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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #10/16

4 dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #10

Ho sempre parlato poco di S. Maria Capua Vetere. Un piccolo cenno l’ho fatto nel libro La culla della luna ricordando il mio paese natale: San Prisco, in provincia di Caserta. Quando da bambino i miei genitori si recavano a trascorrervi le vacanze estive, era alla stazione di S. Maria Capua Vetere che ci fermavamo, e lo zio Michele, fratello di mia madre, veniva a prenderci con la carrozzella.
S. Maria Capua Vetere si è mitizzata nella mia memoria. La vedo in fondo al viale alberato che collegava, lungo appena un chilometro, San Prisco alla piccola e graziosa cittadina. Ricordo poco di essa. Una pasticceria appena arrivati, in cui andavo per gustare alcuni dolci locali, in particolare i taralli pieni di zucchero, e soprattutto la via principale. Il suo ricordo mi procura ancora oggi un piacere struggente. Affollata nell’ora del passeggio, aveva due cinema, uno a destra e l’altro a sinistra, non molto distanti tra loro. Numerosi bar tenevano all’aperto i loro tavoli pieni di gente, che si gustava la stagione mite e la vista specialmente delle belle ragazze. Vi era sempre un clima festoso. Andare a S. Maria era come andare a Roma o in qualche altra grande città, tanto da bambino l’avevo arricchita di fascino. E lo aveva, al punto che ancora oggi, vicino ai sessant’anni, non la dimentico. Certamente non è più come allora. Da quel tempo non l’ho più rivista, mentre ho rivisto il mio paese natale vent’anni fa, con le mie bambine piccole, già allora mutato assai e privato delle sue peculiarità di paese di campagna. Il viale che conduce a S. Maria e, in direzione opposta, a Caserta, distante appena sei chilometri, era già riempito di costruzioni e non vi erano più le alberature della mia infanzia. Molto si è perduto del fascino di quegli anni. Ma S. Maria l’ho intatta nella memoria come la cittadina dove si andava per il passeggio e dove si potevano trovare tutte le comodità e le novità di quegli anni. Più avanti, proseguendo verso Capua, s’incontrava il Volturno. Ho ferma nella memoria la mia figura, appoggiata sulla spalletta del ponte, che si sporge per ammirare il fiume che vide le gesta di Garibaldi e dei suoi Mille.
Che cosa mi impedisce di tornare a rivedere quei luoghi? Non sono molto lontani, in fondo. In poche ore si arriva e potrei anche ritornare nella stessa giornata, oppure soffermarmi uno o due giorni per saziare l’anima di sensazioni e di ricordi. Ma non lo faccio. Tutti i miei sogni restano imprigionati in me. Che cosa si modifica in un uomo in modo tale da produrre una immobilità che mortifica il desiderio? È forse il rimpianto di aver perduto una parte di mondo che non c’è più e sopravvive solo nella memoria? O prendere contatto con la nuova realtà modificata, produrrebbe la conseguenza dolorosa di annullare il ricordo, di cancellare per sempre quelle emozioni dalla mia vita? Forse è questo il motivo che mi trattiene qui, lontano da quei luoghi dove ha preso origine la mia razza. Anche se Lucca è stata la culla della mia vita, della mia formazione, della mia lingua[1], non devo dimenticare che le mie antiche radici sono sprofondate nel sud dell’Italia. Il sud così mortificato, così sacrificato, così dimenticato, ha un posto sacro nella mia anima, e forse da lì si origina la scintilla che arricchisce ed illumina il mio sentimento.
Celeste non sa che, guardandola, sto ripensando alla mia infanzia. È davanti a me, deposta sul ramo di pino. Col becco si gratta sotto le ali, verso la coda; alza una zampetta, perde l’equilibrio, lo riconquista col movimento delle ali, torna in posizione corretta, chiude le palpebre grigie, più chiare del suo piumaggio scuro; si appisola. Penso che quando volerà, potrebbe passare da quei luoghi nel suo viaggio diretto in Africa. Vorrei riuscire a parlarle, raccontare di quegli anni, affinché, giunta davanti alla mia casa natale, in via Traversa Cavacone 2, a San Prisco, nella cameretta dove ho visto la luce, che ora appartiene allo zio Michele, scenda dal cielo, si posi sul balcone della piccola scalinata esterna e di là riprenda il volo, dopo questo omaggio al paese che mi ha visto nascere. La vedo, la scena, come se fosse davanti ai miei occhi, con lo zio Michele che non capisce perché quella rondine si è fermata lì. Ma poi, chissà, un intimo pensiero lo pervade; Celeste muove il capino, gli parla in qualche modo, e forse il suo linguaggio, in questa speciale circostanza, potrebbe essere compreso. Così lo zio le si avvicina, la prende sul palmo della mano, come ho fatto io più volte e, dopo averla baciata, l’aiuta a riprendere il cammino.
Celeste potrebbe compiere tutto questo, se Dio lo volesse.
Raffaella giunge alle mie spalle. S’accorge che sto navigando con la fantasia.
«Sogni?» mi dice.
«Stavo pensando al sud, alla casa dove sono nato.»
«Chissà se ci ritorneremo.»
«Mi piacerebbe, prima di morire, rivisitare quei luoghi insieme con te.»
«Ma ci siamo già stati! Non lo ricordi più?»
«Mi credi rimbambito? Certo che lo ricordo. Avevamo con noi le nostre due bambine.»
«Non dimenticherò mai Caserta vecchia, la sua strada lastricata, il ristorante che dava su quella collina assolata, brulla. Fu una visione superba.»
«Tutto sarà mutato. Dobbiamo fare in modo che non muti nella nostra memoria.»
«Allora non dovremo tornarci mai più.»
«È ciò che ho pensato.»
«Il passato non è eterno, come sostieni.»
«Certo che è eterno, e proprio perché esso è memoria.»
«Vuoi sempre avere ragione tu.»
«Ricordati che Dio ha fatto uomo me, non te.»
«Pensi davvero che le donne siano meno intelligenti degli uomini?»
«No. Oggi sembra che sia più probabile il contrario. La donna che si è emancipata dopo secoli di servitù e di prigionia, ha fatto passi in avanti quali l’uomo ha compiuto nell’intero corso della sua esistenza. Fra qualche anno, se vorrete vendicarvi degli uomini, potrete farlo, giacché sarete voi a governare il mondo.»
«Non vedo l’ora.»
«Chissà quante rivincite vorrai prenderti su di me.»
«Non puoi nemmeno immaginarlo. Quel giorno, se arriverà, perché ancora ne dubito, conoscerai la vera Raffaella.»
«Dovrò temerti?»
«Dovrai stare alla larga da me.»
«Addirittura!»
«Se ti andrà bene, ti terrò fuori al guinzaglio, legato a quel pino là.»
Si volta e davvero me lo indica. Sorride, ma io, conoscendola, ci credo che abbia in seno un qualche desiderio di prendersi una rivincita. Una soltanto, poi?
Celeste pigola, deve essere stanca dei nostri discorsi. Sono frasi inutili, le nostre, che non scaldano il cuore. 

C’è un altro desiderio che non si realizzerà. Ieri ho sentito il campanone della Chiesa di Montuolo suonare a morto. Un altro se n’è andato. Ho la sensazione che le morti si siano moltiplicate. Qualche giorno fa è scomparso Silvano, un uomo buono, amico di mia suocera. Con sua moglie qualche volta capitava a regalarci i prodotti del suo orto, che sapeva coltivare con sapienza. Giorni prima se n’era andato un altro, Sirio, amico dei miei zii Anna e Giuliano, anche lui un uomo probo, che non aveva in testa che la casa e l’orto. È stato doloroso apprendere che nel cimitero del mio paese non ci sono più posti disponibili per la sepoltura; perciò si viene sepolti altrove. E così il pensiero è andato alla mia vita, a quando accadrà anche a me di morire.
Celeste non può capire questi pensieri, né Lorenzo, che si trovano al principio del loro cammino e hanno la testa piena di fantasie, ma quando si arriva ad una certa età, e si vedono i nostri compagni morire, o che se ne sta andando la generazione che ci ha preceduti, non si può fare a meno di riflettere che il nostro turno si avvicina, e quell’ora misteriosa e fatale verrà. Anche da giovane, il pensiero qualche volta si fermava ad immaginare il mio momento estremo, l’attimo del passaggio dalla vita alla morte. Ora vi penso qualche volta in più, e sempre è quell’attimo estremo che mi angoscia: intuire che dopo di esso tutto diverrà buio e silenzio, e la mente cancellerà ogni istante della mia vita e diventerà un nastro bianco e immobile: il nulla. Capisco perché si desidera avere qualcuno accanto che ci tenga per mano, che ci accompagni nel passaggio doloroso. È come un desiderio di protezione, una ricerca di sicurezza, è la speranza che quando nell’attimo estremo tutto ci abbandonerà e non potremo fare più niente, l’amico che ci sta accanto veglierà su di noi e ci accompagnerà verso la morte.
Pensavo di concludere la mia vita qui a Montuolo, nel paese che ha visto nascere i miei figli e al quale mi sono affezionato. Ho immaginato la mia tomba in qualche parte del cimitero, esposta alla luce e al sole, con la mia foto, affinché non ci si dimentichi troppo presto di me. Ho anche immaginato qualche visitatore che si fa il segno della croce e sosta a pregare. È l’immagine che ho trascritto della tomba di Cencio Ognissanti nel racconto Le tre sorelle[2]. Invece, apprendo che molto probabilmente, se non si troverà una soluzione, a tutti noi di Montuolo ci toccherà essere sparsi in altri cimiteri. Non è bello. Si resta attaccati al paese dove siamo vissuti, e soprattutto per un cristiano, che crede in un’altra vita, sapere che qualcosa di sé resta in quei luoghi, è un viatico che aiuta a morire. Si pensa ai paesani che prima di entrare in chiesa si affacciano al piccolo cimitero, fanno visita ai loro cari e intanto percorrono mestamente i viali per incontrare i visi conosciuti, sostare, recitare una preghiera, ravvivare cioè il ricordo, che è lo strumento per non morire troppo presto nel cuore degli uomini. Sepolti altrove, si resta degli sconosciuti ed anche il visitatore che per caso si fermi sulla tua tomba, non riesce a trasmettere lo stesso calore, la medesima partecipazione di chi ti ha conosciuto e visto muovere, sentito parlare quando eri vivo e percorrevi le strade del suo stesso paese, gli hai parlato, ti ha conosciuto.
È una nota di tristezza con la quale occorrerà convivere. Forse sono troppo legato al mio passato e alle abitudini che hanno segnato i miei antenati, ed oggi è troppo tardi per diventare moderno; la mia mente è diventata rigida, e si riscalda solo al calore delle vecchie abitudini[3].
Stamani mi sono alzato molto presto. Celeste è sotto la mia finestra dalle sette, quando comparivano a levante i primi raggi del sole. Ho pensato di metterla lì un po’ prima del solito per abituarla all’aria fresca. Quando sarà grande e volerà nel cielo e sarà libera, dovrà fare i conti anche con la notte e con l’alba. Sarà sola e dovrà essere pronta a lottare. Le sue penne si stanno rafforzando, anche se il fatto che stamani ha mangiato poco non mi rende sereno. Ho sempre paura di un cedimento della sua resistenza, dato che anche l’alimentazione che le procuriamo, fatta ormai dei nostri cibi, non è proprio quella naturale a cui sono abituate le rondini. Non avrei mai creduto di provare quest’ansia per un piccolo uccello. Guardo sempre l’orologio per assicurarmi di non lasciarla troppo tempo a digiuno. E quando mi avvicino col piattino del cibo, lei mi sente, pur nascosta nella sua scatola, e comincia a trillare e a sbattere le ali. Anch’io la sento, e sono lieto di questa esistenza che è così lontana dalla morte, di questa energia che deve percorrere ancora il lungo arco della vita. 

[1] L’autore è cresciuto in uno dei rioni più popolari della città: il rione di Pelleria, tuttora esistente. Nell’antica chiesa di San Tommaso in Pelleria, a sinistra di chi entra, nella penultima fila,  è ancora visibile la panca donata dalla famiglia Di Monaco in occasione di una sottoscrizione per il rinnovo degli arredi, a cui aderirono i suoi genitori.
[2] In: I casi del commissario Luciano Renzi: La rabbia degli uomini.
[3] In Gran Bretagna, nella graziosa cittadina di Hawkshead, nella  contea di Lancaster (regione dei laghi), vi è il più bel cimitero che l’autore abbia mai visitato. Dietro la scuola dove ha studiato dal 1779 al 1787 il poeta inglese William Wordsworth, si alza una dolce collina in cima alla quale si erge la chiesetta di Saint Michael & all Angels. Questa collina è il cimitero del luogo e le tombe, costituite da una semplice stele, sono sparse nei prati e la gente vi passeggia lungo i diversi sentieri che l’attraversano. C’è, in mezzo ai morti, un clima di grande gioia, di serenità e di festa.

Celeste #10

I’ve never spoken much about Santa Maria Capua Vetere. I mentioned it briefly in my book La culla della luna recalling San Prisco, the village where I was born, in the Province of Caserta. When I was a child, my family spent the summer holidays there. We got off the train at the Santa Maria Capua Vetere station and my Uncle Michele, my mother’s brother, came to get us with his horse and carriage.
Santa Maria Capua Vetere has become a myth in my memory. I see it at the end of the tree-lined avenue, almost a kilometre long, which went from San Prisco to this pretty little town. I don’t remember very much about it, just the cake shop I used to go to as soon as we arrived to buy some local cakes, especially the sugary ring-shaped biscuits called taralli, and the main street. Remembering this street still gives me intense pleasure. It was crowded during the passeggiata and had two cinemas, one on the left and the other on the right, not far from each other. There were lots of bars with tables outside, crowded with people enjoying the warm weather and looking at the pretty girls. There was always a festive atmosphere.
For me, going to Santa Maria was like going to Rome or some other great city, so much did I invest it with charm when I was a boy. And indeed it was charming, and even now that I’m nearly of 60, I haven’t forgotten it. Of course it’s not as it used to be. I haven’t seen it since then, but twenty years ago I went back to San Prisco with my small children. It was very quiet and no longer had the features of a small country town. The avenue that leads to Santa Maria in one direction, and to Caserta, six kilometres away in the other, was all built up and the trees of my childhood had gone. It had lost much of the attraction it had all those years ago. But I have complete recall of Santa Maria as the town where we went to stroll and where all the useful things and novelties of those times could be found. Further on, towards Capua, is the River Volturno. I can still see myself leaning over the parapet of the bridge to look at the river which witnessed the deeds of Garibaldi and his thousand men.
What is it that stops me going back to see these places again? They’re not so very far away after all and you can get there in a few hours. I could even come back the same day or I could stay one or two days glutting my soul with feelings and memories. But I don’t. All my dreams stay locked up inside me. What is it that changes in a man in such a way that it produces an immobility that represses his desire? Perhaps it’s the sadness of losing a part of the world that has gone and survives only in memory. Or would seeing it in its altered state have the painful result of destroying my memories and removing those feelings from my life forever? Perhaps this is what keeps me here, far away from the places where my family came from. Lucca was the cradle of my life, upbringing and language [1], but I mustn’t forget that my ancient roots are deep in the south of Italy. The humiliated, sacrificed, forgotten south has a sacred place in my heart and perhaps that’s where the spark that enriches and illuminates my feelings comes from.
Celeste didn’t know I was thinking of my own childhood as I watched her. She was in front of me, perched on the pine branch. She was using her beak to scratch under her wings, towards her tail. She lifted a claw, lost her balance, recovered it with a movement of her wings, positioned herself, closed her eyelids which were grey and paler than her dark plumage and fell asleep. When she could fly, I thought to myself, she might pass through these places on her journey to Africa. I wished I could speak to her and tell her about those years so that when she came to the house where I was born, at no. 2, Via Traversa Cavacone, San Prisco (it now belongs to my Uncle Michele), she could come down from the sky and perch on the balcony on the little external stairway, pay this tribute to the village of my birth and then fly off again. I could see the scene, as if it was happening before my eyes, with Uncle Michele wondering why a swallow had stopped there. But then, perhaps, a thought would occur to him. Celeste would move her head, talk to him in some way and perhaps in these special circumstances she’d be understood. My uncle would go nearer, take her in the palm of his hand, as I had often done, give her a kiss and help her find her route again.
Celeste could do all this, if God willed it.
Raffaella came up behind me. She saw I was lost in my imagination.
“Dreaming?” she asked.
“I was thinking of the south and the house where I was born.”
“I wonder if we’ll ever go back there.”
“I’d like to see these places again with you, before I die.”
“We’ve already been. Don’t you remember?”
“Do you think I’m getting senile? Of course I remember. We had two of the children with us.”
“I’ll never forget old Caserta, the paved road, the restaurant looking out over that bare, sunny hill. It was a wonderful sight.”
“Everything will have changed. We mustn’t do anything that’ll alter our memories.”
“In that case, we’d better not go back.”
“That’s just what I was thinking.”
“The past isn’t eternal as you say it is.”
“Of course it is, precisely because it’s memory.”
“You always like to be right.”
“Remember God made me a man, not you.”
“Do you really think that women aren’t as intelligent as men?”
“No, I don’t. Nowadays it seems the opposite is more likely. Women emancipated after centuries of servitude and imprisonment have advanced as far as men have done throughout the whole course of mankind’s existence. In a few years, you’ll be able to take your revenge on men if you want to, because you’ll be ruling the world.”
“I can’t wait.”
“I wonder what kind of revenge you’ll take on me.”
“You can’t even imagine. When that day arrives, though I still doubt it will, you’ll see the real Raffaella.”
“Will I be afraid of you?”
“You’ll have to steer well clear of me.”
“That bad!”
“If all goes well for you, I’ll keep you outside on a lead tied to that pine tree over there.”
She turned and pointed it out to me. She was smiling but, knowing her, I thought she probably did have a secret wish to take some kind of revenge on me. But just the once?
Celeste started cheeping. She must have been tired of us talking. They were just words, what we had said, nothing to get upset about.

I had another wish that would never come true. I’d heard the church bell in Montuolo tolling for a death. Someone else gone. I had the feeling that deaths were becoming more frequent. Silvano, a good man and a friend of my mother-in-law, had died a few days before. He sometimes used to call in with his wife to give us some vegetables from his garden. He was a good gardener. A few days before that, Sirio, a friend of my Aunt Anna and Uncle Giuliano, had died. He too was an honest man who thought only of his house and vegetable garden. It had also been upsetting to learn that there were no more spaces available in the village cemetery. We’d have to be buried elsewhere. So I fell to thinking about my life and when it would be my turn to die.
Celeste wouldn’t understand such thoughts, nor Lorenzo. They were both at the beginning of the road of life and their heads were full of dreams, but when you get to a certain age and you see your friends dying or that the generation preceding yours is disappearing, you can’t help thinking that your turn is coming and that the mysterious, predestined hour must surely come. Even when I was young, my thoughts sometimes turned to imagining my last moment, that instant when I would pass from life to death. Now I was thinking about it more often and that last moment troubled me, knowing that after that, everything will be dark and silent, every moment of my life will be wiped out and my mind will become a blank tape. Nothingness. I understood why you want someone with you, holding your hand and going with you on that sad path. It’s like wanting protection, looking for safety. It’s the hope that when everything abandons us in that final moment and there’s nothing more we can do, the friend who stays with us will watch over us and go with us towards death.
I’d thought I’d end my life here in Montuolo, in the village where my children were born and which I’m fond of. I’d imagined my grave in some corner of the cemetery, in the light and the sunshine, with a photo of me so people wouldn’t forget me too soon. I’d imagined visitors making the sign of the cross and stopping to pray. It was how I’d written about Cencio Ognissanto’s grave in my novel Le tre sorelle[2]. Instead I’d learned that very probably, if no solution was found, all of us in Montuolo would be scattered in other cemeteries. This wasn’t right. We remain attached to the place where we lived and for Christians in particular, who believe in the afterlife, knowing that something of ourselves remains in these places is a comfort that helps us to die.
I thought of the people of the village who look round the cemetery before they go into the church, visit their loved ones and, as they do, walk sadly along the paths to look at the faces they knew, stop, say a prayer and rekindle the memory of them. It’s because of memory that we don’t die too soon in people’s hearts. Buried elsewhere, we’re amongst strangers and a visitor who stops by chance at our grave can’t transmit the same warmth, the sharing of someone who knew you, saw you move, heard you speak when you were alive and walked the streets of the same village. You talked to him, he knew you. It was a sadness we’d have to live with. Perhaps I’m too attached to my past and the ways my forebears taught me but it’s too late for me to be modern. My mind is set in its ways and we’re warmed only by the warmth of old habits [3].
I’d got up very early that morning. Celeste was under my window by seven, when the first rays of sun appeared in the east. I’d thought of putting her there a little earlier than usual to accustom her to the cool air. When she was bigger and flying in the sky and being free, she’d have to cope with the night and the dawn. She’d be alone and would have to be ready to struggle. Her feathers were getting stronger although the fact that she’d eaten little that morning worried me. I was always afraid of her getting weaker since the food we gave her was the food we ate and not the food that swallows eat. I’d never have believed that I could worry so much about a bird. I was always looking at my watch to make sure I hadn’t left her too long without food. When I took her a little plateful, she’d hear me even though she was hiding in her box and she’d start trilling and flapping her wings. And I’d hear her and be happy with this creature that was so far from death, and this energy that would last her whole life.

[1] The author grew up in one of the most densely populated districts in Lucca, the Pelleria district, which still exists. In the old church of San Tommaso in Pelleria, on the left as you enter and in the second last row, you can see the bench donated by the Di Monaco family when funds were raised to renew the church furnishings.
[2] In I casi del commissario Luciano Renzi: La rabbia degli uomini
[3] In the delightful village of Hawkshead in the Lake District in England, there’s the prettiest cemetery the author has ever visited. Behind the school where the William Wordsworth was a pupil from 1779 to 1787, there’s a gentle hill with the little church of St Michael and all Angels at the top. This hill is the local cemetery. The simple gravestones are scattered over the grass and people walk along the paths that criss-cross it. There is, in the midst of the dead, an atmosphere of great joy, serenity and celebration.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart