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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #3/16

27 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #3

Il mio terzo figlio, il minore, è un maschio, si chiama Stefano. Studia medicina, fa il quarto anno. Ha poco tempo libero. Ha visto anche lui Celeste, gli piace ma non può dedicarle molto tempo. Celeste è gentile anche con lui. Penso che si accorga che coloro che le stanno intorno non sono la stessa persona. Di me, riconosce ormai la voce. Quando mi avvicino, la chiamo. La chiamo col nome che le ho dato: Celeste. Così fanno anche gli altri. È un nome che tutti le riconoscono. Non ho forzato nessuno ad accettarlo. Ho spiegato la sua relazione con il colore del cielo, dove Celeste è destinata a volare, se sapremo farla vivere. Quando la chiamo, la prima cosa che fa, alza il capino e apre il becco. Quando invece è sazia, muove solo la testa, poi torna nell’immobilità. Conosce anche Raffaella, anzi mia moglie è quella a cui si deve attribuire il merito dei progressi fatti da Celeste, e forse è la persona che Celeste ama di più. Si può parlare di amore? Penso proprio di sì. Non è un azzardo. Ora, la sera, mettiamo Celeste in cucina, ovviamente dentro la sua scatola. Ceniamo in cucina la sera, è molto più pratico. Le donne hanno i fornelli vicino, anche se spesso sfruttano quelli nello stanzone. Abbiamo un piccolo televisore, ma non lo accendiamo quasi mai. Parliamo, è l’occasione per fare quattro chiacchiere tutti assieme. Sono discorsi leggeri, quasi sempre, poco impegnativi. Stefano, in particolare, ha la qualità di assentarsi e di trasferirsi col pensiero altrove. Spesso lo richiamiamo alla realtà, chiedendogli il parere su di una questione che lui manco sa di cosa si tratti. Che cosa? dice e poi piano piano lo mettiamo a parte della nostra discussione. Non sa quasi mai quello che succede intorno a sé. Studia, si riempie il cervello di malattie e di rimedi contro di esse, su questo ormai lo consideriamo un’autorità e ci consigliamo con lui e ci facciamo guidare nei nostri malanni. Anche Elena, la madre di Lorenzo, è di grosso aiuto. È farmacista, e quindi dopo la diagnosi del medico, ecco che arrivano le medicine. Insomma, la mia famiglia è attrezzata adeguatamente. Claudia è laureata in legge e continua a studiare per realizzare un suo sogno. Non dico quale per scaramanzia. Si chiude nella sua stanzetta e esce solo per venire a mangiare. Si concede due uscite settimanali, il sabato e la domenica pomeriggio, con Nicola, il fidanzato. Se tutto va bene si sposeranno nella primavera prossima. Sto tornando a rivivere i bei momenti del matrimonio della primogenita Elena con Alessandro, anche lui farmacista. Seduti a tavola, spesso ora ci sorprende il pigolìo di Celeste, come se volesse anche lei partecipare. In tutto ciò che fa mi sembra cresciuta, quasi una signorina. Dopo cena, ci dividiamo ed ognuno ha la sua stanza dove trascorre la sera davanti quasi sempre alla tv. Solo Raffaella si trattiene nella sala al piano terreno con Angioletta, sua madre e mia suocera. Non sto a raccontare quello che mia moglie fa passare a sua madre davanti alla tv. Poiché cambia continuamente canale, la mia povera suocera non riesce mai a capire che cosa ha visto, e mette insieme spezzoni di film o di spettacoli che si sono susseguiti ad ogni zapping di mia moglie, e così a volte fa un riassunto strampalato di ciò che ha visto. Data l’età avanzata, non credo che le faccia bene e raccomando a mia moglie di lasciarle vedere in santa pace almeno una volta nella vita un bel film tutto intero. Ma per ora non è accaduto. Così spengiamo la luce di cucina e Celeste resta al buio. Ci sta bene al buio. Quando scendo le scale, poiché mi ritiro nello studio al piano superiore (spesso anch’io davanti alla tv), e accendo la luce, trovo Celeste appisolata. Rovisto qualcosa nel frigorifero, indugio, poi torno a guardare Celeste e mi accorgo che è andata a rincantucciarsi in un angolo della scatola. Sì, non ama la luce artificiale e preferisce il buio. Il buio per dormire, ecco. Se non accendo la luce e voglio curiosare intorno a lei, sento il suo pigolìo. È bello fermarsi ad ascoltarla. È una creatura viva, ha già la sua personalità, le sue abitudini.
Stefano ama la musica, è autodidatta, nei momenti di intervallo dai suoi studi durante il giorno, scende al piano terra e va al pianoforte. Suona musica dei grandi autori, ed anche musiche sue: devo dire molto belle. Ha una sensibilità squisita che si riflette nelle sue melodie, capaci di creare magiche atmosfere. Dopo cena va quasi sempre per una mezzoretta al pianoforte. La sua musica s’irradia per tutto il piano terra. Anche Celeste si è abituata ad ascoltarla, tiene il capino nella direzione da dove provengono le note. I miei figli hanno personalità diverse tra loro, come è ovvio. Per un genitore è straordinaria la ricerca che si può fare sui loro caratteri. Vi sono forze interiori, simbiosi misteriose che aiutano ad intuire e ad interpretare. Raffaella ed io siamo orgogliosi di loro. Stanno costruendo la loro vita con le proprie mani: noi ci limitiamo ad essere degli attenti spettatori della loro vita che si forma, senza mai invadere la loro sfera. Credo che anche i nostri figli siano contenti di noi. Le mie figlie negli studi sono state straordinarie. Entrambe si sono laureate con 110 e lode, come del resto Alessandro e Nicola, che è ingegnere. Due coppie di laureati con 110 e lode. Beh, non è così facile, si deve ammettere. Anche Stefano studia bene, ma il tempo della laurea è ancora lontano. Se porterà a termine gli studi, sono certissimo che sarà un bravo medico, attento ad aiutare il prossimo. Ha un animo molto buono, privo di malizia, quella malizia che un po’ bisognerebbe avere nel proprio carattere perché il mondo non è buono affatto, ed è pronto a farsi beffe degli animi troppo nobili e disinteressati. Glielo dico qualche volta, ma il suo carattere è quello. Se farà valere il suo carattere nei confronti del mondo, egli avrà contribuito molto più di tanti di noi a migliorarlo.
È di là, ora, che suona al pianoforte una delle sue composizioni. La musica è dolce, entra nell’animo e rasserena. Mi faccio cullare. Ho voglia di andargli vicino. Mi trovo ancora in cucina, insieme con Raffaella e sua madre. Mi alzo, passo davanti a Celeste, la guardo: ha il capino voltato verso la sala da dove proviene la musica. Entro in sala. La stanza è semibuia, mi dirigo verso la poltrona che è vicina al pianoforte. In silenzio mi siedo. Ascolto. 

Ha preso il bastone che fu di mio suocero, Lorenzo, e con quello scorrazza per il giardino. Dico scorrazza, ma in realtà la sua andatura è ancora traballante. Comunque si sforza di essere indipendente e quasi mai chiede una mano di sostegno. L’altro giorno l’ho aiutato ad entrare tra le due grandi magnolie dove si è formato un sottobosco di foglie secche e di terriccio; fino a quel momento ne aveva un po’ paura, poiché è nell’ombra. «Vieni nel bosco» gli ho detto. Lui, per un impulso improvviso dettato forse dalla curiosità per troppi giorni trattenuta, ha alzato una manina e mi ha fatto cenno di prenderlo per mano. L’ho fatto e subito si è diretto entro le due magnolie, nello spazio che le divide. Per la sua età, deve apparirgli davvero come un bosco. Una delle magnolie ha generato altre piante che formano un groviglio: una specie di radura, costituita dal fogliame secco, consente di sostare ed anche sedersi a dei rami bassi. Mi sono seduto e Lorenzo è restato in piedi a guardarmi con gli occhi pieni di gioia. Infilava i sandalini nel terriccio, faceva scrocchiare le foglie, ha emesso qualche trillo di gioia. Siamo andati in su e giù per il bosco, mostrandogli io le cose più svariate, con l’intenzione di alimentare la sua sensibilità e la sua fantasia. Siamo usciti, infine, e il bimbo ancora carico di energie ha voluto salire la scala che da dietro conduce alla camera di Stefano. Anche qui è richiesta la mia partecipazione. Gli ho dato la mano e abbiamo cominciato a salire. Sale buffamente, mettendo alta la gamba destra e ruotando il piede, qualche volta si tiene alla ringhiera, ma più spesso poggia la mano sinistra sullo scalino superiore. A scendere, è uno spettacolo. Si tiene con la destra alla ringhiera, l’altra mano nella mia mano, e si butta nel vuoto dello scalino sottostante; poi fa una sosta e si siede e aspetta che io faccia altrettanto; non appena mi siedo, lui si rialza e riprende a scendere nel suo modo buffo. In cima alla scala, abbiamo visto, di sotto, sul tavolo davanti alla cucina, la scatola di Celeste. «Guarda Celeste» gli ho detto, e lui ha visto il corpicino nero. Ha fatto una specie di trillo e Celeste si è mossa. Così Lorenzo ha emesso un nuovo gridolino di piacere. È restato a guardarla per un po’. Una volta giunti al termine della discesa, ha voluto andare verso Celeste; giunto al tavolo mi ha fatto cenno di prenderlo in collo. Così si è soffermato su Celeste. Lei era pressoché immobile, un impercettibile movimento delle ali ogni tanto la prendeva; forse era un modo di esprimere la sua partecipazione alla gioia del piccolo Lorenzo. Il bastone che prima lo aveva guidato nel suo passo incerto in giro per il giardino, ora stava vicino al tavolo dove era Celeste. Il bimbo non lo guardava più, attratto dalla piccola rondine, ormai anche sua amica.
Più tardi è capitato Piero e anche lui ha fatto conoscenza con Celeste. Si augura che sopravviva. Piero abita a pochi passi da noi, in una delle case che formano la località di Fornacette; accudisce al giardino; periodicamente provvede a tagliare l’erba del prato e le siepi, le rose; ad annaffiare le ortensie. Anna Maria è sua moglie, ed è la donna che ci aiuta in casa, e spesso guarda anche il piccolo Lorenzo. La loro nipotina Erika capita da noi accompagnata dalla madre, Lucia, la figlia di Piero ed Anna Maria. Ha circa tre anni, gioca con Lorenzo ed è curiosa di tutte le ingenuità del bimbo. S’affacciano anche loro, quando uno, quando l’altra, a controllare nella scatola di Celeste, perché non ci siano pericoli per la rondine.
Piero e Anna Maria sono andati via da poco.
Ho finito di cenare. Ho accudito Celeste, le ho dato un po’ di arrosto sminuzzato in piccole particelle, le ha mandate giù con voracità. Sazia, si è messa a pulirsi col beccuccio le ascelle. Le zampette sono rosee, ne fa uso ogni tanto per grattarsi. La guardo con tenerezza; di là in sala Stefano è seduto al pianoforte: si ode la sua dolce musica inondare la casa. Sto fermo per un attimo: guardo Celeste ed odo la musica di mio figlio che mi fascia l’anima di magia. È tutto bello, ora. C’è il piacere della vita che aleggia su tutti noi. Raffaella sta in silenzio, anche sua madre; per un attimo sono presi dai loro pensieri. Forse gli stessi che ho io sulla vita, che ha dei momenti sublimi, per i quali tutto si dimentica e tutto ci inebria. Poi salgo su, vado in camera mia e mi avvicino al computer. Sento un gran desiderio di scrivere di lei, di Celeste, della piccola rondine, un uccello diverso dagli altri, nobile, impossibile da tenere prigioniero, re dell’aria e dei grandi spazi.

Celeste #3

My third child, the youngest, is called Stefano. He was studying medicine at that time and was in his fourth year. He didn’t have much spare time but he too came to see Celeste though he couldn’t spend much time with her. Celeste was friendly towards him too. I think she understood that the people round her were not the same person. By that time, she recognised my voice. I called her by the name I’d given her and so did the others. Everyone called her Celeste. I hadn’t insisted on it but I’d explained the connection with the colour of the sky where she’d fly if we managed to keep her alive. When I called her, the first thing she did was to raise her head and open her beak. If she’d already had enough to eat, she’d simply move her head and then be quite still. She also recognised Raffaella, of course. After all, it was my wife who had to take the credit for the progress that Celeste had made and perhaps Celeste loved her the most. Can we talk of love? Yes, I think we can. It seems the right word.
We’d started bringing Celeste into the kitchen in the evening, in her box of course. We ate in the kitchen in the evening which was much more practical since the women were near the cooker, though they often used the one in the big room. There was a small TV there but we almost never turned it on. It was our time for chatting together and usually we talked about little things, nothing very serious. As we sat at the table, we often heard Celeste twittering as if she wanted to join in the conversation. In everything she did, she seemed to me to be growing up, almost a young lady.
Stefano had a habit of drifting off in his own thoughts and we often had to bring him down to earth again by asking for his opinion when he had no idea what we were talking about. “What?” he would say and we’d gradually bring him back into the conversation. He hardly ever knew what was happening round him. He was studying then and filling his brain with illnesses and cures and by that time we regarded him as an authority and consulted him and got him to help us though our ailments.
Elena was also a great help. She was a pharmacist and therefore, after the doctor had made his diagnosis, the medicines arrived. In fact, my children were quite well qualified. Claudia had a law degree and was continuing to study in order to fulfil one of her dreams. I never mentioned what that was, however, in case I brought her bad luck. She shut herself up in her room and came out only to eat. She allowed herself to go out twice a week, on Saturdays and Sunday afternoons, with Nicola, her fiancé. They were going to be married the following spring, if all went well. I found myself thinking about the happy time at the wedding of my first-born, Elena, to Alessandro who’s also a pharmacist.
After dinner, we went our different ways and each of us had our own room where we usually spent the evening watching TV except for Raffaella who stayed on the ground floor with her mother. I won’t attempt to relate what my wife made her mother watch on the TV. She changed channels so often that my poor mother-in-law never understood what she was watching. She put together the bits of films and shows that appeared one after another as my wife kept clicking the remote control and so sometimes her account of what she had seen was rather odd. Given her age, I didn’t think this was good for her and I asked my wife to leave her in peace to watch a whole film for once in her life but it didn’t happen.
So we’d switch off the light in the kitchen and leave Celeste in the dark. She was happy in the dark. When I went downstairs (I usually went to my study on the top floor and often watched TV myself) and put the light on, I’d find Celeste asleep. One time, I went to get something from the fridge, lingered and then turned to look at her and noticed that she’d taken herself into a corner of the box. I realised she didn’t like the artificial light and preferred the dark. The dark for sleeping in, that is. If I didn’t turn on the light and went to watch her, I heard her twittering. I loved listening to her. She was a living creature and already had her own personality and habits.
Stefano loves music. He’s self-taught. During the day, when he took a break from studying, he’d go downstairs to the ground floor and play the piano. He played music by the great composers and also pieces of his own and I must say they were rather beautiful. His fine sensibilities were reflected in these melodies and they could create a magical atmosphere. He almost always went to the piano for half-an-hour or so after dinner and his music could be heard throughout the ground floor. Even Celeste listened to it, her head turned in the direction the music was coming from.
My children have different personalities, of course. Studying their children’s characters is a special thing for parents. There are inner forces, mysterious symbioses, that help us to intuit and interpret. Raffaella and I were proud of them. They were building their own lives with their own hands and all we had to do was to be attentive spectators without being intrusive. I believe our children were also happy with us. My daughters did extremely well at university and both graduated with top honours, as did Alessandro and Nicola in engineering. Two couples, all with first-class degrees. That was really something. Stefano also worked hard but wouldn’t graduate for quite some time. I was sure that when he did, he’d be a fine doctor. He has a good heart, without the kind of guile you need in this world because it isn’t entirely a good place and there’s a tendency to mock noble and disinterested spirits. I sometimes told him that, but that was the way he was. If he could influence the world with his character, he’d make a greater contribution to improving it than many of the rest of us.
He was at the piano, playing one of his own compositions. The music was gentle, entering into my soul and calming it. I was beguiled by it and wanted to be nearer to him. I was still in the kitchen with Raffaella and her mother so I got up and as I walked past Celeste, I looked at her and saw that her head was turned towards the room where the music was coming from. I went into the sitting room which was in semi-darkness and went to the armchair near the piano. I sat down without saying anything and listened.

Lorenzo had taken the walking stick that had once been my father-in-law’s and was running round the garden with it. I say “running” but in fact his walking was still a bit wobbly. However, he was determined to be independent and almost never asked anyone to hold his hand. The other day I’d helped him to go between the two big magnolia trees into the undergrowth of dried leaves and loam. Up till then, he’d been a little frightened because it was in shadow. “Come into the wood,” I’d said. Perhaps the curiosity he’d been suppressing for some time got the better of him because he held out his hand for me to take hold of. I did so and he immediately went to the two magnolia trees and into the space between them.
He was so young it must have seemed like a real wood to him. One of the magnolias had produced a tangle of offshoots, a kind of glade, with dry leaves. You could stop there and sit on the low branches. I sat down and Lorenzo stood looking at me with shining eyes. He dug his sandals into the loam, crunched the leaves and gave little cries of happiness. We went round the “wood” and I pointed out all the different things to stimulate his mind and imagination.
When we came out, he was still full of energy and wanted to climb the stairs that led to Stefano’s room. Here he wanted my help again. I gave him my hand and we started to go up. It was comical to see him climb. He lifted his right leg up high and rotated his foot, sometimes holding on to the banister but more often putting his left hand on the next step. Coming down was a comedy as well. With his left hand in mine, he held on to the banister with the other and jumped on to the next step. Then he stopped and sat down and waited for me to do the same. As soon as I sat down, he got up and continued to go down in his own funny way.
From the top of the stairs we could see Celeste’s box on the table outside the kitchen. “Look at Celeste,” I said and he looked down and saw her. He gave a cry and Celeste moved. Lorenzo gave another gurgle of pleasure and stopped to look at her for a while longer. When we got to the bottom, he wanted to go and see Celeste again and when we got to the table, he made signs that he wanted me to lift him up. So we lingered there. Celeste was very still, with only an occasional, almost imperceptible movement of her wings. Perhaps that was her way of showing that she shared Lorenzo’s happiness. The walking stick that had guided his first uncertain steps round the garden was near the table where Celeste was but he wasn’t looking at it any more. He was looking at the swallow and was now one of her friends.
Piero arrived later and he too met Celeste and said he hoped she’d survive. Piero lived near us in one of the houses that make up the area called Fornacette. He looked after our garden, periodically cutting the grass, trimming the hedges, pruning the roses and watering the hydrangeas. His wife, Anna Maria, helped in the house and often babysat for Lorenzo. Their grand-daughter, Erika, sometimes came to our house with Piero and Anna Maria’s daughter Lucia. Erika was about three. She played with Lorenzo and was fascinated by all the clever things the little boy did. Piero and Anna Maria, sometimes one, sometimes the other, went to check Celeste’s box and make sure she wasn’t in any danger.
When dinner was over, I saw to Celeste. I gave her a little minced roast meat in tiny portions and she swallowed them down greedily. When she’d had enough, she started cleaning under her wings with her beak. Her claws were pink and she used them now and again to scratch herself. I watched her, feeling very tender towards her. Inside, Stefano was in the sitting room at the piano and his sweet music was flooding the house. I was still for a moment. I looked at Celeste and listened to the music which was filling my soul with magic. Everything was beautiful. I felt the pleasure of life hovering over us all. Raffaella was sitting in silence and so was her mother, for the moment wrapped in their thoughts. Perhaps they were the same thoughts I was having about life, that there are sublime moments when we forget everything and everything makes us rejoice. Then I went upstairs to my room and the computer. I felt a great need to write about Celeste, about that little swallow, a bird that was different from all the others, a noble bird, not to be kept a prisoner but to be king of the air and wide open spaces.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart