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Romanzo: Celeste/A novel: Celeste (Trad. Helen Askham) #5/16

29 novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Celeste #5

 

Non posso fare a meno di rivolgere il mio pensiero a Dio. Tutte le creature dell’universo mi parlano di lui. Anche quando si tratti di creature malvagie. Lorenzo è appena arrivato. Elena lo ha sceso di macchina e lo ha portato in pineta. Lo sto guardando dalla finestra. Nessuno dei due mi ha ancora visto. Sto un po’ discosto dai vetri per non farmi sorprendere in questo atteggiamento di contemplazione. Ricordo quando guardavo i miei figli piccoli giocare in pineta. Era la stessa intensa contemplazione della vita meravigliosa che entra nell’uomo e lo fa crescere arricchendolo di sentimenti, di pensieri, di sensazioni. Anche in Celeste avviene lo stesso prodigio. Mi sono accorto stamani che ora ha un po’ paura di me. Crescendo si acuisce in lei il timore nei confronti di un diverso. Chi sa quali pensieri, quali istinti entrano in simbiosi con la sua crescita. È Dio che opera in lei, come opera nel piccolo tenero Lorenzo. Là sta Lorenzo, e qui, sotto la finestra, vedo rannicchiata nella sua scatola, Celeste, un batuffolo che si sta facendo sempre più nero. Li guardo e avverto la presenza di Dio. Non importa come Dio sia fatto, se al modo dei cristiani, o di chissà quale altra religione. Dio non bada a questo e ci ama per come sapremo rispondere alle esigenze della vita e della Creazione. La religione è un’esigenza dell’anima, che cerca il suo Creatore. Importante è rispondere a questa vocazione di Dio, non respingerla, giacché è il solo modo per entrare e restare sempre in sintonia con la vita. Se alzo gli occhi al cielo, se contemplo il sole, se contemplo di sera la luna e le stelle, ciò è dettato da un istinto di amore per il Creato, che deriva da Dio. Tutto parla di Lui, ecco perché ci è stata data la vita: per compiere il percorso che ci conduce a Lui.
Lorenzo è già intorno alle poltroncine rosse di plastica, che hanno ormai vari anni, ma, così all’aperto, esposte, pur tuttavia sanno resistere alle intemperie e ancora svolgono con dignità il loro servizio. A Lorenzo piace rovesciarle; allora guarda sua madre e ride, perché lei accenna ad un rimprovero, e Lorenzo non crede, piccolo com’è, che sua madre possa avercela con lui. Il suo è un universo di giochi, di felicità; ancora non conosce il dolore, la delusione. Celeste invece, come ho detto, pare che abbia timore di me. È un dispiacere che provo, vorrei essermi sbagliato. Nei prossimi giorni mi avvicinerò con maggiore dolcezza, anche se non ho niente da rimproverarmi, ma non accetto questo gioco crudele che ci vuole dividere, rendere diversi, anche quando siamo creature dell’unico Dio. Voglio riuscirci, anche se è unicamente la santità di un Francesco d’Assisi che può colmare una diversità come questa, che però è solo apparente. Sì, anche se ciò che dico forse è una bestemmia, la diversità tra me e Celeste è solo apparente. Il seme originale da cui entrambi proveniamo è il seme di Dio. Non voglio che abbia paura di me. Non è giusto; dovrà rendersi conto dell’amore che ci unisce e ci rende uguali di fronte a Dio. 

Ho raccontato di Celeste a mio fratello Mario, che abita a due chilometri di distanza, in direzione di Lucca. Ad ascoltare c’erano anche Adriana, sua moglie, e la figlia Daniela. Sono anch’essi contenti di questa possibilità che mi è data di aiutare Celeste a vivere. Tutti mi dicono che è un’impresa difficile, soprattutto perché si tratta di una rondine. Stamani un artigiano, Franco, è venuto a verniciare una porta. Ho mostrato Celeste anche a lui. Si è sorpreso nel vederla già così grande; tuttavia ha espresso delle perplessità sul punto che Raffaella ed io riusciremo a farla vivere. Certo non mi nascondo i problemi che ancora ci aspettano; darle da mangiare è il compito meno impegnativo; difficile sarà capire quando giungerà il momento di avviarla al volo. Che cosa dovrò fare? Ho pensato di metterla sul palmo della mano o sul davanzale di una finestra del primo piano e lasciarla andare nel vuoto. Del resto, così devono pur agire anche i genitori quando arriva il momento di far uscire i piccoli dal nido sotto la grondaia. Cadrà certamente a terra la prima volta. Pazienza: riproveremo. Poi c’è il problema più grosso: come si procurerà il cibo quando non ci saremo più noi ad accudirla? Sono cose che imparerà d’istinto, mi dico: importante è che ora s’irrobustisca, così da essere pronta ad affrontare le difficoltà che senz’altro l’attendono, e l’avrebbero attesa anche se ad allevarla fossero stati i suoi veri genitori. Dalla finestra guardo dentro la scatola sotto di me: col becco si pulisce le penne, poi si gratta con le zampine, che sono aerodinamiche, come gli occhi. Anch’esse sono impostate diversamente che negli altri uccelli. Dominerà il cielo, questo batuffolo di penne nere. Mi sembra ancora più grande di due giorni fa. Devono essere queste le settimane decisive per la sua crescita. È necessario raddoppiare le attenzioni ed evitare di compiere passi falsi.
James Ivory è uno dei miei registi preferiti. Come per i romanzi, prediligo gli autori che sanno raccontare, e il regista inglese è un maestro a questo proposito, ricco di buon gusto e di molta sensibilità. Ho preso la cassetta dove è registrato uno dei suoi film: Quel che resta del giorno, tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, un autore di 12 anni più giovane di me, nato a Nagasaki ma residente a Londra sin dall’età di 5 anni[1]. Ivory ha un ottimo rapporto con la letteratura. Magnifici sono altri suoi film come Casa Howard e Camera con vista.
Non ho potuto fare a meno di invidiare il suo stile ed ammirare i due protagonisti Emma Thompson e Anthony Hopkins.
Sto adagiato sulla mia poltrona nera, già frusta per gli anni; è sempre quella del nostro matrimonio. Mi dispiace cambiarla, anche se qualche volta sono stato tentato di cedere a delle occasioni trovate in qualche grande negozio della mia città. Poi ho desistito, e sono stato contento della mia perseveranza. Quella poltrona ha visto il mio corpo piegarsi all’assalto e alla tenacia degli anni. Scorrono le belle immagini del film: le stanze del palazzo inglese con i sontuosi arredi; i giardini, il parco ben curati. Lo sguardo è soddisfatto e così l’anima. Ad un tratto, sono passate le nove di sera, sento in giardino il clacson della macchina di Raffaella, che torna dalla scuola. È tempo di scrutini, è il periodo di lavoro più intenso. Le riunioni a scuola si susseguono. Ha telefonato avvertendoci di cenare senza di lei. Lo abbiamo fatto. Aveva telefonato anche un paio d’ore prima, perché si era messo a piovere, e lei si era preoccupata di Celeste; temeva che la lasciassimo fuori. In realtà, nessuno si era accorto che stava piovendo. La sua è stata una telefonata provvidenziale per Celeste. Io stavo al computer ad organizzare alcune cartelle contenenti miei lavori. Preso dall’impegno, figuriamoci se mi potevo accorgere di ciò che stava succedendo fuori. È stata Anna Maria ad uscire e a riportare dentro casa la scatola con Celeste, che era rimasta tranquilla, mi hanno detto. È una rondine, dovrà abituarsi alla pioggia, ho pensato io. Volerà nel cielo in cerca di cibo anche nei giorni della pioggia, mica può restare senza mangiare; la pioggia scivolerà sulle sue penne e Celeste nemmeno l’avvertirà, al contrario di noi esseri umani che ci ripariamo con l’ombrello o rimaniamo rintanati in casa, per evitare di prenderci dei malanni. Celeste è più forte di noi, è destinata a sopportare e a superare situazioni che per noi uomini sarebbero pericolose, ed a volte perfino esiziali. Scendo a salutare Raffaella. La trovo chinata sulla scatola. Dà qualcosa a Celeste.
«Ho già provveduto io» dico.
«Ha ancora fame.» Mi sorride. Non c’è niente da fare, vuol godersi il piacere di imboccare Celeste. Infatti, è bello darle il cibo. Spalanca il becco, e la gola è così aperta e grande che desta meraviglia in un esserino tanto minuto. Quando la imbocco io, metto il cibo sulla punta dell’indice e infilo appena la parte iniziale del dito dentro il becco. Celeste è rapida ad inghiottire e subito apre di nuovo il becco.
Le sta dando dei bocconcini di carne macinata. Celeste trilla e sbatte le alucce. Ha il becco aperto, è scatenata, è ingorda. Infine, si quieta, finalmente è sazia, e va a porsi in un cantuccio della scatola. Sembra appisolarsi.
«Vieni con me a guardare la tv? Ho messo un film di Ivory»
«Che film?»
«Quel che resta del giorno»
«Prima vado un po’ da mamma. Poi salgo su.»
Non so se lo farà. Succede spesso che dopo averlo promesso non sale. Si lascia prendere da qualche altro programma trasmesso sul televisore del piano terra; qualche volta quando scendo giù, la sorprendo a ridere. Le piacciono gli spettacoli comici. Conosce comunque Ivory, ed è un regista che ammira anche lei. 

[1] L’autore condivide il giudizio che Ishiguro dà sulla grandezza della Gran Bretagna, ricca di paesaggi incantevoli, mai presuntuosi, e – si desidera aggiungere – sempre pervasi da una coinvolgente intimità.  Un buon libro quello di Ishiguro, sia per la storia che narra che per il modo di raccontare, che riconcilia con la letteratura.

Celeste #5

I couldn’t help my thoughts turning to God. All the creatures in the world reminded me of Him, even the bad ones. Lorenzo had just arrived. Elena had lifted him out of the car and taken him to the little pinewood. I watched from the window. Neither of them had noticed me yet. I was standing back from the window a little so as not to be seen in this state of contemplation. I was remembering how I used to watch my own children playing there. It was the same deep contemplation of the wonder of life that enters into a man and makes him grow by enriching his feelings, thoughts and sensations.
The same marvel was happening to Celeste. That morning I’d noticed she was a little afraid of me. As she grew, fear in relation to a different being was growing sharper. I wondered what thoughts and instincts were developing as she grew. It was God working in her, just as He was working in our sweet Lorenzo. Lorenzo was over there and here, under the window, was Celeste curled up in her box, a ball of fluff that was getting darker and darker. I looked at them both and felt the presence of God. It doesn’t matter how God came into being, as Christians say He did or according to some other religion. God doesn’t care about that and loves us on account of how we react to the needs of life and Creation. The soul needs religion and seeks its Creator. The important thing is to respond to God’s call and not reject it, because it’s the only way to enter into harmony with life and remain there forever. If I look up at the sky, if I contemplate the sun and the moon and the stars in the evening, this is because of the instinctive love of Creation that comes from God. Everything speaks of Him and the reason we’ve been given life is to travel along the road that leads to Him.
Lorenzo was playing outside amongst the red plastic chairs. They were some years old but were resistant to the weather and still did their duty with dignity. Lorenzo liked turning them upside down. He was looking at his mother and laughing because she was scolding him a little and he, small as he was, didn’t believe she could be angry with him. His universe was playing and happiness and he knew nothing yet of sadness or disappointment. Celeste, however, as I said, seemed to be afraid of me and I was sorry. I hoped I was mistaken. Though I’d nothing to reproach myself for, I’d approach her more gently for the next few days. I couldn’t accept the cruel trick that kept us apart and divided us from each other though we were both creatures of the same God. I wished I could bridge this distance but only the holiness of a Francis of Assisi can do that. The difference, however, only appears to be there. Yes, even if what I was thinking was blasphemous, there only seemed to be a difference between Celeste and me. We were both born from God. I didn’t want her to be afraid of me. It wasn’t right. She would have to take account of the love that united us and made us equal before God.

I told my brother Marcello about Celeste. His wife Adrianna and his daughter Daniela were there as well. They live about two kilometres away on the road to Lucca. They were pleased I was taking the opportunity to help Celeste to live. They all said it was a difficult thing to do, especially with a swallow. When Franco came to paint a door, I showed him Celeste and he was surprised to see how much she’d grown but he was also puzzled as to how Raffaella and I would manage to keep her alive. I was well aware of the problems that were still to come. Feeding her was the easiest part. What was going to be difficult to understand was when the time had come to send her off on her first flight. What would I have to do? I thought I’d put her on the palm of my hand or on a windowsill on the first floor and just let her go. That’s what her parents would have done when the moment came to make the young birds leave the nest under the eaves. She’d certainly fall the first time. No matter, we’d try again.
Then there was a bigger problem. How would she find food when we weren’t there to look after her? I told myself that was something she’d know by instinct. The important thing was that she was growing stronger and would be ready to face the difficulties that were undoubtedly in store for her and would have been in any case, if it had been her real parents who’d reared her. From the window I looked into the box below. She was cleaning her feathers with her beak and scratching herself with her feet which were aerodynamic like her eyes. These too were set differently from other birds. This little bundle of black feathers would rule the sky. It seemed to me she’d grown in the last two days. These weeks must be the decisive ones in her growth. I would have to redouble my care and prevent her making any false moves.
James Ivory is one of my favourite directors. With novels, I prefer authors who know how to tell a story and this English director is a master of that art, with an abundance of taste and sensitivity. I took out the video of one of his films, The Remains of the Day, based on the novel by Kazuo Ishiguro, a writer twelve years younger than I am, born in Nagasaki but living in London since he was five [1]. Ivory’s relationship with literature is exceptional. His other films, such as Howard’s End and Room with a View, are superb. I could only envy his style and admire Emma Thompson and Anthony Hopkins in the leading roles.
I watched it sitting in my black armchair which was worn with age. We’d had it since we were married. I didn’t want to replace it though sometimes I’d been tempted by special offers in some of the big shops in Lucca. But I’d resisted and I was glad I’d kept the old one. That old chair had seen my body submit to the assault and grip of the years. The lovely frames of the film rolled past – the richly furnished rooms in the English country house, the gardens and the well-tended parkland, satisfying both the eye and the soul.
Before I knew it, it was past nine o’clock and I heard the horn of Raffaella’s car as she arrived home. It was the time of the end-of-term assessments, the busiest time, with one school meeting after another. She’d phoned to tell me to have dinner without her and this I’d done. She’d also phoned two hours before that because it had started to rain and she was worried about Celeste; she was worried we’d leave her outside. In fact, none of us had noticed it was raining so her phone call had been providential for Celeste. I’d been at the computer organising some of my work files and hadn’t been noticing what was happening outside. It was Anna Maria who went out and brought Celeste and her box into the house. Celeste had been quite happy outside, she told me.
“She’s a swallow,” I thought, “so she’ll have to get used to the rain. She’ll fly in the sky looking for food even when it’s raining since she can’t manage without food. The rain will slide off her feathers and she won’t even notice. Not like us humans who shelter under an umbrella or stay shut up in the house so we won’t catch something. Celeste is stronger than we are. She’s destined to cope with situations that would be dangerous for us human beings, even mortally dangerous.”
I went downstairs to say hello to Raffaella and found her bending over the box, giving Celeste something to eat.
“I’ve already fed her,” I said.
“She’s still hungry.”
Raffaella smiled at me. Nothing would stop her. She wanted to have the pleasure of feeding Celeste. In fact it was nice giving her things to eat. She opened her beak and her throat so wide it was astonishing in such a tiny creature. When I fed her, I put the food on the tip of my forefinger and it just inside her beak. She swallowed it in a trice and opened her beak again. Raffaella was giving her some little mouthfuls of minced meat. Celeste gave a warble and flapped her wings. Her beak was open and she was ravenous and greedy. At last she quietened down. She’d had enough and went and lay down in a corner of the box. She seemed to be dozing.
“Are you coming to watch a video with me? I’ve put on a James Ivory film.”
“Which one?”
“The Remains of the Day.”
“I’ll go and see my mother first. Then I’ll come up.”
I didn’t know if she would. She often said she’d come up and then didn’t. She’d get involved in some programme on the TV we had on the ground floor and sometimes when I went downstairs I’d find her laughing. She liked comedy programmes. However, she knew Ivory. He was a director that she admired as well.

[1] The author shares the view that Ishiguro adds to the greatness of Great Britain, with its wealth of enchanting landscapes which are never presumptuous and – he would add – always pervaded by an intimacy that involves. Ishiguro’s book is a good one both on account of the story it tells and his way of telling it which makes it literature.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart