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Ricordo di Margherita Hack. Mia carissima nemica, quante litigate sul Nulla

30 giugno 2013

di Antonino Zichichi
(da “il Giornale”, 30 giugno 2013)

Il più bel ricordo che ho di Margherita Hack è quando a Siena mi disse che preferiva il Nulla.Eravamo entrambi ospi­ti dell’Arcivescovo di Siena, mon­signor Gaetano Bonicelli, che aveva deciso di dar vita a una se­rie di incontri tra scienziati, uno credente e l’altro ateo.

La serie veniva aperta da noi due. La Chiesa Universitaria era stracol­ma. Attacca lei e spiega i motivi per cui non poteva credere in Dio. Nel mio intervento spiego i motivi per cui io credevo (e cre­do) in Dio.

Ed ecco come viene fuori il Nul­la. Il messaggio che viene dalla Scienza- dicevo e dico- è che esi­ste una Logica Rigorosa cui il mon­do deve obbedire, dall’univer­so subnucleare all’universo fat­to con stelle e galassie. La pro­fessoressa Hack lavora studian­do l’universo fatto con stelle e galassie. Io lavoro invece stu­diando l’universo subnuclea­re, le cui leggi e regolarità sono necessarie per capire che cos’è una stella. E infatti il mistero del Sole ha resistito fino a quand o­a metà degli anni ’40 del secolo scorso – non è stato capito che cos’è una stella.

Se l’uomo avesse continuato a osservare sempre meglio le stelle, ancor oggi non saprem­mo che cos’è una stella. La luce che emette il nostro sole è un fe­nomeno che avviene sulla su­perficie di una stella. Perché non si spegne né esplode ce lo dicono le leggi dell’universo su­bnucleare. Il sole è infatti una candela a fusione nucleare. Non si spegne in quanto ha una valvola di sicurezza perfetta. Questa valvola è la cosiddetta carica debole (da non confon­dere con la carica elettrica) la cui prima misura di alta preci­sione è stata fatta al Cern dal mio gruppo. La candela nuclea­re non esplode in quanto essa si raffredda perfettamente emet­tendo neutrini. Il sole brilla più di neutrini che di luce. Che do­vessero esistere i neutrini non lo aveva capito nessuno fino a metà del secolo scorso. Adesso, grazie ai lavori fatti con la mac­china del Cern (Lep), è fuori di­scussione che esistono tre tipi di neutrini. Il fisico che ha pro­posto l’esistenza del terzo tipo di neutrini facendo i primi espe­rimenti al Cern è colui che dice all’amica Hack:se l’universo su­bnucleare non fosse retto da una logica rigorosa io sarei di­soccupato. Non saprei cosa fa­re domani. Né avrei mai potuto far niente nella mia carriera di fi­sico impegnato a decifrare la lo­gica scritta nel libro della natu­ra. Se c’è una logica deve esser­ci un Autore. Ecco perché io cre­do in Colui che ha fatto il Mon­do. L’ateismo nega l’esistenza dell’Autore. Negare l’esistenza di questa logica corrisponde a negare l’esistenza della Scien­za. L’ateismo non sa dimostra­re com’è possibile l’esistenza di una logica senza che ci sia Co­lu­i che di questa logica è l’Auto­re. Ecco perché io dico che l’ateismo non è atto di ragione ma di fede nel Nulla.

A questo punto Margherita chiede il microfono all’arcive­scovo e dice: «Sono d’accordo con ciò che ha detto il professo­re Zichichi. Io, Margherita Hack, preferisco l’atto di fede nel Nulla all’atto di ragione che mi porterebbe a credere in Dio».In molte occasioni ho cita­to come esemp­io di onestà intel­lettuale questa affermazione di Margherita Hack. Iddio solo sa quanto ci sia oggi bisogno di onestà intellettuale.

La crisi di questi anni porta al­la mia memoria i tempi della Guerra Fredda. Ci legava l’uto­pia di una Scienza senza segreti e senza frontiere. C’è un solo modo perché questa utopia possa diventare realtà: chiude­re i laboratori segreti. A metà de­gli anni Ottanta, avvenne a Gi­nevra un evento senza prece­denti, Margherita Hack mi tele­fonò dicendo che era felice per quanto aveva appreso. A Gine­vra, Reagan e Gorbachev si im­pegnavano a smantellare i labo­ratori segreti. I capi delle due su­perpotenze avevano tradotto in un’azione concreta quanto sostenuto nel Manifesto di Eri­ce. La Cultura dominante accu­sava noi scienziati di essere i ve­ri responsabili del pianeta im­bottito con bombe nucleari, no­nostante il Manifesto di Erice fosse stato firmato da diecimila scienziati di 115 nazioni.

Margherita Hack era con noi nel sostenere che le grandi con­qui­ste della Scienza e le conse­guenti invenzioni tecnologi­che posso­no dar vita a tecnolo­gie interamente dedicate al be­nessere e al progresso civile e sociale soltanto se si smantella­no i laboratori che lavorano a porte chiuse. Bisogna distin­guere nettamente la Scienza dalla Tecnica. Noi scienziati abbiamo la responsabilità del­le scoperte scientifiche. La re­sponsabilità di privilegiare le invenzioni tecnologiche peri­colose per la vita e il rispetto dei valori su cui si fonda una so­cietà libera, democratica e civi­le, è del potere politico ed eco­nomico. Affinché le scoperte scientifiche siano interamen­te dedicate al benessere e al progresso civile e sociale è ne­cessario che l’utopia della scienza senza segreti e senza frontiere diventi realtà.

Margherita Hack è un esem­pio di onestà intellettuale e di forte impegno per la più civile delle battaglie culturali: scien­za senza segreti e né frontiere.


Su MicroMega si parla di Dio che non risponde ai sofferenti.


Giordano: addio Hack, ora aboliamo i senatori a vita
di Mario Giordano
(da “Libero”, 30 giugno 2013)

Ma è proprio necessario nominare nuovi senatori a vita? Margherita Hack, poveretta, si è tolta naturalmente dalla corsa al seggio, evitando così di passare dalle sue amate stelle alle stalle del Palazzo. Ma la minaccia non è ancora stata sventata: da Benigni a Camilleri, da don Ciotti ad Abbado, da Morricone a Rodotà, circolano in rete le candidature più improbabili. C’è persino chi suggerisce Franca Valeri, Gianni Morandi, Fantozzi o Raffaella Carrà. Ma sicuro: e allora perché non Fiorello, er Piotta, Red Ronnie o il Pulcino Pio? Non meritano una chance anche Topo Gigio e Vito Catozzo? Che ne dite di Mara Maionchi o Jerry Calà?

Siamo seri: l’istituto del senatore a vita è stato progressivamente sputtanato. In primo luogo c’è stata l’era dei pannoloni for Prodi, ricorderete, quando gli ultraottuagenari si misero in fila per dare il proprio barcollante sostegno a un governo che politicamente non poteva stare in piedi. All’improvviso comparvero in Parlamento uomini e donne che avrebbero dovuto illuminare con la loro sapienza l’aula, e che invece erano spariti nel nulla da sempre. E si presentarono soltanto per a una meschina operazione di algebra parlamentare, ovviamente a vantaggio del Professor Mortadella. E a svantaggio, purtroppo, dell’Italia.

E in secondo luogo, a sputtanare l’idea del senatore a vita, c’è stato quel deleterio colpo di genio da parte di Mario Monti che ha trasformato la nobile investitura in una specie di bancomat: per accettare la nomina a presidente del Consiglio, infatti, ha preteso dal Capo dello Stato uno stipendio assicurato dai contribuenti per il resto della sua esistenza. Ma domando e ridomando: con quale merito in campo sociale, artistico, letterario o scientifico il professor Monti ha illustrato la Patria? Le sue prolusioni alla Bocconi sono forse un capolavoro della letteratura? Gli sguardi languidi alla Merkel sono diventati patrimonio dell’Unesco? Senza che noi lo sapessimo ha composto meravigliosi Odi alle Tasse? O terzine sull’Imu meritevoli del Nobel?

Ora è evidente che l’istituto dei senatori a vita così ridotto, cioè a merce di scambio per la sicurezza economica di un professore bocconiano o a voto raccattato per puntellare un governo che non sta in piedi, merita di essere spazzato via senza ritegno. Fra l’altro sarebbe difficile anche trovare chi nominare senza scatenare l’ilarità (Camilleri e la Carrà? Scherziamo?) o le liti (Berlusconi e Prodi? Sai le polemiche…). Ma anche se si trovassero i nomi capaci di mettere tutti d’accordo, anche se si trovassero i degni successori di Eugenio Montale e Trilussa, De Sanctis e don Sturzo, Meuccio Ruini e Eduardo De Filippo, a che serve? Forse qualcuno di costoro è riuscito davvero a portare, dall’aula del Parlamento, un contributo utile all’Italia? Forse i lavori di Palazzo Madama hanno trovato ispirazione e illuminazione da cotante e nobili presenze? Per nulla. Anzi, a me pare che il miglior contributo, fra tutti i senatori a vita, sia quello che hanno dato Arturo Toscanini e Indro Montanelli. Appena nominati, infatti, rinunciarono alla carica.

Ora, dopo la dipartita (nel giro di un anno) di Sergio Pininfarina, Rita Levi Montalcini, Giulio Andreotti e Emilio Colombo, di senatori a vita ne sono rimasti solo due (Ciampi e Monti, per l’appunto). Potrebbe essere una condizione fortunata. Ma sotto la cenere cova la discussione e l’attesa per la distribuzione di nuovi benefici. Molti ambiscono. Molti propongono. I nomi circolano. E Napolitano sfoglia la margherita. Noi avremmo un suggerimento: presidente, non lo faccia. La prima riforma della Costituzione si può attuare senza nemmeno bisogno di fare una legge costituzionale. Anzi, senza bisogno di fare una legge tout court: basta, semplicemente, evitare le nomine. Non farle. Proprio così: la prima grande riforma della Costituzione si può fare senza fare nulla. Non dev’essere difficile. Lo annunci pubblicamente: lasciamo cadere quella norma nel vuoto, facciamola invecchiare senza più usarla (se poi il Parlamento vorrà abrogarla meglio ancora). Di parlamentari ne abbiamo già quasi mille, sono troppi. Non c’è bisogno di distribuire altre onorificenze. E soprattutto non c’è bisogno di distribuire altri stipendi. Sono sicuro che gli italiani apprezzerebbero molto. Margherita Hack, da lassù, pure. E Benigni e Jerry Calà, pazienza, se ne faranno una ragione.


La dittatura trionfante dei moralisti della parola
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 30 giugno 2013)

La dottoressa Boccassini ha un amico potente nella sua crociata contro le civili libertà umane e la dignità delle persone e del linguaggio. Non è la cimice ambientale. Non è l’intercettazione telefonica. Non è la criminalizzazione dei testi a difesa dell’imputato. È l’algoritmo. Oggi l’algoritmo bacchettone di Facebook, potente multinazionale della parola online, domani chissà. Infatti mi sono ritrovato censurato un editoriale del Foglio nel cui testo, come (dal suo titolo, usavo a proposito del matrimonio gay approvato dalla Corte suprema americana, con riserve tecniche pusille, la parodia della formula nuziale classica, «oggi sposi», trasformata nel politicamente scorretto «oggi froci». È questa peraltro una vecchia battuta bonaria del mio lessico familiare, che mia moglie Anselma Dell’Olio, americana e femminista, spiritosa e sboccata, libertaria e noncurante, si permette spesso di pronunciare impunemente tra persone cosiddette perbene, tra di esse qualche frocio e qualche lesbica, a commento del sentimentalismo da nozze gay, che lei detesta. Un siciliano investito dall’insulto: «puppo», mi raccontava il magico amico Pietrangelo Buttafuoco, rispose al malcapitato: «Barone mi dicesti». E per me è così. Ho le mie idee contrarie alla gay culture, il cui culmine è l’abrogazione della felice differenza, anche erotica o di stile di vita, approdata appunto alle nozze gay; e la parola «froci» riveste per me un significato liberatorio, irriducibile a ogni caratterizzazione insolente, visto che chiunque conosca me e quelli come me sa benissimo che di fronte a un greve uso del termine a scopo di diffamazione di un conoscente o di un amico o di un passante sconosciuto, prenderei a schiaffi chi ne è autore. Eppure, come per rispondere alla domanda del tipico fighetta d’oggi, che si interroga pensoso se il web renda liberi, un mostriciattolo orwelliano fa capolino nella multinazionale potente delle chattering classes, il circuito universale di quelli che chiacchierano, il social network. L’algoritmo può darci molto, può favorire l’intelligenza, ma in sé è totalmente cretino. È un idiot savant, uno scienziato pedante e talvolta utile che cerca nella media dei significati di guidarci tra i significati, ma manca del principio di individuazione, del tratto della personalità, che è la sede dell’intelligenza, della capacità morale degli uomini e delle donne, della loro anima individuale. Un algoritmo non sa nulla di mia moglie e di me, dei lettori del Foglio o del Giornale, del senso e del carattere di campagne o guerre culturali intorno a temi come il matrimonio, la famiglia, l’educazione dei figli, la libertà di amare senza trasformare sentimenti e desideri in diritti, che è un’auto-contraddizione bestiale. L’algoritmo non sa che sul Foglio una storica rubrica scritta da uno scrittore gay che si chiama Daniele Scalise aveva per titolo, appunto, «froci». E che quella rubrica era nata sul settimanale di sinistra intellettuale, l’Espresso, col titolo «gay». E che Scalise aveva volentieri rititolato così la sua rubrica nel passaggio a una testata meno onerata di obblighi ideologici.

L’algoritmo sa un sacco di cose ed è utile, ma non conosce l’ironia, quel nascondimento che disvela significati profondi delle cose: e se «gay» è ortodosso secondo la cultura contemporanea e le sue regole, «frocio» è l’emancipazione ironica da un vecchio insulto, la sua evoluzione libertaria in diritto orgoglioso di dirsi come si è. Dipende naturalmente da come e dove venga usata, quella parola, dal contesto e dall’identità di chi la usi. Ma che ne sa l’algoritmo del contesto, che ne sa dell’identità di chi scrive e di chi legge? Niente. Tutti i giorni su Twitter ricevo quintalate di insulti osceni, roba che Enrico Mentana potrebbe esserne psicologicamente schiacciato, essendo un gentiluomo. Io no. Ho le spalle larghissime, e se mi danno di ciccione o di contenitore di m… liquida, e chiedo scusa degli eufemistici puntini, se mi invitano a uccidermi tra le più atroci sofferenze, se danno di p…ana alla memoria della mia mamma, che era una donna ironica, sono solo divertito e cerco di capire senza troppa amarezza, senza nemmeno credere alla perfidia o alla volgarità del mondo, di che pasta sono fatti questi simpatici e goffi importuni, e di rendergli a mio modo, cioè con ironia, la vita dura (per educarli, diciamo). Sarebbe tragico che un algoritmo impedisse a questi mezzi ubriaconi e giocherelloni di esprimersi, anche all’ombra dell’algoritmico anonimato, è una valvola di sfogo della violenza e della noia, della stupidità e della maleducazione, uno dei veri mestieri o addirittura una delle missioni dei social network. Teniamoci stretti i nostri giornali, però, che difendono la libertà con la parola démodé, i caratteri cubitali dei titoli, i testi spesso pieni di sottigliezze, i nostri giornali che riscattano dalla censura algoritmica un secolo che si annuncia e già si manifesta come pericoloso. Almeno, pericoloso per generazioni di umani ai quali piace vivere liberi. Sopra tutto, liberi dal pregiudizio che si veste di toghe e di algoritmi con una impressionante progressione e facilità. Ho già detto con ironia che siamo tutti puttane, e sebbene Facebook censuri questa espressione, devo aggiungere da liberale che siamo tutti froci.


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1 commento

  1. Comment by playstation codes — 8 agosto 2013 @ 03:55

    Add even more fun with the long list of GTA codes that you can use to acquire weapons, cars and evade the police.
    Following, you should key in the actual 12-digit value talked about for the credit card.

    Golden keys are required to open a special loot chest inside the
    game’s city of Sanctuary which is guaranteed to have rare gear inside.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart