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PITTURA: I MAESTRI: Scritti del Pontormo

28 agosto 2018

a cura di Luciano Berti
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1973]

Gli scritti del Pontormo si riducono alla lettera al Varchi del 1548, e al quaderno di Diario – annate 1554-56 — ambedue qui presentati, per il Diario limitandosi però a una antologia. La lettera era stata pubblicata, con le altre risposte all’inchiesta del Varchi, fin dal 1549 (ed. Torrentino, Firenze). Il Diario, che faceva parte dell’eredità dell’artista, passò poi in proprietà Strozzi, e con l’acquisto dei codici della Strozziana (1780) alla Biblioteca Magliabechiana, indi alla Biblioteca Nazionale di Firenze: si tratta di un quaderno di sedici carte, in buona calli­grafia e con talora schizzi a lato relativi all’affrescatura del coro di S. Lorenzo. Parte di esso era già stato ricopiato in un codicetto del Seicento, e pubblicato da Gaye; l’originale fu segnalato da Colasanti [1902], riportato nella monografia di Glapp [1916], e poi ritrascritto da Emilio Cecchi [1956].

La lettera costituisce l’intervento del Pontormo nella famo­sa discussione accademica promossa dal Varchi, su “quale sia più nobile, la Scultura o la Pittura “: risposero al quesito, oltre al nostro, il Vasari, il Bronzino, G. B. Del Tasso, F. Sangallo, il Tribolo, il Gellini, e infine lo stesso Michelangelo [Barocchi, Trattati d’arte del Cinquecento, I,1966]. Il Pontormo (che scrive senza la lima del letterato, ma bene e con vivacità) si dimostra molto oggettivo anche verso l’arte plastica, del campo rivale, e del resto riduce subito ambedue le arti alla radice comune es­senziale: “una cosa sola c’è che è nobile, che è el suo fonda­mento: e questo si è el disegno […] vedetelo che chiunche ha questo fa l’una e l’altra bene”. Il disegno, cioè quella ricerca ideativa e formale in cui il Pontormo tanto si arrovellava; una problematica però che, una volta risolta, una volta divenuta sal­do possesso qualitativo, gli appare dote primaria che rende secondari gli aspetti materiali e tecnici successivi, pur con tutte le loro diverse difficoltà. Molte e anche ardue quelle dello scul­tore, riconosce il Pontormo; ma in fondo fatiche più sane che i “fastidi di mente” del pittore, con quella sua ambizione di “imitare tutte le cose”, di “migliorare” e di “superare” addi­rittura la natura. Esponente di un tormentato intellettualismo, di una continua alchimia stilistica, il Pontormo risulta avver­tirne dunque anche il prezzo eccessivo (“troppo ardito”), e perfino la vanità; perché mentre la scultura è più durevole – come “panno fine” -, la pittura è come “panno acotonato dello inferno, che dura poco et è di manco spesa […], ma havendo ogni cosa haver fine, non sono eglino eterne a un modo”.

E qui, in questi elementari paragoni, ecco il Pontormo con la sua estrema sobrietà di vita; e in questo giungere inesorabile fino alla nullistica conclusione, ecco quella sua costante ango­scia della morte, che egli vede sovrastare, alla distanza, anche sui colossi marmorei. Le differenziazioni di materie e tecniche dunque si annullano, come al principio con il “disegno” (sostanza puramente intellettuale), così alla estrema fine. E restereb­be il problema di cosa sopravviva dell’arte tanto faticata, pro­blema però dinanzi a cui egli pare eccitarsi (“e’ ci sarà che dire in bondato”); ma subito si ferma con una chiusa familiare e scherzosa.

Del Diario (o per l’esattezza della parte del Diario che ci è pervenuta) il Cecchi — che lo commentò da par suo – scrisse che è “difficile immaginare documento più squallido”. Certo è qualcosa di estremamente essenziale, una nota puntigliosa di ciò che passava per l’apparato digerente del Pontormo, un regi­stro scarnissimo dei pezzi che andava affrescando in S. Loren­zo, un distendersi invece insistente sulle proprie sensazioni ipocondriache; dopodiché più raramente popolato da fantasmi umani, tra cui alcuni storici come il Bronzino, il Varchi, il Naldini allievo del Pontormo, il bonificatore Luca Martini, il dotto Borghini, il poeta Strozzi; altri a noi incogniti come Daniello, l’Alessandra, Attaviano. Tuttavia il Diario è stato forse letto in passato in chiave un po’ forzata, innocente com’è nella sua evidente ma non poi estrema sintomatologia nevroti­ca, agorafobia, anoressia, nosofobia. Ma non sempre il Pontor­mo è solitario, chiuso nella sua strana e malinconica casa, nella sua stanza quasi invisitabile ma divenuta famosa a Firenze; e al suo uscio sentiamo bussare inutilmente il Bronzino e gli amici. Non sempre li pianta improvvisamente, o addirittura li fa spazientire (“Bronzino mi voleva a desinare, e turbandosi mi disse: ‘e’ pare che voi vegnate a casa uno vostro nimico” e lasciòmi ire”).

Talora invece va anche a taverne, o a pranzo e cena con loro, si sente bene, gusta il cibo (“certi crespelli mirabili”), sta a guardare “le bagattelle”, ed è grato del loro forzarlo ogni tanto alla compagnia (“adì 26 tornando a casa a hore 24 fui sopragiunto da Ataviano, Daniello e l’Alezandra e altre donne, che venivano per me che io andassi a casa Bronzino: andarne e fecesi veghia insino a hore 12”). Si avverte poi come questo terribile solitario sia un uomo sensibile e accusi il dispiacere di qualche alterco (“e la sera feci quistione col fattore, e lui dise che io mi provedesi”). o si offenda quando si senta trascurato dal suo garzone e quasi figlio adottivo Naldini (“Battista si serrò in camera”; “come quello che non è meglio che gl’altri”); o senta il conforto dell’affezione costante del Bronzino.

Tutte quelle minute notazioni del cibo, del tempo e delle lune, dei minimi disturbi, risultano d’altronde in funzione non solo della nevrosi e di quella angoscia della morte di cui il Pon­tormo soffriva (farsi trovare dagli sbalzi di clima “disordinato d’exercitio, di panni o di coito o di superfluità di mangiare”, si ammonisce il Pontormo, “può in pochi giorni spaciarti”); ma anche di una volontà di sentirsi leggero alla tormentosa fatica dell’arte. Una fatica che richiede del resto quella solitudine: ” Domenica e lunedì cossi da me un poco di vitella che mi com­però Bastiano e stetti que’ duo dì in casa a disegnare, e cenai quelle 3 sere da me solo”. Privo assolutamente di vanità mon­dane (appena due volte e di sfuggita è citato il duca Cosimo che viene a S. Lorenzo, dove il Pontormo dipinge) e di compia­cimenti personali, sfornito di quadri affollati d’ambiente, di vivacita di racconto, e invece scarno, essenziale, sincero, questo Diario ha la facoltà, stranamente, di farci rivivere accanto a chi lo scrisse in quei giorni sulla metà del Cinquecento, sia pure isolati con lui in una severa solitudine. È un documento esistenziale di rara genuinità, una testimonianza storica precisa, antiretorica e antimitica, qualcosa di affatto non paludato ep­pure estremamente dignitoso; qualcosa che, dicendo infinita­mente meno dell’esterno, risulta però complementare — per chi voglia penetrare nel clima degli artisti del Cinquecento – alle grandi cronache fornite da un Cellini o da un Vasari.

Lettera al Varchi

Al molto Mag. e Honorando M. Benedetto Varchi suo Hosservandiss.

El diletto ch’io so che voi, mag. M. Benedetto, pigliate di qualche bella pittura o scultura e inoltre l’amore che voi agli huomini di dette professioni portate, mi fa credere ch’el sottilis-simo intelletto vostro si muova a ricercare le nobiltà e ragioni di ciascuna di queste due arti, disputa certo bella e difficilissima e ornamento proprio del vostro sì raro ingegno; et per esser ricerco con tanta benignità da una vostra de’ dì passati di dette ragioni, non sapere o poterò forse con parole o enchiostro espri­mere interamente le fatiche di chi opera; pure per qualche ragione e essempio semplicemente (senza conclusione non di manco) ve ne dirò quello che mi occorre.

La cosa in sé è tanto difficile che la non si può disputare e manco risolvere, perché una cosa sola c’è che è nobile, che è el suo fondamento: e questo si è el disegno, e tutte quante l’altre ragioni sono debole rispetto a questo (vedetelo che chiunche ha questo fa l’una e l’altra bene); et se tutte l’altre arguitioni sono debole e meschine rispetto a questo, come si può ella disputare con questo solo, se non lassare stare questo da parte, non havendo simile a sé, et produrre altre ragioni più debole senza fine o conclusione? Come dire una figura di scultura, fabricata ator­no e da tutte le bande tonda, e finita per tutto con scarpelli e altri strumenti faticosi, ritrovata in certi luoghi da non potere pensare in che modo si possa co’ ferri entrarvi o finirvi, essendo pietra o cosa dura, che a fatica alla tenera terra sare’ difficile, oltre alle difficultà d’un braccio in aria con qualche cosa in mano, difficile e sottile a condurla che non si rompa, oltre di questo non potere rimediare quando è levato un poco troppo: questo è ben vero — oltre a questo haverla accordato benissimo per un verso et poi per gli altri non ve l’ha a ritrovare, quando per mancamento di pietra in qualche lato, per la difficultà grande ch’è in accordare proportionate tutte le parte insieme a tondo, non potendo ben mai vedere come l’ha a stare, se non fatta che l’è, e se le non sono cose minime, e’ non v’à rimedio.

Ma e’ non arà fondamento di disegno che incorrerà in erro­ri o inavertenze troppo evidenti, che le cose minime si possono male fugire nell’una e nell’altra.

Ecci ancora e’ varii modi di fare, come di marmo, di bronzo e tante varie sorte di pietra, di stucho, di legno, di terra e molte altre cose, che in tutte bisogna gran praticha oltre alla fatica della persona che non è piccola; ma questa tiene l’uomo più sano e fagli megliore complessione, dove che el pittore è el con­trario, male disposto del corpo per le fatiche dell’arte, piutosto fastidi di mente che aumento di vita; troppo ardito e volente­roso di imitare tutte le cose che ha fatto la natura, co’ colori, perché le paino esse (e ancora migliorarle) per fare i sua lavori ricchi e pieni di cose varie, faccende dove accade, come dire, splendori, notte con fuochi e altri lumi simili, aria, nugoli, paesi lontani e dappresso, casamenti con tante varie osservanze di prospettiva, animali di tante sorti, di tanti vari colori e tante altre cose; che è possibile che in una storia che facci vi s’inter­venga ciò che fé’ mai la natura, oltre a come io dissi sopra, mi­gliorarle e co’ l’arte dare loro grazia e accomodarle e comporle dove le stanno meglio; oltre a questo è vari modi di lavorare, in fresco, a olio, a tempera, a colla, che in tutto bisogna gran prattica a maneggiare tanti vari colori, sapere conoscere i loro effetti, mesticati in tanti vari modi, chiari scuri, ombre e lumi, reflessi, e molte altre appartenenze infinite. Ma quello che io dissi troppo ardito che la importanza si è superare la natura in volere dare spirito a una figura e farla parere viva e farla in piano; che se almeno egli avesse considerato che, quando Dio creò l’huomo, lo fece di rilievo, come cosa più facile a farlo vivo, e’ non si harebbe preso uno soggetto sì artifitioso e piutosto miracoloso e divino.

Dico ancora, per gli essempi che se ne può dare, Michelagnolo non haver potuto mostrare la profondità del disegno e la grandezza dell’ingegno suo divino nelle stupende figure di rilievo fatte da lui, ma nelle miracolose opere di tante varie figure e atti begli e scorci di pittura sì; havendo questa sempre più amata come cosa più difficile e più atta allo ingegno suo sopranaturale, non già per questo ei non conosca la sua gran­dezza e eternità dependere da la scultura, cosa sì degna e sì eterna; ma di questa eternità ne partecipa più le cave de’ marmi di Carrara che la virtù dello artefice, perché è in migliore sog­getto, e questo soggetto cioè rilievo, appresso di gran maestri è cagione di grandissimi premi e molta fama e altre degnità in ricompenso di sì degna virtù; pensomi dunche che sia come del vestire che questa sia panno fine, perché dura più è di più spesa; e la pittura panno acotonato dello inferno, che dura poco et è di manco spesa, perché levato che gl’ha quello ricic­lino, non se ne tiene più conto, ma havendo ogni cosa haver fine, non sono eglino eterne a un modo, e ci sarei che dire un bon dato; ma habbiatemi per scusato che non mi dare’ el cuore fare scriver più a questa penna altro che la importanza di tutta questa lettera; il che è farvi noto che vi sono ossequente e a’ piaceri vostri paratissimo. Sommi aveduto che l’à ripreso vigore e non le basterebbe isto quaderno di fogli, non che tutto questo, perché l’è ora nella beva sua; ma io perché le non vi paressino cerimonie troppo stucchevoli per non vi infastidire non la inti­gnerò più nello inchiostro, pure che la mi serva così tanto che io noti i dì del mese che sono XVIII di febraio [1548]. Vostro Jacomo in casa.

18 febbraio 1548

 

 

Passi dal “Diario”

1554

adì 7 in domenica sera di genaio 1554 caddi e percossi la spalla e ‘1 braccio e stetti male e stetti a casa Br[onzin]o1 sei dì; poi me ne tornai a casa e stetti male insino a carnovale che fu adì 6 di febraio 1554.

adì 11 di marzo 1554 in domenica mattina desinai con Bronzino pollo e vitella e sentimi bene (vero è che venendo per me a casa io ero nel letto — era asai ben tardi e levandomi mi sentivo gonfiato e pieno — era asai bel dì), la sera cenai un poco di carne secha arosto che havevo sete e lunedì sera cenai uno cavolo e uno pesce d’uovo.

el martedì sera cenai una meza testa di cavretto e la mi­nestra.

el mercoledì sera l’altra meza fritta e del zibibo uno buon dato e 5 q[uattrin]i di pane e caperi in insalata.

giovedì sera una minestra di buono castrone e insalata di barbe.

giovedì mattina mi venne uno capogirlo che mi durò tucto dì e dapoi sono stato tuctavia maldisposto e del capo debole.

venerdì sera insalata di barbe e dua huova in pesce d’uovo.

sabato D[igiuno]. domenica sera che fu la sera dell’ulivo cenai uno poco di castrone lesso e mangiai uno poco d’insalata, e dovetti mangiare da tre quatrini di pane.

lunedì sera dopo cena mi sentii molto gagliardo e ben di­sposto: mangiai una insalata di lattuga, una minestrina di buo­no castrone e 4 q[uattrin]i di pane.

martedì sera mangiai una insalata di lattuga e uno pesce d’uovo.

mercoledì sancto sera 2 q[uattrin]i di mandorle e uno pesce d’uovo e noce e feci quella figura che è sopra la zucha.

giovedì sera una insalata di lattuga e del caviale e uno huovo; venne la D[uchessa] a Sancto Lo[renzo], el duca vene anco.

venerdì sera uno pesce d’uovo, della fava e uno poco di caviale e 4 q[uattrin]i di pane.

sabato sera mangiai dua huova.

domenica che fu la mattina di Pascua e la Donna andai a desinare con Bron[zino] e la sera cenavi.

lunedì sera mangiai una insalata che era di borana e uno mezo limone e 2 huova in pesce d’uovo.

martedì sera ero tucto affocato e mangiai uno pane di ramerino e uno p[esc]e d’uovo e una insalata e de” fichi sechi.

mercoledì D[igiuno].

giovedì sera uno pane di r[amerin]o, uno p[esc]e d’uno huovo e una insalata e 4 q[uattrin]i di pane in tucto.

venerdì sera insalata, minestra di pisegli e uno pesce d’uovo e 5 q[uattrin]i di pane.

sabato burro, insalata, zuchero e pesce d’uovo.

adì 1 d’aprile domenica desinai con Br[onzin]o e la sera non cenai.

lunedì sera cenai uno pane bollito col burro e uno pesce d’uovo e 2 on[ce] di torta.

martedì

mercoledì

giovedì

venerdì

sabato andai a la taverna: ‘nsalata e pesce d’uovi e cacio e sentimi bene. […]

adì 9 di g[i]ugno 1554 cominciò Marco Moro a murare el coro e turare in Sancto Lorenzo.

adì 18, la sera di sancto Luca, cominciai a dormire già col coltrone nuovo.

adì 19 d’ottobre mi sentivo male cioè infredato e dipoi non potevo riavere lo spurgho, e con gran fatica durò parecchie sere uscire di quella cosa soda della gola, come alle volte io ho hauto di state; non so s’è stato per essere durato un buon dato bellissimi tempi e mangiato tuttavia bene, e adì detto co­minciai a riguardarmi un poco e duròmi 3 dì 30 once di pane, cioè 10 once a pasto, cioè una volta el dì e con poco bere: e prima adì 16 di detto imbottai barili 6 di vino da Radda. […]

1555

genaio, marte[dì] che fu kalendi cenai con Bronz[in]o on[ce] 10 di pane.

mercole cenai on[ce] 14 di pane, arista, una insalata d’in­divia e cacio e fichi sechi.

giovedì cenai on[ce] 15 di pane.

venerdì on[ce] 14 di pane.

sabato non cenai.

domenica matina desinai e cenai con Bronz[in]o migl[i]aci e fegategli. el porco. […]

domenica desinai e cenai in casa Br[onzin]o, adì 13 di genaio 1555.

lunedì andai a San Miniato, cenai uno rochio di salsicia, on[ce] 10 di pane.

martedì uno lombo, indivia e una libra di pane, gelatina e fichi sechi e cacio.

adì 20 cenai in casa Daniello una gallina d’India, che v’era Attaviano che fu in domenica sera.

adì 27 genaio desinai e cenai in casa B[ronzin]o, e venevi dopo desinare l’Alesandra e stette insino a sera e poi se n’andò, e fu quella sera che B[ronzin]o e io venimo a casa a vedere el Petrarcha. cioè fianchi, stomachi ec. e pagai quello che s’era g[i]ucato.

adì 30 di genaio 1555 comincia[i] q[u]elle rene di quella figura che piagne quello bambino.

adì 31 feci quel poco del panno che la cigne, che fu cattivo tempo e emi doluto quei 2 dì lo stomaco e le budella — la Ima a fatto la prima quarta.

adì 2 di febraio in sabato sera e venerdì mangiai uno cavolo e tucta due quelle sere cenai on[ce] 16 di pane, e per non bavere patito fredo a lavorare non m’è forse doluto el corpo e lo stomaco — el tempo è molle e piovoso.

adì 1 di febraio feci dal panno in giù e adì 5 la finii, e adì 16 feci quelle gambe di quello bambino che l’è sotto, che fu in sabato; el venerdì cominciò a essere bel tempo e così el sabato detto è freddo e prima era durato a piovere tuctavia senza punto di fredo; e adì 21 che fu berlingaccio cenai con Bronzino la lepre e veddi le bagattelle e la sera di carnovale vi cenai. […]

adì 4 di marzo feci quel torso che è sotto a quella testa detta e levami una hora inanzi dì.

domenica fumo adì 10 detto: desinai con Br[onzin]o e la sera a hore 23 cenamo quello pesce grosso e parechi picholi fritti che spesi soldi 12, che v’era Attaviano; e la sera cominciò el tempo a guastarsi ch’era durato parecchi dì bello senza pio­vere.

e lunedì feci quello braccio di quella figura di testa che alza e lasciala insino quivi come monstra questo scizo.

martedì e mercoledì feci quel vechio e ‘l bracci[o] suo che sta così.

adì 15 di marzo cominciai quello braccio che tiene la coregia, che fu in venerdì, e la sera cenai uno pesce d’uovo, cacio, fichi e noce e on[ce] 11 di pane.

mercoledì adì 20 fornii el braccio di venerdì e lunedì; manzi havevo fatto quello busto e ‘1 martedì feci la testa di quello braccio che io dico, giovedì mattina mi levai a buon’ora e vidi sì mal tempo e vento e fredo che io non lavorai e mi stetti in casa, venerdì feci quello altro braccio che sta atraverso; e sa­bato un poco di campo azurro che fumo adì 23 e la sera cenai 11 on[ce] di pane, dua huova e spinaci.

lunedì adì 25 che fu la Donna desinai con Br[onzin]o e la sera cenai in casa mia uno pesce d’uovo.

martedì feci quella testa del putto che china e cenai on[ce] 10 di pane e ebi uno sonetto dal Varchi.

mercoledì feci quello resto del putto e ebi disagio a quello stare chinato tucto dì, di modo che mi dolse giovedì le rene; e venerdì oltre al dolermi ebi mala dispositione e non mi sentii bene e la sera non cenai e la mattina, che fumo adì 29 1555, feci la mano e mezo el braccio di quella figura grande, el ginochio con uno pezo di gamba dove e’ posa la mano, che fu el venerdì detto e la detta sera non cenai e stetti. D[igiuno] insin al sabato sera e mangiai 10 on[ce] di pane e dua huova e una insalata di fiori di borana.

[31] di marzo la domenica mattina desinai in casa Daniello pesce e castrone, e la sera non cenai, e lunedì mattina mi si smosse el corpo con dolore: levami e poi per essere fredo e vento ritornai nel leto e stettivi insino a hore 18, e in tucto dì poi non mi sentii bene; pure la sera cenai un poco di gota lessa con delle bietole e burro, e sto così senza sapere quello che a essere di me. penso che mi nocessi assai quello ritornare nel letto: pure ora che sono hore 4 mi pare stare asai bene.

adì 3 d’aprile feci quella gamba dal ginocchio in giù, con gran fatica di buio e di vento e d’intonico; e la sera cenai on[ce] 14 di pane, radichio e huova.

giovedì cenai on[ce] 10 di pane, dua huova afrettelate, radichio.

venerdì cominciai una hora inanzi dì quelle schiene che sono sotto a quella, cenai una libra di pane, sparagi e huova e fu uno bello dì.

sabato cenai.

domenica che fu l’ulivo desinai in casa Br[onzin]o certi crespelli mirabili. […]

sabato lavorai quel masso e venne el duca a Sancto Lorenzo cioè a l’uficio. la sera poi non cenai.

Pasqua domenica fu uno gran fredo e gran vento e aqua; desinai con Br[onzin]o on[ce] 6 di pane e la sera non cenai. […]

venerdì feci la testa con quel masso che l’è sotto, cenai on[ce] 9 di pane, uno pesce d’uovo e una insalata, e ho el capo che mi gira un buon dato.

sabato feci broncone e masso e la mano, e cenai on[ce] 10 di pane.

domenica cenai on[ce] 10 di pane, e stetti tucto el dì stracho, debole e fastidioso — fu bellissimo dì e fé la luna.

lunedì adì 22 d’aprile stetti bene – ogni male era ito via – mangiai on[ce] 8 di pane: non havevo più capogirli e non ero debole, e ho buona speranza. […]

mercoledì [8 maggio] morì el Tasso; e giovedì la finii e la sera andai a cena con Daniello: cavreto arosto e pesce. […]

sabato sera cenai con Piero pesce d’Arno, ricotta, huova e carciofi, e mangiai troppo e maxime della ricotta; e la mattina desinai con Br(onzin)o e la sera non cenai, che fu la ventura mia che havevo mangiato tropo. […]

13 martedì cominciai a fare quel torso che tiene el capo alongiù, così; cenai una insalata e uno pesce d’uovo; onjce] 10 di pane.

mercoledì ebi uno intonico sì faticoso che io non penso che gl[i] abia a far bene, che sono tucte le poppe come si vede la cornetti tura, e cenai huova e onfce] 10 di pane.

giovedì feci uno braccio.

venerdì l’altro braccio.

sabato quella coscia di quella figura che sta così. […]

martedì [25 giugno] si disfece el ponte, mercoledì si rimurò le buche; giovedì feci quel che va insino al co[…].

sabato fu san Piero.

domenica desinai con Daniello che fu uno gran caldo: eravi Bronz[in]o e la sera cenai con Piero.

giovedì adì 4 di lugl[i]o cominciai quella figura che sta così.

e la sera stetti a disagio aspettare la carne che Batista era zoppo, e è la prima vol[ta] che gl'[i] a ‘bergato fuora, e quando suo padre stava male non vi stava e questo è che gl’à hauto el letto da dormire dal Rotella.

venerdì – sabato feci insino a le gambe; la domenica desinai con Bronz[in]o.

adì 8 lunedì feci non so che lettere e cominciomi l’uscita,

martedì feci una coscia, crebemi l’uscita con dimolta colera sanguigna e biancha. mercoledì stetti pegio che forse 10 volte o più; che a ogni hora bisognava, talché io mi stetti in casa e cenai un poco di minestracela, el mio Batista andò di fuora la sera e sapeva che io mi sentivo male e non tornò, talché io la vo’ tenere a mente sempre.

giovedì feci quella altra gamba e delle indispositioni del corpo sto un poco megl[i]o che sono 4 volte; ho cenato in Sancto L[orenz]o e beuto un poco di greco, non che mi paia stare bene, perché ogni tre hore mi viene lo strugimento.

adì 12 venerdì sera cenai con Piero e credo sia passata l’uscita, cioè quei dolori. […]

adì 16 martedì cominciai quella figura e la sera cenai un poco di carnaccia, che mi fece poco pro, che Batista disse che io mi provedessi perché era stato gridato da’ Nocenti.

mercoledì mangiai dua huova nel tegame.

giovedì mattina cacai dua stronzoli non liquidi, e dentro n’usciva che se fussino lucignoli lunghi di bambagia, cioè grasso bianche; e asai bene cenai in San L[orenz]o un poco di lesso asai buono e finii la figura.

venerdì pesce e uno huovo.

sabato Batista è venuto per tucti e’ colori macinati e penegli e olio; e la sera cenai dua huova, pere e una mezetta di vino, uve e cacio. […]

30 martedì cominciai la figura.

mercoledì insino a la gamba.

adì primo d’agosto giovedì feci la gamba, e la sera cenai con Piero un paio di pipioni lessi.

venerdì feci el braccio che s’apogia.

sabato quella testa de la figura che l’è sotto che sta così.

domenica cenai in casa Daniello con Bron[zino] che fu alle polpette. […]

domenica mattina stetti, subito levato che io fui e vestito, ne l’orto che era fresco un buon dato, a vedere certi disegni che me mostrò Fuscellino; e patii fredo e non so perché mi si sdegnò lo stomaco, la sera cenai con Bro[nzin]o popone e uno pipione, e la matti[na] dipoi mi sentivo male e parevami aver la febre.

lunedì mattifna] havevo e febre e lo stomaco sdegnato; cenai che non mi piacque nulla: nel vino mangiai on[ce] 7 di pane, carne e poca, e poco bere, on[cia] una di mandor[le].

martedì sera una curatella, una pesca, on[ce] 12 di pane e o miglior gusto e cominciai la testa di quella figura che sta così.

mercoledì el braccio.

[1]5 giovedì.

venerdì el corpo.

sabato le cosce.

domenica

lunedì martedì cominciai quelle rene sotto alla testa.

mercoledì la finii. […]

lunedì [20 ottobre] martedì mercoledì giovedì venerdì la­vorai sotto a detta figura disegnata insino al cornicione, sabato ordinai el cartone che gli va a lato, cenai uno cavolo buono cotto di mia mano e la notte mi levai una scegia d’un dente e mangio un poco megl[i]o.

Domenica e lunedì cossi da me un poco di vitella che mi comperò Ba[stian]o e stetti que’ duo dì in casa a disegnare, e cenai quelle 3 sere da me solo. […]

adì 19 [novembre] lavorai que’ 2 testi di morti che sono sotto al culo di colei.

adì 20 si bollì el bucato.

adì 24 desinai con Br[onzin]o, che v’era la madre de la Maria che mi promise uno pane di ramerino bello. […]

domenica adì 22 [dicembre] desinai con Br[onzin]o; e prima adì 20, che fu el venerdì delle dig[i]une, cominciò el tempo a rischiarare con vento buono e aconciarsi, e è durato otto dì interi; e prima era stato un mese tuctavia o poco o asai ogni dì a piovere con certo ingrossamento d’usci e d’umido di mura quanto io mi ricordi è gran pezo, talché gl[i] à generato a questo bel tempo scese rovino[se] che presto amazano: di sorte che se ti trova disordinato d’exercitio, di panni o di coito o di superfluità di mangiare, può in pochi giorni spaciarti o farti male; però è da usare la prudentia, g[i]ugno, lugl[i]o e agosto e mezo settembre, de’ sudori temperati e sopra tucto al vento, quando hai fatto exercitio, hai havere cura e ancora del man­giare e bere, quando se’ caldo, dipoi ti prepara da mezo set­tembre in là allo autunno, che per essere e’ dì picoli, el tempo cominciare humido e l’umidità del bere superfluo che hai fatto nella state, ti bisogna con dig[i]uni e poco bere e lunghe vigilie e exercitio prepararti che e’ fredi del verno non ti nuochino, non ti trovando bene disposto; e non frequentare tropo la carne e maxime del porcho; e da mezo genaio in là non ne mangiare, perché è molto febricosa e cattiva; e vivi d’ogni cosa temperato, perché le sachate degl’omori e delle scese si scuoprano al febraio, al marzo e allo aprile, perché nel verno el fredo gli congela; e abi cura che alle volte, secondo chome achade nella luna essere uno fredo e poi subito inhumidire ogni cosa congelata, e di qui nasce scese molto rovinose o gociole o altri mali pericolosi, che tucto procede quando è que’ fredi mangiato e beuto super­fluo, perché el fredo te lo comporta e rapigl[i]a, ma subito al tempo dolcie e humido lo riscalda e ricresce e rigonfia; e però chome io dissi di sopra nel principio, quando se’ a questo modo carico, habi cura allo exercitio del rafreddare, perché uccide o subito o in pochi giorni; siché se hai humori superflui acquistati la vernata, tieni l’ordine che io dissi di sopra, e sopra tucto sta in cervello el marzo e maxime nella sua luna, 10 dì prima e 10 poi, cioè al cominciare della luna nuova di marzo e sia insino a passata la quinta decima, che tucte le lune che s’empiono sono nocive se uno è ripieno e importa riguardarsi prima. […]

ne l’anno 1555, per la luna che cominciò di marzo e durò insino al dì 21 d’aprile, in tucto quella luna naque infermità pestifere che amazorno dimolti huomini regolati e buoni e forse senza disordini, e a tucti si cavava sangue, credo che gl’avenissi che el fredo non fu di genaio e sfogossi in questa luna di marzo, che si sentiva uno fredo velenoso sordo combattere con l’aria rinfocolata da la stagione de’ giorni grandi, che era come sentire frigere el fuoco ne l’aqua, tal che io sono stato con gran paura, el vantagio è stare preparato innanzi che entri la luna di marzo, che la ti truovi sobrio di cibo, d’exercitio e con gran riguardo del sudare; e non si sbigottire che passata che l’è di pochi giorni, l’uomo non sa chome la si stia o donde si vengha, che di mal disposto subito l’uomo si sente bene; come interviene a me ogi, questo dì 22 d’aprile del primo giorno della luna nuova, sentirmi bene e per adreto mai essermi mai sentito bene, tucto dee procedere da uno certo fredo che non era anco­ra smaltito e havea durato insino adì 21; ma ogi, questo dì sopra detto, m’è fatto caldo e sentomi bene, perché el tempo ha forse la stagione sua. […]

adì 26 [dicembre] andammo a San Francesco e toniamo a desinare che v’era l’Alexandra con mona Lucretia e stemovi la sera e tornarne tucti a le 6 hore.

adì 27 andamo Br[onzin]o e io a Monte Oliveteo e stemo tucta mattina con Giovan Batista Strazi, tornarne tardi e io stetti insino a la sera digiuno e cenai in casa mia.

adì 28 andamo a col San Miniato e desinarne a l’oste e spen­derne s[oldi] 20 per uno – eravamo 5 – e la sera non cenai.

adì 29 domenica mattina andamo insino a San Domenico, tornamo tardi in modo che io non volli desinare e ‘ndugiai a la sera in casa Daniello. [.,.]

1556

giovedì sera cenai col priore de’ Nocenti, lui e io soli a gelatina e huova.

venerdì adì 10 [gennaio] a hore 24 uno carro mi strinse le ginochia rasente uno muriciuolo; e Ba[stian]o venne a casa per havere danari da Lattanzio.

sabato ebe [scudi] dua e portogli a’ frati per la pigione.

domenica piovve e fu gran vento e freddo tucto el dì e io cominciai a mangiare su da me uno pezo d’arista; e così mar­tedì vene a botega del Gello; mercoledì adì 15 sera, Bron[zino] venne a casa per me con Ottaviano perché io andassi a cena seco; e io da lo spetiale del capello lo lasai e non mi rivede. […]

la mattina da san Piero e la sera al tardi Br[onzin]o e Ataviano passorno – e fu aperto loro l’uscio dal fattore – senza fermarsi; solo disse – che di’ Jacopo —. poi in su le 2 hore Attaviano venne a pichiare, domandando di me, dicendo che l’Alesandra mi voleva — dice el fattore.

[a]dì 20 […J2 Ba[stian]o. lunedì piovve tucto el dì: scosse rovinose e gran tuoni e baleni e la sera cenai uno resto d’intin­telo e d’arista avanzata di giovedì, borana cotta, on[ce] 9 di pane e on[ce] 4 di pane di ramerino. […]

adì 26 tornando a casa a bore 24 fui soprag[i]unto da Ataviano, Daniello e l’Alezandra e altre donne, che venivano per me che io andassi a casa Br[onzin]o: andamo e fecesi veghia insino a hore 12. […]

lunedì sera in casa Daniello, che s’andò a vedere la comedia in via magio.

martedì fu uno gran fredo e nevicò la nocte e io cenai uno cavolo in casa mia.

mercoledì.

adì 20 giovedì feci quella testa che grida e cenai vitella e ‘nsino in 29 lasc[i]ai finito tucto insino in terra quel ch’è sotto 3. detta testa.

marzo adì 3 feci la testa di quella figura disegnata qui.

adì 4 di marzo feci uno pezo di torso insino a le pope e patii fredo e vento tale che la nocte io afiocai e l’altro dì poi non potei lavorare.

adì 6 feci tucto el torso.

adì 7 fornii le gambe.

adì 8 andai a vedere uno Hercole con el Rotella.

lunedì 9 feci una testa sortole.

martedì andai a vedere la tavola di Br[onzin]o cioè quello San Bartolomeo.

mercoledì una testa sottole.

giovedì levai le bullette che erano confitte lasù alto.

venerdì una testa sottole.

sabato 14 intonicai da me una testa; ebi della pigione lire 4: la sera andai a vedere quella testa di Sandrino che m’aperse l’Alesandra che se n’andò via, e in tal sera cenai con Piero che •.’era.

15 domenica fu pichiato da Br[onzin]o e poi el dì da Da­niello; non so quello che si volessino.

18 feci quello intonaco di macigno sotto a le finestre.

giovedì 19 riscontrai Daniello e Attaviano che mi volevano dare desinare e poi scontrai Br[onzin]o da San Lorenzo, che mandava la sua tavola a Pisa.

venerdì

sabato

domenica venne Br[onzin]o, Daniello e Ataviano a casa, e io comperai canne e salci per l’orto; e Br[onzin]o mi voleva a desinare, e turbandosi mi disse: – e’ pare che voi vegnate a casa uno vostro nimico — e lasciòmi ire.

e lunedì sera cenai in casa Daniello uno capretto di s[oldi] 34 molto buono che v’era Br[onzin]o, Sandrino e G[i]ulio e io, e in tal dì l’Alesandra si rupe el capo con certi embrici. […]

lunedì feci la testa di quel putto.

martedì feci in casa non so che.

adì primo d’aprile mercoledì feci questa altra coscia con tucta la gamba e ‘l pie.

giovedì sancto.

venerdì mi levai a buon’ora e feci quel torso di bambino.

giovedì feci le gambe — adì 9.

venerdì uno campo azurro e andai a cena con Piero.

sabato feci sotto a le finestre di verso la S[acrestia] vechia quella pietra intorno a quella figura che v’era; e mandai gli sparagi e non vi cenai a casa Piero.

domenica ebi uno berlingozo da mona Ugenia e andai a rena con Br[onzin]o.

lunedì lavorai quelgli docioni sotto a le finestre.

Pier Francesco, martedì mercoledì s’asettò el palco da poter lavorare. […]

domenica 21 [giugno] fui trovato da Br[onzin]o in Sancta Maria del Fiore, e promessi d’andare a desinare seco, che havevano poi a ire a vedere el toro, e la sera ero rimasto di cenarvi, e mandai per uno fiasco di vino a Piero che v’era l’Alessandra e tornamocene insieme; dispiaquemi un buon dato la cena tale che io stetti dig[i]uno insino a martedì sera, che bevi di quel trebiano ch’è di Vinegia e 2 huova, e avevo fatto amazare quello galletto che si gittò via.

[a]dì 24 mercoledì sera cenai con Daniello che v’era el Ma-rignolle e B[ronzin]o.

giovedì feci quelle 2 teste segnate di sopra e fu uno tempo e di piovere e di tuoni e di fredo straordinario.

venerdì si rimurò tucte quelle buche di sul coro di quella prima stor[ia].

sabato feci quelle dua braccia e non cenai. […]

lunedì feci q[u]ella teretta. martedì quell’altra teretta.

adì primo di lugl[i]o mercoledì, giovedì, venerdì, sabato la sera non cenai, disegnai.

5 domenica desinai con Br[onzin]o, che fu quella mattina che io lo trovai da Sancta Maria del Fiore, che era con Ata­viano e parlava con messer Lorenzo Pucci, che ero aviato com­perare la lattuga pratese, e la sera cenavi, che fu quando io mandai a Piero per el vino a s[oldi] 9. […]

adì 27 [agosto] detto portai el cartone del Sancto Lorenzo e apicossi da poter lavorare. […]

adì 26 [settembre] in sabato sera andamo alla taverna Atta­viano e Bronz[in]o e io: cenamo pesci e huova e vino vechio e tochò s[oldi] 17 per uno.

domenica desinai con Br[onzin]o e la sera vi cenai che v’era Attaviano.

lunedì in casa.

martedì che fu sancto Michele vi desinai e la sera vi cenai che c’era venuto Luca Martini, mercoledì a casa.

giovedì sera vi cenai che v’era el Varchi e messer Luca e la mattin[a] se n’andò a Pisa che fu in venerdì.

sabato piovve tucta nocte e mezo el dì e desinai zuche fritte con Br[onzin]o e recàne uno fi[a]scho di colore.

4 domenica andai a San Francesco e stetti tucto el dì. tornai e cenai uno lesso di castrone e ebi uno fiasco di vino vechio dal busino.

lunedì feci quel capo di quel bambino in capegli. cenai 2 ucellini.

martedì mi levai una hora inanzi dì e feci quel torso del putto che ha el calice; e la sera cenai castrone buono, ma io ho male alla gola cioè non posso sputare una cosa apicata che io sogl[i]o avere.

adì 11 domenica andai a Certosa e la sera cenai. […]

lunedì che fu la vi[gi]lia della Pasqua [si tratta, in realtà, del Natale] cenai in casa Bronz[in]o, e insino a la sera stetti e cenai seco una acegia; la seconda festa, la mattina e la sera, mangiai quivi; e la sera di sancto Giovanni cenai con Daniello bene di quegli farcigl[i]oni e on[ce] 8 di pane.

venerdì e sabato mangiai in casa on[ce] 30 di pane, huova, burro e altre cose.

domenica sera cenai porco arosto e on[ce] 16 di pane.

lunedì una insalata di borana e uno pesce d’uovo e on[ce] 13 di pane.

1Tra parentesi quadre sono indicate le risoluzioni delle abbrevia­zioni così come ogni altra interpolazione effettuata nel testo del Pontormo.

2 Lacuna nel testo.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart