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Pomilio, Mario

7 novembre 2007

Il quinto evangelio

“Il quinto evangelio”

Bompiani, pagg. 416. Euro 8,26

La permanenza, alla fine della Seconda guerra mondiale, dentro una canonica di Colonia, dove Peter Bergin, un ufficiale americano, era stato alloggiato per la sua conoscenza della lingua tedesca così da poter “occuparsi dei nostri rapporti coi tedeschi”, lo mette a contatto con un ambiente e soprattutto con una biblioteca affascinante, appartenuta a generazioni di preti, ed in particolare all’ultimo che pareva essersene andato da poco, tanto i segni della sua presenza permanevano in quelle due stanze antiche: ” il mio prete” lo chiamerà. Affronteremo un libro tosto, pieno di inquietudini, di domande, di riflessioni che già ci vengono compendiate nella lunga lettera con cui si avvia il romanzo, e che Peter, ora malato e vicino a morire (“la morte mi s’agglutina addosso”), spedisce al Segretario della Pontificia Commissione Biblica di Roma per rivelargli la sua scoperta e la sua avventura, che costituiranno, alla luce di una lunga serie di documenti che si distendono su molti secoli, l’oggetto di questa storia. Tutto ha inizio ed è ispirato dalle fitte annotazioni che questo prete, di cui non si sa se sia vivo o morto, ha lasciato su una raccolta di vangeli apocrifi stampata a Tubinga nel 1924 e tra le quali Peter trova vergate in tedesco le parole: “das fünfte Evangelium”, il quinto evangelio. La ricerca di questo sacerdote, che diventa anche la ricerca del protagonista, che ne resta “affascinato”, è legata, infatti, a una domanda: “Cos’altro ha potuto dire il Cristo che noi non conosciamo?”. Domanda che sta all’origine dei numerosi apocrifi che nel corso del tempo hanno cercato di fornire una risposta attraverso “quel Vangelo dei Vangeli soggiacente o nascosto, e da rintracciare – o addirittura inventare noi.” Il quinto vangelo, appunto. La fede, infatti, che tende a non essere mai appagata, denuda la sete di conoscenza che fibrilla dentro ciascuno di noi e che si protrae insoddisfatta in una miriade di frammenti destinati a riprodursi all’infinito, “moltiplicando le sue derive”. Dalle citazioni contenute nelle note redatte dal prete, Peter arriva a supporre perfino che egli abbia trovato il quinto evangelo e lo “tenesse lì accanto, a portata di mano, per consultarlo.” Esso consentirebbe di diradare alcuni dubbi della fede, ampliare la conoscenza, rispondere alle nostre inquietudini. È ciò che si propone di fare Pomilio, investigando sui temi che da sempre travagliano il cristianesimo mercé questa invenzione letteraria, fingendo ossia di aver fortunosamente trovato i materiali (trentatré frammenti) sui quali ha lavorato l’oscuro sacerdote, estratti da un quinto vangelo custodito in un “vecchio monastero” a Maulbronn vicino a Augusta, in Germania. Ma tracce dell’esistenza del quinto vangelo, le troverà in altri luoghi come a Verona in una piccola chiesa “in cotto bruno”, dove una lastra tombale ricorda che l’arcidiacono Pacifico, tra le sue opere degne di nota, aveva recensito “il famoso Quinto Evangelo” (mi domando quanto “Il nome della rosa” di Umberto Eco debba a questo avvio del romanzo di Pomilio, e quanto Pomilio debba alla leggenda del Santo Graal, non a caso ricordata in una lettera indirizzata a Bergin da un suo discepolo, Thomas Stearns, nella quale si suppone che il Santo Graal altro non sarebbe stato per i Crociati che il quinto vangelo). Di questa ricerca il nostro protagonista non si libera più, diventa una missione, meglio ancora: “una vocazione” (“il designato”). Di nuovo altre tracce lo inducono a dedicarcisi con tutte le sue forze. Rimpatriato in America, se ne riparte per venire in Europa: il quinto evangelo – gli scrive l’amico conosciuto a Verona, riportando la frase di uno scrittore del Settecento – è un testo “del quale dicono che si manifesta ogni volta che gli uomini ne hanno bisogno, ma che costoro potranno leggere solo allorché ne saranno degni”. E anche: “quando il quinto evangelo verrà ritrovato, nulla più potrà frapporsi tra l’uomo e Dio”. Così, nel protagonista si sta producendo una mutazione, e la sua avventura diventa esperienza religiosa segnata dal bisogno di Dio, tale da consumarlo fino alla morte: “come se fosse tornato da una lontananza o da una assenza”. È proprio nella lettera che apre il romanzo che si ritrova la sua chiave di lettura, ossia è “una delle costanti dell’anima cristiana, il suo continuo esitare tra una verità rivelata e l’attesa d’una verità che debba ancora manifestarsi”. Il periodare ampio, curato, preciso, di bell’ornamento quando ricostruisce documenti antichi (come le varie parti – ma è solo un esempio tra tanti – che compongono il manoscritto di Vivario, un paesino della Calabria dove fu rinvenuto in un monastero di cui “non restano se non muri sconnessi, qualche cella senza tetto e più in basso alcune tombe lungo un ispido declivio in vista d’un mare vuoto”), e mai invadente, ci trasporta a poco a poco all’interno di questa ossessiva e appassionante ricerca che ci fa viaggiare con la fantasia e la memoria nei misteri della coscienza e della fede che hanno attraversato la storia del cristianesimo. Grande seduzione, dunque, grande fascino, nonostante i temi ardui, impegnativi, che vengono affrontati, e sommamente espressi in quel difficile capitolo che porta il titolo: “Vita del cavalier Du Breuil”.

Il quinto evangelio non sarebbe altro che il primo vangelo scritto da Giovanni (“Protoevangelo di Giovanni”), andato smarrito, che conteneva fatti non narrati dai sinottici e omessi poi nella stesura del suo vangelo canonico che conosciamo. Oppure, sarebbe il primo vangelo di Matteo “composto in lingua ebraica”. Comunque, questo manoscritto introvabile sarebbe appartenuto al venerabile Cassiodoro nei primi secoli dopo Cristo, che lo aveva ricevuto in dono da un monaco greco, e un altro monaco greco di nome Atanasio comparirà nei primi anni del Mille con questo medesimo manoscritto. Ma si dice pure che un “Vangelo eterno”, portato a Roma da San Pietro, si trovi presso il Papa, “custodito in uno scrigno il quale s’apre con quattro chiavi.” E un misterioso vangelo provenzale compare nel Cinquecento nelle mani di un predicatore valdese, Giosuè Borgogno. O, nel Settecento, nelle mani del sacerdote Domenico De Lellis, e così via. Conterrebbe “la somma dei suoi insegnamenti durante i quaranta giorni successivi alla sua resurrezione (e dunque il meglio della sua sapienza)”. Non è solo curiosità l’afflato di questa ricerca, ma felice testimonianza del mistero della Parola, la quale “più la si penetra, tanto più si fa parlante, più ci appare manifesta, più procede a manifestarsi, sicché basta indefinitamente alla nostra sazietà e alla nostra fame.” È una Parola “senza compimento” e anche una sfida al mistero della conoscenza (“desiderio di conoscenza”), i cui meccanismi indecifrabili sono i perenni vivificatori della nostra vita. E accadrà infatti che gli stessi vangeli canonici non mancheranno di svelare continuamente a più d’uno dei nostri protagonisti nuovi significati e epifanie prima nascosti (“ridondanza stessa della nostra verità”), così che il quinto evangelo acquista il valore di una nuova parusia, ossia della manifestazione ultima e definitiva dell’indicibile mistero di Cristo e della divinità, non considerato a se stante, bensì strettamente correlato alla nostra altrettanto misteriosa e contrastata natura umana. Da Vivario a Bobbio, e comparso in altri luoghi e in occasione di altri avvenimenti, il quinto evangelo pare ora non solo introvabile ma irraggiungibile, sebbene lasci tracce evidenti di sé. Qualcuno riferisce di un quinto evangelo astratto, non contenuto in atti materiali, e più verosimilmente è “il vangelo che si sta scrivendo”, e anche “non cesserà d’essere scritto fino all’ultima salvazione” e le sue parole “svegliano il mondo anche se il mondo non le intende né sa che sono parole del vangelo che si sta scrivendo”. Altri gli attribuiscono un valore escatologico, ossia “scoperto il quinto vangelo nulla più si sarebbe frapposto tra l’uomo e Dio” e anche “sarà tutto dispiegato e ogni mistero sarà dissolto.” Si può anche sostenere, a questo punto, che il quinto evangelo – una sorta di universale speranza – sia il frutto immaginifico della nostra insufficienza e della nostra credulità. Pomilio ci trascina negli alti e bassi di questa ricerca, costruendo il romanzo dentro una ragnatela di documenti (lettere, cronache, verbali, codici, leggende spuntate in luoghi diversi e lontani e somiglianti nel contenuto) che percorrono avidamente i secoli, recando con sé l’impronta degli anni e il sapore della terra in cui germinarono. Il libro non poteva che avere una tale abile e opportuna struttura, che riesce a semplificare il cammino della nostra personale ricerca, ma lasciandoci immersi in un largo e profondo fiume che finisce per scorrere, dopo aver attraversato pianure luminose e buie foreste, dentro i sotterranei impervi e imprevedibili della nostra coscienza.

Un po’ alla maniera di quei Viandanti in Cristo, detti anche Apostolici o Minimi che, seguaci del monaco greco Atanasio, se ne vanno in giro per l’Italia in povertà, divulgando le parole del quinto evangelo e suscitando timore e stupore, e qualche volta scandalo, in chi li ascolta o li osserva o li indaga, come ad esempio papa Alessandro II (che fu, sia detto per inciso, amato arcivescovo della mia città di Lucca con il nome di Anselmo da Baggio, prima di salire al soglio pontificio), e risvegliando le molte contraddizioni che sono nascoste in noi: “chi ce ne parla come d’un demonio da perseguirsi e da bandirsi, e chi come d’uno spirito evangelico e quasi d’un santo.” In realtà, lo scuotimento che suscita nell’anima di un cristiano la riflessione sull’esistenza di un quinto e non eretico vangelo, tale che potrebbe essere stato anch’esso ispirato da Dio (altrimenti “non andremmo lontani dal dichiarare eretici i Vangeli stessi”), è la constatazione della inesauribilità di quelli conosciuti, al punto che ci si domanda “Ma che diamine c’è, insomma, nei Vangeli, che basta leggerli tradotti in modo appena un po’ diverso, o solo udirli pronunziare diversamente dall’usato, perché all’improvviso ci suonino sediziosi?” E questa domanda si traduce in un rinnovato, e addirittura perenne ammonimento a quella Chiesa (“Gesù non ci ha lasciato dei precetti da seguire, ma una vita da imitare”, parènesi che s’incontrerà, con qualche irrilevante variazione, altre volte nei documenti) che la stessa predicazione di San Francesco richiamava alla lezione di povertà e di maggior compenetrazione nella vita di Cristo. Il quinto evangelo, esistente o meno, ha questo di sconvolgente, e di “mitico”, che sollecita una nuova lettura dei Vangeli per scoprire infine “che sono una fonte di virtù antagoniste” e “conferma del paradosso dei Vangeli, che non sono intelligibili se non ai sentimenti”. Ne escono una religione, una professione di fede, un’anima cristiana, una coscienza, in continua incessante e dolorosa mutazione, mai appagate e fatalmente soggette alla inesorabile condanna di un anelito rivolto a una conoscenza senza approdo e senza fine, come infinito è Dio. Ed anche che lungo il faticoso cammino di questa conoscenza si possono percorrere gli stessi sentieri della Croce sofferta da Cristo, come accade a frate Michele, arso vivo a Firenze, pur trovato innocente dal proconsolo allo stesso modo che Ponzio Pilato non trovò alcuna colpa in Cristo, o al predicatore “dal capo biondo” Giosuè Borgogno, la cui vita viene fatta somigliare in molte vicende a quella di Gesù. Il quinto evangelo, dunque, è davvero il vangelo che ciascuno di noi può scrivere giorno per giorno (“le opere buone che compiamo sono il nuovo evangelo che si scrive”) non solo ad immagine e somiglianza della propria fede, ma nel riflesso della sofferenza e della donazione di Cristo? “Il Quinto Evangelio è lo Spirito che si cerca”. Il cavalier Du Breuil, che appare in uno dei documenti allegati da Bergin alla sua lettera diretta al segretario della Pontificia Commissione Biblica, è testimonianza, lui pure, di un percorso che, ricalcando nella propria umana avventura, sia pure in forme più tortuose, le orme di un San Francesco o di un manzoniano Fra Cristoforo o dell’Innominato, conduce verso un quinto evangelo che è ben più di un documento cartaceo da rintracciare, ossia è una vita da spendere ad imitazione del Figlio di Dio, quando i rischi dell’esistenza possono essere quelli di renderci “assai più sensibili all’infinita lontananza di Dio che all’infinita vicinanza del nostro Salvatore.”, e sperimentare così “la dura fatica della gioia”. Come altri che hanno incontrato frammenti (“reliquie”, “stille della Parola”) del quinto evangelo, pure Du Breil si sofferma sul messaggio contenuto in uno di questi, davvero rivoluzionario e fomentatore di discordie e sospetti di eresia, ovvero: “Padre, li ho salvati tutti”, ossia: “il Cristo evidentemente ha voluto salvarci tutti: altrimenti perché sarebbe venuto una sola volta?”, che è l’altro aspetto di questa leggenda che fa di un vangelo irreperibile, “improbabile” e “inesplorato”, una presenza costante dentro ciascuno di noi che voglia interrogarsi sui misteri della fede e i segreti, solo intuibili ma inenarrabili, della natura umana e del “piano di salvezza” che la riguarda, e cioè: “se dal momento in cui il Cristo ha indossato la nostra carne l’umana natura non sia tutta redimibile”.

Un romanzo costituito da tessere sapientemente e dottamente costruite, dunque, proprio come un riuscito e sorprendente “mosaico”, il cui filo conduttore resta, in realtà, quello che sembrerebbe il meno appariscente, e però sempre presente con identica forza ed intatta intensità, ossia la nostra inquieta coscienza di fronte al mistero della natura umana (“in tal modo farci godere il vero, non il finto volto dell’uomo”), più ancora che di fronte al mistero della fede e della divinità, pur vive e feconde, o della Chiesa secolare, così severamente giudicata nel documento che porta il titolo “La giustificazione”: “Cristo stesso è in perpetua agonia nella sua Chiesa”, nel quale compare una efficace descrizione della vita dissoluta e miserrima che si conduceva in quel tempo in una terra desolata e sperduta quale quella di Casal di Principe, esempio qui di ciò che accadeva in tutti i luoghi consimili e di ciò che avrebbe potuto compiere una vita spesa ad amarli e sollevarli (“ed essi stessi ne diventavano più caritatevoli e migliori”). Il capitolo intitolato “Risposta a una risposta”, a firma della discepola Anne Lee, diventa, a riguardo, significativo delle profonde ramificazioni che implica la leggenda del quinto vangelo, svelando gli ansiti e i deliri di una ricerca infinita che non deve essere letta come circoscritta alle sole questioni di fede o, per dirla con il libro, della “condizione del cristiano”  e, credenti o no (“pellegrini di sogni?), tutti come uomini ci coinvolge, giacché se Dio è “alla ricerca della propria identità”, come si trova scritto nella parte finale: “Il Quinto evangelista” (il testo teatrale, appunto), alla ricerca di una identità, correlata o meno a Dio, siamo chiamati anche noi esseri viventi, lungo un “itinerario di solitudine” che se per Cristo “incomincia dal cenacolo e dura fino al Golgota”, per l’essere umano lo impegna tutta la vita.

Non si possono chiudere queste note senza evidenziare un’altra qualità del romanzo, fondamentale per il suo essere strettamente congiunta alla storia narrata, e cioè la sapiente ricostruzione del linguaggio nei molti e differenti documenti che attraversano i secoli, per arrivare infine a quello dei nostri giorni esemplificato nel testo teatrale con cui ha termine l’opera, dove giganteggia la figura e “il tema” di Giuda: “è accaduto a spese mie, di quest’uomo qui”. È in forza di questa scelta linguistica, onerosa e difficile (numeroso è il materiale raccolto dall’autore prima di accingersi a stendere il romanzo), che l’avventura del quinto vangelo riesce a calarsi dentro di noi, (“nell’intimo delle coscienze”), in ogni tempo, caricandoci di una inquietudine e di un’aspirazione destinate a durare per sempre.


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10 Comments

  1. Comment by domenica guglielmino — 20 febbraio 2008 @ 10:39

    Iscritta all’ultimo anno della Facoltà di Scienze della Formazione, mi accingo a sostenere l’esame di letteratura;facente parte del programma appunto Mario Pomilio.Curiosa di altre informazioni al riguardo, rimango soddisfatta di quest’ultima lettura…e incrocio le dita per il mio esame.
    Distinti Saluti
    e buon lavoro

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 20 febbraio 2008 @ 11:52

    Allora, permettimi un “in bocca al lupo” con tutto il cuore.
    Grazie per la lettura, contento che ti sia stata in qualche modo utile.

  3. Comment by domenica guglielmino — 29 febbraio 2008 @ 10:12

    Esame, di Letteratura, superato con soddisfazione. grazie e buon lavoro.

    Domenica

  4. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 29 febbraio 2008 @ 10:17

    Oilà, congratulazioni vivissime!

  5. Comment by Simone Gambacorta — 2 giugno 2008 @ 16:10

    Fa piacere scoprire che un autore tanto importante come Pomilio abbia ricevuto una lettura così profonda e puntuale, e soprattutto riferita a uno dei suoi romanzi maggiori.

  6. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 2 giugno 2008 @ 16:58

    Grazie, Simone.

    Bart

  7. Comment by fernando montrasio — 11 gennaio 2010 @ 19:17

    Cit.: “… nel testo teatrale […] che, elaborato a se stante nel 1975, fu rivisto e introdotto nella edizione Oscar Mondadori del 1990… ”

    Vorrei precisare che ho letto (e ho ancora sugli scaffali della mia libreria) Il quinto evangelio nell’edizione del 1975, che già comprendeva il testo teatrale Il quinto evangelista come capitolo conclusivo. A quel che ne so, in anni successivi alla pubblicazione del romanzo Pomilio ha rielaborato e (forse) ampliato la pièce per la sua messa in scena a teatro, ma essa faceva parte integrante dell’opera fin dalla sua prima pubblicazione.

  8. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 11 gennaio 2010 @ 20:31

    @Fernando Montrasio

    Mi sono avvalso dell’edizione Bompiani 2000.
    In calce si trova una nota di Nicoletta Trotta, questa:

    “Per concludere questa prima ricognizione sugli autografi de II quinto evangelio, si segnala la presenza di vari materiali elaborativi (dattiloscritti e bozze di stampa corrette) che ci aiutano a rico­struire la storia della messinscena de II quinto evangelista, il capi­tolo in forma drammatica con cui si conclude il romanzo. Dopo una profonda revisione il testo fu messo in scena nel 1975 dal regi­sta Orazio Costa (questa versione fu poi stampata per le Edizioni Paoline, Milano 1986); esso fu poi dall’Autore ulteriormente riela­borato, sulla base della versione teatrale, in occasione della ristam­pa del romanzo negli Oscar Mondadori (1990). Per la presente edizione, si ripropone, del dramma, la versione originaria, riser­vandosi di fornire un apparato di varianti, relativo alle revisioni successive, in un’ulteriore e più specifica occasione.”

    Mi riferivo al fatto che il testo nel 1975, a pochi mesi dall’uscita del romanzo, fu “eleborato a se stante” con “una profonda revisione” per diventare un testo teatrale autonomo. Che fu ancora rivisto successivamente per l’edizione Mondadori.

    Comunque la sua precisazione è utile ad evitare un equivoco, ossia che non fosse presente all’uscita del romanzo. Cercherò di chiarire meglio il testo in quel punto.

    Grazie.

  9. Comment by fernando montrasio — 12 gennaio 2010 @ 23:28

    La ringrazio anche io per la sua risposta e mi scuso se sono sembrato petulante (come mi sono giudicato rileggendo il mio intervento a distanza di 24 ore), ma la questione non è comunque di importanza secondaria, se è vero che concerne, come si legge nella parte conclusiva del suo articolo, il tema di “quale dovrebbe essere la conclusione del romanzo” (il capitolo “Risposta a una risposta” o la pièce “Il quinto Evangelista”?). Su questo mi permetto di dissentire dalla sua tesi (se ben l’ho intesa), secondo cui il romanzo troverebbe la sua vera conclusione nella lettera di Anne Lee, e il testo teatrale sarebbe una sorta di appendice da esso staccata e sostanzialmente autonoma. Io penso invece che proprio la natura miscellanea e composita dei materiali raccolti nel romanzo (che vero e proprio romanzo non si può definire proprio per questa sua caratteristica) abbia la sua migliore e più necessaria conclusione nel dramma teatrale, che segna, col suo essere “azione” e non più “documento”, il passaggio del sentimento cristiano espresso dal libro dalla dimensione speculativa a quella militante. Si tratterebbe insomma della traduzione sul piano esistenziale delle dottrine illustrate nella raccolta delle testimonianze sul “quinto evangelio”.

  10. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 13 gennaio 2010 @ 13:07

    Credo che entrambe le interpretazioni possano essere accettate. Probabilmente nell’edizione originale il testo teatrale poteva apparire meglio integrato al romanzo, poi le modifiche profonde che hanno portato ad una stesura defintiva di quel testo teatrale, rappresentato in scena in modo autonomo, lo hanno reso più un’appendice, secondo me, che la parte finale del romanzo.

    In questa mia impressione, mi conforta anche la nota trovata su Wikipedia:
    “Il quinto evangelio è un romanzo scritto da Mario Pomilio e pubblicato, in prima edizione, nel febbraio 1975 per l’editore Rusconi di Milano. Parte integrante dell’opera è il testo teatrale Il quinto evangelista, pubblicato in coda al volume, quasi a formare un’appendice a sé stante.”

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Bart