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Rea, Domenico

7 novembre 2007

Ninfa plebea

“Ninfa plebea”

Mondadori, pagg. 158. Euro 7,23

Siamo negli anni Trenta. Si va, su carrette coperte da un telone come quelle del Far West, alla chiesa di Nofi Superiore dove si tiene la festa penitenziale della notte del 14 agosto, “dedicata alla madonna di Mater Domini.” Si cantano inni. Su di una di queste carrette sono salite Nunziata con la figlia Miluzza e Nannina, “la capera”, ossia la pettinatrice.

I profumi popolari di questa festa arrivano fino a noi mescolati agli afrori del peccato. Infatti, subito dopo la cerimonia religiosa, le bancarelle sparse ovunque provvedono ad allettare femmine e maschi dei loro prodotti afrodisiaci, tra i quali spicca l'”mpupata”, una melanzana “in aceto piccante e aglio”, intorno alla quale “si sono sempre dette e ripetute favole sudicie e ridanciane.” Nunziata non perde tempo; lasciata la figlia tredicenne con “la capera” si apparta con un militare, salito con lei al tempio, “e si dispose per terra a quattro zampe.”

La descrizione del “basso”, ossia della casa dove vivono Nunziata (meretrice, ma devota di santini che teneva in casa e ai quali accendeva sempre il lumino), il marito Giacchino Ferrigno (sarto e nato con quel “difetto” che non lo faceva essere un vero maschio) e la figlia Miluzza – sebbene sulla paternità ci fosse più di un dubbio – oltre al padre di lei Fafele, pizzaiolo tra i più bravi, dà l’idea (come l’altra della bettola della sciancata Moschella o dell’antro di don Procolo, ‘o Bizuoco) dell’ambiente povero e malsano in cui cresce la piccola tredicenne, che ha come amica del cuore Annuzza, con la quale fa le prime scoperte impudiche del proprio corpo. Ne farà presto altre, poiché è carina e la gente pensa che, essendo figlia di puttana, anche lei non può che essere una puttanella.

Ha già l’odore forte del proibito, questo romanzo, e dei sensi nati, cresciuti ed esaltati sotto l’imperio di una morale costruita al solo scopo di soddisfarli. Non c’è peccato, se si dà sfogo a ciò che ci lacera, urge e prude dentro di noi. “Ma ora vattene e non dire niente a tua madre o chi sa che pensa che abbiamo fatto” si sente sempre raccomandare la ragazzina, sia stata una donna a farle alzare la sottana oppure un uomo o il grasso prete di Nofi: “da un confessionale, mentre Miluzza passava, si allungarono due mani artigliate e le afferrarono, quasi per strapparle, le mammellette da poco spuntate.” Non vi è vergogna nell’esibire le proprie grazie da parte di Miluzza, come non ve n’è da parte dell’amica che vive in parallelo le stesse vicende, quasi che quella fosse una normale esperienza legata alla loro giovane età. Sono i grandi invece a colorare di morbosità le loro azioni, senza che Miluzza, almeno lei, ne avverta l’afrore.

Nofi (sotto cui l’autore cela il nome di Nocera Inferiore) è un paese collocato a 30 km da Napoli, che vive sul lavoro che deriva dalla presenza di un quartiere militare che si sviluppa su di un perimetro di 2000 metri ed è occupato da 1200 tra soldati, sottufficiali e ufficiali. I Ferrigno cuciono e rammendano divise militari e la loro casa è un continuo andirivieni di soldati, coi quali Nunziata, qualche volta, non si limita solo a provare i vestiti. Giacchino lascia fare, la sola sua preoccupazione è che la moglie non sia sorpresa in queste faccende dalla figlia: “Nunziata, basta, ora sta per tornare Miluzza.” Invece Miluzza un giorno vede la madre impegnata con un soldato e ne rimane sconvolta. Tutte le attenzioni che la madre aveva avuto per lei, scompaiono di colpo, “distrutte dalla spiata involontaria di una notte.”

Arriva il tempo che Miluzza si prende tutta la scena del romanzo. La madre non c’è più, colpita da una morte viziosa e squallida; anche il padre, sempre di più taciturno, se ne va, e la ragazzina cresce sotto le cure del nonno e si fa sempre più bella: “Quando camminava sembrava passasse un refolo di vento.” Tutti aspettavano di vederla passeggiare e la paragonavano alla madre, e dicevano: “È figlia ‘a mamma.” E anche: “Ma la mamma era brutta e questa è bella.”

La scrittura di Rea si arricchisce di fraseggi dialettali che vivacizzano personaggi e situazioni. Ne risulta una promiscuità ed una coloritura che bene rendono l’atmosfera popolare dei quartieri poveri del Sud, intrisi di feste tanto religiose quanto profane, di spettacoli di saltimbanchi chiassosi, giocolieri di circo, bancarelle, strade gremite dal passeggio e dai pettegolezzi, se non anche dalla lascivia, come quello di Corso Vittorio, e dove con poco si riempiono i giorni di letizie e soprattutto di passioni profonde e sanguinanti. A Nofi, “poiché vi erano cinque manicomi”, sfilavano pure i pazzi vicini a guarire “con uniformi e berrette grigie da carcerati.” Un’umanità che ha radici solide ed inattaccabili con l’esistenza, sebbene torturata e umiliata.

La seduzione che emana dal corpo fascinoso di Miluzza comincia a fare le sue conquiste e attira gli uomini come mosche: “Miluzza seguiva l’itinerario assegnatole dalla nascita e in parte dall’esempio della madre.” La gente, che la vede ritirarsi a casa nelle piccole ore della notte, spettegola, soprattutto quando ad accompagnarla è il suo datore di lavoro, il ricchissimo commerciante don Peppe Arecce, al quale la ragazza si è concessa; pur tuttavia Miluzza mantiene il suo candore di ninfa plebea, appena sfiorata dall’ombra del male: “nell’anima continuava a rimbalzarle la domanda, se stava facendo bene o stava facendo male”. Sta qui la bellezza del personaggio, carico di un istinto e di una lussuria animali, innestati su di un corpo privo di malizia che esala profumi e afrori di una femmina che sta passando dall’adolescenza alla maturità. Quando, per uno dei suoi incontri galanti con un don Peppe scatenato, giunge per la prima volta a Napoli, le gira la testa per le bellezze e l’andirivieni che affollano la città, e lei “per scansare continuamente i veicoli, sembrava che ballasse, ma senza paura, anzi levando grida festose e risate, saltando da una parte all’altra.” In ogni occasione di smarrimento è la sua innocenza di fondo a riscattarla. Finché non sarà proprio lo stordimento di Napoli ad avviarla alla conoscenza di sé e a farla crescere, a trasformarla, insomma: “Il mondo napoletano, così sbracato, era il contrario del suo umore”, che era “quella malinconia tacita da consumare in un ambiento discreto.” “Da quando era arrivata a Napoli si era sentita a disagio, in una dimensione assai più grande della sua naturale.” Già profumata di donna nel fisico, ora lo diventa dentro di sé, non più oggetto di piacere: “Ma soprattutto anelava abbracciare Marietta, la bambola, Annuzza e Nannina.”

“Mannaggia, come sono stata scema” dirà quando si renderà conto di ciò che ha fatto, e al quale non era riuscita che a dare solo il valore di “sfizio”, e che la sta isolando da tutti, ossia dal mondo perbenista e convenzionale, che pure ha approfittato di lei. Nannina, la “capera”, ancora più ingenua della sua figlioccia nonostante un’esperienza simile da ragazzina quando si era data al canto, prendendola in casa dopo che era rimasta orfana, non crederà alle sue orecchie allorché la marchesa Albina Damora le domanderà se si sia messa a fare la ruffiana. Ecco: il mondo che Miluzza non aveva che ammirato con gli occhi di bambina, come fosse un gioco, le si rivela con il cinismo e l’ipocrisia che sempre lo hanno governato e Rea ci mostra, anche con parole e scene assai crude, più che boccaccesche direi bestiali, la follia della passione che si abbatte sull’innocenza, nonché l’ipocrisia – il vizio peggiore degli uomini – con la quale la società nasconde e rimuove dalla coscienza i suoi peccati. “In un minuto tutto il sistema nofinese si era stravolto”: ci vorrà, infatti, la guerra e il bombardamento americano del 21 giugno del ’43 su Nofi a fare piazza pulita e a liberare, come in una sorta di miracolosa e prodiga fiaba, definitivamente Miluzza, proiettandola, con quel suo viaggio da Nofi a Corbara in compagnia del soldato Pietro, ferito, che ha bisogno di lei per raggiungere casa sua, oltre le rovine di quel mondo tormentato e maledetto.


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