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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #1/16

25 novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #1

Non avrei mai pensato di scrivere un’altra storia. Ero convinto di aver concluso la mia esperienza letteraria con Caro papà, Caro figlio. E, invece, ecco che compare nella mia vita Celeste, una rondine di nido. Ho preso cura di lei, accompagnandola fino al giorno che ha potuto volare. Ora è lontana da me, è nel cielo, celeste come il suo nome. 

“… È un racconto colmo di commozione, di trepidazione e di letizia, e la vicenda è straordinaria e luminosa, ridando fiducia nella vita e nella storia. La vicenda della rondine è anche una profonda allegoria.” Giorgio Bárberi Squarotti
 
Celeste cresce bene. Siamo contenti di lei, che ha resistito e forse ce la farà a vivere. Celeste è una rondine di poche settimane. È sopravvissuta ad un’autentica tragedia. Sotto il tetto di casa mia, tre anni fa una coppia di rondini fece il nido. Fu per noi una gioia. Vedemmo spuntare dal nido a metà maggio il capino dei rondinini. Seduti nella piccola pineta, stavamo ad osservare i genitori accudirli, portare loro il cibo, con frenesia, con voli rapidi, entrare dentro il nido e poi velocemente riuscire. C’era una vita familiare in quel nido da fare invidia a noi uomini. E poi c’era il loro volo, così potente e guizzante. Seguivo spesso il loro volo: si dividevano, chi andava a nord chi ad ovest, qualche volta si alzavano alte nel cielo e quasi sparivano alla vista, poi d’un tratto, eccole ricomparire al nido, aggrapparsi a quel grumo di terra, entrare col capo, dare il cibo ai figli e poi via, di nuovo guizzare nel cielo, sparire. Non ci siamo mai accorti di quando anche i figli, cresciuti, prendevano il volo. Una mattina, guardando in su, sotto il tetto, scoprivamo che era vuoto. Ciò accadeva di solito verso la fine di agosto. Anche nel cielo le rondini si erano diradate, ne restava qualcuna attardata, poi a settembre inoltrato più nessun segno di loro. Andate via, lontano.
Questo periodo è stato sempre vissuto dalla mia famiglia come un appuntamento con la vita, e abbiamo voluto credere che ogni anno la stessa coppia occupasse il nostro nido. Il pensiero che anche lontano, chissà dove, quella coppia anelasse in qualche modo a questo ritorno alla nostra casa, la sua ricerca della rotta durante il volo, l’orientamento nella nostra direzione, ci faceva partecipi di una comunanza dentro la Creazione che ci affascinava. Ma ecco che un giorno, un pomeriggio, tornando a casa, mi viene incontro mia moglie.
«Hai visto che cosa è successo?»
«Non ho visto niente.»
«Il nido è caduto. Vieni a vedere. L’abbiamo lasciato lì apposta per te.»
Sono stupito ed amareggiato ancor prima di vedere. Vado sul lato ovest della casa, dalla parte della pineta, guardo sotto il tetto, verso il nido che era collocato quasi all’altezza della finestra della mia camera, e non vedo niente, guardo in terra, e scorgo uno spettacolo terrificante, che non avrei mai voluto vedere. Al suolo giacciono i corpi di tre rondinini, senza più vita, già col loro primo piumaggio, e proprio sotto la parete il grumo di terra del vecchio nido.
«Com’è accaduto?»
«Non  ci siamo accorti di niente. Sono venuta qui e ho visto quello che ora vedi tu.»
Avevo il cuore smarrito. Tornai a guardare sotto il tetto. Era rimasto solo un cerchio scuro, laddove prima c’era l’attaccatura del nido.
«E i genitori?» ho domandato.
«Hanno volato come impazziti intorno al nido, poi intorno a me, con volo radente, gridando.»
«Dove sono?»
«Non lo so. Non li ho più visti.»
«Non è possibile che sia accaduta una cosa simile!»
«È così.»
«Forse è stato il peso eccessivo. Ecco, deve essere questa la causa.»
«Uno è ancora vivo.» Mia moglie lo disse guardandomi negli occhi. Aspettava la mia esclamazione di gioia, che ci fu infatti, quasi liberatoria da quel groppo di dolore che mi aveva attanagliato.
«Dov’è?»
Mi portò in casa, e in cucina vidi lei, Celeste, piccola, un grumo di lanugine, accovacciata dentro un nido di passerotto, che qualche giorno prima, potando le rose, avevo scoperto abbandonato. Pensai che quel nido non era stato lì per caso, apparteneva ad un disegno di Dio.
La tragedia accadde giovedì 1 giugno 2000. Celeste dà segno di forza, di volontà, quando sente che uno di noi si avvicina, apre il becco e agita le alucce, vuole del cibo. Raffaella ha cura di lei come se fosse una creatura umana, una figlia. Quando la vedo accudire la piccola Celeste, qualche volta mi avvicino e la bacio. Desidero tanto che quella rondine sopravviva. Non vedo l’ora che venga il giorno in cui spiccherà il volo. Non ho mai visto come i rondinini nel passato hanno preso il volo, ma confido che un modo ci sarà per restituire Celeste alla sua vita. Ci conosce, sa che l’aiutiamo a vivere. La sera la mettiamo in casa, la mattina presto torniamo a collocarla sotto il tetto, all’altezza del vecchio nido caduto. Culliamo la speranza che i genitori si accorgano di lei e l’accudiscano secondo le loro leggi, che non conosciamo. Ci sono tante rondini che volano intorno a lei, ma non so nemmeno se la vedono. Nessuna si ferma. I primi giorni ho imprecato contro la natura che è così crudele. Mi sono domandato come sia possibile che una madre abbandoni in questo modo una figlia sopravvissuta. Ma forse sbaglio a ragionare in questo modo. Chissà quali sono le leggi che governano la vita delle rondini. Nemmeno uno studioso le conosce a fondo, perché ciò è impossibile. Così Raffaella ed io ci troviamo a fare la parte delle rondini! L’ho chiamata Celeste, come se fosse una femmina, e magari è un maschio, ma credo che non sia importante. Ora importante è farla vivere, per restituirla alla sua natura. Quando si librerà nel volo, allora potrà essere importante il suo sesso, allorché dovrà entrare nella gerarchia della sua specie. Ora Celeste è il suo nome, nome di donna e di maschio insieme. Celeste, perché dovrà tornare a volare nel cielo azzurro: ecco la ragione del suo nome. Celeste: che ora significa vita e libertà. 

Il capino nero, il piccolo becco dai bordi gialli, gli occhi di Celeste sono lanceolati come sarà presto il suo corpo, proprio simile alla punta di una lancia. Quel piccolo esserino sarà destinato ad essere una macchina poderosa del volo. Come lo squalo per gli esseri marini, così la rondine, per il cielo, esprime una perfezione funzionale  al volo nel massimo grado. Celeste farà fremere l’aria come le sue sorelle, che ora le passano vicino e nemmeno la vedono. Ma sarà così? Stento a credere che nessuna di loro la scorga nel suo nido, la oda mentre emette i suoi piccoli trilli. Appena mi avvicino, apre la bocca, la spalanca e fremendo attende il cibo. Manda nitidi trilli, e qualche rondine non può non udirli. C’è indifferenza? Una madre dimentica così presto i propri figli? Tra noi esseri umani, una madre non si rassegna, è pronta a dare la propria vita pur di far sopravvivere un figlio. C’è uno sbalordimento nell’uomo maschio quando si sorprende a riflettere su questa forza insita nella natura della donna. Deve essere così anche nelle altre specie: una legge imposta dalla natura per garantire la sopravvivenza. Avrei bisogno delle capacità speculative di un Lucrezio per indagare oltre, ma non me la sento, voglio restare stupito di questo amore che sta nascendo tra noi, ossia tra l’essere umano e questa piccola rondine, tra la mia famiglia, noi e i nostri figli, e questo esserino che, se vivrà, come speriamo tutti, un giorno si alzerà nel cielo e compirà, come le altre rondini, i sorprendenti, rapidi voli che ammaliano il cuore.
Quando Celeste è sazia di cibo, fa un piccolo cenno del capo al nostro avvicinarsi. I suoi occhi piccolissimi, stretti, ci guardano. Ho cominciato a parlare con lei. La incoraggio a lottare. Poi alzo il capo al cielo ed invoco, ma inutilmente, la madre, che voglio sperare stia ancora da queste parti e tutto veda, e magari sia contenta, giacché, lei in qualche modo impotente, vede me, un essere umano, forse un suo nemico, aiutare la piccola figlia a vivere. Se c’è una legge comune che presiede alla Creazione, tutto questo è possibile: è possibile, cioè, che in un modo non ancora palese i nostri diversi linguaggi si ascoltino, comunichino, nonostante la lontananza. La lontananza vale per i sensi, non per i sentimenti. Quando è sazia, Celeste è un batuffolo di lanugine che non si muove, si rannicchia in un angolo della scatola che contiene il suo nido. Questo, col passare dei giorni, si sta disfacendo, e fra poco sarà inservibile. Forse, la lasceremo nella scatola, consapevoli che ormai sarà temprata e pronta ad ulteriori passi in avanti verso la vita. Claudia, una delle mie care figlie, studia nella sua stanzetta, la cui finestra è appena sopra il nido di Celeste. Si accorge di ogni volta che andiamo a trovarla. Sorride quando le rivelo che ho chiamato la piccola rondine col nome di Celeste. Le piace.
Quando arriva Elena, la figlia più grande, con il piccolo Lorenzo, io lo prendo in braccio e lo porto da Celeste. Se lei apre la bocca pensando che qualcuno sia venuto a darle il cibo, Lorenzo la fissa, per qualche istante non distoglie lo sguardo, poi si volta verso di me, mi guarda negli occhi e sorride. Celeste piace a tutti, sta entrando a pieno diritto nella nostra famiglia.
Oggi è una giornata già estiva, fa caldo. Le rondini volano basse sul fieno appena tagliato. Lo ha tagliato Dino proprio ieri. Come faccio ogni anno, appena ho sentito il suo trattore sono sceso giù e gli ho dato qualche istruzione. Ma Dino conosce i miei campi meglio di me. Fa sì con la testa e forse compatisce i miei scrupoli. In questo so di essere un po’ noioso, spesso cado nelle banalità, e Raffaella, certe volte che non ha la pazienza di tollerare, me lo rimprovera apertamente.
«Tu asfissi la gente. Non dài tregua. La soffochi!» E mi guarda, poi sorride un po’ e allora capisco che non c’è cattiveria. Noi invecchieremo insieme, glielo dico spesso, siamo stati giovani insieme ed ora dobbiamo invecchiare. Non siamo più tanto giovani, fra poco comincerà il vero declino. Siamo giunti ai margini. Avremo bisogno di tutto il nostro amore per continuare a capirci e a tollerarci. Quanti difetti abbiamo! I miei ho imparato a riconoscerli, anche se non posso vincerli. Fanno parte della mia natura, com’è possibile? Conosco anche i suoi difetti, e questi ho imparato ad amarli. I suoi rimproveri me la pongono di fronte così com’era da giovane, quando ancora di più la sua esuberanza metteva l’accento sulle mie mancanze. Le amerà anche lei? Quasi quasi penso che sono più i difetti che i pregi che fanno amare un uomo, più le sue debolezze che le sue resistenze.
Raffaella cura Celeste con una dedizione appassionata: è come una sfida contro la sventura che ha colpito il piccolo uccello. La osservo: va da Celeste con piccole mosche depositate su di un fazzoletto di carta, con piccoli ragni, chioccioline, formiche. Le faccio notare che per assicurare la vita a Celeste ne sacrifica altre. È giusto agire così?
«Così è la vita. Non l’ho fatta io a questo modo. Anche i genitori di Celeste per assicurare il cibo ai figli hanno ucciso chissà quanti insetti, vermiciattoli e così via.»
Sono gli antichi interrogativi che hanno assillato la mia vita, da giovane come da anziano. Si deve uccidere gli altri per sopravvivere. C’è una legge di morte che governa la vita.
Proviamo a guardare che cosa accade nel mondo. Le guerre infestano ogni parte del globo. La guerra è sempre una lotta di sopravvivenza. Fanno sanguinare il cuore le scene di miseria, di malnutrizione che affliggono buona parte dell’umanità. Celeste non sa niente di questo che accade agli uomini. Lei è destinata a non conoscerci. Forse, per ciò che stiamo facendo Raffaella ed io, nella sua breve vita amerà l’uomo, nel suo volo lo riconoscerà sempre. Ma l’uomo è una macchina terribile di guerra: e i suoi strumenti di morte sono l’egoismo, la vanità, il desiderio della ricchezza. Non credo che le rondini si uccidano tra loro. Litigano, questo è possibile, ma non ho mai sentito dire che si fanno la guerra. Non se la fanno nemmeno le altre specie al loro interno. Con altre specie sì, accade, ma dentro la loro specie hanno un sacro rispetto. Nell’uomo nemmeno questo succede. E così le tragedie più lancinanti si verificano nella sfera dell’uomo.
Raffaella si avvicina a Celeste. Ha in collo Lorenzo. Lo passa a me. Nell’altra mano ha il fazzoletto con tutto il cibo racimolato in giardino. Appena ci avviciniamo, Celeste ci sente. Si muove, fa il primo trillo ed apre subito il beccuccio giallo. Lo spalanca con una capacità sorprendente di apertura. È facile calarvi il cibo. Raffaella vi depone una mosca, poi una formica; ha portato con sé due tortellini, li apre, ne prende la carne e la passa a Celeste. Lei è rapida ad afferrare, a serrare il becco, a mandare giù il cibo. Le diamo anche un po’ d’acqua. Beve, è assetata. Sì, non le manca niente. Stiamo facendo tutto il possibile per farla vivere. Lorenzo la guarda, ci guarda, mi guarda fisso negli occhi, e ancora una volta sorride. Avverte che stiamo facendo una cosa meravigliosa: sì, è possibile che un tale sentimento legato alla vita corra già nel piccolo Lorenzo, che tra pochi giorni compirà il suo primo anno di vita.

Celeste #1

I thought I’d never write another story. I was sure I’d come to the end of my literary life with Dear Dad, Dear Son. But then Celeste, a fledgling swallow, came into my life. I looked after her and was by her side until the day she could fly. Now she’s far away, up in the sky which is celestial blue like her name.

“… It’s a story full of emotion, fearfulness and joy, and the subject matter is wonderful and full of light, renewing our faith in life and story-telling. It is also a profound allegory.”

Giogio Bárberi Squarotti

CELESTE

Celeste was getting bigger and we were glad she’d held on. Perhaps she’d survive. Celeste was a swallow, just a few weeks old, who’d survived a tragedy.
Three years ago, a pair of swallows built their nest under the roof of our house and this was a joy for us. In the middle of May, we saw the black heads of the baby swallows appearing above the nest. We used to sit in the little pinewood watching their parents looking after them, bringing them food so fast, in so much hurry, swooping into the nest and then quickly flying off again. Family life in that nest was something we humans might envy. And then there was their flight, so strong and darting. I often watched them as they split up, one going north, the other west, sometimes flying so high they almost disappeared from view, then suddenly reappearing at the nest, clinging on to that lump of earth, bobbing their heads in, feeding their children and then darting off into the sky and disappearing again. We didn’t see the little ones, now grown, begin to fly. Then one morning, as we stood under the roof and looked up, we’d see the nest was empty. That usually happened at the end of August, when the swallows in the sky were fewer, only a few tardy birds remaining, and by late September there were no swallows to be seen. Gone far, far away.
For my family, this period was something we looked forward to and hoped the same pair would occupy our nest every year. The thought that far away, wherever they were, those swallows were somehow looking forward to coming back to our house, finding the route during their flight and coming in our direction, made us part of a community within Creation that charmed us. But one day, one afternoon, when I came home, my wife came to meet me.
“Have you seen what’s happened?” she asked.
“No, I haven’t seen anything.”
“The nest has fallen down. Come and see. We left it there so you could see it.”
I was shocked and saddened even before I saw it. I went to the west side of the house, towards the nest which had been just below our bedroom window, and saw a horrifying sight, something I didn’t want to see. On the ground lay the bodies of three lifeless baby swallows, still with their first plumage, and right under the wall, the earthen lump of the old nest.
“How did it happen?”
“We didn’t hear a thing. I just came out and saw what you see now.”
I felt quite overcome. I turned and looked up. All that remained was a dark hole where once the nail on which the nest had hung had been.
“What about the parents?” I asked.
“They flew round the nest like mad things and then they flew close round me, squeaking.”
“How could such a thing happen? It can’t have.”
“But it has.”
“Perhaps it was too heavy. That must be why.”
“One of them is still alive.”
As my wife said this, she looked at me. She was waiting for me to shout with joy, which I did, a joy which almost released the pain that had clutched me.
“Where is it?”
She took me into the house and there in the kitchen I saw her, Celeste, small, a little downy ball, crouched in the sparrow’s nest which I’d found abandoned a few days before while I was pruning the roses.
“That nest wasn’t there by chance,” I thought. “It was part of God’s plan.”
The tragedy occurred on Thursday the first of June, 2000. Celeste showed some strength, some will. When she heard one of us approaching, she opened her beak and flapped her wings. She wanted food. Raffaella looked after her as if she were a human being, a daughter. When I saw her tending Celeste, I sometimes went and gave her a kiss. I so much wanted that little swallow to survive. I longed for the day to come when she would take wing. I hadn’t seen how the other swallows had flown for the first time but I felt sure there would be a way of restoring Celeste to her life.
“She knows us,” I thought. “She knows we’re helping her to live.”
In the evening we brought her into the house and early in the morning we put her under the roof where the nest that fell down had been. We hoped her parents would see her and look after her according to their own ways which we didn’t know. Lots of swallows flew around her but I don’t know if any of them saw her and none of them stopped. To begin with I cursed the cruelty of Nature. I wondered how it could be that a mother could abandon a daughter who had survived, but perhaps I was wrong to think like that. Who knows what laws govern the life of a swallow? Impossible even for an expert to know for sure. So Raffaella and I found ourselves acting as swallows.
I called her Celeste, as if she were a female. Maybe she was a male but I didn’t think it was important. The important thing was to return her to her natural world. When she could fly, when she had to enter the ranks of her own kind, then her gender would be important. For now her name was Celeste, both a girl’s and a boy’s name. Celeste, because one day she would fly in the celestial blue sky. That was why I chose the name. Celeste, which now meant life and freedom.

Celeste’s black head, yellow-edged beak and eyes were lance-shaped and soon her body would be too, like the point of a spear. That tiny creature was destined to become a powerful flying machine. Just as the shark does for the creatures in the sea, so the swallow in the sky expresses functional perfection in flight to the highest degree. One day, Celeste would make the air throb as did the swallows that flew near her but took no notice of her. But was that really the case? I found it hard to believe that none of them saw her in her nest or heard her as she uttered her little trills. As soon as I went near her, she opened her beak wide and waited, trembling, for food. She sent forth clear trills and some swallow must have heard her. Was it indifference? Could a mother forget her young so quickly? Amongst human beings, a mother doesn’t resign herself. She’s ready to lay down her life to save her child’s. Men tend to be baffled when they find themselves reflecting on this force in a woman’s nature. It must be the same with the other species, a law decreed by Nature to ensure survival. I’d have needed the speculative powers of a Lucretius to think more deeply about this but I didn’t want to. I just wanted to continue being astonished by the love that was growing between us, that is, between a human being and this little swallow, between my family, Raffaella, me and our children, and this tiny creature who, if she survived as we all hoped, would one day rise into the sky and, like other swallows, perform those rapid, startling feats of flight that melt the heart.
Celeste bobbed her head towards us when she’d had enough to eat and her tiny narrow eyes watched us. I began to talk to her. I urged her to fight. Then I’d look up at the sky and call, futilely, for her mother because I wanted to hope she was still nearby and that she saw everything and was even happy in a powerless way, seeing me, a human being and perhaps her enemy, helping her little daughter to survive. If there’s a common law that presides over Creation, all that was possible. In other words, it’s possible that, in a way which isn’t yet clear, our different languages listen to each other and communicate, despite the distance. Distance affects the senses but not feelings.
When Celeste had eaten her fill, she was a ball of fluff, quite still, rolled up in a corner of the box that held the nest. As the days passed, however, the nest began to fall apart and would soon be unsuitable. “Perhaps,” I thought, “we’ll leave her in the box.” We could see she was already getting stronger and ready for new steps forward in her life.
Claudia, one of my darling daughters, used her little bedroom as her study and the window was just above Celeste’s nest. She noticed whenever we went to see Celeste. She smiled when I told her I’d called the swallow Celeste. She liked the name.
When my elder daughter Elena arrived with little Lorenzo, I took him in my arms and we went to see Celeste. When she opened her beak, thinking someone had come to feed her, Lorenzo stared at her and went on staring for a few moments, then he turned to me, looked at me and smiled. Everyone liked Celeste. She was becoming a real member of the family.
It was a warm summer’s day. Swallows were flying low over the newly cut hay. Dino had cut it the day before. When I’d heard his tractor, I’d gone down to give him some instructions, as I do every year but, in fact, Dino knows my fields better then I do. He’d nodded, perhaps bearing with me and my little details. I know I’m a bit boring in this and I often state the obvious. Raffaella sometimes doesn’t have the patience to put up with it and she ticks me off.
“You bore people,” she tells me. “You won’t leave them in peace. You suffocate them!”
Then she looks at me and smiles a little and I know there’s no malice in it. We’ll grow old together, I often say to her, we’ve been young together and now we must grow old. We’re not young any more and we’ll start to decline before long. We’ve reached the borderline. We’ll need all our love to carry on understanding and tolerating each other. What a lot of faults we both have! I’ve learnt to recognise my own even if I can’t master them. How can I? They’re part of my nature. I recognise hers as well and these I have learned to love. When she scolds me, it reminds me of when she was young and it was part of her liveliness to point out my shortcomings. Will she love my faults now as I love hers? I almost think it’s the defects rather than the merits, the weaknesses rather than the strengths, that make you love someone.
Raffaella looked after Celeste with passionate dedication. It was as if she was cocking a snook at the misfortune that had struck the little bird. I’d watch her as she took Celeste flies, little frogs, snails and ants wrapped in a paper hanky. I pointed out to her that she was sacrificing other lives in order to save Celeste’s.
“That’s how life is. I didn’t make it that way. Celeste’s parents killed goodness knows how many insects and maggots and so on so their babies had food to eat.”
This is one of the age-old questions that have nagged at me throughout my life, as a young man and now as an old one. We have to kill other creatures in order to survive. There’s a law of death that governs life. Look at what’s happening in the world. There are wars in every part of the globe. War is always a struggle for survival. The scenes of misery and malnutrition that affect a large part of mankind make the heart bleed.
Celeste knew nothing of what happens to mankind. She was destined never to know but in her short life perhaps she’d love people on account of what Raffaella and I were doing for her and acknowledge them wherever she flew. But man is a terrible war machine and his instruments of death are selfishness, vanity and the desire for wealth. I don’t believe swallows kill each other. They quarrel, that’s possible, but I’ve never heard that they wage wars. Nor do the other species around them. It happens in other species but in theirs there is a sacred respect. This doesn’t happen in mankind and so the most harrowing tragedies occur in man’s sphere.
Raffaella was going to Celeste. She was carrying Lorenzo and she passed him to me. In her other hand, she had a hankie with all the food she had gleaned from the garden. Celeste heard us as soon as we went near her. She moved, gave a first twitter and opened her little yellow beak. It was surprising how wide she could open it. It was easy to drop the food into it. Raffaella gave her a fly and then an ant. She’d brought two tortellini and she opened them, took out the meat stuffing and gave that to Celeste. She snatched it, closed her beak tight and swallowed it down. We also gave her some water. She was thirsty and drank it. She lacked for nothing. We were doing all we could to help her survive. Lorenzo watched her, looked at us, looked into my eyes and then smiled again. He knew we were doing something wonderful. Yes, it’s possible that the same attachment to life already ran in Lorenzo who would very soon be one year old.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart