Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

Ponis, Marilena

19 dicembre 2018

La cognata forestiera

La cognata forestiera

Marilena Ponis è nata a Uzzano (Pistoia) il 3 gennaio 1936; vive da molti anni a Lucca. Ha pubblicato il romanzo “I muri, le persone”, Cappelli, 1982. Nel 1986 ha vinto il Premio Il Ceppo con il racconto “La Podalirio”. Suoi racconti sono stati pubblicati in riviste come Rassegna Lucchese e Nuovi Argomenti. E’ presente nel volume a cura di Angela Scarparo, “Romanzi del cambiamento. Scrittrici dal 1950 al 1980”, Avagliano, 2014.

“La cognata forestiera”, di cui ci occuperemo, è una raccolta di racconti pubblicata da Vallecchi nel 1972.

Situazioni familiari e rapporti tra esseri umani sono i temi che si annunciano già sin dal primo racconto, “Dentro e fuori”. Luisa è sposata con Genio, proprietario di un caseificio, il quale la sera va al bar a trovare gli amici, lei sta in casa a badare alle faccende e ai due figli Lorenzo e Mafalda. Delusa, si trova ogni tanto a piangere.

La prosa, con quella punta di malinconia, sottolinea una condizione di sottomissione della donna, che ne viola la personalità e ne comprime la forza interiore. Si accentuano con ciò le speranze della giovinezza che vengono messe a confronto con la realtà delusiva e prostrante.

La Ponis vi si ribella e la sua è una denuncia. La esprime mostrando lo zizzagare dei pensieri della protagonista che, pur impegnata nel lavoro domestico, vola con la fantasia verso memorie lontane. Il matrimonio è stata una sconfitta. La sua è stata un’abnegazione. I sogni si sono infranti. Davvero questa è la vita? Davvero questo è il matrimonio?

La scrittura aspira ad un modernismo dinamico, che rifiuta l’indugio ed evidenzia la vitalità del pensiero. Sembra di ritrovare lo sperimentalismo di Antonio Pizzuto (“Si riparano bambole”, 1960). Anche quando essa sembra quietarsi, il suo ritmo svela l’intenzione innovativa che vi sottintende: “L’impasto morbido dei ravioli riempiva la bocca e scendeva giù caldo, appena sapido di noce moscata, e il grignolino traspariva rosso granato nel bicchiere, e i ragazzi mangiavano con lena, e Genio diceva come tener la poiana sulla cruccia, la forchetta a mezz’aria, gli occhi di Lorenzo lucenti, totalmente presi dalle parole e dal gesticolare della mano, loro e le cose sapute a circondarli, e tutto, tutto che si vestiva di un’unica veste, tutto semplice e perfetto, e lei, Luisa, così, silenziosa e leggera, ritrovata.”.

Nella sua prigionia, Luisa è una donna vulnerabile. Ha manchevolezze e sogni; paure e fremiti; incertezze e speranze. Difficile raggiungere l’equilibrio per conquistarsi una vita che ci avvicini alla felicità.

Nell’affrontare il secondo racconto (in tutto sono 11), “Un paese come tanti”, ci accorgiamo che il registro stilistico della Ponis ha più di una variante e che all’autrice piace mostrarci questa sua versatilità, anche se non mancano, nei nuclei centrali, rassomiglianze e afflati modernistici, che ricordano anche il Gruppo ‘63: “«Sola. Il mare e la punta di Portofino attraverso la spessa rete dei suoi capelli. Così per delle ore. Ferma la punta, appena dondolante dopo il lungo fissare. Riflessi rossi attraverso i capelli. Il mare su è giù, lento, a sbocciare sui sassi i suoi petali bianchi di schiuma.”; “Di corsa attraverso il prato, preceduta dalle farfalle rosse. Andata. Meglio così. Meglio sola. I maggiolini ti si muovono nella tasca e ti fanno venire i brividi. L’erba alta contro le gambe nude. Quando va sotto il sole ci si tende la rete e si aspetta la quaglia che arriva di pedina. E anche questo fa venire i brividi. E lo spazio, e la campagna vuota, e il silenzio del fiume, e le anguille che di notte si ammucchiano nell’ombrello.”; “Mila protesa, il braccio in avanti, la mano pronta ad afferrare. «Se vuoi venir su ti tengo il sacchetto». «Ecco, tieni!» Se ne andavano per il prato allacciate alla vita quando Mary sentì da lontano la voce di suo padre. Sorridente Mila in un ultimo volo di farfalle.”.

Mary (che ritroveremo in un altro racconto) è una bambina. Ha eretto intorno a sé pareti invisibili. Come è già successo con Luisa, anche qui troviamo espressa una forma di latente incomunicabilità prodotta dall’ordine sociale, che si manifesta soprattutto nella donna sin dall’adolescenza e che l’accompagnerà per tutta la vita. È un’angolazione cercata e voluta, frutto di una ispirazione forte, tesa all’analisi e al rimprovero per una indolenza sociale che non avverte il discrimine. Dobbiamo ricordare che questo libro uscì negli anni Settanta del secolo scorso, quando in Italia si era ridestata con forza la rivendicazione femminista per l’uguaglianza con l’uomo, e può rappresentarne, dunque, una voce.

Ciò che ci attira, però, è ancora la sua scrittura. Nei racconti, quando il fiume delle parole ha calma piatta su tutta la linea e scorre quietamente con una narrazione tradizionale, all’improvviso la superficie s’increspa e presto si formano le onde precipiti, che si susseguono ad un ritmo sfrenato. Come un’auto che ad un certo punto si scateni e si metta a rombare: “Cento mollette e i capelli arruffati. Lei dice che è colpa dei capelli. Vorrei baciare i tuoi capelli neri… Non ora, no. Posarlo in mezzo al tavolo, ora. In mezzo al tavolo è l’unico posto. Puzzo. La latrina su. Anche in bottega, sempre. Meglio aprire un tantino la porta di strada, ma no; lo sporto fa troppo rumore. Vorrei che Milia dormisse un po’. Piano, dunque. Sì, in mezzo al tavolo va bene. E adesso in ordine; tutto dietro la tenda.” (“Funerale di un angelo”). Come una nevrosi che all’improvviso esplode ed esce all’esterno in una matassa di pensieri che si rincorrono, e si ammucchiano uno sopra l’altro. Ciò accade soprattutto alla donna, a segno di una socialità che non l’ha messa a suo agio e le ha creato solo conflitti. Mi vengono in mente le donne ritratte da Alberto Moravia: sono tutte temperate, in pace con la loro personalità. Se hanno delle nevrosi, sanno nasconderle e forse superarle. La Ponis invece le espone nudamente, ne fa la radiografia affinché la loro frustrata condizione sia evidente e testimoniata. La scrittura diventa un termometro della febbre. Nello stesso racconto: “La vecchia. Pelle grinzosa e fiato puzzolente. Stimoli. Molti anni, troppi. Nessuno che lo dica, però. Nessuno che voglia finire in mezzo al tavolo. Exultabunt Domino ossa umiliata… Paura dell’ignoto. Non tu. Solo tre giorni; un angelo. Saranno diverse anche le campane. Dies illa, dies irae. E anche questo sarà diverso. Solo tre giorni. Io molti di più. Dies irae.”. Mi sovviene un racconto del lucchese Fabrizio Puccinelli (fra l’altro il suo romanzo “Il supplente” uscì lo stesso anno, 1972), “Fabulator qualis humanus”, pubblicato su “La fiera Letteraria” numero 52 del 1967.

Scrittura che a volte prende i tratti teatrali di una sceneggiatura. Sarebbe facile volgerla in azione teatrale o cinematografica. Poco più avanti: “Sospiro. Mani che si muovono sotto lo scialle. Ne escono. Mani ossute di vecchia.”; “Ripetuto assenso di Milia. Ostinato scuotere del capo in su e in giù per assestare il morso. Briglia troppo tesa.”. È, questo, un racconto straordinario, forse tra i più belli per l’invenzione stilistica. Naturalmente l’afflato femminista non viene mai meno e fa sempre capolino: “Piano… Riccardo e Luigina in mezzo al letto, Aldo giù. È un porco, te ne fa fare uno all’anno. E poi se non era un porco non ti metteva incinta prima di sposarti.” (ibidem). Muore un neonato e si appresta il funerale. E le protagoniste sono, ancora una volta, le donne.

Ma ciò che sta prendendo la primazia è la scrittura. I temi affiorano pungenti, ma l’attenzione del lettore è attratta dal nuovo ritmo, rastremato al massimo, che tiene desta la mente e la soggioga. Ci sono ripetizioni di frasi latine e di ritornelli di canzonette che la rendono perfino uno spartito musicale. È un racconto esemplare, come un’erma collocata su di un piedistallo scolpito da Giò Pomodoro.

Ma ora veniamo al racconto che dà il titolo alla raccolta: “La cognata forestiera”. Noris è una ragazza che studia in un collegio di suore. È arrivato il tempo delle vacanze e suo padre, che gestisce una panetteria, viene a prenderla. Noris ha quindici anni, sta crescendo e sa di essere un bella ragazza. Le dicono che somiglia all’attrice Merle Oberon. Indugia a mirarsi allo specchio, ogni volta che ne ha l’occasione. La scrittura è cambiata, prende il colore dei sentimenti che accompagnano questa crescita tutta femminile; vi si adatta e vi si modella: “A tempo di danza Noris passò da uno specchio all’altro.”; “Per la strada Noris si accorse che i giovanotti la guardavano. Era la prima volta. Pensò che era molto bello, ma non sapeva come fare. Camminava con i ginocchi uniti per via dei tacchi”. È la prima volta che li indossa e si sente impacciata sotto gli sguardi dei maschi. Torna in mente Moravia quando dipinge le sue giovani donne. La Ponis mette al centro del racconto il valore della femminilità, che si annuncia sempre con il pudore di una gioia trattenuta e di una verecondia ammiccante e contagiosa. Lo sguardo dell’autrice è attento a non perdersi questo dischiudersi della crisalide: “In quei due giorni non aveva fatto altro che studiarsi. Raccoglieva i capelli tra le mani e li tirava dietro la nuca, e li nascondeva, li allentava un po’, li lasciava ricadere. Gli occhi più grandi? Sì, forse. Anzi di certo. Effettivamente Maria Grazia aveva ragione; così i suoi occhi parevano molto più grandi.”. Maria Grazia è la cognata forestiera. Ha sposato suo fratello Piero, e ha un bambino ancora piccolo. È lei che dà consigli a Noris, e l’aiuta nello scoprire e accudire la sua femminilità. Di poco più grande di Noris, Maria Grazia le fa da esempio del futuro che l’attende: il matrimonio, la gravidanza i figli, il tradimento dei mariti, la sopportazione quando non li si ama più. Si passa tutte di lì, sembra volerle indicare. Le donne sono segnate sin dalla nascita. Rare le eccezioni. Solo se non si sposano possono ambire a una vita diversa.

La condizione femminile resta ancora nel mirino dell’autrice. Il suo intendimento è mostrarne le differenze e le barriere alzate dalla società e dalla stessa natura. Maria Grazia si sente prigioniera e incita Noris a ribellarsi al suo avvenire programmato, a rendersi libera. La sua dimostrazione è violenta e Noris ne è colpita. Del suo futuro l’autrice non ci dirà più niente.

Pierina è a servizio in una casa ed è sospettata dalla vecchia padrona di aver rubato dei soldi. È la protagonista de “Il bravo giovane”, e si sente angariata. Tornata a casa la mamma le annuncia che qualcuno l’ha chiesta in sposa. Pierina spera che sia il rappresentante di caramelle di cui si è invaghita, ma la madre le dice che non lo conosce. Resta, fremebonda, in attesa. Ecco un altro tema caro al femminismo: ribellarsi alle scelte altrui che vorrebbero ingabbiare la propria vita. Nella sua mente si è insediato il rappresentante di caramelle: “Una volta cercò di pensare al bravo giovane che forse l’avrebbe sposata. Cercò la sua voce, e fu di nuovo il viaggiatore di caramelle che le parlò, e le sorrise coi suoi bei denti bianchi, e le mise il braccio dietro alle spalle, ed essa vide i peli biondi intorno all’orologio fuori dal polsino azzurro della camicia e si sentì morire.”. Il promesso sposo viene in casa, è piccolo e bruno. A Pierina non piace molto, resta titubante, infine accetta di fidanzarsi con lui. Un giorno che la porta in giro in calesse, si appartano e le dice che vuole assicurarsi che sia vergine, e “il giovane le era addosso e cercava di farle qualcosa, e d’un tratto la mano di Pierina incontrò una forma sconosciuta e orribile. La mano si ritrasse repentinamente e Pierina si tirò su con forza e lo gettò indietro.”. Non si fidanzerà più e “rimase veramente sola.”.

Il narrare si è fatto quieto e il malessere che ne sprigiona trae la sua efficacia da questo nuovo ritmo che gli dà autorevolezza e pervicacia. La denuncia arriva a segno e il lettore si è ormai schierato dalla parte della donna e si sente partecipe del suo lamento. L’ispirazione e la sollecitazione dell’autrice sono pervasive.

Due sordomuti arrivano in un quartiere quali affittuari di una casa di due stanze. Lui fa il calzolaio e lei lo assiste. Dicono che sa fare il suo lavoro, è bravo, ma quando lei resta incinta mormorano: “Un altro disgraziato che viene al mondo”; “Le donne della corte si meravigliarono molto che il figlio dei sordomuti parlasse perfettamente.” (“Una coppia fuori dall’ordinario”).

Sono i nostri vizi. Sapremo mai correggerci?

Rosy, Luisa, Mary, la Battaglio, e altri protagonisti che incontreremo, punteggiano solitudini e disagio. Sono sfiorati appena da una luce ombrata che ne tratteggia i profili malinconici. La Ponis ci espone, come se fossero fughe musicali, i rapporti tra le persone e in specie quelle tra uomini e donne disorientati e attratti misteriosamente tra loro. Nel “Soggiorno obbligato” ritorna in un crescendo il ritmo che già abbiamo conosciuto in “Funerale di un angelo”. Questa volta sono raggi che si muovono ad illuminare volti e sentimenti che si annunciano rapidi come luci intermittenti che li estraggono dal buio, dove se ne stanno nascosti e solo in quell’istante si ravvivano e si manifestano. C’è in loro uno spasmo che, fino ad allora trattenuto, si rivela e si scioglie nel calore di un rapporto umano. Ma anche questa volta è la donna a soccombere, tradita dalla sua speranza e dalla sua generosità.

Nel racconto “La casa in Castelvecchio”, Mary (l’abbiamo già incontrata) è una ragazzina di quindici anni. A undici anni voleva già averne tredici per capire un po’ di più la vita, ma a tredici anni non era cambiato nulla, così sperava nei quindici, tuttavia anche questa volta tutto le sembra come prima. E invece no. Ecco che la sua amica Giuseppina, un po’ più svezzata di lei, comincia a svelarle le faccende dell’amore: che cosa è un bacio, l’importanza del seno, la omosessualità, gli accorgimenti per non avere figli, il parto e così via. Ne è sconcertata. Sono scoperte che le procurano fastidio e delusione. La sua femminilità si sente degradata a livello di un servizio da rendere all’uomo, al quale bisogna sacrificarsi. Nell’accompagnare la scoperta il linguaggio della scrittura si fa crudo: “Quando aveva le sue cose Giuseppina puzzava in maniera insopportabile.”. Sono scoperte tutte al negativo, le danno la nausea. Di solito, a mano a mano che si cresce si è contenti delle novità che veniamo a conoscere, le trasformiamo sempre in positivo fino a che non arrivano gli anni maturi in cui tali novità sono messe alla prova e costituiranno alla fine il bilancio della nostra vita. Invece con Mary avviene il contrario. È un prototipo di femminilità al contrario. Invece di esaltarsi, Mary si deprime. Non è contenta di come finora la donna è stata inserita nella vita sociale. Vi è un altro modo? Sembra questa la domanda.

Non ci sono donne felici in questa raccolta. Non lo è nemmeno la Nene di “Una vita spesa bene”, che è l’ultimo racconto. Che la sua sia una vita spesa bene, glielo dice il segretario locale della Democrazia Cristiana, per la quale Nenia vende il giornale “Il Popolo”. Ma è una donna che fa una vita di sacrificio, affitta le stanze ai maestri della scuola per tirare avanti e accudisce il porcile: “La Nene stese un nuovo strato di paglia e ancora abbracciò il porco. Il porco grufolava, sollevando col muso ciuffi di paglia, e la Nene gli batteva i fianchi con le mani aperte, piano.”.

Accanto alla figura femminile che domina la raccolta, c’è però un altro personaggio di rilievo e che non dice una parola, ed è l’ambiente rurale, descritto con sapienza tale che ne sentiamo gli odori e ne assaporiamo il fascino. Si sente che è un ambiente che l’autrice ama.


Letto 237 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart