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Ponsi, Angelo

8 novembre 2008

Angelino

“Angelino” (2001)

Di questo scrittore lucchese, che conduce vita ritirata a Camaiore, e che nella vita ha fatto l’industriale (l’azienda, fondata nel 1935, esiste ancora con sede a Viareggio, fabbrica rubinetti e articoli da bagno, ed è nota in Italia e all’estero per la qualità dei suoi prodotti), non si sa quasi nulla, se non che “Angelino”, edito da Pagliai Polistampa, è uscito nel 2001 in una collana di narrativa diretta da Enzo Siciliano e vanta la introduzione di Manlio Cancogni. Quanto basta a destare il mio interesse, allorché me ne parlò positivamente anche una collaboratrice della Rivista d’arte Parliamone, che dirigo: Mariapia Frigerio. Alcuni racconti di Ponsi sono stati pubblicati da “Paragone” e “Nuovi Argomenti”.
Sin dalle prime pagine ci si trova di fronte ad un testo che pare più una sceneggiatura che un lungo racconto. I dialoghi sono prevalenti e gli intermezzi sono resi con una scrittura rapida, essenziale. Non ci sono i segni caratteristici della scrittura versiliese diffusa da autori come Pea, Viani, Tobino, ma tuttavia l’impostazione strutturale ha una sua originalità tesa a rendere asciutta e forte la narrazione.
Angelino è un deluso dalla vita, verso cui rivolge la sua bruciante acidità. Anarchico, rifiuta ogni cosa, giacché l’esperienza gli ha fatto odiare il mondo. Il suo rapporto con la moglie Antonia è anch’esso pieno di livore. Dormono in letti separati: “La tua donnesca avarizia d’amore mi ha confinato qui su questa ottomana.”
Beve e si ubriaca, e quando è ubriaco è pure violento. Si propone di smettere: “Da una settimana beve soltanto acqua minerale. L’ultima che ha preso, credevamo che morisse.” Solo il rumore del mare, soprattutto quando lo raggiunge nelle sue notti angosciose, lo consola. Ad ogni fruscio “Risuscito. Muoio e risuscito, muoio e risuscito, dieci volte, cento volte.” La moglie lo considera “matto come un cavallo“. Si è messo in testa di avere la sifilide. Il fratello Emanuele, a cui la moglie confida la difficile situazione familiare, lo difende. Non è matto, anzi nel suo lavoro non ce n’è uno bravo come lui: “Io lo considero molto. Mi ha tirato su come un padre.”
Dunque, ecco che lo scontento, l’insoddisfazione per la propria vita (voleva fare il marinaio, come il padre, il nonno, il bisnonno e così via, e non c’è riuscito), producono in Angelino un disagio che, oltre che attanagliarlo in modo profondo, viscerale, lo isola dagli altri e distorce in loro la natura della sua personalità. Al punto che Antonia non si fa scrupolo di chiedere al fratello di Angelino di diventare il suo amante, e Emanuele accetta senza porsi alcun pregiudizio: “Che si aspetta, Antonia?” Saranno sorpresi da un amico, Alighiero, che entra in casa, avendo trovato la porta aperta. Questo Alighiero (personaggio dall’aria saccente, il cui radicale mutamento finale ci lascia un po’ perplessi) vuole aprire una società con Emanuele per la vendita di automobili. In realtà è un’operazione commerciale che danneggia Angelino, giacché Alighiero è restio a farlo entrare nell’affare, sebbene abbia bisogno del suo terreno e della sua casa per insediarvi l’attività. Nessuno ha fiducia in lui, dunque, considerato strambo, dalle mani bucate e ubriacone. Angelino sa perfino del tradimento di Antonia, ma non dice nulla. Sembra così adagiarsi sulla propria sofferenza, sadicamente sopportarla, in realtà ha una sua via di fuga, inconscia, ma efficace: la fantasia, che lo porta ad immaginare posti lontani, inesistenti, nei quali tutto è diverso e migliore. L’idea di un luogo fantasioso situato “nell’isola iperborea, ai confini coi ghiacci eterni.” lo insegue sin dai primi anni, quando ancora era un bambino. 
La realtà di oggi, al contrario, è sempre più sporca, infetta, malata, come sporca è la spiaggia di Viareggio e morenti i suoi pini. Ciò che osserva intorno a sé, così profondamente in contrasto con il suo sogno, si trasforma in lui in espressione di morte. Il degrado della cosiddetta società del benessere, dunque, sta distruggendo la vita di un uomo. Angelino, infatti, non riesce ad essere indifferente. Ne soffre, la sua mente vacilla; si arriva perfino a considerarlo pazzo giacché è convinto di essere malato di sifilide. Ma la sifilide che gli pare di avvertire in sé, altro non è che il virus che infetta la società, il quale è riuscito ad entrare anche lui per devastarlo. Arriva a convincersi che la causa di tutto il male presente nel mondo risiede in lui. Si è innestato un circolo vizioso, dunque, da cui sembra impossibile uscire.
Consenziente, viene ricoverato in ospedale per disintossicarsi dall’alcol. Graziano Farnesi, il medico amico, grosso e miope, lo prende in cura, anche lui però ha il vizio del bere, gli confessa; Celestino, silenzioso e assente, Nestore, un gigante muscoloso, sono i compagni di stanza coi quali vengono affrontate discussioni, anche politiche. L’importanza del Partito nella società, il Partito che viene prima di ogni altra cosa, anche della famiglia, sono concetti che Nestore ribadisce a Angelino, che non ha rinnovato la tessera; prima era un militante tra i migliori, capace di incantare la gente con il suo eloquio. Angelino trascorrerà anche una settimana in manicomio, lo sapremo quando si avvierà la terza parte del racconto e la scena tornerà ad aprirsi nella sua casa, dove si apprende che tutto è rimasto come prima, ossia Angelino non è cambiato. Dirà il fratello: “Angelino è nato per essere felice, poi qualcosa non ha funzionato e la sua vita è diventata una cosa inutile, insopportabile.” Pensa addirittura che la cosa migliore per lui sia di ucciderlo. Alighiero si lamenta con Antonia che anche l’attività che ha avviato con Emanuele, sebbene proceda con soddisfazione, non si è del tutto realizzata, non volendo Angelino, che già ha venduto loro il terreno, vendere anche la casa.
Intorno ad Angelino, dunque, sembra accrescersi lo sfacelo. Si ha l’impressione che davvero ne sia lui la causa. Ma proprio quando tutto è vicino a crollare, ecco che la figura di Angelino acquista una sua eterea leggerezza, quasi che la sua antica paura e la sua buia desolazione si stessero trasformando a poco a poco in una specie di estraneità conquistata con la sofferenza. Tutto sembra mutare. Emanuele, Antonia e Alighiero sono diventati ricchi. Il merito è di Antonia che si è rivelata una accorta imprenditrice, ma – vedremo più avanti – fin troppo ingorda, a tal punto che ne scaturirà una tragedia. Vendono elettrodomestici, anziché automobili. Angelino è stato vittima di un tentativo di omicidio ed è rimasto cieco. Con una lussuosa macchina americana ogni giorno, se è bel tempo, viene portato sul mare. Lui stesso ci dirà che deve alla sua disgrazia la propria liberazione dalle brutture del mondo. Alighiero lo invidia, trascorre molto tempo con lui, lo ascolta, prende appunti giacché ora lo considera un uomo saggio. Anche Emanuele, subito dopo la tragedia, correrà da lui per prendere consiglio. I ruoli si sono rovesciati, infine. Chi riteneva la vita cosa facile, ne è rimasto attanagliato e impaurito. Chi ne avvertiva il pericolo, è riuscito a salvarsi in tempo, pagando un prezzo molto alto. Questa ci sembra la lezione che l’autore impartisce a tutti noi. Peccato che il libro soffra di una ingenua filosofia  utopistica e moraleggiante che un poco lo appesantisce, soprattutto nell’ultima parte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart