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Prisco, Michele

7 novembre 2007

Gli ermellini neri

“Gli ermellini neri”

Bur, pagg. 280. Euro 7,75

I genitori del protagonista, Alvaro Surace, un mancato sacerdote, hanno contratto uno strano matrimonio, dopo essere stati entrambi esorcizzati; e un “certo modo di guardarsi quando non si sentono osservati” li ha sempre resi misteriosi perfino al figlio. L’intreccio della storia sta in un sordido fatto provocato dal protagonista e che forse si può spiegare solo risalendo a questo mistero che sempre ha circondato i genitori, che sarà poi svelato in una confidenza della madre. Di tutto ciò, ovviamente, non sappiamo ancora nulla, e Prisco sta giocando bene la sua carta di narratore, traendoci con suadente scrittura dentro una scatola cinese, che vogliamo cominciare ad aprire, pur ricevendo dal protagonista l’avviso che la sua “razionalità rifiuta l’idea che possa esistere una soglia oltre la quale quello che facciamo noi è stato fatto da chi ci ha preceduto”.

Scrittura classicheggiante, quella di Prisco, con ampio periodare che s’insinua e si sviluppa nell’ordito della storia, misurando il tempo a un lentezza propria di chi non ha fretta di concludere, ma fa, al contrario, dell’attesa una condizione privilegiata non solo della scrittura ma della stessa esistenza. Ho udito e letto su questo scrittore pareri discordanti, ma mi schiero decisamente dalla parte degli estimatori per il modo quieto che ha di riuscire a svolgere una matassa ampia che tiene racchiusa metaforicamente nella mano, e dipana con la sicurezza di chi sa già tutto della tessitura che ne deriverà e dallo stesso svolgimento sa estrarre e tramandare integro il piacere di un’arte antica. Ci sono qui due protagonisti principali. Il primo è l’autore del diario o “memoriale” sul quale si innesta l’altro protagonista, il narratore di questo rinvenimento, il quale si inserirà spesso con sue riflessioni ed iniziative. Apprendiamo così che Alvaro Surace ha redatto un diario giacché dovrà essere sottoposto ad un processo messo in moto da una denuncia anonima, e che il suo scopritore, rinvenuto il diario – sapremo molto più avanti come -, ce ne sta dando conto (un po’ giocando con noi al gatto e al topo), avvertendo che ha già percepito una sensazione forte che esso rappresenti “un alibi, come definirlo?, morale, un alibi psicologico” che lo scandaloso protagonista sta costruendo per se stesso. Il diario ha un tal fascino sul suo scopritore che questi decide di andare alla ricerca di una più ampia conoscenza dei fatti che vi stanno scritti. Rintraccia una delle sorelle, Benedetta, e si rende conto che, per una specie di transfert, sta entrando nella vita di Alvaro Surace, di cui si propone di sciogliere “il segreto della sua ambiguità”. Senza ancora svelarci ciò che accadde, ci avvicina al contatto di un percorso, di una strada, di una ricerca, di un “processo oscuro” “in virtù del quale un uomo può trasformarsi in una specie di mostro dall’aspetto d’angelo.” E ancora circuisce, accarezza il mistero, e con esso la nostra credulità: “non prevedevo mai, nonostante quello che già avessi appreso, d’imbattermi nel ritratto d’un individuo a tal punto torbido e perverso per ‘eccesso’ d’innocenza”. Vengono in mente personaggi stendhaliani, dal volto d’angelo e rosi dentro dal male. Ci domandiamo quale sia la colpa di costui, di questo sacerdote mancato che la sera, da ragazzo, usciva turbato, come il padre che l’accompagnava, dalle prediche accese e violente dei padri missionari. Prisco sta ricamando una ragnatela partendo dal punto più lontano dal centro e le sue linee sono echi e sussurri di premonizioni che ci avvolgono di già. Ma anche lampi che cadono a disegnare la seta della scrittura così da mostrarcela per guizzi e intuizioni. E ogni volta ci prende la smania di tessere noi il centro di quella tela con una conclusione tutta nostra che trascenda dal diario per lasciarle trovare nella nostra complicità la sua giustificazione. Un centro che ha le sembianze di un vuoto da riempire, o di un buco nero incolmabile. O di una sospensione come quella che avverte in seminario quando, in occasione della visita della sorella Brigida e del suo fidanzato Silvestro, corre a perdifiato per i campi: “ero giunto in una specie di valletta, ed il silenzio intorno era totale”. Il diario sta contaminando anche noi, che vorremmo diventare a nostra volta indagatori di questa storia. Come ci sono due narratori, così ci sono due fatti incastrati l’uno nell’altro: quello che coinvolge l’amico Sebastiano Caravate, dal “volto angelico”, novizio con lui in seminario, e l’altro che riguarda Alvaro Surace e di cui non sappiamo ancora niente, se non un generico: “quanto è accaduto di recente”. Per la verità nemmeno di Sebastiano Caravate e di ciò che di esecrando ha compiuto sappiamo nulla, se non anche qui un generico: “Sebastiano avrebbe mai compiuto ciò che fece”, e il procedimento narrativo procede da valle a monte con un diradamento delle oscurità atteso ma improvviso, come se volesse accendere in noi una serie di domande spontanee prima di conoscere la natura dei fatti, e poi ad esse farne seguire altre per un confronto evidentemente importante e forse rivelatore. Durante questo cammino, spunta, delineandosi con gradualità, il personaggio di Stella, e sarà anche lei, come già Benedetta, e poi Simone – il figlio di Stella – occasione di un’indagine che il narratore scopritore del diario deve aggiungere al quadro d’insieme degli indizi che sta raccogliendo per sciogliere i misteri della personalità del suo diarista, nella quale confluisce in qualche modo quella di tutti noi per “la presenza di un’altra realtà più fonda e misteriosa e piena d’indecifrabili rapporti, che si occulta sotto la superficie delle nostre giornate senza brividi: una realtà dove serpeggia quel male che tutti cerchiamo d’evitare o allontanare dal cerchio tranquillo delle nostre esistenze”. Non vengono in mente Poe e Hoffmann? Si tratta di una “iniziazione al male” di cui ogni uomo è portatore inconsapevole, e di cui Prisco vuol darci testimonianza: “Da quali tenebre, da quali ferite immedicate e immedicabili zampilla a un tratto il male, dentro di noi?”. Tutto nasce da un sentimento di malposta vanagloria (“lussuria spirituale”) in virtù della quale, come in Raskol’nikov, ad un uomo superiore tutto può essere consentito. E un bel po’ di Dostoevskij c’è in questo romanzo fortemente psicologico. Si sta scendendo nel cuore di Sebastiano Caravate, e per il suo tramite in quello di Alvaro Surace, al quale dirà: “tu sei della mia stoffa, l’ho capito subito”. E infatti uno degli scopi del diario è anche quello di capire e giustificare i misfatti compiuti da Sebastiano, così che anche i suoi potranno essere compresi e giustificati: “io finalmente l’ho capito, e lo giustifico perfino.” E: “devo per un’ultima volta ribadire il mio giudizio su quello ch’è avvenuto e riaffermare la mia piena innocenza”. Misfatti che finalmente conosciamo, e terribili. La natura non è mai estranea a questo evolversi ed intrecciarsi di anime, e spesso la scrittura si distende oltre i personaggi, “come in un non tempo”, e sarà il finale con quel: “È inverno, e i rami nudi sembrano bastoni, a certe ore del giorno si levano neri e minacciosi e incutono paura” a mostrarli assorbiti in un universale che tocca anche noi. Dirà, ancora sul finire, a proposito della tendenza al crimine, che questo atteggiamento è “ormai connaturato a moltissima gente, ai nostri giorni, e anch’esso origine del disordine in cui ci dibattiamo.” Non solo Sebastiano scende dentro l’anima di Alvaro, ma provoca l’esplosione di una materia in lui nascosta e tale da renderlo assai peggiore: “lo splendore sulfureo delle infinite incolpevoli deformazioni della natura umana”. Così lo stesso diario si rivela, forse, l’artificio di un criminale cinico e in assoluta malafede, immune da quel desiderio di espiazione che aveva, al contrario, pervaso l’amico. Stella ha un ruolo nella caduta di Alvaro. L’autore la sta avvicinando all’evento che ancora, pur intuendolo vagamente, resta sconosciuto. I due si incontrano allorché Alvaro, uscito dal seminario, cerca un’occupazione e l’ottiene – grazie all’interessamento di un sacerdote, don Sabatino – presso l’istituto, il “Centro”, la “Casa della Letizia”, “un modesto collegio privato per orfani disadattati”, dove lavora lo scopritore del diario, ma soprattutto lavora come economa e guardarobiera Stella, una vedova fino ad allora irreprensibile. È il momento in cui sullo sfondo, dopo il paesino di montagna, Roccacupa, dove Alvaro è cresciuto fino al momento di entrare in seminario, compare la città di Napoli, che tuttavia continua a non delinearsi più di tanto, lasciando ad un tema universale quale quello trattato in questa storia tutta l’ampiezza di una complessità multiforme che ha il suo topos nell’animo umano. Nel contatto tra Stella e Alvaro ci sono tutte le somiglianze stendhaliane a cui si è accennato in principio, e certo Prisco deve aver avvertito che il suo scandaglio procedeva ora in acque già sommamente esplorate, e tuttavia al lettore, come certo a lui, non viene meno il desiderio di ripercorrere il labirinto dei sentimenti che giacciono acciambellati come serpi dentro di noi, e poi, all’improvviso, quando uno quando l’altro, alzano il capo e si mostrano nella loro pericolosità e opulenza.

L’intreccio della storia sta per giungere al suo culmine. L’oscurità che ci pervade sta per distendere le sue ombre, i suoi chiaroscuri, e si avverte il sottile ricamo con cui l’autore ci ha sedotti, e anche si avverte il suo compiacimento, sussurrato qualche volta dalla rotondità della sua scrittura. I fatti ci stanno chiamando, ci avverte; si sta per conoscere ciò che è accaduto di così grave a questo personaggio misterioso, ma che dall’autore è stato già classificato come abietto e mostruoso, spinto a questa sua confessione affidata al memoriale “solo dall’ambizione, o dal compiacimento, del proprio esibizionismo”.

Stendhal, dunque, nei rapporti tra Stella e Alvaro, e Sebastiano molto vicino a Raskol’nikov, ma anche, come si è detto, Hoffmann e Poe nel momento in cui l’incontro di Alvaro con Sebastiano nel manicomio giudiziario mette a confronto due anime sprofondate negli abissi del male. Perfino il diavolo assume la consistenza del reale, allorché rivive nella sventurata sorella Palmina il dramma dei genitori patito al momento del loro matrimonio, che ha i tratti di una maledizione, di un sortilegio che desta in Alvaro il convincimento che quell’attitudine al male, intravista in lui da Sebastiano, costituisca infine la sua vera natura, “un bisogno di empietà”. E perfino “L’urlo” di Munch, ossia quell’orrido disperato e oscuro della nostra coscienza, si disegna ad un tratto davanti a noi nel vortice di crudeltà e disperazione che travolge il protagonista. Ma questo diario è davvero un alibi che Alvaro Surace si sta costruendo in vista del processo? La sua perversità e la sua attitudine al male possono essere, dunque, ancora più profonde e abiette? Il narratore che sta leggendo il memoriale ne è fermamente convinto, epperò lascia anche a noi la possibilità di riflettere e giudicare.


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Bart