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PITTURA: I MAESTRI: Mantegna: Il “solenne maestro”

1 agosto 2017

di Maria Bellonci
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1967]

Centotrentasette pittori, √® stato scritto, si forma¬≠rono, nella bottega di Francesco Squarcione, padova¬≠no. Francesco l’astuto, potremmo chiamarlo: astuto ad un vivere recitato, procedente dalla spiritosa lo¬≠quacit√† dei suoi conterranei ad una sorta di millante¬≠ria sfoggiata sua propria. Prima di essere pittore s’era ingegnato in molte cose, anche nel ricamare e nel cu¬≠cire da sarto; e difatti quelle sue forme durette che per ammorbidirsi si ondulavano rigidamente o si svuo¬≠tavano allungandosi, sembrano talvolta star su per cuciture interne ripassate a rinforzo. Ma la sua fama non √® tanto affidata alle opere pittoriche, quanto ad un’idea molto pratica; e fu di aprire in Padova una scuola per giovani supposti valenti ai quali egli inse¬≠gnava a muovere il pennello e a macinare colori : al¬≠cuni erano tenuti come discepoli, altri, troppo poveri per pagarsi la scuola, adottati come figli; e cos√¨ fu adottato, nel 1441, un ragazzetto fra i dieci e gli un¬≠dici anni figlio del falegname Biagio inurbato dal paesino di Isola di Carturo tra Vicenza e Padova. Si chia¬≠mava Andrea Mantegna, era uno fra i pi√Ļ poveri. Ma quel biondo di occhi chiari, cos√¨ intento in se stesso quando non erompeva in ribellioni, non era per niente maneggevole n√© facile da intaccare nella sua precoce solidit√†. Sentendosi oscuramente provocato, lo Squarcione sottoponeva il figlio adottivo ad una disciplina ineguale e stancante; gli comandava persino, appena ripuliti i pennelli, di sfaccendare per casa negli umili lavori di garzone. Andrea insorgeva, poi doveva tacere; e certo l’energica intransigenza del suo temperamento, repugnante a qualsiasi forma d’ingiu¬≠stizia e di prevaricazione, gli fece patire allora quei profondi furori che, domati da un’estrema volont√† di razionalizzazione, gli dovevano rimanere dentro, im¬≠medicati, per tutta la vita.

Da parte sua lo Squarcione di tali contrasti si gloriava, se, anni dopo, quando la fama del Mantegna era stabilita, gridava ai suoi allievi tra promessa e mi¬≠naccia: “Ho fatto un orno de Andrea Mantegna come far√≤ de ti!”. Un uomo, e tale uomo. Andrea era diventato proprio contro il maestro; √® anche vero pe¬≠r√≤ che quella pericolosa iniziazione didattica contri¬≠bu√¨ a maturare rapidamente il ragazzo e a far coinci¬≠dere ogni suo colpo d’ira con le possibilit√† del suo ge¬≠nio. Cos√¨ accade al giovanissimo artista una cosa in¬≠consueta: senza incertezze, senza errori, egli si manifesta alla prima, in piena luce; e gli accadr√† questo prodigio: rimarr√† alla stessa altezza quasi senza fles¬≠sioni, fino alla morte.

Ogni artista ha il suo segreto, e il pi√Ļ chiaro e il pi√Ļ difficile. Osservava Charles Du Bos, mentre si di¬≠sponeva all’approssimazione critica di Gide, che nulla √® misterioso quanto una bottiglia di vetro piena d’ac¬≠qua pura. Andrea Mantegna √® come un solido geome¬≠trico di cristallo; ciascuna faccia risponde rigorosamente a una regola numerica; ma in realt√† i numeri ci sfuggono negli scatti delle molteplici rifrangenze. Tut¬≠tavia, qualunque vento interpretativo possa tirare, e di rimane sicuramente un punto inamovibile dell’espressione rinascimentale; e lo √® proprio compiutamente, sorgendo tutto nuovo dalla grande favola gotica set¬≠tentrionale travolta in quel primo Quattrocento da una nouvelle vague fra le pi√Ļ portentose che abbiano investito anzi sovvertito il mondo: l’umanesimo. Uma¬≠nesimo, per dirla essenzialmente (e molto sommaria¬≠mente), significava Firenze; e da Firenze infatti risalirono l’Italia i toscani, trasmigranti al nord con di¬≠versi ritmi, a Venezia con i pi√Ļ veloci. La ragionativa concreta Repubblica, allora espansa nei mari e nelle terre d’Oriente in tutta la sua potenza commerciale e politica, sembrava fatta apposta per assorbire le for¬≠me nelle quali l’umanesimo diventava Rinascimento. Andrea del Castagno a San Zaccaria, i Lamberti a Palazzo Ducale, Filippo Lippi, immettono una cor¬≠rente inebriante nella vita pittorica veneziana. A Pa¬≠dova, oltre i quaderni di disegni antichi e nuovi, fu Donatello con l’altare in Sant’Antonio e il Gattamelata in piazza a far rivoluzione (e anche il Lippi e Paolo Uccello in gradazione di tempi). La nozione della dignit√† dell’uomo aveva qualche cosa di solare, irre¬≠sistibile per la gente del nord: l’uomo di Seneca nelle ricostituite dimensioni del reale s’imponeva e preva¬≠leva sugli astrattismi della teologia.

√ą bellissimo sentire la potenza della spallata mantegnesca quando egli si scuote dalla tutela dello Squarcione; per quasi sette anni √® stato sfruttato, inganna¬≠to: “deceptus”, come sentenziano i legali nel dargli ragione. √ďra. libero, mette casa indipendente nella contrada di Santa Lucia ; ha diciassette anni nel 1448; e firma il suo primo lavoro dichiarando con fermo or¬≠goglio nome ed et√†: un lavoro importante, l’ancona, oggi perduta, per l’altar maggiore della chiesa di San¬≠ta Sofia. Di l√¨ a qualche mese una signora dal nome ambizioso, madonna Imperatrice Ovetari, per ornare la sua cappella alla chiesa degli Eremitani secondo il lascito del marito, spartiva settecento scudi d’oro fra due gruppi di pittori: quattro in tutto, due tradizionalmente goticizzanti, due nuovissimi, Andrea Mantegna e Niccol√≤ Pizolo: quest’ultimo, buon pittore, attento alle correnti nuove, era gran giocatore d’ar¬≠mi; sicch√©, fra lama e lama, una sera che tornava dal lavoro, fu “affrontato e morto a tradimento” come annota il Vasari. Era la fine d’aprile 1453, la cappel¬≠la agli Eremitani affrescata solo in parte. Si fin√¨ di pa¬≠gare, ma non di dipingere, nel febbraio del 1454. Le cose a mano a mano s’imbrogliarono: e madonna Im¬≠peratrice trov√≤ il modo di sdegnarsi quando qualcuno le fece notare che nella figurazione dell’Assunta gli apostoli erano otto e non dodici. Gli era venuto bene comporre cos√¨ nello spazio esiguo, spieg√≤ il Mantegna senza riuscire a convincere la committente. Ed √® chia¬≠ro che dietro di lei si celasse l’animosit√† dello Squarcione trafitto in ogni molecola d’orgoglio dalla diser¬≠zione dell’allievo, se, chiamato a giudicare le nuove pitture, si scopr√¨ senza riserve: per lui gli affreschi del Mantegna erano da considerare qualche cosa co¬≠me statue colorate ricavate dalla “durezza dei sassi” piuttosto che dalla morbidezza dei pennelli.

L’ira gli crebbe quando Andrea se ne and√≤ a Ve¬≠nezia ed entr√≤ nella pi√Ļ viva societ√† artistica del set¬≠tentrione sposando Nicolosa Bellini, figlia di lacopo, sorella di Gentile e di quel puro poeta del colore che fu Giovanni Bellini. Gran comunanza di amicizia fra le due famiglie; e piacerebbe avere di Nicolosa qualche briciola di notizie personali. Venendo da quella casa di raffinati pennellatori ella doveva conoscere bene gli usi e le esigenze degli uomini dell’arte; figlia e sorella di gente costumata e aggraziata anche nelle passioni, qualche cosa di quei caratteri doveva esserci trasferito in lei. I magri documenti su Nicolosa ci di¬≠cono soltanto che ella visse col marito in un accordo che non abbiamo ragione di credere solo apparente: mor√¨ prima di lui e allev√≤ alcuni figli, ragazzi operosi e mediocri pittori. Il gran filone mantegnesco e belliniano scomparve del tutto nei loro discendenti, come del resto √® naturale che sia: il genio √® solitario, tra¬≠smigra a suo modo e raramente col sangue.

Andrea sposo continu√≤ a lavorare agli Eremitani di Padova intramezzando il lavoro d’affresco con qua¬≠dri di commissione. E finalmente la cappella fu com¬≠piuta.

Chi ha potuto vedere su quelle pareti di scomoda verticalit√† le ‘storie’ di san Cristoforo e di san Gia¬≠como e ha potuto sentire l’urto che quelle apparizio¬≠ni suscitavano nelle persone disponibili alle emozio¬≠ni dell’arte, non pu√≤ che desolarsi ancora, e sempre desolarsi per il crudele laceramento che le bombe del marzo 1944 produssero nella chiesa frantumando quei muri innocenti e venerandi. In molti piangemmo alla notizia; sapevamo che spariva, e che mancher√† senza compenso alle generazioni presenti e future, l’incon¬≠tro con una creazione di giovinezza severa, creazione compiuta da un artista che, nel passare degli anni dai diciassette ai ventisette, aveva espresso in forme quiete e solenni la speranza di un mondo equamente scom¬≠partito, dove la giustizia umana presieda, anche quan¬≠do appare vinta.

Passa il 1457 e viene il 1458. Andrea chiude agli Eremitani e comincia la splendida pala con quella predella di narrazioni animosamente spaziate tra roc¬≠ce e architetture per la chiesa di San Zeno in Vero¬≠na. Padova gli pesa, “Padoa che nutre gli altri, e i suoi divora”, come scriver√† molti anni pi√Ļ tardi un autore satirico del paese. E di questi tempi arrivava, ripetuto con insistenza, l’invito di Ludovico Gonzaga marchese di Mantova: venisse a stabilirsi sulle rive del Mincio, l’ottimo pittore. Qui la vita era tranquil¬≠la, la gente disposta al buon accoglimento, non esiste¬≠vano fumose scuole pittoriche di arrabbiati. Erano pronti casa, stipendio; alle opere avrebbero corrisposto, liberali e frequenti, i doni, i riconoscimenti, gli onori. Che non fossero parole sul vago, Andrea lo sa¬≠peva. Casa Gonzaga era di temperata ricchezza : alla corte di Mantova non si sarebbe trovato lo smaglian¬≠te per quanto improvvisato splendore sforzesco, n√© la distillata magnificenza medicea, n√© la doviziosa e pol¬≠posa amministrazione estense. Il marchese Ludovico

militava a stipendio e cercava di patteggiarlo alto co¬≠me facevano signori di terre pi√Ļ ristrette delle sue. Paese essenzialmente agricolo, il mantovano risenti¬≠va non solo delle guerre, delle inondazioni e delle ca¬≠restie, mali ricorrenti, ma anche delle costrizioni tri¬≠butarie che Ludovico aveva dovuto imporre per riparare alle incontrollate liberalit√† del marchese Gianfrancesco suo padre. Ma a tutti i Gonzaga piaceva spendere per le cose d’arte; tutti credevano nell’uma¬≠nesimo, anzi ci vivevano dentro come in un umore vi¬≠tale. I dieci figli di Ludovico, maschi e femmine, crescevano secondo gli insegnamenti di quel singolare cristiano di purezza grecizzante che era stato Vittorino da Feltre: non sotto lui stesso, morto nel 1446, ma nel suo sistema e nella sua scuola, quella ‘Giocosa’ che fu una dei pi√Ļ felici fiori dell’umanesimo italiano; vi passarono tra gli altri Ognibene da Lonigo, il Platina, il Filelfo. In casa Gonzaga la considerazione dello stu¬≠dio era tale che il Filelfo aveva potuto permettersi di sgridare dall’alto i marchesi perch√© non si curavano troppo, a suo parere, di far uscire il loro primogenito “dalla schiera degli ignoranti”.

La marchesa Barbara di Brandeburgo, tedesca, ma allevata da bambina a Mantova, doveva spesso ingegnarsi con i pagamenti e con le spese. Barbara, in perfetta parit√† col marito, era una donna di sin¬≠golare quadratura mentale, abile in ogni faccenda, diplomatica e politica, risoluta e gentile. Un piace¬≠vole documento ce la mostra mentre con le sue don¬≠ne se ne va a sedersi sugli stalli dove erano stati a conferenza il papa Pio II e i cardinali per disegna¬≠re la famosa crociata poi fallita: ridevano le donne, e la marchesa stessa imitava la parlata e i gesti di quei grandi personaggi. Ma con tutta la sua lietezza divertita, Barbara, madre di coraggio, anzi madre drammatica, sopportava da valorosa la sventura che la colpiva nei suoi figli : dieci, abbiamo detto, dei qua¬≠li ella stessa definiva “guasti” (cio√® gobbi) almeno quattro: dichiarando poi che ne aveva “una frotta belli e diritti”. In realt√† i piccoli Gonzaga non erano molto belli e non erano tutti diritti nemmeno i sei che la madre voleva salvare; ma erano allegri e graziosi, legati da teneri affetti; studiavano tutti il latino, e alle feste virgiliane di Pietole andavano coronati di rose. Virgilio, a Mantova, era un antico nume: il marchese Ludovico sapeva tutto di lui, poeticamente e criticamente.

Ma per quanto seriamente educato allo studio, Lu¬≠dovico Gonzaga vale meglio per il suo modo d’essere nel proprio tempo. Il suo punto d’incontro col Mantegna non fu come quello di Lorenzo de’ Medici con gli artisti fiorentini, un’agile e coscientissima presa di po¬≠tere intellettuale; ma uno scambio, una verifica di in¬≠tuizioni di cultura che coincidevano con impulsi morali: venendo egli da una formazione essenzialmente virgiliana per la quale anche l’esercizio delle armi, an¬≠che gli atti di governo erano operazioni composte in una robusta malinconia; e trovando nelle acquisizioni mantegnesche, offerte come certezze, la disciplina ci regole spaziali che nella loro ineluttabilit√† annuncia¬≠vano una sorta di immortalit√†. Equilibrio, appunti, corrispondente negli spiriti e nelle forme: italiano pii; che romano, nel senso in cui l’italiano raggiunge una radice universale.

Equilibrio non esente da attentati. Proprio perch√© i due uomini erano cos√¨ integri non vi fu mai un mi¬≠nuto di monotonia nelle relazioni tra il pittore e ;. signore. Si erano riconosciuti a prima vista, se gi√† m 1461, appena il Mantegna si fu stabilito a Mantova. il Gonzaga, raccomandandolo al podest√† di Padova per certe faccende rimaste insolute, lo chiama “il mio carissimo Mantegna, solenne maestro”. Solenne, per dire eccellente in assoluto. Quando Andrea mostrava un suo lavoro, una pittura in tavola, in tela o su muro, o un disegno architettonico o un modello per arazzo, o un progetto di decorazione festiva, c’era sempre una frazione di minuto nella quale l’attesa lievitava in ammirazione. Come per continua riprova, il mae¬≠stro risolveva in immagini infallibili le immagini fluttuanti, a dimensioni vaghe, di coloro che gli erano in¬≠torno. Cos√¨ Andrea sentiva nella sua mano, convali¬≠data dalla venerazione altrui, la veemente sicurezza d’inventare il mondo; e, costretto talvolta a subire una sorta d’inadeguatezza fra le sue ascese e le ristrettezze economiche alle quali doveva sottometter¬≠si, s√¨ sentiva offeso, dava in proteste e lamentazioni Sembra incredibile la mansuetudine di Ludovico, ed √® pacatamente stoica la sua umilt√† quando prega l’ar¬≠tista di pazientare poich√© per certi tracolli avuti non ha pi√Ļ denari, e “tutte le zoglie nostre [gioielli di fa¬≠miglia] sono ad usura”, cio√® date in pegno. Confiden¬≠za come parit√†: ecco perch√© nella Camera degli Spo¬≠si, in questa monumentale testimonianza di pittura civile del Rinascimento, il Mantegna pot√© dipingersi con la berretta bilanciata sul capo, a colloquio con i suoi signori, fronteggiandoli sullo stesso piano.

Molto pi√Ļ di un attimo di sospensione dava ai con¬≠temporanei del Mantegna e da ai posteri la Camera degli Sposi. Non √® un’apparizione di forme idealizza¬≠te, un’aspirazione ardente ad una nobilt√† pi√Ļ che umana come la cappella degli Eremitani, ma un ritrova¬≠mento di ci√≤ che abbiamo sempre sentito in noi e che d’un tratto si manifesta come visione. In questo ri¬≠tratto di famiglia nessuno √® adulato: il marchese Ludovico esprime il suo valore nel suo stesso modo d’es¬≠sere affaticato, la marchesa Barbara √® rilevata in ogni sua durezza germanica; dei loro figli, il cardinale ap¬≠pare come respinto da ogni espressivit√† nel viso appiat¬≠tito, Gianfrancesco impietosamente dilatato in grassezza, Ludovichino e Paolina, i minori, incisi quasi crudelmente nella loro esilit√† esangue, vicina al rachitismo. Ma nessuno protesta, nessuno si sdegna: a ragione. Un gran sangue circola dietro quelle pareti nella rappresentazione di un luogo che √® insieme sociale e poetico, e dove in un conchiuso ritmo vitale si compongono le figure, la loggia aereata, il paesaggio lievemente toccato di particolari delicati, il balletto delle giovani gambe dei cortigiani, il cavallone bian¬≠co da parata, i cani, i paggi, tutti tonici nel loro realismo e viventi nella pausa di un respiro, sotto quel¬≠l’occhio aperto in alto su un ciclo azzurro dove abita¬≠no deit√† benigne agli umani.

Se √® vero che deve considerarsi compiuto colui che nella sua esistenza abbia fatto un bel viaggio, il viaggio bello del Mantegna non fu a Venezia, n√© a Firenze, n√© a Pisa, e nemmeno a Roma; fu un breve trascorrere di giorni sul lago di Garda con amici quali l’estroso antiquario veronese Felice Feliciano, l’archi¬≠tetto Giovanni Antenoreo, il pittore Samuele da Tra¬≠date. Se ne andarono in un settembre fresco e soleggiato alla ricerca di anticaglie romane, ricevuti da festosi amici coronati di mirto; si estasiarono davanti a rovine marmoree, decifrarono eleganti iscrizioni; ma pi√Ļ sentirono la grazia struggente della natura nei coloriti fiori, nei “viridari paradisiaci”, tra palme cipressi ulivi e soprattutto tra i fitti agrumeti dalle foglie splendenti. Ricordi di questo paesaggio saran¬≠no la nicchia erborea traforata di luci nella Madon¬≠na della Vittoria e le arcate di fitta verdura nella Vir¬≠t√Ļ che scaccia i vizi. Quasi eccezioni, poich√© nei fondi mantegneschi ricorre pi√Ļ frequentemente la roccia, il sasso di Monselice, scheggiato, solitario, tagliato a dia¬≠mante. Una volta sola il pittore fece un diretto omag¬≠gio a Mantova; e fu nella tavoletta (ora al Prado) del¬≠la Morte della Madonna. Quasi immaginata la loggia di Castello: e di qua si compone nelle cadenze di un lirismo ordinato, quasi in un pianto represso, il letto della Vergine distesa, vegliata dagli apostoli; e di l√† dalla curvatura serena dell’arcata si allunga il ponte di San Giorgio attraversando il lago fino alla terra-ferma in un paesaggio di sfumature lacustri sotto il gran ciclo patria di ogni fantasia.

Sar√† vero, come qualcuno ha scritto, che per re¬≠stare a Mantova il Mantegna manc√≤ a uno svolgi¬≠mento pi√Ļ mosso? Passavano per l’Italia Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Giovanni Bellini, Giorgione; ma egli rimaneva fermo ai propri rinnovi di energia. Ad uno come lui non sarebbe mancato il modo, andando per l’Italia come pure andava, girando appe¬≠na intorno quell’occhio penetrativo, di rendersi conto delle tante e varie correnti: ma era nella natura del suo genio aver bisogno di una piattaforma stabile e non di un trampolino di lancio: stabilit√† alla quale il Mantegna tendeva anche nella vita quotidiana, nel¬≠la cura di costruirsi casa e studio, di acquistarsi terre, di fissare egli stesso i suoi punti di riferimento.

Mor√¨ Ludovico Gonzaga nel 1478 e gli successe Federico, il pi√Ļ amabile gobbo che si vedesse mai, adorato dal popolo per la sua indole affabile e riflessi¬≠va e per il suo gusto pratico del lavoro industriale e de¬≠gli scambi commerciali. Era cresciuto dall’adolescenza nella stima del pittore padovano, lo considerava corollario onorando della dinastia, e scuoteva il capo non senza compiacimento quando Andrea si incapricciva e si rifiutava di dipingere per altri pr√¨ncipi. √ą sua la celebre dichiarazione alla duchessa di Milano delusa nella richiesta di un ritrattino: “Questi magistri ec¬≠cellenti hanno del fantastico e da loro, conviene tuore [prendere] ci√≤ che si pu√≤ avere”. Ma per fragilit√† fi¬≠sica Federico regn√≤ solo sei anni, morendo giovane, come la moglie Margherita, e lasciando il posto a Francesco II, il bambinetto che nella Camera degli Sposi mostra il suo profilino rincagnato contro la ve¬≠ste prelatizia del cardinale. Cambiavano i tempi, e pi√Ļ rapidamente sarebbero cambiati non appena le prime incrinature delle invasioni straniere fossero di¬≠ventate franamento di ogni pacifica libert√†. Ma an¬≠cora nessuno prevedeva un avvenire tanto precipito¬≠so; e fu un tempo felice per Mantova il decennio an¬≠teriore al 1494, sotto il regno di Francesco, l’allegro, galante, fascinoso Francesco, buon soldato e gran sensitivo, dal viso potentemente segnato, tanto espanso quanto il padre e il nonno Ludovico erano stati rite¬≠nuti e malinconici. Una ventata di giovinezza rinnova¬≠va la corte dove comandava un signore diciottenne tra fratelli e sorelle tra i quindici, dodici e dieci anni : e in quella ventata il Mantegna ideava la sua serie del Trionfo di Cesare, esprimendo con una eccezionale inventivit√† un’archeologia romantica del tutto di¬≠versa come ispirazione e significato dalla potente di¬≠namica interiore della Camera degli Sposi.

Da Roma richiedevano il Mantegna, e Innocenze VIII Cibo, genovese, gli faceva decorare con avari compensi una cappella in Belvedere che pi√Ļ non esi¬≠ste. Sempre immerso nel centro della sua opera, Andrea dipingeva: la citt√† color d’ocra bassa, dolce e torbida, stravagante di raffinatezze e di brutalit√†, lo deludeva. La sua Roma era un’altra, aveva un accen¬≠to di limpidezza nordica, era rimasta col Trionfo nel Castello in riva al Mincio. E, nel tempo della sua di¬≠mora romana, che lo vide anche gravemente malato, entrava a Mantova, festeggiatissima sposa di France¬≠sco, Isabella d’Este, seguita da sette cassoni di corre¬≠do dipinti da √ąrcole de Roberti, il gran pittore ferra¬≠rese che avrebbe dovuto aspettare secoli per essere ri¬≠conosciuto nelle sue purezze metafisiche.

Forse in un primo tempo Isabella, come tutte le donne famose per intelligenza, parve temibile al Man¬≠tegna che doveva diffidare di lei e ci mise un pezzo a tornare a casa. Se cos√¨ non fosse non ci spiegherem¬≠mo la lettera di un cortigiano che raccomandava alla nuova marchesa di bene accoglierlo al suo ritorno e le assicurava che avrebbe trovato in lui, oltre ad un grande artista, un uomo gentilissimo. Lei che vera¬≠mente capiva le cose gli fece gran festa e seppe vol¬≠gere a proprio favore il prestigio che dal grande pa¬≠dovano s’irradiava per tutta Italia. Fu proprio il Man¬≠tegna, per√≤, a suscitare in Isabella un personale mo¬≠mento polemico quando il pittore la ritrasse nel 1493, non ancora trentenne, in un quadro destinato ad una dama sua amica : ” ne ha tanto malfatta ” ella scrive, che l’immagine “non ha le nostre simiglie”. Memore di questa esperienza, non volle essere ritratta a riscon¬≠tro del marito, come era stato progettato, in quella Madonna della Vittoria che celebr√≤ l’illusorio trionfo di Fornovo sul re francese Carlo VIII. Tuttavia Isa¬≠bella riusc√¨ con la forza irresistibile della sua persuasivit√† a piegare il Mantegna a un’esperienza nuova commettendogli quadri per il suo famoso Studiolo. Simboli, allegorie, composite narrazioni che sollecita¬≠vano immagini raffinate: chiss√† se il pittore consenti¬≠va a quelle mitiche battaglie, a quei ritmi danzanti pur cos√¨ vividi sotto il suo pennello?

Erano gli ultimi anni della sua vita, venivano a visitarlo capi di stato, Ercole d’Este, il Magnifico Lorenzo, signori, umanisti, poeti, antiquari. Lui teneva studio in San Sebastiano, in quella che s√¨ potrebbe chiamare la “casa della ragione” tanto entrando nel cortile arcuato a giro di compasso s’impone la pre¬≠senza di ariose geometrie. Dentro vi stava una colle¬≠zione di oggetti di scavo e vi stavano alcuni quadri dai quali egli non si separ√≤ mai, come il “Cristo scurto” ora a Brera, dove lo stesso delirio prospettico di¬≠venta amara poesia. Ma chi era veramente il Man¬≠tegna? Nemmeno i suoi critici sono riusciti a dedurlo esattamente dall’esame delle sue opere. Anche le con¬≠traddizioni, soprattutto le contraddizioni, fanno l’uo¬≠mo di genio; e non ci stupisce che il Mantegna fosse per alcuni “indemoniato”, “rincrescevole”, “superbo e fastidioso”, e per altri “tutto gentile”, “amico in¬≠comparabile”, “di costumi amabilissimi”. In realt√† dai documenti ci appare dolce e furioso come sono molti della sua terra. Normalmente casto (non esisto¬≠no pettegolezzi su di lui, e ci sarebbero senza dub¬≠bio arrivati), aveva persino una punta di austerit√† mo¬≠ralistica inconsueta alle sciolte abitudini rinascimenta¬≠li, se con tanto impeto sapeva accusare taluno di co¬≠stumi depravati. La costrizione dell’adolescenza che aveva dovuto armarsi a difesa per salvare una voca¬≠zione, la passione di razionalizzare ogni proprio mo¬≠to, il logoramento dell’immaginare e del penetrare nelle proprie immagini gli avevano lasciato quei gru¬≠mi di rabbia che si liberavano in grandi fumate di collera a volte persino ambigue. Forse lo junghiano di turno sarebbe pronto a spiegarci che una raziona¬≠lit√† cos√¨ rigorosamente mantenuta a spese dell’inten¬≠sit√† di vita condann√≤ la sua personalit√† nella parte primitiva ad esistere in un modo sotterraneo e appun¬≠to, a tratti, ad esplodere. E che vuol dire? Anche se fosse vero, non per questo la Camera degli Sposi sa¬≠rebbe meno il ritratto rigoroso di un destino umano e della sua accettazione, o le Madonne mantegnesche sarebbero meno eroine intense e sospese nel loro stes¬≠so lontanarsi; e il San Sebastiano alla Ca’ d’Oro bal¬≠zante e tormentato ci comunicherebbe meno il grido di tragedia nel momento in cui la saetta apre nel petto umano l’ultimo dolore.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart