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Prosperi, Carola

4 Maggio 2019

Il pianto di Lilian

Il pianto di Lilian, 1931

Compaiono i primi personaggi: Ginevra Balbi, ventisette anni, è la protagonista e la narratrice in prima persona, Domenica la sua cugina più anziana di lei, la mamma Sofia morta da due anni che fa la sua apparizione in un ritratto appeso alla parete, Amedea la domestica e Osvaldo il quarantenne patrigno il quale deve la sua fortuna al matrimonio con la ricca e intelligente Sofia, e che sta per sposarsi di nuovo con una vedova, Enza Lavini, che ha una figlia, Lilian.

La scrittura è scorrevole e si avvale della esperienza di scrittrice di successo dell’autrice. La quale non esita a introdurci il tema del romanzo: la condizione di una giovane zitella, Ginevra, che ad un tratto si trova a vivere nella sua casa con un patrigno, una matrigna e una sorellastra (“non è sua sorella vera”) più piccola di lei: “Rimango a far la zitellona di casa, nel cantuccio, o per lo meno molto in ombra, a guardare i trionfi della signora Enza Lavini e di sua figlia Lilian.”. E sarà proprio Lilian che comincerà a crescere nella storia che ci racconterà.

Quando Lilian compare, infatti, Ginevra ne è favorevolmente colpita. È graziosa e ha degli occhi bellissimi e dolci: “con le iridi di uno strano color azzurro violetto”. Ha tredici anni, ma “non dimostrava più di dieci anni.”. Dai vestiti e dalla valigia si capisce che viene da un ambiente povero. È stata rinchiusa nel collegio delle sorelle Orzoli: “la povera valigia che non chiudeva più, legata con uno spago un po’ grosso dalla signorina Orzoli maggiore: era davvero una sgangherata valigia, che parlava di miseria, di vagabondaggio e di disordine.”.

Ginevra è colpita dalla timidezza e dalla riservatezza della fanciulla, la quale vive con impaccio la sua nuova situazione. Nutre per lei da subito pietà e affetto: “Povera orfana anche te”. Quando, siccome è sera, vanno a dormire, Ginevra si offre di aprire la sgangherata valigia per estrarne la camicia da notte. Lilian “mi guardò spaventata: il suo viso era di fiamma.”, “si capiva che camicie da notte non ne aveva possedute mai.”.

Lilian è appena entrata in scena e già è nel cuore del lettore. Ginevra ha tutte le attenzioni per lei; le compra bei vestiti, le arreda una bella cameretta e quando si accorge che la fanciulla non le dimostra l’interesse che si aspettava, la rimprovera. Allora Lilian le getta le braccia al collo e le dice: “No, non me ne importa nulla della bella camera, né delle belle vesti, starei anche in una soffitta purché qualcuno, purché tu mi volessi bene!…”.

L’autrice sa come muovere i fili della sua storia, è un’ottima affabulatrice.

E della madre di Lilian, Enza (diminutivo di Vincenza), che ci dice? Sappiamo che è grassoccia e più bassa di Ginevra, ma non basta a farci capire del perché Osvaldo si sia innamorato di lei. Lo capiremo da queste parole di Ginevra: “Ella non era affatto una bellezza, ma nessun uomo la poteva avvicinare senza desiderarla. Tutto in lei parlava ai sensi: la morbidezza della persona, la bianchezza della pelle, la pigrizia dei movimenti, quei gesti di gattina remissiva…”. Sarà una presenza interessante nel romanzo. Enza bada più a curare la sua persona che la figlia.

Ginevra (“zitella tollerata”), nel pensare a Lilian, riflette che lei stessa non ha avuto la possibilità di affezionarsi a qualcuno, sempre considerata una personalità forte e indipendente, e avverte che questa volta si sente attratta dai teneri sentimenti e dalla fragilità di Lilian, sulla quale fa questa considerazione: “C’era sempre, in lei, qualcosa che soffriva, una dolcezza passiva di piccola povera che non osa impadronirsi di nulla, una rassegnazione implicita a tutto e come la persuasione profonda che la vita, quando è così bella, non può durare.”.

Con pochi tratti, l’autrice ci ha fatto entrare nell’anima di Lilian, sia pure attraverso gli occhi attenti e amorevoli di Ginevra. Il passato indubbiamente pesa su di lei: “Lilian era intelligente, docile, ma mancava d’amor proprio, d’ambizione, di slancio, d’entusiasmo; apatica, insomma, assente, lontana.”. Ha il suo mondo, dunque, nel quale si è chiusa e non vuole, al momento, uscirne. Capiamo così che il romanzo aspira, tanto per Ginevra quanto per Lilian, ad una liberazione e a un volo verso la vita nuova, forse impossibili.

Il primo marito di Enza proviene dalla famiglia Deconti che, quando fa la sua comparsa nella storia, si rivela fredda nei suoi confronti per essersi sposata di nuovo e, di conseguenza, si rivela distaccata anche nei riguardi di Lilian. Solo lo zio Alessandro, un medico che ha interrotto la sua professione già prima della guerra, mostra un misurato affetto sia nei riguardi della nipote ora quindicenne (“diventata alta, leggiadra di forme”) che di Ginevra, verso la quale marca una particolare attenzione. Ginevra, che considera Alessandro (“alto, magro”) troppo vecchio, ne è comunque lusingata.

Dunque, quelle di Lilian e di Ginevra sono due vite che stanno mutando e schiudendosi? Dice di sé Ginevra: “La mia gioventù aveva stagnato fino allora come una gora morta, un’acqua dormente ma pura; ora aveva come la rivelazione che ognuno porta in sé un mistero d’amore che è poi il mistero della vita.”.

Il romanticismo presente nell’opera non è mai chiassoso, eccessivo; invece si arricchisce di riflessioni intime che riescono a rivelarci la natura dei personaggi. Vengono in mente le sorelle Brontë. Di fronte alla scoperta dell’amore da parte di Ginevra, Lilian le appare improvvisamente più matura e riflessiva di lei: “I suoi grandi occhi sembravano dirmi che la vita non era più una strada diritta e piana, fiancheggiata da alberi allineati in ordine, ma una foresta paurosa e segreta, piena di ombre ardenti e di profumi avvelenati.”. Lo scoprirà presto Ginevra, allorché Alessandro le dichiarerà spento il suo amore. Può finire così l’amore? si domanda Ginevra. E Alessandro: “Può. Può. Soprattutto quando si è vecchi come me…”. Poco più avanti: “io sono vecchio, sono come un albero morto che non può più dare fiori né frutti.”.

Sono messe a confronto, perciò, una vita (quella di Lilian) che si sforza (ma, vedremo, inutilmente) di nutrire ancora una speranza e un’altra vita (quella di Ginevra) che, fino a quel momento, se ne è privata e vorrebbe rimediare. Per Ginevra, infatti, inizia un nuovo percorso sentimentale: di fronte all’impeto amoroso che ancora la pervade (“una nascosta quanto tenace speranza era nel mio cuore nonostante i gemiti e le lacrime”), la sua solita esistenza, fatta di servizio e di attenzione per gli altri, le sembra insignificante e indecorosa. Così si serve di Lilian. In quel momento, Lilian non è più lo scopo del suo affetto, ma un mezzo per soddisfare il suo furioso egoismo: “tormentare Lilian, perché trovasse il modo di andare più del solito dalla nonna.”, dove ogni volta, poiché l’accompagnava, Lilian poteva incontrare Alessandro. Lilian diviene il capro espiatorio della situazione, subisce malumori e angherie da parte di Ginevra, che arriva a tentare il suicidio per amore, ghermita da una specie di follia. Crede di destare l’attenzione di Alessandro, ma questi, visitato da Domenica (la cugina di Ginevra) per saggiarne la reazione, le confesserà: “I sopravvissuti al suicidio mi fanno un’impressione così sgradevole, così penosa, così lugubre, che preferisco non vederli più, neanche quando sono stati i miei migliori amici. Mi sembrano creature misteriose, che so? Quasi sinistre, come se fosse rimasto loro addosso qualcosa di sepolcrale.”. Per Ginevra è la fine di ogni speranza.

L’autrice, ancora una volta, si è dimostrata abile. Ha elevato al parossismo la situazione tra i due personaggi spingendo il lettore a domandarsi come Lilian possa entrare nel turbinio e nella crudeltà di tali sentimenti. Ci lascia intendere qualcosa la stessa Ginevra: “C’era come una grande, una enorme distanza adesso tra me e lei, qualcosa come un abisso. Ella s’era ritirata completamente in sé con una riservatezza quasi selvatica.”. Da una parte, dunque, un’esplosione dettata da un disperato amore, che si chiude miseramente, e dall’altra un tentativo, quello di Lilian, di scomparire, a fronte dell’esperienza di Ginevra, di fuggire dalla realtà, dopo aver cercato di librarsi verso di essa, da cui ora si ritrae spaventata, avendo intuito che il mito dell’amore può produrre guasti e risentimenti molto profondi.

Dirà Ginevra: “Ero sempre sola, perché Lilian mi sfuggiva.”.

Ma anche Lilian procede a tentoni nel buio; si lascia andare, si abbandona ad altre amicizie quasi come un modo disperato di fuggire un’atmosfera che più non le giova.

Pure Alessandro, l’uomo che ha causato un così cocente tormento a Ginevra, è un fuggitivo, pauroso della vita: “Per vivere calmo io devo vivere solo, nella più tetra solitudine che ci sia; in tal modo soltanto posso risparmiare a me e agli altri il male e l’ingiustizia che sono sempre la conseguenza delle passioni.”.

Il quadro d’insieme che si sviluppa con l’analisi dei tre personaggi maggiori, Ginevra, Lilian e Alessandro, è doloroso ed inquietante. Ne risulta una pavidità spregiativa d’ogni relazione, capace quest’ultima di arrecare solo sofferenza e delusione. Enza (la madre di Lilian) è un filo doloroso che si lega a Lilian e a Alessandro. Il defunto marito, Umberto – fratello di Alessandro – l’ha sposata infatti dopo aver lasciato la fidanzata Raffaella, sedotto dalle sue lusinghe. Solo dopo il matrimonio, aveva appreso, però, che Enza manteneva una relazione con un ufficiale e perciò aveva cominciato a nutrire dubbi circa la sua paternità nei confronti di Lilian. L’amore per la figlia è, di conseguenza, incrinato e subisce delle alternanze. La piccola ne risente. Ripetuti i suoi pianti, ogni volta che udiva i genitori litigare. Finché il padre non resiste più al suo tormento e si uccide. I Deconti non dimenticano. Soprattutto cercano nei tratti fisici di Lilian un riscontro delle fattezze di Umberto, in modo da cancellare ogni dubbio, ma non ne trovano: “Più il tempo passava, più ella diventava diversa da tutti noi, e ora meno che mai ci assomiglia.”. È Alessandro che racconta a Ginevra, con nel cuore l’amarezza per la sorte subita dal fratello: “Nulla: io sono persuaso che ella non è figlia di mio fratello, profondamente persuaso…”.

Lilian torna al centro del romanzo come personaggio non amato né dalla frivola madre né dalla famiglia di Umberto. Un personaggio, ossia, a cui è negato l’amore. Diventa una figura tragica, condannata a vivere in un mondo che non sente suo: “Ora Lilian aveva delle amiche nuove che la sviavano completamente dalle occupazioni casalinghe, era sempre fuori.”. È “fredda, apatica, indifferente a tutto.”; “ella sembrava vivere una vita a parte, benché questa vita fosse completamente priva di senso.”. In realtà Lilian e Ginevra si trovano ora a intraprendere un percorso parallelo, spregiativo del mondo: è Ginevra che riflette: “Mi sentivo inutile a tutti, non trovavo più in me una scintilla d’amore, un istinto di sacrificio. Mi sentivo pungente, ostile al mondo intero, ma soprattutto a coloro coi quali vivevo.”.

L’autrice rimarca questo parallelismo e a mano a mano che si procede nella lettura esso si rafforzerà. Ad un certo punto leggeremo l’invocazione di Ginevra: “Perché non potevamo stringerci l’una all’altra, come sorelle, e sorreggere a vicenda le nostre debolezze?…”.

E ancora: è Ginevra a ridestare nel patrigno Osvaldo la gelosia per il passato disinvolto di Enza e questa gelosia si riversa negativamente sulla povera Lilian. Ginevra osserva Osvaldo e ne trae l’impressione “che se non ci fosse più stata Lilian egli ne avrebbe avuto un sollievo, come se lei rappresentasse per tutti, non solo per i Deconti, ma anche per Osvaldo, tutto quello che di misterioso, d’illecito e di segreto c’era nella condotta passata della donna.”.

Vi sono, dunque, sottili scariche che agiscono sui personaggi che partono tanto da Ginevra quanto da Lilian con la sola differenza che ora Ginevra ne è la corrente attiva e l’altra quella passiva di “Vittima offerta in sacrificio.”.

Un tema che viene sfiorato è quello della verità. Essa non è mai univoca, e questa sua molteplice natura genera i drammi della vita. Si veda il personaggio di Enza. Quando racconta la sua vita e i suoi rapporti con il marito defunto, Umberto, noi le crediamo allo stesso modo che abbiamo creduto alle maligne considerazioni fatte sul suo conto soprattutto da Alessandro. Enza è davvero un personaggio negativo del romanzo? Il lettore ora se lo domanda con curiosità, ed è tentato di rimescolare le carte.

Una vacanza per ragioni di salute in un piccolo paese di montagna, ospite della nonna della sua amica Fedora, sembra far rinascere Lilian e metterla in contatto con la vita. Si riapre per lei la speranza. Ginevra va a trovarla e si avvede del felice mutamento: “Un’ardente volontà di guarire, di diventare più forte era in lei, nel suo sguardo fisso, diverso da quello di un tempo, quasi duro.”; “Si era pettinata, aveva le labbra ravvivate dal rossetto, gli occhi leggermente tinti; a tutta prima apparve bellissima e provocante; non riconoscevo davvero più l’antica Lilian.”. La quale quando nel paesino va a ballare al Circolo, tre volte la settimana, fa coppia (“ballavano quasi sempre insieme”) con Pio, lo zio di Fedora, più grande di lei e “di una bellezza sorprendente”. Ma quel truccarsi e rendersi bella agli occhi del mondo preoccupa Ginevra, non le pare una qualità della Lilian che ha conosciuto: “E poi quel povero viso imbellettato!… Il rosso delle labbra le aveva macchiato il cuscino, il nero degli occhi spiccava sul pallore del viso… Mi pareva che avrei provato un vero piacere a nettare quel viso che avevo conosciuto così puro e a renderlo simile a quello di una volta.”. Se ne ricava un’impressione sgradevole, come se in Lilian avvenisse, ma suo malgrado, una consunzione e una corruzione provocate da un dramma che lacera la sua personalità e non l’abbandona mai. Quando è con le sue amiche, Ginevra la osserva: “Però io sentivo che, appena Lilian scompariva, esse ridevano di lei tra di loro e la giudicavano senza pietà.”. Che cosa succede? Forse ridono di lei perché si è innamorata di Pio? Il contatto con l’amore brucia le ali della sua giovinezza, dopo averla esaltata? Non si è accorta che è lo stesso amore che aveva avvilito Ginevra?: “Lilian raggiava; in quei momenti di trionfo, tutte le fanciulle si fanno generalmente più belle, ma lei diventava d’una vaporosità ardente che faceva pensare a una fiamma delicata e non si poteva guardare.”. Lilian arriva a provare gelosia nei confronti della sua amica Nina, piccola e brutta, che era stata fidanzata di Pio: “Nel suo viso bianco e brillante, c’era qualcosa di demoniaco; ella aveva un’espressione che non le avevo mai visto, di gioia, di trionfo selvaggio.”.

Per un momento, con la figura di Nina, ritorna il fantasma di Raffaella, la prima fidanzata di Umberto, il padre di Lilian. E con essa il ricordo in Lilian della sua fanciullezza tribolata, e del papà (“chiamiamolo così”) che alternava affetto e rancore nei suoi confronti: “Se io avessi portato addosso un minimo segno di rassomiglianza con lui, sarebbe forse stato felice e mi avrebbe adorata.”. Eccolo dunque il dramma che perseguita l’anima di Lilian: quella sua nascita insicura, quella sua paternità incerta. Eccola, dunque, la radice di quel suo pianto verso la vita: “non ero che un problema d’odio, un dubbio vivente e spesso un oggetto d’avversione.”.

Lilian odia l’ambiente da cui proviene, odia la famiglia Deconti, e la stessa Ginevra, del cui sincero amore e della cui sincera amicizia arriva a dubitare. Ha trovato momentaneamente il suo habitat nella famiglia dell’amica Fedora, una povera famiglia che le sembra averle donato il suo affetto: “Qui mi son sentita veramente una creatura come tutte le altre, con dei diritti; qui ho contato qualcosa…”; “Voglio staccarmi da voi, lo devo. Bisogna che vi dimentichi, che mi abitui a non vedervi, a non saper mai più nulla di voi (…) Sono un’altra adesso: Lilian non c’è più.”. Il suo è un volo verso la liberazione che ha già, tuttavia, le ali tarpate.

Scapperà con Pio. Resterà delusa: “Non mi voleva mica bene, sai”, dirà a Ginevra, una volta tornata a casa. E poco dopo, per rasserenarla: “No, – disse calma – non temere: sono sempre la stessa Lilian.”.

Il destino è stato crudele con lei. Ora, malata di tisi, va verso la morte. Quando nascerà Franco, il figlio di Enza, quindi un fratellino, dirà a Ginevra: “Quando Franco verrà a casa, io non ci sarò più. Lo sai bene che devo lasciargli il posto.”.

Nessun altro, all’infuori di Ginevra, ha mai saputo consolare il suo pianto. Una vittima, sempre. Muore: “Ella sembrava riposare: l’estrema lotta era stata vinta dalla morte senza sforzo (…): dai suoi occhi chiusi una lacrima, una sola, nell’ultimo momento era sgorgata e ora luccicava sulla guancia cerea, a testimoniare che ella aveva nel momento supremo pianto un’ultima volta sulla sua giovane vita perduta.”.


Letto 205 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart