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Puccinelli, Fabrizio

7 novembre 2007

Il supplente

“Il supplente”

Franco Maria Ricci Editore, 1972, pagg. 102

Angelo Fiore, nel 1964, scrisse un romanzo che aveva lo stesso titolo di questo di Puccinelli, uscito otto anni più tardi, nel 1972. In entrambi si narra l’esperienza di un insegnante che, nel caso di Puccinelli, nato nella mia città di Lucca il 17 marzo 1936 e morto a Firenze il giorno del suo 56.mo compleanno, nel 1992, è inviato in una scuola media della Garfagnana, la bella località montana della Lucchesia, da dove Ludovico Ariosto scrisse le sue “Lettere dalla Garfagnana”, quando ne era governatore.

Castelnuovo Garfagnana, dove abitò l’Ariosto, e che è il centro che fa un po’ da capoluogo della località montana, è chiamato nel romanzo Pietrapana (con questo nome Dante Alighieri, nel canto XXXII dell’Inferno, al versetto 29, cita il monte Pania della Croce con il suo nome antico di Pietrapana, che gli proviene dai lontani abitatori, gli Apuani, e “Pietrae Apuanae” erano appunto chiamati i monti Apuani), e Villalta, dove il protagonista insegna, è uno dei paesini graziosissimi che stanno arrampicati appena più in alto. Siamo in una giornata d’inverno, e l’io narrante guarda dalla finestra della sua camera d’albergo il paesaggio innevato. Comincia da questo momento e in questo modo una narrazione che si annuncia di pochi fatti e di molta riflessione. La solitudine dei luoghi, specialmente d’inverno, isolati dal resto del mondo, consente all’autore di disegnare nitidamente i contorni delle piccole cose che vi si muovono, mettendole gradatamente al centro di una vita che si tramanda senza rilevanti trasformazioni da secoli. Un bar, una trattoria sono i luoghi canonici deputati a far incontrare le persone. La conversazione che ne scaturisce non ha mai la pretesa di voler mutare le abitudini e le tradizioni, e tutto procede con l’incanto di chi misura i giorni con i ritmi lenti e misteriosi della natura.

Perfino chi ha girato il mondo e sperperato il suo patrimonio, sebbene abbia accumulato esperienza e nuove idee da poter condividere con gli altri, imbevuto di cultura classica come l’ex medico condotto Romiti, giunto qui “fa un giretto nel paese, camminando lentamente”, e tutto in lui si riduce ad un borbottamento, magari una contrapposizione con il deputato locale, il quale ogni tanto fa una visitina ai paesi del suo circondario, tra i suoi elettori, promette, “fa qualcosa e li mantiene nel sonno.”

La gente preferisce vivere di ricordi, nel loro solco, smaniosa di perseverare piuttosto che di rinnovare: “Le persone vivono isolate come i paesi e le montagne.” L’inverno e la neve sono simboli di questo isolamento e di questo silenzioso, ancestrale e quieto trascorrere del tempo. Qualche volta, a causa della neve, in classe ci sono pochi ragazzi, anche due soltanto; il bus della scuola non può andare a prendere quelli più lontani. Il telefono è guasto. Anche gli insegnanti che vengono da fuori, soprattutto da Lucca, rimangono a casa.

Le vite che sfilano dinanzi ai suoi ricordi recano dentro la solitudine e la pena del tempo, che in questi luoghi è sempre immane: così è per il piccolo prete Don Sirio, come per gli stessi scolari, chiusi dalla neve e dal freddo nella loro casa o nella capanna o nella stalla. Puccinelli ritrae la solitudine; difficile trovare in lui la festosità dello stare insieme. Anche quando indugia in trattoria con il padrone Sisti e qualche avventore, le loro chiacchiere non giungono mai ai nostri orecchi, e si fanno silenzio. La ragazza Alda, che ha ventitre anni, ed è fidanzata con Ludovico che viene a trovarla ogni qualche mese, è un po’ il simbolo della solitudine che questi abitanti si portano indosso sin dalla nascita, sapendo che non potranno liberarsene. Alda avverte questa sensazione cupa, opprimente, che si nasconde dentro di lei e l’unica cosa che riesce a fare per combatterla è tradire il fidanzato, nelle lunghe giornate d’inverno, con chi gli capita.

Scrive Puccinelli: “In altre case andammo. Più chiuse e più povere, dove la pazienza non si è trasformata in rancore, la tendenza a farsi opprimere in smania di potere, l’onestà in volontà di tradimento e di inganno.” Giacché la solitudine agisce in noi come la follia, e può esplodere, e da silenzio farsi grido.

“Stasera resto qui al tavolo, davanti al diario.”, scrive l’autore, e di diario sostanzialmente si tratta, nel quale tuttavia egli riesce a catturare l’anima della gente e dei luoghi. La donna che conduce in una zona isolata una trattoria, quando bussano alla porta, tiene una pistola pronta, giacché tante altre volte è stata aggredita, come del resto altri, ad esempio i rari benzinai. Don Sirio è triste poiché in chiesa non viene molta gente, solo anziani che vi si addormentano.

Io ho lavorato in Garfagnana alla fine degli anni Sessanta, e proprio a Castelnuovo Garfagnana, la Pietrapana di questa storia. Ho potuto conoscere e amare quei luoghi e quelle persone. La malinconia che la sera scende lassù è reale, avvolta nel silenzio e nella solitudine maestosa e superba delle montagne. L’inverno poi afferra l’anima e la stringe con dita aguzze e graffianti. Scrive l’autore: “A caccia di storie, pieno di domande su me stesso, mi son fermato qua e là nei paesi, ho guardato intorno a me, come nella notte, alzando, sui volti che incontravo, una lampada”, che è immagine non solo bella, ma significativa. Sono luoghi in cui si confrontano solitudini e silenzi: “Si confronta solitudine con solitudine, silenzi con silenzi.”

La scrittura di Puccinelli è lineare, e se nella introduzione si parla di una qualche novità, essa non è tale per un toscano che ha conosciuto Tozzi, Pratolini, Malaparte, ma soprattutto per un lucchese che ha letto e amato Tobino. O Vincenzo Pardini, che è nato in quei luoghi e ne ha pure lui dipinto e suggellato l’anima, come sa chi conosce i racconti de “Il falco d’oro”, pubblicato da Mondadori nel 1983, undici anni dopo “Il supplente”. Leggete ciò che scrive Puccinelli: “Passano le lunghe giornate nevose e il gelo e il vento. Di là dalla mia finestra passano i paesani intabarrati sotto la neve, con le sciarpe al collo che svolazzano; nascono e muoiono le stelle. Muli scalpitano legati ad alberi spogli. Rare macchine passano lente sulla strada che va verso il passo. L’inverno in questi monti fa sentire isolati. Sono mesi di solitudine più profonda e, a starsene dietro i vetri, nella camera calda, il camino acceso dietro di me, mi par d’essere sprofondato in un altro tempo.” Al termine del romanzo, troviamo: “Gli animali si muovono nel sonno profondo del loro letargo: le marmotte, le vipere nelle loro tane aggrovigliate, le lepri e i ghiri. Nel profondo degli alberi cavi le civette socchiudono gli occhi all’inverno che è giunto e i pipistrelli si annidano nelle capanne abbandonate.”

Il protagonista trascorre molte ore nella lettura, nella quale riversa lo stato d’animo di quell’ambiente solitario e cupo: “I romanzi mi si aprono come un paese dove si capiti di notte, avendo smarrito la strada e di cui non si sa il nome.”

Ecco, il diario ha per Puccinelli la stessa funzione del romanzo che legge: una ricognizione e una scoperta da compiere, accompagnate da un intenso sentire, da un grande amore, da un afflato che nasce dalla poesia: “C’è una radice, si pensa, che può restituirci la verità dell’esistenza e la pienezza del tempo.”

Quando giunge la primavera, il suo tepore scioglie la neve e porta un po’ di allegria. Sembra che la vita si risvegli da un lungo sonno. Domina la natura, più che l’uomo, in questo risveglio: “Le nevi si sciolgono e il torrente si è ingrossato. Nei prati spunta l’erba verde e, ai margini dei boschi, gli animali si destano dal letargo […] Il grano mette fuori dalla terra scura le sue piantine verdi e ieri mattina, uscendo da scuola coi ragazzi, ci siamo fermati davanti al prato vicino, tutto punteggiato di fili verdi.”

Il romanzo – diario è diviso in due parti. La seconda narra la stessa esperienza di supplente condotta in una località più vicina alla città, Bagni di Lucca, in cui le caratteristiche dell’alta Garfagnana sono attenuate, anche se restano suggestive per la bellezza dei luoghi: “Alcuni dei ragazzi che ho in classe vengono dalle montagne, ma son diversi dai ragazzi di Villalta che non erano mai usciti dai loro monti. Questi erano chiusi nella prigione delle loro credenze, dei loro usi. I ragazzi delle scuole di Bagni di Lucca hanno tutti viaggiato. Sono nati all’estero o vi sono stati anni.” È da Bagni di Lucca e dal suo circondario, infatti, che partivano i fabbricanti di statuine di gesso, i figurinai, per venderle un po’ in tutta Europa, ed anche in America, dove li incontrò, lietissimo di vederli, Puccini. Bagni di Lucca è stata, inoltre, nel passato, meta di viaggiatori stranieri, soprattutto inglesi, e molti di loro hanno trovato sepoltura colà, nel piccolo cimitero inglese ancora ben conservato: “A volte appare un viaggiatore straniero sulla traccia di ricordi, di libri letti.” A differenza di quanto si è visto nella prima parte, in questa seconda i nomi delle località sono reali.

Tuttavia l’autore vive ancora dei ricordi di quella prima esperienza. Ad ogni occasione, la mente rievoca e riverbera sul presente il passato. Così la lettura, che lassù tra le alte montagne era un’esigenza avvertita singolarmente dall’autore, ora si allarga ai suoi scolari, e diviene scelta consapevole, sicché i ragazzi vengono avviati alla lettura di romanzi di “Defoe, Stevenson, Scott, Cooper, Gogol”, che svela ai loro occhi un mondo più approfondito e compiuto rispetto alle precedenti narrazioni orali: “La lettura stacca i ragazzi dalla dipendenza dagli altri, soprattutto dalla dipendenza spirituale.” Ma anche: “la narrativa scritta è come una tavoletta che galleggia su di un grande mare dei racconti che si fanno a voce.”

Mentre prima il mondo è osservato di fuori come cosa reale (non a caso spesso lo contempla affacciato alla finestra) e come tale entra e si combina con la propria anima, ora l’autore è alla ricerca di un altro mondo, quello che si offre e si spalanca davanti ai ragazzi con la lettura, ossia un mondo che si disegna, si anima e si affina a contatto con la solitudine del proprio pensiero e della propria anima.

Sono, questi di Bagni di Lucca, luoghi che, per la vicenda dell’emigrazione, non emanano, come a Villalta, il calore della tradizione e dell’amore per le proprie radici: “Il paese è lì e lì è il podere e quello è il campanile della chiesa e s’ode il suono dell’ordinotte quando viene buio, ma tutto questo non dice più molte cose al loro cuore. A queste cose è legata la loro infanzia, ma la loro vita si è svolta lontano da qui, sulle navi e sui mercati lontani. Le mogli si son sentite sole per anni, nelle vecchie case, altri legami son nati. I figli non conoscono i padri e li guardano con sospetto.”

Ancora una volta, dunque, sono la solitudine e il silenzio che accomunano le due esperienze: “Non ci meravigliamo di nulla, non ci scandalizziamo, siamo cortesi e sinceri, ma siamo soli perché non comprendiamo più il corso delle cose.” Quello che a Villalta era un diario della solitudine vissuta come parte inscindibile e da sempre ancorata alla propria esistenza, e quindi accettata, qui si trasforma in un’inchiesta sulla solitudine che nasce dallo smarrimento e dalla perdita della propria identità: “Siamo partiti e siamo vissuti con il desiderio di tornare, ma ora ci sentiamo estranei e soli. Ci guardiamo intorno come non fosse questo il nostro paese.”

Scrive, significativamente: “Per rendermi conto di dove venivano i miei scolari ho girato per una settimana questi monti. Per comprendere come sia la loro visione del mondo, legata a quella dei genitori e delle persone che hanno conosciuto. Mi son fermato nelle osterie, sulle piazze, sono entrato nelle case.”

Vi è un momento in cui le due esperienze confluiscono a ritroso nei ricordi della sua giovinezza trascorsa a Lucca. L’occasione è offerta dalle vacanze natalizie. Tornato nella città, passeggiando per le piccole strade, si dipana la memoria. Arriverà a scrivere: “Io non mi sento a mio agio in città. Mi prende a tratti nostalgia delle montagne.” Come nel soggiorno di Villalta Alda era simbolo di una solitudine costretta ed inquieta, così a Bagni di Lucca Don Sessa, parroco del paese, fa pensare “a un custode e a un guardiano del mondo silenzioso e chiuso dei paesi e delle stroncate rivolte, imprigionato come un gigante alle catene, ancorato ad antichi miti e leggende, smarrito in secoli che non torneranno e in monti che non si ripetono, accampato nella sua canonica come in una fortezza di confine, avamposto di una regione di cui di rado si misura la vastità.” L’eco de “Il deserto dei Tartari” di Buzzati, che è del 1940, è appena percepibile, ma presente. Dino Buzzati moriva proprio nell’anno in cui veniva pubblicato “Il supplente”, il 1972.

Riflessioni, interrogativi, fantasie, sogni, preoccupazioni, incertezze diventano gli elementi fondamentali di una crescita. L’esperienza autobiografica del supplente, che passa attraverso la scuola, il paesaggio, gli individui chiusi, talvolta smarriti, nel silenzio e nel passato, la letteratura che qui, nella solitudine dei giorni, più che in altri luoghi assume funzioni e significati determinanti, si trasforma nella complessa, tormentata e misteriosa vicenda della nostra vita.

Puccinelli, nel momento in cui racconta, non è dissimile da uno dei suoi personaggi, il grasso e gigantesco Don Sessa, di cui scrive: “racconta e ride, racconta racconta e non è un narratore, ma qualcosa di più: l’ombra gigantesca, la voce appena articolata che sta dietro a generazioni e generazioni di scrittori e a cui tutti hanno, in un modo o nell’altro, reso omaggio.” Si forma, così, tra la vita e il racconto, quello straordinario legame che fa della nostra anima il più singolare e affascinante universo, senza limiti e senza più confini.

Giovanni Mariotti farà uscire “Gabbie – Il romanzo di due compagni di banco”, Marsilio, 2006, in cui è contenuto un inedito dell’amico e compagno di banco al liceo classico di Lucca, Fabrizio Puccinelli, che dà il titolo al libro.


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