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PITTURA: I MAESTRI: Monet: Passi tratti dal suo epistolario

14 novembre 2017

a cura di Luigina Rossi Bortolatto
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1972]

Due testimonianze caratterizzano il temperamento di Monet: Renoir, alludendo ai difficili e appassionanti inizi del gruppo dei futuri impressionisti, confessa: “Senza di lui nessuno di noi avrebbe fatto niente”; e lo stesso Monet nel 1920 al duca de Trevise, il quale gli comunica che il Mus√©e du Luxembourg, per ricordare il cinquantenario della morte di Fr√©d√©ric Bazille, in¬≠tende esporre il suo Ritratto di famiglia, esclama: “Un quadro di Bazille! √ą sufficiente per farmi andare a Parigi”. Le parole di Renoir sono relative al 1918, quelle di Monet a un periodo an¬≠che pi√Ļ tardo, quando l’artista ormai ottantenne non si spostava pi√Ļ di Giverny. Affettuosa riconoscenza, volont√†, decisione, chiarezza e onest√† sono le doti che fanno di Monet un uomo straordinario. Scorrendo l’epistolario, che ce lo rivela dal 1856, allorch√© sedicenne comunica da Parigi con il maestro e amico Boudin, sino alle ultime lettere scritte a Durand-Ruel nel 1925, possiamo seguire attraverso vicende liete e tristi il caposcuola dell’impressionismo. Sono le stupefacenti rivelazioni dell’arte dei maestri precedenti, soprattutto Delacroix e Corot, raccontate da un sedicenne con l’entusiasmo giovanile assieme a capacit√† cri¬≠tica e vigore di giudizio straordinari, che colpiscono.

“Monet non √® che un occhio, ma che occhio”, dir√† C√©zanne: Monet si rivela tale fin dall’inizio. Sono confessioni felici o tristissime, le sue, accompagnate da aperte richieste di aiuto all’amico Bazille: “Ieri ero cos√¨ sconvolto che ho commesso lo sproposito di gettarmi in acqua”, dove per√≤ nella parola ‘spro¬≠posito’ si coglie la coscienza che sorregger√† l’artista quando maggiormente le vicissitudini o il dolore lo colpiranno. La pri¬≠ma compagna, Camille, lo lascer√† nel 1879; nel 1911 gli man¬≠cher√† Alice Hosched√©, la seconda moglie; e il figlio Jean gli verr√† strappato da un male inguaribile nel 1914. “Non ho bi¬≠sogno di dirvi quanto triste sia ormai la mia vita…”; e ancora: “Questi giorni di festa di fine d’anno sono stati molto penosi da passare; mi hanno abbattuto, scorato del tutto. Comunque sono riuscito a dominarmi, e ho ripreso i pennelli che avevo abbandonato”; e poi: “Come sapete, mi sono rimesso al lavoro. Quando mi ci metto lo faccio seriamente, tanto che, in piedi fin dalle quattro del mattino, sgobbo tutta la giornata e a sera sono talmente sfinito…”.

Impegno, urgenza di fare capace di vincere l’angoscia. Ver¬≠so il 1858 Monet comincia a ‘vedere’ e a ‘dipingere’. “Con l’andar del tempo mi si aprirono gli occhi, capii veramente la natura e imparai anche ad amarla”. Sono un vedere e un di¬≠pingere nuovi, festosi, all’aperto, con amici pittori che lo ac¬≠compagnano nelle scorribande lungo le scogliere e le spiagge normanne o sulle rive della Senna nei dintorni di Parigi, insieme sugli stessi motivi. Prima, il periodo di Honfleur, con Jongkind e Boudin: “Siamo molto numerosi in questo momento […] ab¬≠biamo una piccola cerchia molto piacevole […] ci capiamo a me¬≠raviglia e non ci lasciamo pi√Ļ”. Successivamente, con Renoir a Bougival, dove Monet sta con la propria donna e il figlioletto, e “Renoir ci porta del pane da casa sua per non farci crepare di fame”; qualche volta il pittore si vede “costretto all’inattivit√† per mancanza di colori”. E, ancora, con Renoir, Sisley, Manet, ad Argenteuil, dove nasce e si svolge il periodo classico dell’impressionismo.

Pi√Ļ tardi, con la maturit√†, il registro muta: “Ho sempre lavorato meglio nella solitudine e secondo le mie sole impres¬≠sioni “; oppure: ” Soprattutto, tenevo a venirci [a Bordighera] da solo per essere pi√Ļ libero con le mie impressioni. √ą sempre brut¬≠to lavorare in due”. Si direbbe che una necessit√† sistematica, quasi scientifica, lo conduca di fronte al motivo per coglierne a tu per tu, senza distrazioni, l’essenza: “Sapete che sono assorbito dal lavoro. […] Questi paesaggi sono divenuti un’ossessione […] √® al di l√† delle mie forze […] e tuttavia voglio arrivare a rendere ci√≤ che sento cos√¨ vivamente. Ne sono distrutto: ricomincio e spero che da tanto sforzo esca qualcosa”.

La voluta solitudine, che √® esigenza di interrogante atten¬≠zione al ‘sensibile’, non rimane per√≤ disgiunta dalla necessit√† di affetti. N√© solo per la famiglia, gravosamente aumentata in un momento difficile con l’annessione degli Hosched√©; famiglia entro la quale star√† e alla quale guarder√† con nostalgia quando le ricerche lo condurranno lontano, e alla quale ritorna sempre con gioia: “Una volta per tutte” scrive alla sua compagna “vi dico che siete tutta la mia vita con i miei figli, e che lavorando non faccio che pensare a voi; ci√≤ √® cos√¨ vero che ogni cosa che ritraggo, che scelgo, mi dico che occorre riprodurla proprio be¬≠ne, perch√© voi vediate dove sono stato e la cosa com’√®”; e: “Torner√≤ ancora in gamba, anche se sono stanco, a volte molto stanco di questo lavoro, di questa lotta continua; riposarmi accanto a voi mi sar√† di gran conforto”. E inoltre, gli amici, affettuosamente seguiti e ricordati sino alla fine: “Apprendo in questo istante la terribile notizia della morte del nostro povero Manet”; “II povero Sisley mi aveva fatto sapere di andarlo a trovare otto giorni fa, e quel giorno avevo capito bene che era l’ultimo addio che voleva fare. Povero amico, povero ragaz¬≠zo!”; “Povero Renoir, scomparso anche lui. √ą una grande per¬≠dita e un vero dolore per me”. Dolore documentato non solo da parole, ma accompagnato da gesti di autentica, affettuosa fraternit√†. Dopo la scomparsa di Manet si batte a lungo per portare l’Olimpia dell’amico al Louvre, e pi√Ļ tardi potr√† comu¬≠nicare con orgoglio allo scrittore Geffroy: “Avete visto che infine l’Olimpia di Manet √® al Louvre […] ne sono felice per me e per i donatori di questo capolavoro”. Avr√† cura di soccorrere i figli di Sisley morto in poco floride condizioni economiche; nei con¬≠fronti dell’opera di Renoir si esprimer√† sempre con ammirato affetto: “Renoir ha fatto un quadro superbo”; “Sar√≤ a Parigi venerd√¨ per la mostra di Renoir, che sar√† per me un go¬≠dimento”.

Il lungo carteggio di Monet con Durand-Ruel, dal 1881 al 1925. ha talora dato adito a interpretazioni negative nei confron¬≠ti del comportamento del pittore verso il mecenate, che ha fatto conoscere, tra enormi difficolt√†, l’opera degli impressionisti in Europa e in America. Si incolpa Monet di un atteggiamento egoista, interessato, a volte perfino provocatorio. Ma, in effetti, scorrendo le molte lettere scritte da lui, si rileva piuttosto una vigile attenzione nei confronti di interessi che non sono solo suoi ma accomunano anche Pissarro, Sisley, Caillebotte, Renoir, Manet e altri; n√© sono interessi di mero ordine economico e pratico: riguardano la vicenda del gruppo agli effetti della valutazione critica. Come si vede, √® necessario considerare la posi¬≠zione di Monet come caposcuola idealmente riconosciuto, la straordinaria chiarezza con la quale affronta gli avvenimenti, e un certo modo passionale di partecipare ai fatti.

Il suo giudizio √® sempre obiettivo, espresso nitidamente; lo prova una lettera a Duret in cui dichiara: “Rispondo ora, prima di rimpiangere profondamente che Rodin non sia inca¬≠ricato del monumento di Zola, perch√© si trattava di una questione artistica, un omaggio di un grande scultore a un grande uomo; la questione politica non doveva sorgere. Quanto a Constantin Meunier, di cui ammiro il talento, vi dir√≤ francamente che non lo vedo adatto a fare ci√≤. Allora, ditemi a chi rivolgersi! Ebbene, a un giovane di belle promesse, che in caso simile potr√† dare delle prove, e penso subito a Maillol: il solo, a mio avviso, vicino a Rodin”. Cos√¨, nel caso di taluni apprezzamenti espressi su Zola proprio quando questi non dimostra di credere pi√Ļ ne¬≠gli impressionisti, dopo le battaglie giovanili sostenute accanto a loro: “Ammiro sempre pi√Ļ Zola per il suo coraggio”. Oppure: “Spero che la bella mostra di Pissarro abbia successo, perch√© lo merita”; e: “Spero che C√©zanne si trovi ancora l√¨ e voglia essere dei nostri; ma √® cos√¨ strano, cos√¨ schivo di facce nuove, da farmi temere che manchi, nonostante il suo desiderio di conoscervi. Che sfortuna che quest’uomo non abbia avuto ap¬≠poggi nella sua carriera: √® un vero artista!”.

Oltre a cedesti rilievi, parsi una doverosa premessa ai brani raccolti qui di seguito per documentare la visione artistica del pittore, resta da dire del linguaggio epistolare di Monet: estre¬≠mamente sobrio, apparentemente povero, specie nell’aggettiva¬≠zione: un’espressione ‘borghese’, lontana dal linguaggio ricco, persine letterario degli epistolari e diari dell’Ottocento; tuttavia √® puntuale e preciso. L’artista teme “di essere terribile”, si sente “pieno di ardore”, tanto che “ci vorrebbe il diavolo per riuscire a fare quel che vorrei”, e confessa: “Non sono un gran pitto¬≠re, n√© un gran poeta; so soltanto che faccio quel che penso per esprimere quel che provo “: parole semplici e limpide, che chia¬≠riscono anche l’atteggiamento nei confronti della pittura, della quale spesso, per arrivare a rendere ci√≤ che sente cos√¨ “viva¬≠mente”, dimentica “del tutto le regole pi√Ļ elementari, se ne esistono qualche volta”, lasciando “apparire gli errori”. Non fa parte del suo carattere considerare la pittura una missione; √® un’occupazione, una “grande consolazione”, un lavoro, ma un lavoro capace di esaltare (“c’√® di che uscirne pazzi”) o di scoraggiare (“troverete che manco di coraggio, ma non resisto pi√Ļ ” ): tale per√≤ da impegnarlo e ” incantarlo ” per tutta la vita.

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Parigi, 20 febbraio 1856

Al pittore Eugène Boudin

Non potete credere quale interesse troverete venendo subito a Parigi. C’√® un’esposizione di dipinti moderni che comprende le opere della scuola del 1830 e che prova che non siamo tanto in decadenza come si dice. Vi sono 18 Delacroix splendidi, tra ili altri La barca di don Juan del Salon del 1855.

Vi sono altrettanti Decamps, una dozzina di Rousseau, di Dupr√©, vi sono anche da sette a otto Marilhat, e tutti dei pi√Ļ belli. E perci√≤, √® splendido, e non dubito che vi far√† piacere. […] Venite, non avrete che da guadagnare.

E poi sappiate anche che il solo buon pittore di marine che noi abbiamo, Jongkind, √® morto per l’arte; √® completamente folle. Gli artisti fanno una sottoscrizione per provvedere […].

Quanto a me, mi trovo bene qui, disegno figure con sicurez¬≠za: √® una cosa formidabile! Del resto, all’accademia, dove non vi sono che paesaggisti, cominciano ad accorgersi che √® una buona cosa.

Ho dimenticato di dirvi che Courbet e Corot brillano anche in questa esposizione, cos√¨ come Millet. C’√® il suo quadro riflu¬≠ito al Salon, La Morte e il boscaiolo. Una bella cosa. […]

Honfieur, 15 luglio 1864

Al pittore Frédéric Saziile

Quaggi√Ļ, caro mio, √® stupendo e scopro ogni giorno motivi sempre pi√Ļ belli. C’√® di che uscirne pazzi, tanto sento il deside¬≠rio di fare tutto, la testa mi scoppia […].

Honfleur, 26 agosto 1864

Al pittore Frédéric Bazille

[…] Siamo molto numerosi in questo momento a Honfleur. Accanto a parecchi pessimi pittori, un mucchio di buffoni, ab¬≠biamo una piccola cerchia molto piacevole. Jongkind e Boudin sono qui, ci capiamo a meraviglia e non ci lasciamo pi√Ļ […].

Dieppe, 10 febbraio 1882

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Ora, per questa esposizione1, vi dir√≤ che le mie idee sono molto ferme al riguardo. Al punto in cui siamo bisogna che una mostra sia ben fatta o non farla, ed √® necessario che siamo ‘tra noi’, e non bisogna che una sola nube venga a compromettere il nostro successo. √ą possibile fare una mostra del genere quest’anno? Io so che non √® possibile, poich√© ci si √® impegnati con certe persone, quindi, con mio grande rincrescimento, rifiuto assolutamente di farne parte a queste condizioni. Del resto, anche se lo volessi, mi sarebbe assolutamente impossibile, a me¬≠no di ritornare subito a Poissy e rinunciare al mio progetto di lavorare qui, dato che ci terrei a rivedere e a scegliere da me i miei quadri e ad assistere alla loro sistemazione. Vi ringrazio tuttavia del vostro gentile intervento. So che mi parlate nel mio interesse, ma la cosa √® troppo seria per essere fatta alla leggera. Ho gi√† scritto ieri a Caillebotte in questo stesso senso.

Pourville, 18 settembre 1882

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Troverete che manco di coraggio, ma io non ci resisto pi√Ļ e sono in un completo scoraggiamento. Dopo alcuni giorni di bello, ecco di nuovo il tempo rimettersi al brutto, ancora una volta devo mettere da parte gli studi cominciati. Ci divento pazzo e disgraziatamente me la prendo con le mie povere tele. Un gran quadro di fiori, che avevo appena fatto, l’ho distrutto, come tre o quattro tele che ho, non solamente grattate, ma bu¬≠cate.

√ą assurdo, lo riconosco, ma sento il momento del ritorno arrivare, vedo che la natura si trasforma completamente, allora perdo ogni coraggio vedendo che ho speso denaro in anticipo senza aver fatto niente di buono.

Insomma, sono deciso a piantare tutto e a ritornare su¬≠bito. […]

Poissy, 6 marzo 1883

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Ricevo la vostra lettera e vi ringrazio delle parole incorag¬≠gianti che mi inviate. Ammiro la vostra fede e la vostra fiducia, ma senza condividerle: trovo che quando ci si rivolge al pub¬≠blico, e questo risponde col silenzio e l’indifferenza, √® un insuc¬≠cesso. Quanto a me, faccio pochissimo caso dell’opinione dei giornali, ma bisogna pur riconoscere che, ai nostri tempi, non si fa niente senza la stampa, e vi assicuro che se i colleghi di cui mi parlate trovano poco importante il silenzio dei giornali nei miei confronti ‘, sapranno comunque ben garantirsi il loro appoggio quando sar√† il turno della loro mostra, e avranno ra¬≠gione, poich√© √® fuor di dubbio che ci√≤ eccita la curiosit√† pub¬≠blica e, per conto mio, non vi √® persona che non mi parli di questo silenzio e non lo deplori. Non c’√® pi√Ļ niente da fare adesso. Mi auguro per voi e per me che qualche collezionista appoggi la mostra, ma non √® un gran passo avanti e da parte mia sar√≤ contrario per molto tempo a nuovi tentativi.

Poissy, 7 marzo 1883

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Non desidero venire a Parigi in questo momento, non po¬≠tr√≤ che constatarvi il mio insuccesso e vedere persone che me ne parlano, alcune con gioia, altre deplorandolo.

[…] Quando nei giornali eravamo criticati, spesso insultati, dicevamo che ci√≤ provava il nostro valore, che nessuno altrimen¬≠ti si sarebbe occupato di noi. Allora che pensare di questo si¬≠lenzio?

Non crediate che aspiri a vedere il mio nome nei giornali.

Sono molto superiore a questo e non mi curo dell’opinione della stampa e dei sedicenti critici d’arte, uno pi√Ļ stupido dell’altro.

Dal lato artistico non cambia niente, conosco il mio valore, e sono pi√Ļ severo verso di me che chiunque altro. Ma √® dal lato commerciale che bisogna vedere le cose. E non riconoscere che la mia mostra2 √® stata annunciata male, preparata male, √® non voler vedere la verit√†. Bisognava a tutti i costi garantirsi in anti¬≠cipo l’appoggio della stampa, poich√© anche i collezionisti intelli¬≠genti sono sensibili alla minore o maggiore risonanza dei giorna¬≠li. Io non ho, credetelo, l’ambizione di essere popolare […].

Giverny, 27 dicembre 1883

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Dovete pensare che, della grande quantit√† di studi che ho fatto, non tutti possono venire avviati al commercio: alcuni possono essere molto buoni, credo, e altri, anche un po’ vaghi, possono diventare buone cose ritoccandoli con cura, lo ripeto: ma questo non pu√≤ essere fatto dalla mattina alla sera e non sarebbe n√© vostro n√© mio interesse pretendere in ogni caso di mostrarne molti, essendo mia ambizione darvi solo le cose di cui sono del tutto soddisfatto, a costo di domandarvi pi√Ļ denaro. Spero che lo capirete; perch√© altrimenti diventer√≤ una macchi¬≠na per dipingere e vi ingombrereste di un mucchio di cose in¬≠complete e che potrebbero solo disgustare i collezionisti meglio disposti.

Il mio amor proprio di pittore si oppone al fatto che lasci vedere delle tele in uno stato incompleto.

Giverny, 12 gennaio 1884

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Voglio passare un mese a Bordighera, uno dei pi√Ļ bei posti che abbiamo visto nel nostro viaggio. Da l√¨ spero di por¬≠tarvi tutta una serie di cose nuove.

Perciò vi domando di non parlare a nessuno di questo viag­gio, non perché ne voglia fare un mistero, ma perché ci tengo a farlo da solo: come mi è stato piacevole fare il viaggio come turista con Renoir, così mi sarebbe imbarazzante farlo in due per lavorare: ho sempre lavorato meglio nella solitudine e se­condo le mie sole impressioni.

Bordighera, 24 gennaio 1884

A M.me Alice Hoschedé

[…] Faccio un mestiere da cani, io, e non risparmio le gam¬≠be; salgo, poi ridiscendo e poi ancora risalgo; fra uno studio e l’altro, come riposo, esploro ogni sentiero, sempre alla ricerca del nuovo; e cos√¨ giunta la sera ne ho abbastanza. Pranzo bene, faccio le solite quattro chiacchiere con voi, mi metto a letto e. incrociate le braccia, penso beatamente a Giverny, un occhio alle mie tele appese al muro, poi un po’ di lettura e, crac, un bel sonno per tutta la notte.

Bordighera, 26 gennaio 1884

A M.me Alice Hoschedé

[…] Oggi ho lavorato ancora di pi√Ļ: cinque tele, e domani conto di iniziarne una sesta; andiamo abbastanza bene, dunque, sebbene tutto mi sia assai difficile da fare. Queste palme mi fan¬≠no dannare, e poi i motivi sono estremamente difficili da ripro¬≠durre, da trasferire sulla tela; √® tanto folto dappertutto; √® deli¬≠zioso da vedere; si pu√≤ passeggiare indefinitamente sotto le pal¬≠me, gli aranci, i limoni e anche sotto gli splendidi ulivi, ma quando si cercano soggetti √® molto difficile. Vorrei fare certi aranci e limoni che si stagliano contro il mare azzurro, non riesco a trovarli come voglio. Quanto all’azzurro del mare e del cielo. √® impossibile.

Bordighera, 29 gennaio 1884

A M.me Alice Hoschedé

… Lavoro come un forsennato su sei tele al giorno. Faccio molta fatica, poich√© non riesco ancora a cogliere il tono di questo paese; a volte sono spaventato dai colori che devo adoperare, ho paura di essere terribile, eppure sono ancora ben al disotto; √® atroce la luce. Ho gi√† degli studi che hanno richiesto sei sedute, ma √® tanto nuovo per me che non riesco a finire […].

Bordighera, 3 febbraio 1884

A M.me Alice Hoschedé

[…] Adesso sento bene il paese, oso mettere i toni terra e rosa e blu; √® magia, √® delizioso, e spero che vi piacer√† […]. Sappiate ma volta per tutte che siete tutta la mia vita coi miei figli, e che lavorando non faccio che pensare a voi; ci√≤ √® cos√¨ vero

che ogni oggetto che faccio, che scelgo, mi dico che occorre riprodurlo proprio bene perch√© voi vediate dove sono stato e la cosa com’√®.

Bordighera, 5 marzo 1884

A M.me Alice Hoschedé

[…] Ora dipingo con colori italiani che ho dovuto far ve¬≠nire da Torino. Del resto ho anche consumato tutte le mie tele, le scarpe, le calze, persine i vestiti, e arriver√≤ malconcio; gli abiti mi si sono logorati al sole: soltanto io ritorner√≤ ancora in gamba, anche se sono stanco, talvolta molto stanco di questo lavoro. di questa lotta continua; riposarmi accanto a voi mi sar√† di gran conforto […].

Bordighera, 11 marzo 1884

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Far√≤ forse gridare un po’ i nemici del blu e del rosa, per via di questo splendore, questa luce fantastica che mi applico a rendere: e quelli che non hanno visto questo paese o che l’han¬≠no visto male grideranno, ne sono sicuro, all’inverosimiglianza, sebbene io sia molto al di sotto del tono: tutto √® colore cangiante e fiammeggiante, √® ammirevole; e ogni giorno la campagna √® pi√Ļ bella, e io sono incantato del paese.

Giverny, 24 ottobre  1884

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Lavoro molto, ma dire che sono soddisfatto e che ho molte cose buone da darvi, non √® esatto; quanto pi√Ļ vado avanti, tan¬≠to pi√Ļ faccio fatica a portare a termine uno studio, e in questo periodo. quando la natura cambia tanto d’aspetto, sono obbli¬≠gato ad abbandonare certe tele prima che siano definitivamente empiute. Vi assicuro che mi do da fare, e se dicono che lavoro sottogamba, si ingannano poich√© faccio ci√≤ che penso.

[Giverny, 3 novembre  1884

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Quanto al rifinito, o piuttosto al leccato, poich√© √® que¬≠sto che il pubblico vuole, non sar√≤ mai d’accordo con lui.

Giverny, 28 luglio 1885

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Lavoro a oltranza, ma sempre pi√Ļ faticosamente: cio√®, di¬≠vento molto esigente. Ho due tele alle quali lavoro da un mese, ma confesso che alcune di queste tele le vedrei con rincresci¬≠mento partire per il paese degli Yankees e vorrei riservarne una scelta per Parigi, poich√© √® soprattutto l√† e l√† solamente che c’√® ancora un po’ di gusto.

Fresselines,  24 aprile  1889

Allo scrittore Gustave Geffroy

Caro amico, sono desolato, quasi scoraggiato e affaticato al punto di esserne un po’ malato. Non arrivo a nulla di buono, e malgrado la vostra fiducia ho paura che tutti questi sforzi non approdino a nulla.

Mai ho avuto uguale sfortuna con il tempo! Mai, tre giorni favorevoli di seguito, di modo che sono obbligato a trasforma¬≠zioni continue, perch√© tutto spunta e rinverdisce. Io che speravo di dipingere la Creuse come l’abbiamo vista!

In breve, a forza di trasformazioni inseguo la natura senza poterla agguantare, e poiché questo fiume che diminuisce, si ri­gonfia, un giorno verde poi giallo, adesso a secco, mentre do­mani sarà un torrente dopo la terribile pioggia che cade in que­sto momento.

Sono in una grande inquietudine, scrivetemi, ho grande bi¬≠sogno di conforto […].

22 giugno 1890

Allo scrittore Gustave Geffroy

Ho ripreso ancora certe cose impossibili da fare: dell’acqua con erba che ondeggia sul fondo… meravigliosa a vedersi, ma c’√® da impazzire a volerla fare. Insomma, mi attacco sempre alle stesse cose.

21 luglio 1890

Allo scrittore Gustave Geffroy

[…] Sono nero e profondamente disgustato dalla pittura.

√ą senz’altro una tortura continua! Non attendete di vedere del nuovo, il poco che ho potuto fare √® distrutto, raschiato o bucato. Voi non vi rendete conto del tempo spaventoso che non ha cessato di fare da due mesi. C’√® da diventare matti furiosi, quando si cerca di rendere il tempo, l’atmosfera, l’ambiente.

Oltre a questo, a tutte le noie, eccomi stupidamente colpito dai reumatismi. Pago così le sedute sotto la pioggia e la neve, e ciò che mi affligge è pensare che bisogna rinunciare a sfidare ogni tempo e a lavorare fuori, salvo con il bel tempo. Che stupidità, la vita!

7 ottobre 1890

Allo scrittore Gustave Geffroy

[…] Sgobbo molto, mi stordisco su una serie di effetti diffe¬≠renti [dei pagliai], ma in questa stagione il sole tramonta cos√¨ presto che non posso seguirlo. […] Divento di una lentezza, nel lavorare, che mi esaspera; ma pi√Ļ vado avanti, pi√Ļ mi rendo conto che occorre lavorare molto per arrivare a rendere quel che cerco: 1”istantaneit√†’, soprattutto lo sviluppo, la medesima luce riprodotta dappertutto, e pi√Ļ che mai le cose facili venute di getto mi disgustano. Insomma, sono sempre pi√Ļ arrabbiato per il bisogno di rendere ci√≤ che provo, e faccio giuramenti di non restare ancora troppo impotente, perch√© mi pare che farei dei progressi. Vedete che sono in buona disposizione. Spero che anche voi, che siete giovane, avrete scrollato la vostra in¬≠dolenza e che possiate produrre qualcosa di stupendo.

Rouen, 13 aprile 1892

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Sono assolutamente scoraggiato e scontento di ci√≤ che ho fatto qui: ho voluto fare troppo bene e ho finito col guastare quello che era fatto bene. Da quattro giorni non posso lavora¬≠re e decido di abbandonare tutto e di ritornarmene a casa; ma non voglio nemmeno sballare le mie tele, voglio vederle sola¬≠mente fra qualche tempo; quindi vi avvertir√≤ non appena mi sono un po’ calmato.

Giverny, 4 maggio  1892

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Verr√≤ a Parigi venerd√¨ per la mostra di Renoir, che sar√† un godimento per me […].

Rouen, 28 marzo 1893

Allo scrittore Gustave Geffroy

[…] Il mio soggiorno qui va avanti: ci√≤ non vuoi dire che so¬≠no prossimo a terminare le mie cattedrali. Ohim√®, non posso che ripeterlo: quanto pi√Ļ vedo, tanto pi√Ļ vado male nel ren¬≠dere ci√≤ che sento; e mi dico che chi dice di avere finito una tela √® un tremendo orgoglioso. Finire, volendo dire completo, perfetto; e lavoro a forza senza avanzare, cercando, brancolan¬≠do, senza sboccare a granch√©, ma al punto da esserne stremato.

Rouen, 30 marzo 1893

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Lavoro moltissimo, ma non posso pensare di fare altro che la cattedrale. √ą un lavoro enorme.

Sandviken  (Oslo),26 febbraio  1895

Allo scrittore Gustave Geffroy

Sono stupito di tutto quel che vedo in questo meraviglioso paese. Ho fatto passeggiate di quattro giorni in treno, in mon¬≠tagna, sui fiordi, sui laghi: √® meraviglioso! Tutto ci√≤, molto spesso con un freddo di ‚ÄĒ25¬į a mezzogiorno, ma non avendo mai sofferto, con grande meraviglia dei norvegesi, che sono pi√Ļ freddolosi di me. Sono come in un incantesimo, malgrado l’ali¬≠mentazione perfida; e che sangue cattivo mi sono fatto per non poter dipingere tutto ci√≤ che vedo!

Non sapevo dove girare la testa, e scoraggiato, ho sbagliato pi√Ļ volte nel prendere il treno e rientrare […].

Infine, ho trovato un angolo passabile per le pose, ed ecco¬≠mi all’opera dopo qualche giorno soltanto. Ho messo in opera otto tele che, se non sono troppo contrariato dal tempo, vi da¬≠ranno, spero, un’idea della Norvegia, dei dintorni di Oslo, paese meno terribile di quanto pensassi.

Avrei dovuto andare a nord; ma non √® possibile in questa stagione; e poi √® tutto rudemente bello lo stesso ! Non ho potuto vedere un po’ di mare, n√© acqua di qualunque specie: tutto √® gelato e ricoperto di neve. Occorrerebbe vivere qui un anno per fare qualcosa di buono e, ancora, prima avere visto e fatto co¬≠noscenza con il paese.

Oggi, ho dipinto una parte della giornata, sotto la neve che cade senza fermarsi; avreste riso nel vedermi interamente bianco, con la barba coperta di ghiaccio a mo’ di stalattiti.

Pourville, 14 gennaio 7897

Allo scrittore Gustave Geffroy

[…] √® una gioia per me rivedere il moto del mare […].

Giverny, 15 aprile 1904

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Spero che la bella mostra di Pissarro abbia successo, per­ché lo merita e io ci penso spesso.

Giverny, 4 ottobre 1904

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Eccomi a riposo da qualche giorno, e mi proponevo di pre­garvi di venir e a far colazione uno di questi giorni; ho ap­pena deciso di mettere in esecuzione un progetto che ho da mol­to tempo: andare a Madrid per vedere i Velázquez.

Giverny, 12 febbraio 1905

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Che le mie cattedrali, le mie Londre e altre tele siano fatte dal vero o no, non riguarda nessuno e non ha alcuna im¬≠portanza. Io conosco tanti pittori che dipingono dal vero e fan¬≠no solamente cose orribili. Ecco ci√≤ che vostro figlio dovrebbe rispondere a quei signori. Il risultato √® tutto.

Giverny, 3 giugno 1905

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Quanto ai colori che adopero, √® molto interessante? Non credo, dato che si pu√≤ fare pi√Ļ luminoso e meglio con qualsiasi altra tavolozza. Il punto √® di sapersi servire dei colori, la cui scelta tutto sommato non √® che un fatto d’abitudine.

Insomma io mi servo di bianco d’argento, di giallo cadmio. di rosso acceso, rosso cupo, blu cobalto, verde smeraldo, ed √® tutto.

Giverny, 6 gennaio 1908

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Ho ricevuto la fotografia del quadro che vi viene offerto, quadro che non è mio, ma la cui firma falsa è imitata perfetta­mente. Voi dovreste semplicemente, e a mio nome, farlo sapere e distruggerlo.

Giverny, 20 marzo 1908

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruei

Voi siete assolutamente libero di comperare le mie tele che vi convengono e lasciarmi quelle che non capite (per adesso almeno).

Giverny, 22 giugno 1908

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Ho ricevuto i due quadri comperati da uno dei vostri clien­ti di Germania, e ve li rispedisco oggi stesso. Sono due spaven-tevoli croste, e vi assicuro che se non fosse per la preghiera che mi avete rivolto di non cancellare la firma e di renderveli tali e quali, io li avrei stracciati, come era nel mio diritto; e intendo che dopo il processo che deve intentare il vostro cliente e la punizione del falsario, i due quadri siano distrutti alla presenza di testimoni o che mi siano rimandati.

11  agosto  1908

Allo scrittore Gustave Geffroy

[…] Sapete che sono assorbito dal lavoro. Questi paesaggi d’acqua e di riflessi sono divenuti un’ossessione. √ą al di l√† delle mie forze di persona anziana, e voglio tuttavia arrivare a ren¬≠dere ci√≤ che sento vivamente. Ne sono distrutto […], ricomincio […] e spero che da tanto sforzo esca qualcosa.

Venezia, 7 dicembre 1908

Allo scrittore Gustave Geffroy

[…] Preso dal lavoro, non ho potuto scrivervi, lasciando a mia moglie la cura di darvi notizie. Essa ha dovuto dirvi del mio entusiasmo per Venezia. Ebbene, questo non ha fatto che crescere, allo stesso tempo di tutta questa luce inimitabile. Io me ne rattristo. √ą cos√¨ bello! Ma occorre farsi una ragione […]. Mi consolo al pensiero di ritornarvi l’anno prossimo, perch√© non ho potuto fare che qualche assaggio, qualche avvio di lavoro.

Ma che disgrazia non essere venuto qui quando ero pi√Ļ giovane! Quando avevo tutte le energie! Passo ugualmente mo¬≠menti deliziosi, dimenticando quasi di essere il vecchio che sono.

Giverny, 10 ottobre 1911

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

[…] Non ho bisogno di dirvi quanto sia triste la mia vita or¬≠inai e che duri momenti ho passato da quando vi ho visto. Comincio solamente adesso a riprendermi un po’ e penso di rimettermi al lavoro. Ecco l’inverno, e restare inattivo con queste giornate tristi mi sarebbe troppo penoso. Prima prover√≤ a terminare qualche tela di Venezia […].

Giverny,  10 maggio  1912

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Sono molto commosso della vostra lettera amichevole e sa¬≠rei molto felice di vedervi, sebbene dubito che voi mi persua¬≠diate a ritornare su una decisione che non ho preso alla leggera, e se da cos√¨ lungo tempo mi avete trovato scontento di ci√≤ che faccio, questo era il mio pensiero. E pi√Ļ che mai oggi, constato quanto il successo immeritato che ho ottenuto, sia fittizio. Spero sempre di arrivare al meglio, ma l’et√† e il dolore hanno esau¬≠rito le mie forze. So molto bene in anticipo che troverete le mie tele perfette. So che, esponendole, avranno grande successo, ma mi √® indifferente, poich√© io le considero brutte e ne sono certo.

7 giugno 1912

Allo scrittore Gustave Geffroy

[…] Grazie di tutto cuore dei vostri due begli articoli di cui – no fiero. No, non sono un grande pittore, grande poeta, io non so… So soltanto che faccio ci√≤ che penso per esprimere ci√≤ che provo davanti alla natura, e che pi√Ļ spesso, per arrivare a rendere ci√≤ che sento vivamente, dimentico del tutto le regole pi√Ļ elementari della pittura, se ne esistono qualche volta. Bravo, lascio bene apparire degli errori, per fissare le mie sensazio¬≠ni Ma non sar√† sempre cos√¨, ed √® ci√≤ che mi dispera.

Giverny, 29 giugno 1914

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Desidero sempre scrivervi per avere vostre notizie, ma, co¬≠me sapete, mi sono rimesso al lavoro. Quando mi ci metto, lo faccio seriamente, tanto che, alzato fin dalle 4 del mattino, sgobbo tutta la giornata, e venuta la sera sono talmente sfinito dalla stanchezza che ho dimenticato tutti i miei doveri, non badando che al lavoro che ho intrapreso. […]

Io sto bene, per quanto possibile; la mia vista va finalmente bene. Grazie al lavoro, grande consolazione, tutto va bene.

Giverny, 15 giugno 1918

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Qui va bene, le notizie sugli assenti [al fronte] sono buone; ma, ohim√®, che vita angosciosa viviamo tutti. Io continuo, e confesso di averne un po’ di vergogna, a lavorare, bench√© a vol¬≠te abbia desiderio di piantare tutto, e qualche volta arrivo a domandarmi che cosa farei se sopraggiungesse una nuova sor¬≠presa da parte del nemico. Credo che allora dovrei come tanti altri abbandonare tutto. Bisogna sperare tuttavia che siano state prese tutte le precauzioni per contenere il nemico e bisogna ar¬≠marsi di pazienza e di coraggio; mi sarebbe duro abbandonare tutto a questi sporchi crucchi.

Giverny, 22 novembre 1921

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

In riscontro alla vostra gentile lettera, vorrei potervi rispon¬≠dere secondo il vostro desiderio, ma mi √® impossibile per varie ragioni. La prima √® che, ora, essendo la donazione allo Stato della mia decorazione3 un fatto compiuto, che il locale sar√† pronto a primavera, non ho che giusto il tempo necessario per il completamento del lavoro. Insomma, non sono pronto per una mostra. Ho da rivedere dal vero la pi√Ļ parte di queste tele.

Giverny, 7 luglio 1922

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Rispondo subito alla vostra domanda. Lavoro moltissimo e vorrei dipingere tutto prima di non vedere del tutto, ma sono molto sfortunato col tempo, e questo mi impedisce di ricevere amici che sarei felice di vedere, ma che mi capiterebbero proprio quando il tempo mi sarebbe favorevole.

Giverny, 20 novembre 1923

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Lavoro sodo alle mie decorazioni [Ninfee] per essere pronto al tempo stabilito.

Giverny, 17 giugno 1925

Al mercante d’arte Paul Durand-Ruel

Tutte le mie scuse per avervi impedito di venire domenica scorsa. Ero nella tristezza e nello scoraggiamento.

1 In questa e nella lettera seguente Monet allude alla VII mostra degli impressionisti (marzo 1882, Rue Saint-Honoré 251; in catalogo, 35 opere).

2 Monet ha in corso una personale da Durand-Ruel (1-25 marzo, boule­vard de la Madeleine, 9; 56 opere).

3 Sono le dodici tele con Ninfee, lunghe circa quattro metri ciascuna, che nell’ottobre del 1920 Monet progettava di donare allo Stato perch√© venissero collocate in un padiglione da costruirsi nel giardino dell’Ho¬≠tel Biron (Mus√©e Rodin). Nell’aprile del 1921, in un incontro con Paul L√©on e Georges Salles, si stabiliscono le modalit√† della donazione e si decide di sistemare le tele all’Orangerie delle Tuileries. Nell’inverno, Monet lavora con un architetto alle modifiche dell’Orangerie.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart