo¬≠navano nelle campagne circostanti Parigi.

Naturalmente non gli mancarono i sostenitori, co¬≠loro che seppero capire la grandezza innovatrice della sua arte: ogni civilt√†, o incivilt√†, possiede le proprie eccezioni. Nei brulicanti caffeucci dei boulevards, in cui si andava costituendo una vera e propria societ√† letteraria, le voci di Baudelaire, di Mallarm√© e di Zola non tardarono ad alzarsi in sua difesa. Lo difesero an¬≠che dalle colonne delle pi√Ļ agguerrite gazzette parigi¬≠ne, polemizzando con i santoni accademici; e intanto, attorno alla vibrante personalit√† di Manet comincia¬≠vano a far circolo, come attorno a un maestro, i pittori che avrebbero dato l’avvio all’Impressionismo.

“C’√® un gran numero di artisti”, scriveva indigna¬≠to Zola all’indomani di un ennesimo rifiuto da parte del Salon, “che oggi vengono considerati grandi, e pagati fior di quattrini; ma io non darei un quadro di Manet per tutti i loro quadri. Verr√† il giorno in cui non ri¬≠marr√† di essi una sola opera, mentre rimarranno quelle di Manet”. Della stessa opinione di Zola fu un celebre baritono parigino, Faure, il quale delle opere di Manet si procur√≤ una buona scorta. Infine giunsero anche i riconoscimenti ufficiali, pochi, e soprattutto per meri¬≠to dell’amico Antonin Proust; quando, per√≤, ormai il pittore, colpito da malattia, si stava avviando alla con¬≠clusione della propria parabola.

Ma ‘parabola’ non √® il termine esatto. Dovremmo dire, piuttosto, alla conclusione della sua apoteosi. Per¬≠ch√© √® proprio in questo periodo di sofferenza fisica che egli dipinge una delle sue tele pi√Ļ belle, il Bar aux Folies-Berg√®re. Tra le luci e lo scintillio di botti¬≠glie e bicchieri, che si moltiplicano nella magica fuga degli specchi, noi non ci stancheremo mai di frugare dentro lo sguardo della ragazza immobile al bancone. Quello sguardo racchiude un mistero che ciascuno di noi. liberamente, pu√≤ tentare di decifrare. C’√® tutto un presentimento, dentro quegli occhi bagnati di una malinconia e di una tristezza definitive. √ą la malinco¬≠nia degli oceani lontani, che il pittore conobbe da gio¬≠vane, a bordo della nave da carico La Guadeloupe; malinconia e amarezza di un’esistenza contrastata, ep¬≠pure viva e feconda, che il pittore sente giorno per giorno sfuggirgli dalle vene. Forse, presentimento di morte. Non pi√Ļ luci, non pi√Ļ colori, non pi√Ļ volti e voci e sensazioni da fermare sulla tela, da strappare alla natura e da fissare per sempre: ma la certezza del buio.

E affondiamo dentro il mistero di quegli occhi, che a poco a poco si rivela, si scopre, per lasciarci intra¬≠vedere altre zone e altre dimensioni: vi affondiamo allo stesso modo, e con la stessa angoscia impotente, di come ci lasciam prendere da una musica di Wagner. Il preludio e morte d’Isotta, l√† dove l’autore rie¬≠sce a far toccare materialmente l’essenza stessa della nostra distruzione. E pure in questo suo ultimo messaggio il torio di Manet non si discosta dalla realt√† delle cose e dai sentimenti che informarono tutto il suo lungo cammino. La ragazza √® ferma, in attesa e in meditazione, con l’umilt√† e l’accettazione della vitti¬≠ma predestinata. Non esiste rancore, in lei, non ribel¬≠lione: ma la consapevolezza della propria presenza, solo un poco turbata dalla sensazione di trovarsi alle soglie di qualcosa di sconosciuto. Manet dava un ad¬≠dio a questo mondo che tanto aveva amato, e che gli era stato cos√¨ avaro di soddisfazioni.

Solo a morte avvenuta si alzerà il coro unanime dei riconoscimenti, come sempre accade per chi, at­traverso la propria grandezza, anticipa i tempi.

Il corteo funebre si era avviato verso il cimitero di Passy, composto da una folla di pittori, di scrittori, rappresentanti del governo, e da un folto gruppo di donne. C’era anche un picchetto d’onore dell’esercito ad accompagnare la salma; e, appuntato sopra un cu¬≠scino, il nastro della Legion d’Onore, procurata a Ma¬≠net dall’amico Antonin. Una messa in scena perfetta, un’evidente volont√† di riparazione: e forse ne erano tutti consapevoli, amici e nemici. Fu a questo punto, infatti, giunti tra le lapidi bianche, che Degas recit√≤, forse con premeditazione, il mea culpa di un’intera societ√†: “Era pi√Ļ grande di quanto pensassimo”, disse.

 

 


Letto 301 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart