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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Romano Luperini: “La rancura”

24 aprile 2016

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui]

Quando scrissi “Leggiamo insieme gli scrittori lucchesi”, sapevo già che altri nomi sarebbero emersi nel futuro, che le mie ricerche non erano riuscite a trovare. Feci, dopo altre fortunate scoperte, un’edizione intitolata “Scrittori lucchesi”, in cui inserii i nuovi autori. Però questo è un lavoro che non potrà mai avere completezza. Come scrissi nel primo libro, Lucca è una città nota soprattutto per la musica avendo dato i natali a Puccini, Boccherini, Catalani e a tanti altri giudicati minori rispetto ad essi, ma dovrebbe essere conosciuta anche come città di grandi scrittori, molti dei quali hanno avuto un ruolo primario nella storia della nostra letteratura, basti pensare ad Arrigo Benedetti e a Mario Tobino. Oppure nel campo dell’arte a Carlo Ludovico Ragghianti.

Ed ecco che, grazie ad un’intervista del conterraneo Vincenzo Pardini, vengo a scoprire che la casa editrice Mondadori ha da poco pubblicato un romanzo di uno scrittore nato a Lucca, esattamente il 6 dicembre 1940, Romano Luperini, noto piuttosto come studioso e critico della letteratura italiana. Al suo attivo, in verità, esisteva già un romanzo del 1968 edito da Transeuropa: “L’uso della vita”, ma indubbiamente, essendo stato questa volta pubblicato da Mondadori, non poteva mancare l’attenzione degli specialisti e degli intenditori, come lo scrittore lucchese Vincenzo Pardini.

Così ho deciso che era mio compito, per colmare una tale lacuna, conoscere “La rancura”, il romanzo che ha convinto Mondadori a pubblicarlo.

Intanto diciamo che rancura è un termine antico, usato anche da Dante nel Purgatorio, Canto X, e significa, tra l’altro, angoscia, avversione e anche rancore, per cui già immaginiamo di avere a che fare con una qualche dura esperienza di vita, tra sofferenze, incomprensioni, ribellioni e tribolazioni di ogni sorta, che le fanno sempre da triste corredo. Anche Montale in “Ossi di seppia”, nella sezione “Mediterraneo”, ha una composizione in cui appare la parola rancura, nei versi riportati da Luperini in epigrafe. Ma il termine si trova pure in altri autori, come Praga, D’Annunzio, Panzini, Gadda.

Ma veniamo al romanzo.

L’avvio ricorda l’asciuttezza di Federigo Tozzi con quell’uomo, Luigi Lupi, il protagonista della prima parte del libro, seduto in silenzio davanti casa con le spalle al muro e intorno la campagna e la strada ridotta ad una fanghiglia per le insistenti piogge. Ma sensazioni simili si avranno ancora, ogni volta che l’uomo si troverà immerso nella natura e soprattutto nel mondo contadino (“Per qualche istante si ricordò della propria casa sul poggio, col pagliaio ai margini dell’aia, anche quella, e il lume a petrolio appeso alla trave in cucina”). Sulla casa del poggio avremo nel capitolo 5 della prima sezione della seconda parte una esemplare descrizione tutta impregnata del sapore selvatico di quegli anni.

Siamo al tempo del fascismo (si parte dal 1935) quando si comincia ad apprendere la storia di Luigi. Dapprima titubante e ritroso, piano piano, grazie all’amicizia con Nullo Parenti, comincia ad immergersi nell’atmosfera di quegli anni, in cui baldanza e mascolinità dovevano contraddistinguere l’uomo. L’esperienza ben descritta di Luigi nel casino di Lucca è paradigmatica. Vengono in mente anche quei fascitelli schiumanti di fanatismo descritti sulla piazzetta di Ponte a Moriano, un paesino del comune di Lucca, da Arrigo Benedetti nel suo capolavoro “Il passo dei Longobardi”. Luigi deve fare i conti con le prime leggi fasciste, in particolare la legge antisemita. Una sua collega maestra a Mastiano come lui, viene licenziata; anche gli alunni ebrei sono cacciati dalla scuola. Avverte che è una ingiustizia, ma Nullo gli risponde che ci si deve allineare al nazismo.

L’autore procede al modo di un’ouverture: a poco a poco stiamo entrando nel nocciolo duro di quella che il popolo aveva immaginato come una rivoluzione giusta, che avrebbe aiutato la povera gente, ed invece si stava rivelando nelle menti più sensibili come portatrice di perniciosi germi disgregatori. Pio XI, pur dichiarandosi contro le discriminazioni razziali, non prende una posizione netta contro il fascismo ed il nazismo. Lo stesso parroco di Mastiano, don Antonio, presso cui Luigi e Nullo sono a pensione, non capisce del tutto la posizione della Chiesa, ma la giustifica, e a proposito degli ebrei dice: “mica possiamo dimenticare che è il popolo deicida, quello che ha perseguitato e crocifisso Nostro Signore.”. Luigi patisce le prime interiori contraddizioni. Perfino quando si innamora di Dora Biondini, una ragazza madre, nipote del direttore didattico, ha dubbi, incertezze, confusione pensando a cosa avrebbero detto nella sua famiglia e i colleghi di lavoro se avesse sposato una ragazza madre mettendosi in casa una figlia non sua. Nullo lo aveva avvertito: “Guarda che ha già una figlia… è una ragazza madre, capisci… e sta cercando il pollo che se l’accolli”.

La ricostruzione storica e sociale è rigorosa e ci avvicina ai percorsi di conoscenza del periodo che sono stati tracciati dai migliori documentaristi, cineasti, narratori e saggisti.   Ma qui l’avvio è dedicato alla città di Lucca che fa da superba cornice, come Ferrara nei libri di Bassani, o Parma in quelli di Bevilacqua, o le Langhe in Fenoglio; e per un lucchese, soprattutto di una certa età, paiono tornare vivi la città murata nonché i paesi di un tempo. Lucca comparirà qualche altra volta nel romanzo; però, anche quando ci sembra lontana, resta sempre all’interno delle parole e dei sentimenti dei protagonisti. Come non pensare anche al romanzo del lucchese Pietro Ghilarducci: “L’ombra degli ippocastani”?

Inquieto, sposata Dora, appena tre mesi dopo Luigi va in guerra come ufficiale, prima in Sardegna, a Tempo Pausania, poi sul fronte orientale.

Osserva i crimini compiuti dai soldati italiani nei confronti delle popolazioni jugoslave e gli scontri con i partigiani titini, e il racconto richiama alla mente un altro autore, ingiustamente poco conosciuto, Eros Sequi, molto legato alla città di Lucca, che narra di quella lotta partigiana (periodo che va dal 14 ottobre 1943 all’agosto del 1944, di cui fu protagonista dalla parte titina) nel suo libro “Eravamo in tanti”, del 1953.

Luigi, insieme con il capitano Landoni e altri ufficiali, è tra quelli che, dopo l’8 settembre, decidono di continuare la guerra contro i tedeschi e in accordo con i partigiani titini. Non sono pochi i soldati che aderiscono al loro appello. Chi sa se Eros Sequi e Luigi Lupi si siano mai incontrati, magari nella redazione del giornale “La voce del bosco” (che ebbe breve durata), voluto dal capo partigiano Darko e diretto da Luigi.

Landoni, Lupi, Botticelli (un altro ufficiale), Piddiu, (un soldato semplice) alla stregua di Sequi si battono per restituire l’onore all’Italia cercando di far dimenticare gli orrori commessi dal fascismo, ma il tempo del risentimento e delle vendette è già scattato: “Si parla di migliaia di nostri connazionali della Venezia Giulia deportati, di centinaia di deportati gettati in fosse comuni, che qua chiamano foibe…”. L’importante capo partigiano Maslo odia gli italiani e contrasterà duramente Darko.

La guerra, ora, si mette al centro della storia, con la sua crudeltà ma anche con i sentimenti che di tanto in tanto affiorano nell’animo dei protagonisti allorché la raffrontano alla dolcezza della pace. Luigi ha assunto il nome di Valerio Dori e ha presto raggiunto, per il suo valore, il grado di comandante e capo di stato maggiore. Si domanda, in un momento in cui si trova immerso nella natura e ricorda la propria infanzia e il mondo contadino in cui è cresciuto, come la vita lo abbia condotto lì, a combattere una guerra spietata, e così l’autore ha modo di esprimere, attraverso di lui, una riflessione che va oltre il romanzo e penetra nella esistenza di ciascuno di noi: “Ci capitano molte cose nella vita, e quasi tutte non le scegliamo noi, ma ci scelgono loro… e non solo le cose brutte, come le malattie, ma anche le cose belle, come l’amore. (…) Le grandi scelte non sono il frutto di calcoli consapevoli, ma di una spinta interiore, come una molla nascosta e oscura.”. E più avanti, dopo aver conseguito una vittoria contro il nemico: “Ecco, pensa, questa vittoria è un fatto della mia vita, un fatto che ho preparato e voluto e che determina la mia identità, e nello stesso tempo fa parte di un processo più grande che attraversa eserciti e popoli di tutto il mondo.”. Riflessioni che permeeranno tutto il romanzo. E ne alimenteranno altre, che hanno sempre a che vedere con le ambiguità e il mistero della nostra esistenza. Il dialogo tra Nullo, catturato e condannato alla fucilazione, e Luigi che lo vuole rivedere per l’ultima volta, è uno strappo doloroso e violento al velo che rende ambiguo il nostro vivere: “Tutta la nostra civiltà, fascista o antifascista, è intrisa di violenza e di sopraffazione, da sempre, e sarà sempre così. L’uomo è un animale, e questo peccato originale nessun battesimo lo può cancellare.”.

Nel dialogo, Nullo esprime un giudizio sullo scrittore Romano Bilenchi, l’autore di “Conservatorio di Santa Teresa”,  del 1940, che ci avvilisce: “Bilenchi non mi piaceva. Faceva il sovversivo, ma era sempre malato, o faceva finta d’esserlo, non lo so, con quella scusa non aveva fatto nemmeno il militare…”.

Nel riportare le imprese di Luigi, Luperini ha sentimenti piuttosto severi, se non addirittura aspri, nei confronti degli uomini, sentimenti che si addolciscono solo allorché sono toccati dalla natura, la quale, anche quando si mostra o dolente o ruvida, è sempre accettata qual è. La comunione dell’uomo con la natura si può trovare forse solo nella morte: “L’assurdo della morte era questo, che non cambia nulla e tutto deve continuare come prima.”.

Ora entra in scena Valerio, il figlio di Luigi, con cui si avvia la seconda parte del romanzo (divisa in due sezioni), ambientata negli anni che vanno dal 1945 al 1982. La guerra è finita e Valerio, che ha quattro anni, vede il padre per la prima volta sulla porta di casa allorché rientra dall’ospedale di Bari, dove era stato ricoverato per un’infezione renale.

Lucca ritorna. Le usanze toscane degli anni Quaranta si susseguono nei ricordi di Valerio e creano una dolce e quieta atmosfera che si contrappone alle tormentate pagine di guerra precedenti. Il taglio è netto. Gli americani hanno finito di bombardare ed è giunto il momento che si faccia strada la voglia di vivere e di ricostruire. Sarà facile? Sarà difficile? Ciò che è andato distrutto si potrà edificare di nuovo? Non solo a riguardo delle macerie, ma anche dei sentimenti? Che cosa ci aspetta? La società è stata scossa, tormentata, divisa. Le idee sono confuse, ritorte su se stesse: occorre tornare alla lucidità perduta: la si potrà ritrovare? Il romanzo ci dà una prima risposta nel momento in cui, tornato Luigi dalla guerra, in casa si delineano a poco a poco i contorni di un’allucinante dramma familiare. La guerra non è più fuori, ma si è trasferita nell’intimità della famiglia, ne ha corrotto i sentimenti. Valerio, che in pratica non ha conosciuto la guerra, ne intuisce, sebbene sia un bambino di sei anni, le conseguenze, ed in specie il disordine degenerativo che si è infiltrato nelle coscienze. Chi è davvero suo padre? Uomo valoroso in guerra, obbedito e rispettato, che cosa è diventato? Perché lo sente dire “Quante volte ho pensato in guerra di tirarmi un colpo in testa. Perché non l’ho fatto?”. Avvertiva già allora l’annuncio degli sconvolgimenti che la guerra avrebbe infiltrato nel tempo della pace e della ricostruzione? Lo zio di Valerio ha una risposta: “Lui è un capo partigiano, e si trova a vivere in una città bacchettona e democristiana, in cui i partigiani sono considerati dei banditi… Chi vuoi che frequenti?”. Il dubbio e con esso un sordo rancore si insinuano nel bambino Valerio, chiamato a vivere un’esperienza dolorosa della quale non ha colpa. Rancore e dubbi verso il padre? Verso la società uscita dilaniata dalla guerra? La sua non sarà una crescita serena.

Nella loro vita, quella di Luigi e di Valerio si apre all’improvviso un momento di felicità; succede quando si trasferiscono nella casa del poggio, in campagna. Luigi sembra rianimarsi e riconciliarsi con il mondo, e Valerio prendere confidenza con il padre e nutrire fiducia in lui: “Mio padre ci teneva che io sapessi queste cose.”. Il padre gli insegna e lui apprende con gioia. È forse questa la chiave per ricominciare e gettarsi alle spalle il duro passato?: “Sì, anche lui, pensai, qualche volta poteva essere contento.”.

Tra la prima parte del libro e questa seconda parte la differenza sta che nella prima i suoni, i rumori, sono della guerra e della cattiveria; nella seconda i suoni e i rumori si trasformano e si immedesimano nel momento in cui aneliamo a ritrovare l’armonia della pace; e per trovarla l’aiuto può venire dalla natura, a condizione che vi si immerga l’anima e si diventi tutt’uno con essa. Ma attenzione: niente può essere dato per scontato, soprattutto per un bambino alle sue prime esperienze: “per un attimo pensai che diventare grandi e diventare cattivi fosse la stessa cosa.”. Restano le cicatrici della guerra.

Infatti, il trasloco in una casa di città (Pontedera), ancora piena di macerie (“I bombardamenti avevano raso al suolo una grande fabbrica tessile”), provoca in Valerio sorpresa e delusione. Qui si manifestano i primi segni della pubertà, ma nella loro scoperta manca la consapevolezza di una appartenenza comune al creato (ciò che spontaneamente avveniva in campagna), e piuttosto vi si avverte la solitudine di uno sviluppo fisico e spirituale che appartiene a lui soltanto. Anche quando gioca coi compagni, tra le macerie della guerra, ci accorgiamo che non è più come quando il babbo lo portava in giro per la campagna e gli insegnava. Luigi stesso, il padre, è cambiato: “Nella nuova casa sembrava che avesse perduto la sicurezza e la baldanza che aveva in quella del poggio.”.

Questa seconda parte apparterrebbe alla categoria del romanzo di formazione se non fosse così strettamente legata alla prima parte, cruenta e deflagrante, che non finirà mai di proiettarsi in ogni fase del romanzo. Sta lì, nascosta dietro l’angolo, pronta a comparire e a smorzare ogni entusiasmo, pronta, ossia, a trasformarlo in rancura. Compaiono i primi scioperi. Gli operai della Piaggio protestano contro i padroni. Anche gli studenti protestano. Siamo al tempo dell’occupazione sovietica dell’Ungheria. Ma si formano anche cortei che inneggiano all’ex Duce, Benito Mussolini. Per la città affiorano inquietudine, divisioni, risentimenti, nostalgie e voglia di riscatto dalla povertà. Anche la famiglia di Valerio è povera. In più il padre si è ammalato e “I soldi se ne andavano in medicine.”. Della stessa malattia, la pleurite, si ammalerà anche Valerio.

Arrivato all’università, Valerio frequenta le lezioni del professore di letteratura italiana, il quale è un dirigente del PCI. Ciò da motivo a numerosi contrasti con il padre, iscritto al PSI. Pare che la strada di Valerio sia segnata e non è quella del padre, anche se, quando, con gli amici di studio, andrà nella bella casa del professore, situata ai piedi delle Alpi, per mettere ordine nella sua vasta biblioteca, noterà: “sembrava più un esponente dell’alta borghesia o della vecchia nobiltà locale che un militante di partito. Era una contraddizione che in me provocava un senso di spaesamento, quasi percepissi una frattura tra parole e fatti che poteva incrinare la mia fiducia in lui.”. Viene toccato un tasto che rimarrà sempre attuale, anche nei nostri anni: lo stridore tra la bella vita che si conduce e l’appartenenza ad una militanza operaia. È pure questa contraddizione un elemento della rancura, che alimenta il romanzo. La rancura è un veleno che si insinua in noi piacevolmente attraverso i momenti della nostra vita che ci paiono felici.

Lo sciopero generale proclamato dalla CGIL per impedire che si tenesse a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, il congresso del MSI si trasformerà presto in una vasta mobilitazione contro il governo Tambroni e spingerà molti giovani a iscriversi al PCI. Tra questi, Valerio, che pensa: “Sarà un bel colpo per mio padre”.

Il racconto di Luperini si svolge con uno stile coinvolgente, soprattutto per i lettori che quegli anni li hanno vissuti. Le descrizioni, siano esse rivolte al paesaggio o alla vita sociale, sono minute, esatte e altrettanto vivide. Ma anche i più giovani non possono non sentirsi trascinati nel turbinio che coinvolge i protagonisti, mostrando le sfaccettature di una società che, dopo la guerra, si stava ricostruendo. Le nuove abitudini, i nuovi modi di pensare e di vivere scaturiscono, come una filiera, dal dolore e dal lascito desolante e impietoso della guerra, dai cui artigli ci si deve in ogni modo liberare. Uno sforzo affannoso, che a volte semina inquietudini ed incertezze, a volte entusiasmi deliranti, ma la strada dell’affrancamento va percorsa, affrontandone i rischi, pronti a rivedere e a correggere. Come fu al tempo delle Brigate Rosse. L’autore (sotto il nome di Valerio) racconta in prima persona. Ciò che leggeremo è il frutto delle sue esperienze personali: “Gambizzavano sequestravano uccidevano magistrati giornalisti manager capireparto sindacalisti politici guardie carcerarie poliziotti, quanti ne dovevano far fuori, e quanto a lungo ancora, per creare le condizioni dell’insurrezione rivoluzionaria? No, non poteva funzionare.“. Valerio è un docente universitario e ora milita in un partito di estrema sinistra, Democrazia Proletaria. Ha contatti con Vittorio Foa e ha scelto di far sua la dichiarazione di Leonardo Sciascia: “Né con lo Stato né con le BR.” In quei giorni è stato ritrovato in via Caetani il cadavere di Aldo Moro e l’autore riflette che il terrorismo non è la via da percorrere se si vuole fare la rivoluzione proletaria. Il terrorismo isola da tutti, resta fine a se stesso.  Dunque, la guerra ha distrutto, ma come ricostruire? DC e PCI, insieme con giornali, sindacati e Confindustria indicano una strada diversa, si muovono nel solco dello spirito che li ha portati al compromesso costituzionale. Niente a che vedere con i sogni di Valerio. Ma se si esclude il terrorismo, quale potrà essere l’altra strada per arrivare alla rivoluzione proletaria?

Come si vede ai giorni nostri, la ricerca non si è ancora esaurita e nascono movimenti politici con questa ambizione e trovano molti proseliti, ma una rivoluzione in Italia sarà mai possibile? Nel mio libro del 2001 (che accorpava due instant book precedenti): “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”, esaminando i fatti degli anni 1995 – 1996, che, grazie all’asse Scalfaro – Bossi – Dini – magistratura, abbatterono il governo Berlusconi, sostenni la tesi che in Italia non è possibile avviare alcuna rivoluzione al potere costituito, e i successivi avvenimenti politici non hanno fatto che confermare questo mio convincimento.

Valerio intanto continua a narrarci la sua esperienza lungo questo percorso fatto di speranza, di rabbia (ancora la rancura), di delusione, che nacque negli anni Settanta. È un anche un diario-cronaca, questo romanzo, un’aperta confessione che ha tutta l’aria d’essere stato scritto per non lasciare disperdere e cadere quello spirito rivoluzionario (lontano però dal terrorismo e dalla lotta armata) che, pur se nascosto, sempre alberga nei popoli. Eloquente è il dialogo tra Valerio e l’amico Francesco che si svolge nel capitolo 2 della seconda sezione. Ad un certo punto Valerio dice: “i miei colleghi mi considerano l’ultimo giapponese… uno che non capisce, che continua a combattere quando la guerra è finita da un pezzo.”. Ma un nuovo incontro con Vittorio Foa, seguito ad una manifestazione femminista, lo fa di nuovo riflettere grazie ad alcune considerazioni di Foa: “Vedi, scoprire il filo della propria corrente è anche scoprire il filo della corrente della vita,  c’è una coincidenza tra la nostra esistenza e quella degli altri.  (…) In ogni movimento rivoluzionario c’è un incontro iniziale fra la felicità individuale e quella collettiva, fra privato e pubblico. Sul piano politico questa è la linea della corrente. La rivoluzione è questa corrente. (…) bisogna partire da sé, dal privato, dai propri bisogni, dal proprio bisogno di felicità. Quando i due piani si separano, o quando il privato viene sacrificato alle ragioni pubbliche, come è accaduto nella storia gloriosa e in quella ingloriosa del comunismo, in quel momento si comincia a sbagliare.”. Questa considerazione porterà Valerio a rivedere la sua vita, a dare ad essa una specie di nuovo inizio, partendo appunto dalla sua vita privata, prima quasi interamente sacrificata alle ragioni pubbliche. Vi saranno compresi i rapporti con il padre Luigi e i rapporti con le donne che hanno costellato la sua esistenza. Attraversando una piazzetta e dopo aver dato un calcio ad un pallone rotolato tra i suoi piedi, scrive: “Mio padre ha fatto anche il calciatore, pensai, ma senza il rancore del confronto, quasi con un trasporto di simpatia. Domani vado a trovare lui e la mamma, così gli porto anche Marcello.” Marcello è il figlio (protagonista della terza parte) avuto da Sandra, con la quale sono nate incomprensioni e liti.

L’autore sta spianando la strada alla nostra ricerca di come sia possibile fare una rivoluzione, lontana dalla lotta armata e dal terrorismo. Il filo della corrente che dovrà unire tutti noi in un comune obiettivo di convivenza deve partire da noi stessi, dal convincimento che solo se noi siamo in pace con noi stessi e collaboriamo alla serenità altrui, l’obiettivo potrà essere raggiunto. Ci siamo avvicinati alla parte più significativa del romanzo, che va d’ora in avanti oltre la narrazione dei fatti, e li penetra con una nuova unità di misura prima sconosciuta ai rivoluzionari del tipo, ad esempio, dell’amico Orazio, finito nella lotta armata e costretto a consegnarsi alla polizia poiché ormai il loro progetto era fallito. La conoscenza che l’autore ha, soprattutto con Vittorio Foa, ci permette una migliore valutazione degli avvenimenti e specialmente dei motivi per cui i partiti schierati alla sinistra del PCI siano entrati in crisi. La marcia dei quarantamila colletti bianchi che sfilano per Torino invocando la fine dello sciopero e il ritorno al lavoro (“NOVELLI NOVELLI FAI APRIRE I CANCELLI” – Novelli era il sindaco di Torino) segna un punto di rottura e la necessità, come suggerisce Foa, di una pausa per una più approfondita riflessione.

Il vero cambiamento, dunque,  può venire solo da una forte spinta interiore, legata al sentimento, e, perché no?, al ricordo. La tragica morte di Luigi, e prima ancora la sua malattia, ci ricollegano così alla prima parte del romanzo, in cui la vitalità degli ideali aveva fatto di Luigi un uomo esemplare, di cui Valerio non era riuscito a capire niente. Tutto quanto Valerio ci ha raccontato della sua esperienza politica si fa piccina piccina, quasi un naufragio, rispetto all’esistenza coraggiosa e risoluta condotta dal padre. Intanto la scomparsa del padre lo accosta al pensiero della morte. Andando a visitare Franco, un amico di molte battaglie politiche, morente presso un ospedale, Luperini fa dire a Valerio una frase che è tra le più profonde e limpidamente espresse del romanzo: “Davanti a quella porta che non si apriva, a poco a poco sentivo incrinarsi la mia sicurezza di vivo che ignora la morte e riempie l’oggi attendendo e organizzando il domani.”. Alla quale fa seguito quest’altra: “I ruoli, i meccanismi sociali, sono inventati dall’uomo per tenere in scacco la morte, per vivere come se non esistesse, e la morte invece si serve di questi stessi meccanismi per affermare il proprio dominio, per mostrare l’assoluta inutilità del nostro continuo affannarci per tenerli in funzione.”. Valerio è cambiato. Il mutamento avviene all’improvviso. È vero, ci sono prima le delusioni politiche, però esse intorbidano più la ragione che il sentimento. Ma sono la morte del padre e l’amico morente, nonché la morte di un altro amico, Sandro, a convincerlo che il sentimento, quando affiora, lo può fare con una forza tale da travolgere la mente ed è esso, più che la ragione, a mutarci e a dare una svolta alla nostra vita. Esso è “la corrente della vita”. Il rapporto con il prossimo cessa di essere una ricerca di concordanze o di contrasti, ma diventa la ricerca di un’unica direzione, quella della solidarietà e della calda fratellanza.

È alla fine di questa seconda parte che l’autore ci dice che ha cominciato a mettere ordine negli appunti del padre e che “Memoriale sul padre”, ossia la prima parte del romanzo, altro non è, dunque, che il risultato di questo lavoro, il quale acquista proprio per questo una sua partenogenesi, che già veniva emergendo a poco a poco all’attenzione del lettore. Con tale partenogenesi la stessa rancura si sta trasformando in un atto d’amore. Sarà la breve terza parte, “Il figlio del figlio”, che tratta dell’anno 2005 (quindi più di vent’anni dal periodo trattato nella seconda parte) a fare da spinta a tale partenogenesi. Infatti, Valerio ha portato alla luce il “Memoriale sul  padre” e lascerà al figlio Marcello un diario su di sé per gli anni che vanno dal 1945 al 1982. Questo diario sarà riordinato da Marcello che vi aggiungerà, in terza persona, la sua esperienza di vita nell’anno 2005 allorché, arrivato da Londra per vendere la casa, rimasta da tempo inabitata, deciderà di mettere un po’ d’ordine nel materiale lasciato dal padre. Come aveva fatto Valerio nei riguardi del materiale lasciato da Luigi, allo stesso modo farà Marcello, frugando tra libri, manoscritti, fogli sparsi, fotografie e ce ne renderà conto; soprattutto ci renderà conto di un diario scritto su di un quaderno giallo, il cui contenuto altro non è che la seconda parte del romanzo, e vi aggiungerà altri particolari, ossia le vicende di Valerio negli ultimi anni della sua vita, quando si reca in America, già afflitto dal male che lo condurrà alla tomba. E i particolari della sua morte. Nel corso del lavoro riapparirà la rancura nei confronti del padre, che nella sua esistenza ha avuto molte donne e Marcello si domanda con una certa irritazione se non fosse stato un dongiovanni. Scopre che in America ha avuto perfino una ragazza, Claudine. Ha fatto un volo fin là per incontrarla. Ha trovato una foto che li ritrae nel 2001 abbracciati davanti ai ruderi delle Torri gemelle. Marcello ha una sorellastra, Serena, che lo raggiunge con un’amica, Letizia, soprannominata per gli amici Let, con la quale scambia una serie di lettere grazie alle quali Marcello si lascerà andare a delle considerazioni sull’esistenza e sulla speranza di cambiare la società e i rapporti tra gli esseri umani, che ricollegheranno questa ultima parte alle altre due. Riferendosi al padre e al nonno, infatti, scrive: “Loro sognavano il cambiamento, oppure ne avevano paura, e se non lo temevano e non lo desideravano comunque se lo aspettavano, e invece noi non lo conosciamo, non ne abbiamo idea, sappiamo da sempre che non esiste, che non è plausibile, lo sappiamo da quando siamo nati senza che nessuno ce lo abbia detto, è un fatto naturale che abbiamo respirato con l’aria stessa dei nostri polmoni. Loro credevano nei fatti e nelle emozioni, erano seri e patetici, noi siamo ironici e cinici.”.

L’autore sembra voler consegnare a Marcello, nel raffronto con Valerio e Luigi, una specie di profezia, che non solo va ben oltre le loro esistenze, ma riduce quella di ciascuno di noi ad una desolante commiserazione di se stessi. Le tre parti, messe insieme, si congegnano l’una dentro l’altra. Dalla grande busta gialla trovata nella camera di Valerio esce, così, una specie di piramide, al cui vertice sta la storia di Luigi, nel mezzo quella di Valerio e alla base, a sostenere il tutto, l’insicurezza e la rancura, la quale non ci lascia mai. La rancura diventa così l’antico complesso di edipo rapportato ai nostri tempi, nella turbolenza e nella confusione della società moderna. Dice Marcello, infatti, a proposito del padre: “non avevo nessuna confidenza con lui e non osavo nemmeno sfiorarlo con un dito.”. Quasi le stesse parole che Valerio aveva espresso per Luigi, e Luigi per il proprio padre.  E riassume: “Sempre la stessa sfida, fra me e lui e anche fra lui e il suo, di padre, e così via.”.

Se si pensi, poi, alle tragiche morti di Luigi e di Valerio, questa partenogenesi, questo svilupparsi di Marcello dentro le loro vite, viene confermata dalle parole conclusive del romanzo: “Di colpo si accorge del silenzio e della solitudine che lo circondano.”.

 


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Bart