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Proust, Marcel

7 novembre 2007

A la recherche du temps perdu

“A la recherche du temps perdu”

AVVERTENZA: questa nota è interrotta poco dopo l’inizio de All’ombra delle fanciulle in fiore, il secondo dei sette volumi che compongono l’opera.Nella seconda metà di novembre del 1913 esce (pubblicato a proprie spese) il primo volume: La strada di Swann, di questa famosa raccolta, che consta di sette volumi, l’ultimo dei quali, Il tempo ritrovato, apparirà il 22 settembre 1927. Notevole l’influsso che l’opera avrà per le generazioni di scrittori successive. In realtà, la filosofia sottostante è semplice: Proust desidera ripercorrere con la memoria la sua vita, ma la novità sta nella grande penetrazione psicologica di momenti della sua vita, anche quelli più minuti, per altri magari insignificanti. Personaggi, paesaggi, situazioni ne escono sempre impregnati di una propria vita che trovano nella sensibilità dell’autore il punto d’incontro. Il modo di narrare, poi, così denso di annotazioni e di riflessioni, con frasi che sono come uno scandaglio di ciò che l’autore osserva o pensa, ha la caratteristica tutta proustiana di darci la sensazione di un tempo quasi immobile, dove tutto si svolge come su di un palcoscenico sterminato, senza confini, laddove è l’autore a scegliere e a dare vita. Questa opera – ha ragione Glauco Natoli, che scrive la prefazione a La strada di Swann (che ha la traduzione di Natalia Ginzburg) – non può essere letta se non completamente, partendo proprio dal primo libro e andando avanti fino all’ultimo. Guai a scegliere a caso il volume da leggere. È un grosso impegno per chi vi si cimenti, giacché Proust non è uno narratore facile, e ciò che via via la sua arte illumina emana come da un prisma di colori (vi sono descrizioni dagli accenti propri di un grande pittore), i quali dànno alle sue parole e alle forme che queste evocano tinteggiature che arrivano fin dentro di noi, suscitando sensazioni e immagini dimenticate e financo sconosciute. La sua opera si trasforma per molti in una rivelazione anche di se stessi, senza dimenticare che tutto quanto vi è narrato costituì via via nel tempo un arricchimento e una maturazione intellettuale per l’autore, come si compiace di riconoscere egli stesso. Ovviamente è impossibile riassumere il contenuto di questo complesso capolavoro. Basterà ricordare alcune parti di irripetibile valore: (ne La strada di Swann) quelle che si riferiscono a: il sentiero dei biancospini, la chiesa di Saint-André-des-Champs, la duchessa di Guermantes che partecipa al matrimonio della figlia del dottor Percepied, i campanili di Martinville e di Vieuxvicq (i campanili emanano un gran fascino per Proust, e ricorrono spesso), il ricevimento presso la marchesa di Saint-Euverte, i Champs-Elysées sotto la neve e la vecchia signora che legge il Journal des Débats; l’apparizione della signora Swann (Odette de Crécy) nel Bois de Boulogne.

In All’ombra delle fanciulle in fiore, in cui lo stile assume una maggiore incisività (come se, dopo il primo libro, Proust si fosse reso conto di alcuni eccessi della sua scrittura): notevoli le riflessioni sulla scrittura che l’autore fa parlando del genio di Bergotte, il personaggio scrittore presente nei libri della Recherche…

Su questo secondo volume ho interrotto la lettura della Recherce, poiché lo stile, salvo sempre più rare eccezioni, si è fatto pesante e noioso.

Alcune frasi che mi hanno colpito. La strada di Swann (trad. Natalia Ginzburg): “Noi siamo assai lenti a riconoscere nella fisionomia particolare d’uno scrittore nuovo il modello che nel nostro museo d’idee generali porta il nome di ‘grande talento'”.

All’ombra delle fanciulle in fiore (trad. Franco Calamandrei e Nicoletta Neri): “gli uomini non cambiano dall’oggi al domani, e cercano in ogni nuovo regime la continuazione del vecchio.”; “La ragione per cui un’opera di genio difficilmente è ammirata subito è che chi l’ha scritta è un uomo straordinario e che pochi gli rassomigliano.”; “produce opere geniali non chi vive nell’ambiente più fine, chi ha la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma chi, cessando bruscamente di vivere per sé, ha avuto il potere di rendere la propria personalità simile ad uno specchio.”; “le donne non chiedono mai di meglio che fare all’amore.”; “Le risoluzioni definitive si prendono sempre e soltanto per uno stato d’animo che non è destinato a durare.”

Ho un ricordo di Proust, che riguarda la sua tomba. Nel 1996, insieme con mia moglie, mi recai per qualche giorno a Parigi, e così volli rendere omaggio ad alcuni grandi della letteratura visitando le loro tombe, come già avevo fatto in altri Paesi europei nei quali mi ero recato per diporto. Ebbene, fui sorpreso quando, nel cimitero di Père Lachaise, trovandomi davanti a quella lastra grigia che porta il suo nome, non vidi alcun fiore che recasse il doveroso tributo di qualche ammiratore, al contrario di quanto avevo osservato sulla tomba di Baudelaire nel cimitero di Montparnasse, adornata di lettere e di fiori. Eppure, la fama di Proust è quasi leggendaria (Curzio Malaparte in Kaputt scrive: e tutti sanno Proust a memoria, in Moldavia). Perché questa solitudine, che pare trasmettersi dalla sua tomba?


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart