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Rocchi, Mario

22 novembre 2010

Amaro
Questo viaggio della vita

Amaro

L’autore è giornalista de La Nazione; vi ha scritto di arte e di cinema. Una importante rivista cinematografica, “La linea dell’occhio”, lo ha avuto per molti anni quale direttore responsabile. Non più giovanissimo, Rocchi, conoscitore impareggiabile dei segreti della città di Lucca, ha voluto intraprendere l’esperienza narrativa, e al suo attivo sono già molti libri e romanzi. Citiamo: i saggi d’arte “La cornice”, “Sì, no, ma” e i romanzi “Diario imprevisto di un serial killer”, “Maledettamente Mia”, “Casa Balboa – Cronache di ordinario disordine”, “Storie di Casa Balboa – Il film a luci rosse”, “Merde di razza”.

Nel 2009 è uscito, a cura di Prospettiva Editrice,  l’ultimo romanzo, “Amaro”, che ha in copertina un disegno di Antonio Possenti e in esergo le parole tratte dal film “La fonte meravigliosa” del regista King Vidor. Pittura e cinema, dunque: i suoi due grandi amori.

“Amaro” è ambientato nel futuro prossimo, in un’epoca buia, in cui domina una feroce dittatura “islam-clerico-fascista”. Il protagonista, il dottor R., è un intellettuale giornalista ricercato per le sue idee contrarie al regime. La democrazia è tornata ad essere un sogno proibito. L’ambientazione è a Lucca, la città dell’autore, in cui la geografia cittadina è mutata. Addirittura nella grande piazza Napoleone, al posto della statua di Maria Luisa, si erge un alto minareto da cui si odono per la città i canti del muezzin, e sul baluardo delle Mura campeggia una grande moschea. Sempre sulle Mura, all’interno, sono state ricavate le prigioni del regime, in cui viene trascinato il protagonista colpevole di aver scritto articoli di critica non graditi.

Il mestiere di giornalista ha regalato a Rocchi una scrittura senza fronzoli, che non si perde in descrizioni e lambiccamenti fini a se stessi. Aspra, e a volte vicina ad una scorrevolezza più popolare piuttosto che ligia ai canoni di una intellighenzia letteraria che Rocchi, una specie di anarcoide anche in questo, rifugge: “Cosa andavo a cercare ragioni astruse quando la risposta agli interrogativi poteva essere addirittura banale?”; “Noi ora bisognava salire come tre escursionisti in cima a quella montagna ridente”; “Più che ci pensavo e più ne ero convinto.”; “Vagavamo per le strade di Milano fermandoci a bar che non conoscevamo”. Una scrittura spuria, ribelle.

Nella sua prigionia, il protagonista viene a conoscere il dramma della tortura inferta ai prigionieri, soprattutto psichica, che li riduce a larve.

I valori della libertà e della cultura guidano il suo pensiero, e li spartisce con i due vicini di cella, uno a destra e uno a sinistra; grazie alla compagnia di essi riesce a sopravvivere.

L’ambiente è dei più tetri: un sotterraneo umido e buio, del tutto isolato dal mondo; l’atmosfera è  quella di un’Inquisizione ancora più feroce di quella dei tempi di Torquemada.

Rocchi, con un occhio all’attualità, cerca di delineare le conseguenze a cui si può giungere se l’uomo si distrae e non percepisce le violenze, soprattutto ideologiche, che oggi devastano la società. Un allarme che non risparmia accenti spietati di rimprovero e di sofferenza: “Mentre nelle altre nazioni si riuscì ad arginare questa interferenza, nel nostro paese i legami dell’Islam con il cristianesimo divennero sempre più forti”. Al vertice sta un’oligarchia religiosa, composta da “alte gerarchie ecclesiastiche cristiane e maomettane”.

Contro di essa si sono organizzati alcuni partigiani in una resistenza al regime che sembra non avere molte possibilità di riuscita.

Fuggito dal carcere, il protagonista, insieme con i due compagni rinchiusi nelle celle accanto, e un Kapò, Antonio, che li ha aiutati, salgono sui monti per unirsi ai rivoluzionari.

Si troveranno, nel romanzo, le tracce di una nuova resistenza che calca le orme di quella che si batté contro il fascismo. Spostata più avanti nel tempo, ci insegna che spesso è proprio una resistenza convinta, coraggiosa e ostinata che può riuscire a battere la tirannia.

Rocchi, in realtà, va oltre e fa dire al protagonista che “La nostra lotta era stata paragonata a quella che diversi decenni prima fecero le cosiddette Brigate Rosse”. Infatti, l’obiettivo è quello di eliminare gli uomini politici più influenti, ma anche gli altri, molto più vulnerabili. Rocchi non ha mezze misure e per liberarsi dalla tirannia instaurata in Italia dal “partito di ispirazione clericoislamica” traccia per il suo protagonista un percorso particolarmente violento. A questa scelta sembra dare un valore definitivo. La sola che possa ottenere un risultato durevole: “ricordatevi la rabbia. È la forza propellente della vendetta.”. Furti in banca, uso degli esplosivi, saranno gli strumenti per questa guerra.

Ad essi partecipa con convinzione anche il protagonista. L’autore decide di introdurre alcune pagine in corsivo, per esprimere riflessioni proprie o dei personaggi coinvolti in situazioni intense o drammatiche, come l’esecuzione di Antonio, l’uomo che li aveva liberati dalla prigione e che era stato ripreso dalla polizia. Sono lacerti che mostrano il personaggio nudo di fronte alla propria umanità, ai propri sogni e alle proprie delusioni.

Rocchi si muove bene nella descrizione delle vicende che coinvolgono il protagonista. Ne segue e ne stimola la passione, quasi una sfida che vuole intraprendere contro qualunque disegno oppressivo, ora individuato nella congiunzione di due religioni integraliste, ma sottinteso nei confronti di ogni forma di regime che scalfisca la libertà.

Si avverte che ne parla come di un pericolo che incombe, che forse molti non sanno ancora riconoscere ma che si nasconde nelle cose, si respira nell’aria. Il silenzio sarebbe una colpa. In questa impresa, anche le donne hanno la loro parte: Gina, Elisa e Ilaria soprattutto. È un sentimento per intanto chiuso nel recinto di pochi volenterosi in clandestinità, ma destinato ad aprirsi e ad allargarsi. Il suo motore: l’odio: “la lotta deve essere ispirata dallo spirito di vendetta, una vendetta nata dall’indignazione per gli inganni, la repressione, le sofferenze inutili imposte all’umanità.”.

Ilaria tocca l’acme di un odio che fu più delle Brigate Rosse che della Resistenza: “Dopo averlo colpito a morte lo guardai con gusto rantolare in terra e cercare l’aria per respirare mentre il sangue gli otturava la gole. Sapevo che non aveva anima e che per lui finiva tutto. Ero orgogliosa di essere stata la sua carnefice.”.

Il disprezzo che l’autore prova nei confronti della situazione politica e economica in cui versa l’Italia gli calca la mano inasprendola di un sentimento più bestiale che umano. Rocchi ipotizza una realtà futura in cui la rabbia e l’amarezza possono portare a questo snaturamento.

Che cosa dobbiamo fare per evitarlo? Soluzioni precise non ce ne sono, salvo fermarsi prima del tempo, prima che la saldatura integralista si compia.

Ciò che il romanzo esprime, cioè, non è un auspicio dell’autore ma un allarme a non proseguire su questa china. È la descrizione feroce di una realtà futura in cui nessuno ha più spazi per vivere, tanto i carnefici quanto le vittime. In cui non si può evitare di entrare “nel baratro della violenza”.

Il protagonista era stato un convinto sostenitore della non violenza, ma la terribile dittatura “cristo islamica” che si è instaurata l’ha costretto a passare “decisamente dalla parte opposta.”.

La violenza diventa così ragione di crescita e di maturazione: “Solo l’atto di guerra mi aveva fatto crescere da entrare nella vecchiaia tutto di colpo. Nella sana vecchiaia, non nella brutta bestia.”.

Gli spazi dedicati alle riflessioni, ed evidenziati in corsivo, si accrescono e si approfondiscono sempre di più nei contenuti, a mano a mano che l’azione violenta si fa continua ed acquista spessore. E ciò a riprova di quanto l’azione, soprattutto allorché ha come fine una rigenerazione violenta, non possa fare a meno di coinvolgere l’uomo interiore e indurlo a porsi una serie di interrogativi ed una serie di risposte sul vivere e sulle ragioni della presenza dell’uomo nel mondo.

L’amore, anche quando si limita all’amore dei sensi, alla ricerca del corpo dell’altra, si trasforma in un desiderio non più fine a se stesso ma sintomo doloroso di un dramma esistenziale: “Come nasceva il gusto dell’eros, aumentava il senso della violenza. Una violenza mirata, puntuale, utile. Una violenza che aveva un effetto catartico su chi la compiva”.

Il romanzo si fa via via più complesso e a poco a poco emergono i suoi contenuti più veri che finiscono per trasformarlo da narrazione di un’azione violenta contro un potere tirannico, a romanzo di una purificazione intimamente rivoluzionaria e conflittuale: “Chissà se dentro di me non alberghi un altro io, un io che non ha mai avuto il coraggio di venir fuori, di avere una propria esistenza.”.

Rocchi entra nel cuore dell’organizzazione terroristica, facendoci conoscere i piani, il modo di organizzarli e di eseguirli, i rischi, i continui sospetti di essere individuati, le varie attenzioni che si devono avere per non essere scoperti. Il capo della cellula milanese, dove il protagonista opera con il nome di battaglia di Valerio, è Audisio, un avvocato di poche parole, ma sicuro di sé, in grado di trasmettere la sua sicurezza al gruppo. È lui la mente dell’organizzazione. I riferimenti al capo partigiano Walter Audisio, nome di battaglia Valerio, sono espliciti.

Valerio, però, a volte si lascia trascinare dalla sua passione per le donne, e teme di non comportarsi come dovrebbe; sempre si interroga se qualcuna di esse non sia una spia. Conduce una vita, dunque, di insicurezza e di paura.

La spia c’è, in realtà, infiltrata nell’organizzazione e sarà una sorpresa per il lettore. Una sorpresa anche per il modo sobrio con cui l’autore riesce ad evitare di cadere nella trappola di un pathos che avrebbe soddisfatto le corde di un romanticismo da feuilleton. Insicurezza e delusione, dunque, sono parte ineludibile della vita; dobbiamo sempre farci i conti, con sofferenza, con rabbia, per riuscire ad andare avanti, a non mollare: “Attesa, tempo senza tempo che infrange i pensieri più nobili per concentrare tutto nel tormento di un unico pensiero che diventa tutto.”.

È un brano di una delle riflessioni del protagonista che l’autore ha voluto mettere in corsivo e che fanno da ossatura al romanzo, un romanzo in cui l’azione non è mai fine a se stessa ma produce sempre nell’uomo occasioni di mutamento.

Mentre fa questa riflessione, Valerio attende con i compagni l’arrivo di un treno che transiterà sopra un ponte che è stato minato. Lo faranno saltare in aria. Ma quel treno non rappresenta forse anche la vita?

Non rappresenta forse anche la lotta e la disperazione che sempre ci accompagnano?: “La vita per me era la battaglia, era la lotta, era la ribellione.”.

Le parole con le quale il romanzo si conclude rappresentano la migliore sintesi di un sentimento che non appartiene solo a Valerio ma a tutti gli uomini:

“Tutto passa, tutto ci lascia, tutto si cancella. Eppure il dolore e la morte sono state presenze indelebili, ma vedo con gli occhi del mio cuore, il prossimo venturo ricordare il passato come quando si ricorda i genitori scomparsi e si vorrebbe abbracciarli, noi corrosi dal rimorso, ora. Però non si può più, e ci troviamo a protendere le braccia in avanti alla ricerca di qualcosa da stringere. Ma non troviamo che impalpabile, inutile aria.”.

Questo viaggio della vita

Già nell’esergo ci viene annunciato che in questo romanzo, uscito nel 2018, si parlerà d’amore. La citazione che si legge è tratta dal film “L’immagine allo specchio” di Ingmar Bergman e la pronuncia una delle sue attrici preferite, Livv Ullmann: “L’amore abbraccia tutto, anche la morte”.

L’incipit rafforza tale annuncio. Siamo a Lucca, la città dove è nato e vive l’autore, una città che fa da cornice ai suoi libri, e siamo nella strada del passeggio per antonomasia, dello “struscio”, via Fillungo, una strada stretta al punto che, quando c’è la calca,  le due file opposte si sfiorano e qualche volta si toccano. Succede a Mario, il protagonista, che porta lo stesso nome dell’autore (a significare che tracce di lui si troveranno nel romanzo; entrambi sono giornalisti), la cui spalla sfiora quella della ragazza che passeggia in senso contrario; si guardano; lei lo fissa negli occhi: “Sembrava che volesse penetrarlo per scoprire chissà quali segreti. Si trovarono a stringersi la mano.”; “Era tanto bella che lui non si sentiva nemmeno degno di starle accanto.”.

È la nascita dell’amore; il lettore ne prova la stessa piacevole e armoniosa sensazione che emana dalla “Nascita di Venere”, il famoso dipinto di Sandro Botticelli. La scrittura ha la stessa sensibilità captatrice e percettiva. L’amore che troveremo, lo si avverte, è un amore che, come nella celebre Venere, non sarà mai fine a se stesso ma dono di sé agli altri e desiderio di condivisione e di possesso: “le guardava il profilo gentile ma non troppo, deciso nel taglio del naso come una greca, con marcati i segni di una bocca carnosa e il collo abbastanza lungo che invitava ai baci e ai morsi.”. Quando si baciano “le due lingue scandagliarono in lungo e in largo le bocche alla ricerca del sentimento dell’amore che pareva si nascondesse sotto i palati, nelle delicate mucose che scivolavano qua e là al contatto, persino nella gola pronta ad accogliere gli stimoli dei sensi.”. Dunque l’eros è veicolo e scandaglio di amore. Senza l’aiuto dei sensi, esso se ne sta nascosto, e forse nemmeno esiste. Dopo che ha posseduto la ragazza ne è certo: “Perché quello, era convinto, non poteva essere che amore nel senso pieno della parola.”.

L’autore sta cercando con la sua storia di scoprire la vera natura dell’amore, e lo analizza mostrandoci le sue prime apparizioni, la sua evoluzione e le influenze sulla vita di ciascuno di noi. Troveremo molto più avanti: “l’amore che si scaricava nel sesso ma anche che traduceva l’orgasmo in un afflato sentimentale che in sostanza era amore.”. Assisteremo a molte scene di sesso, alcune descritte minutamente, altre accennate, ma tutte prive di volgarità.

Come succede nel film di Bernardo Bertolucci, “Ultimo tango a Parigi”, “con nessuno dei due che si preoccupava del nome dell’altro.”, appena Mario dice alla ragazza di amarla, questa reagisce infuriata e lo caccia via. Ha paura dell’amore? Il romanzo pare volerci dare una risposta che Bertolucci non ci diede in modo esplicito, lasciando lo spazio all’interpretazione. L’amore ha forse dentro di sé un seme di violenza? È un dio che ci pervade come una possessione, privandoci della libertà, e forse del nostro stesso io?

Allo stesso modo che nel film accade a Marlon Brando, scacciato dalla giovanissima Romy Schneider, Mario è “sbigottito di quello che era accaduto e quasi non ci credeva. Ma quale idea nella testa era passata a quella ragazza per comportarsi in quel modo?”; “lo scacciava come un cane rognoso dopo che lui le aveva detto che l’amava.”.

Scopre che si chiama Kajsa, una svedese; le appare di nuovo, in un bar, vestita in modo appariscente, come da prostituta d’alto bordo, ma finge di non riconoscerlo. Da quel momento Mario è spinto ad indagare per sapere chi veramente sia. L’autore non ci dice ancora se l’amore per lei è rimasto inalterato oppure si stia tramutando in risentimento in lui, e dà alla storia l’intreccio di un interrogativo che si muove su due fronti: l’identità dell’amore (se sappia resistere alle sorprese della vita) e l’identità della ragazza.

In certi momenti, nel corso di questa ricerca, si affacciano al lettore le figure della misteriosa donna, Lucia, impersonata da Carla Gravina nello sceneggiato televisivo “Il segno del comando” di Daniele D’Anza, del 1971, e quella di Madeleine, interpretata da Kim Novak, nel film di Alfred Hitchcock, “La donna che visse due volte”, del 1958.

Quando finalmente Mario può parlare con Kajsa, questa insiste a dire che non lo conosce: “Sarà bene che tu ti faccia visitare da uno psichiatra, perché hai le traveggole. Ciao.”.

La scrittura di Rocchi ci stimola e colma di attesa la nostra curiosità. Se la ragazza ci ricorda i personaggi che abbiamo rammentato, intuiamo che Kajsa non potrà mai assomigliarli: “Eppure in questa passione c’era qualcosa di diverso, qualcosa di più pressante, qualcosa di più travolgente.”. Mario ne ha conosciute di donne, vive con Silvia (“bella e molto più giovane di lui”), che fa l’avvocato, ma Kajsa è speciale, unica. Effetto dell’amore, che Mario scopre solo ora dopo tante esperienze e già avanti con gli anni?: “Qualcosa di diverso c’era, quello che gli faceva venire attacchi di sudore freddo come un adolescente.”.

La ragazza è una escort; non per questo ciò risolve la curiosità di Mario, che continua a scorgere in lei atteggiamenti strani. In una indagine della polizia sulle escort di città ci finisce anche Kajsa e, coincidenze del destino, a difendere il gruppetto di ragazze è Silvia, la sua compagna. Mario non smette di rivolgerle domande che lo aiutino a conoscere la svedese, ma deve stare attento a non destare sospetti.

Curiosità, morbosità, gelosia e erotismo si sono mescolati in un impasto non più districabile. Che sia questa miscela a generare l’amore?

Rocchi si avvale di una trama densa di interrogativi, di riflessioni e di incognite; la fa procedere  con una maturazione lenta, costruita con soste ed indugi che lasciano al lettore la sensazione di uno schieramento di ombre che ancora non intendono piegarsi alla luce, e sono vogliose di spargere irrazionalità e sofferenza. L’autore vi è immerso al pari del protagonista, e lo affianca nel tentativo di diradarle e concedere spazio alla verità. Ma l’amore può mai appartenere alla verità? Sono questi i momenti in cui autore e protagonista sembrano unirsi in una sola persona. Silvia gli rivela il cognome di Kajsa, Johansson, e gli dice che è figlia di una italiana e di uno svedese e “nello sguardo ho visto qualcosa di perfido, di cattivo, come se fosse conscia di procurare piacere con forza.”. Un altro personaggio letterario viene alla mente ed è quello della Marchesa Isabelle de Merteuil, una delle protagoniste del romanzo “Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos, del 1782, tradotto nel film omonimo del 1988 da Stephen Frears con l’interpretazione della bravissima Glenn Close.

Kajsa continua ad insistere che con Mario non ha mai fatto all’amore. Perché lo fa?: che abbia “il cervello bacato?”.

Rocchi ci fa dubitare anche di Mario. Ci si domanda se sia davvero Kajsa a mentire per una qualche ragione o sia Mario ad aver trasformato un sogno in realtà. Eppure quando Mario torna nell’appartamento in cui è sicuro di aver fatto all’amore con lei, lo riconosce. È certo di non aver sognato. Ma Kajsa non si smuove. È un altro motivo di interesse del romanzo. Un confronto psicologico che si fa sempre più sottile. La ragazza confiderà a Mario alcuni ricordi dell’infanzia: “Quello per me era l’amore. Ora non riesco più a riconoscerlo, mi sforzo a volte di incontrarlo ma incontro solo la virulenza dei sensi.”.

Così scopriamo che entrambi (non solo Mario, dunque) stanno cercando l’amore. Sanno che esso si plasma e si palesa attraverso il coinvolgimento dei sensi, ma non riescono a catturarlo, a dargli una nascita ed un volto. Nessuno dei due è al momento in grado di compiere il miracolo che riuscì al pennello di Botticelli.

Kajsa fa la escort spinta da qualcosa che non è la necessità economica. La sua è una famiglia di alta borghesia, il padre è ambasciatore dell’Onu, la madre è proprietaria di un’industria dell’acciaio. Che cosa la porta a quel mestiere?: Mario “Non riusciva a capire il perché, se non aveva necessità, era caduta così in basso.”. La personalità indecifrabile e contorta di Kajsa è uno dei motori del romanzo; ci pare di avvertire che una volta scoperto il mistero, il sipario dietro il quale si nasconde l’amore possa cadere, e mostrarcelo in tutta la sua splendente bellezza.

La strada che l’autore sta compiendo per riuscire ad incontrarlo (sebbene nel finale troveremo: “non mi posso esaurire solo sul sentimento dell’amore.”, questo sarà il leitmotiv del romanzo) resta quella del mescolamento dei corpi attraverso il rapporto sessuale, il quale a mano a mano che si moltiplica compone piccoli tasselli disvelatori. Dopo un rapporto sessuale, Mario le ripete di amarla e lei risponde: “non ti amo anche se rispetto alle prime volte che ti ho conosciuto sento una indubbia simpatia per te.”. Le tessere si vanno componendo e il disegno che formeranno comincia a delinearsi. È un percorso colmo di sofferenza, di insicurezze, di dubbi, come se ci si trovasse dentro un’intricata foresta buia e si camminasse in ogni direzione per trovare la strada giusta e uscire alla nuova luce.

Rocchi spende molta scrittura per lasciare le tracce di questo smarrimento. Il rapporto con la compagna Silvia ha la stessa fatica cognitiva dell’altro con Kajsa; paiono due strade parallele, difficilmente intersecabili. La prima, con Silvia, è stimolata dal rimorso, che è pur esso una componente dell’amore; la seconda ha nella passione il gene più vigoroso e pervicace, e entrambi, rimorso e passione, agiscono nella mente del protagonista e la sconvolgono. Quando dorme è perseguitato da visioni inafferrabili e tormentose: “Nella girandola di sensazioni che provava c’era di tutto e il niente. Figure misteriose che inneggiavano all’amore come masse informi che sfuggivano tipo amebe per poi riacquistare sembianze umane con tutte le qualità fisiche e morali della donna che appariva nuda con tutti i suoi gioiosi attributi. Lo strano è che quelle figure non somigliavano per niente alle sue donne effettive. Prevaleva in esse la trasparenza che faceva travisare le figure che si deformavano continuamente cambiando sembianze.”.

Nella redazione del giornale La Nazione, in cui Mario lavora, a volte si compone in lui una quiete transitoria, che tuttavia lenisce la pena e mai la risolve. Leggeremo sui giornalisti questo giudizio sincero: “i giornalisti avevano le mani legate e d’altra parte, era una questione di prendere o lasciare e il lavoro è indispensabile per tutti.”.

Il tormento di Mario, procurato dal rapporto con due donne alle quali si sente legato e, perciò, incapace di scegliere l’una o l’altra (“con un amplesso riusciva a stare con due donne contemporaneamente.”), assume il significato di quanto di tragico la nascita di un amore porta con sé. L’amore, prima di sciogliersi in felicità, ci mette alla prova, ci chiede rinunce e pene; esige una purificazione dal passato, una cancellazione totale dei ricordi in un processo lungo e intenso che forse non ha eguali. Solo dopo, vinta la sfida, esso mostra tutto il suo fulgore e ci conquista donandosi.

L’autore ha tradotto le azioni che descrive in segmenti di un tale percorso drammatico, e lui stesso, lo si avverte, ne è emotivamente coinvolto. Vi lascia tracce evidenti della sua vita come segno di una partecipazione convinta e ineludibile. Mario diventa l’autore stesso che si cimenta in questa prova, approntando una raffigurazione letteraria prossima alla realtà in cui la disfida assume i pregi della verosimiglianza e della sincerità. La trama si svolge, così, al modo di una confessione, nel corso della quale tutto è detto, tutto è raffigurato, niente è sottinteso, affinché la purificazione esploda nel doloroso trapasso da una morte ad una vita nuova.

Quando Kajsa non sarà più con lui (scoprire il come e il perché è lasciato al lettore), Mario si rende conto che l’amore per Kajsa “in tanto tempo non si è affievolito ma è aumentato.”. Continua a vivere con Silvia, l’ha sposata e ha due figli, ormai indipendenti, un maschio, Riccardo, e una femmina, Enrica; il trascorrere dei giorni è intriso di monotonia: “Tutto faceva parte del gioco di due coniugi, che si erano stancati di stare insieme, ma non avevano scelta.”. È venuto in pensione, come del resto Silvia, e scrive poesie, ispirate dal ricordo della giovane svedese. Ma di nuovo ci domandiamo: Che cos’è l’amore?: “non poteva essere che un amore così intenso come quello che aveva provato per Kajsa, svanisse, si dileguasse come nebbia al sole.”. Non ha perso il vizio, però, di tradire Silvia con altre donne. Lo fa anche con Tamara, la bella russa che era stata domestica nella casa di via Buia dove aveva abitato Kajsa.

Sembra che l’amore sia un sentimento imponderabile e indecifrabile. Si avverte e si smarrisce. Lo si invoca e non risponde. Ha momenti di virulenza e poi diviene leggero e diafano; sembra durare nel tempo, e invece si affievolisce, poi ritorna, si affievolisce di nuovo. Perfino lo si dimentica nel vizio. Nell’antichità Cupido ne era il dio. Aveva l’aspetto di un bambino paffutello con in mano l’arco e la freccia. Che cosa volevano esprimere gli antichi con questa immagine? Che l’amore è capriccioso come lo è un bambino? E l’arco e le frecce significano felicità o sofferenza? E felicità e sofferenza sono mutevoli come è mutevole l’infanzia di un bambino?

La ricerca che Rocchi ha intrapreso può portare all’annichilimento di sé, allo smarrimento della coscienza, alla furia della sconfitta, alla desolazione per l’indefinibile che si è cercato di imprigionare.

Rocchi ora scrive assecondando l’emozione e il sentimento. Le scie che lascia sono la saliva del suo tormento e della sua paura. Si può riuscire a rispondere e a conquistare l’inconoscibile?: “Forse come l’amore per una donna che sembra sia l’unico e poi ti accorgi, quando ne hai trovata un’altra, che tutti gli amori sono uguali.”. Sono uguali proprio perché non definibili, senza contorni né fisionomia? Dirà a Tamara, quando è ancora la sua amante: “credevo che l’amore fosse unico.”. La moglie, Silvia, ricordando il rapporto sessuale avuto con il marito, gli fa notare: “ma l’amore è ben altro.”.

Quando incontra Viola, un dottoressa chirurgo, conosciuta nel passato, è a fare sesso con lei che subito pensa e si domanda: “E Kajsa che fine aveva fatto? Tutto l’amore che le portava dov’era finito?”. Poi si compiace di dare assicurazione a se stesso: “l’amore per Kajsa era un sentimento inestinguibile.”. No, l’amore non è stato ancora trovato, e chissà se a Mario toccherà una rivelazione di tale portata. Il lettore già pensa che una tale scoperta Mario non la meriti, ed è indotto a credere nel suo fallimento.

Che cosa ci riserva l’autore, così capace di tenerci in bilico con una scrittura che si fa tumultuosa ogni volta che la sua vicenda si complica e lo perseguita? È una scrittura, infatti, che si conforma e si modella sul temperamento del protagonista-autore. Scrive: “la narrazione di sé serve a dirsi verità che non vogliamo sentirci dire da nessuno.”. È, dunque, una sfida, questo romanzo, e come tale è combattuta. Un duello con se stesso, in cui alla spada si è sostituita la scrittura.

Con gli anni che passano, Mario comincia ad incontrarsi anche con l’idea della morte. Gli succede a Viareggio quando, portando a passeggio il suo cane Otto, scoppia un violento temporale con fulmini e tuoni ed è costretto a ripararsi sotto la tettoia di un bagno: “si mise a pensare alla sua morte, lì, sotto le cabine, col fulmine che in un attimo lo rinsecchiva per poi lasciarlo alle fiamme delle cabine di legno. Non avrebbero nemmeno trovato più le ossa, sue e di quelle del cane.”. Qual è il rapporto tra l’amore e la morte? Quale quello tra l’amore e la vecchiaia? Può l’amore dividersi dal desiderio sessuale? Sono domande che Rocchi induce il lettore a porsi, e ci lascia in attesa. Gli viene in mente Kajsa che qualche volta era presa da un tremito improvviso, e cerca una risposta: “era il segnale di qualcosa che si presentava come uno schermo della realtà, come proiezione di quello che aveva dentro e che aveva paura di esternare. La paura di non raggiungere l’amore”. Che a lui possa accadere la stessa cosa? Anni prima con Silvia era stato a Venezia e aveva visto due quadri del Giorgione, uno raffigurante una donna giovane e un altro una vecchia “che pareva dire: guardate come sono diventata e come col passare del tempo diventerai anche tu.”; e questa era stata la sua conclusione: “anche se non vogliamo, tutti noi siamo destinati a quella fine.”.

Pur essendo diventato anziano, riprova con Viola, caparbiamente, a ripercorre la strada dell’amore. Chiusa l’esperienza con Kajsa, breve quella con Tamara, ormai spenta la sua relazione con Silvia, non vuole arrendersi. Crede ancora di poterlo trovare: “Ecco, Viola era l’amore suo che gli consentiva l’autosufficienza. Il dado era tratto, finalmente.”; lei “per lui aveva colmato la ricerca dell’amore.”.

L’incontro con Viola, abbandonata dal marito, porta di nuovo il sesso in primo piano, la scrittura se ne gonfia e tracima. Pare che l’autore voglia rafforzare la sua tesi secondo la quale l’amore sorge dal desiderio sessuale; la spuma del mare che fa sorgere la Venere del Botticelli altro non è che la spuma del desiderio sessuale. Senza di esso non si può trovare l’amore. Non sono due volti della stessa medaglia, ma qualcosa di più: il desiderio è il tronco di un albero e l’amore è l’insieme dei suoi rami e delle sue foglie. Una sola pianta, un solo fiume senza affluenti. L’abbondanza delle scene sessuali ha in questo romanzo una funzione didascalica, dimostrativa. Laddove non c’è sesso, non può esserci amore. La tesi enunciata diventa apodittica.

È una ricerca, però, che può riservare delle sorprese, e si deve essere pronti ad affrontarle. Il lettore lo vedrà da sé, attraverso alcune pagine conclusive che, malinconiche, saranno tra le più belle e profonde: “Mi piacerebbe che il mio viso fosse circondato da stelle, in un buio blu scuro, dove quelle miriadi di luci hanno la forza di formare un alone che si estende al di sopra di tutto. Come le stelle che osservavo nella casa di campagna, di notte fonda, quando non ci sono più nemmeno bagliori a contrastare la visione come nelle città. Miriadi di stelle che danno la sensazione di essere di fronte a milioni di vite possibili.”; “Sulla spiaggia corrono due ragazze completamente nude che si rincorrono non riuscendo mai a raggiungersi. Corrono senza fermarsi mai, senza toccarsi mai, senza afferrarsi mai per i capelli lunghi che sventolano come bandiere, per poi svanire lontano senza che io riesca a dominare il mio corpo per correre e raggiungerle. Sono loro, sono loro, le riconosco dalle fiamme che lasciano di dietro a simboleggiare il fuoco dell’amore e il segno della morte che le ha distrutte.”; “Voglio addormentarmi anch’io e cosa è meglio delle gocce di sonnifero? Potrò allora sognare quello che voglio, ripercorrere gli itinerari della mia gioventù, cavalcare le nuvole e trasvolare gli oceani. E poi scendere per farsi accogliere in una solitaria baita di montagna dove solo, veramente solo, posso ritrovare il me stesso che l’amore impossibile e le illusioni hanno maledettamente inquinato.”.


Letto 2049 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart