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ROMANZO: Tosca Pagliari: “Nivek, il Segreto dell’Erba Tagliata” #2/6

9 marzo 2010

(parte seconda)

 

– Cosa ho visto? Chi era?

Chiese il bambino tutto agitato.

– Io che ne posso sapere.

Rispose il gatto sornione, stiracchiandosi ed ingobbendosi per sciogliere le sue feline giunture. Aggiunse sbrigativo:

– Sei tutto impiastricciato, leccati e ripulisciti, dobbiamo andare.

 Il bambino si leccò le mani finché non furono quasi del tutto pulite. Ancora umide di saliva se le strofinò sul viso, ne leccò ogni traccia di sporco e ripeté tutta l’operazione fino a quando non si sentì dire dal gatto:

– Basta, così sei a posto. Bravo, impari presto, neanche io saprei fare di meglio. Ti sei pulito la faccia così come io mi pulisco il muso. L’unica differenza è proprio che tu hai una faccia ed io un muso. Lo sai che differenza c’è tra una faccia ed un muso? Non lo sai vero che non lo sai? Allora te lo dico io. Una faccia si può perdere, un muso non ha proprio niente da perdere.

– Non ci capisco nulla.

РNon ̬ un guaio, sembra che non ci capisca nulla nessuno. Adesso andiamo.

– Dove?

– Ti porto a vedere la Grande Catasta.

 

Camminavano in silenzio. Il gatto andava sempre avanti con la coda dritta.

All’orizzonte comparve un’alta  montagna.

– Sono stanco!

Sbuffò il bambino.

– Sei solo pigro e poco curioso, altrimenti non avvertiresti alcuna stanchezza. Resisti, tra poco ti stupirai.

 

Via via che si avvicinavano la montagna pareva cambiare aspetto, adesso somigliava molto di più ad una barriera imponente dinnanzi a loro. Quando ci sbatterono quasi contro, il bambino si accorse che altro non era se non un enorme, incommensurabile mucchio di libri affastellati fin quasi a toccare il cielo.

РEcco, questa ̬ la Grande Catasta.

Puntualizzò il gatto.

РPerch̩ li hanno scaricati tutti qui?

– Sempre meglio che finire bruciati, visto che non servivano più la gente se ne è disfatta. Adesso è tutto molto semplice, molto pratico, molto meno ingombrante. Si mette tutto su un piccolo disco. E’ incredibile come,  in una superficie così piccola, possano starci interi ed interi volumi, migliaia d’immagini e suoni … ma gli odori no, ancora non ci sono riusciti.

– Non c’erano neanche nei libri.

– Alt, non sragioniamo. L’odore d’inchiostro e di carta fresca dei libri nuovi, l’odore stantio dei libri vecchi, l’odore umidiccio dei libri troppo sfogliati, l’odore polveroso dei libri tenuti a lungo sugli scaffali … altro che se i libri non avevano un odore! Comunque per adesso gli umani sono tutti presi dal come rimpicciolire i contenitori della loro cultura che ne hanno accumulata troppa e non sanno più dove metterla. Vedrai che verrà il giorno in cui riusciranno a condensare tutto il loro sapere in una goccia d’acqua. Poi la faranno evaporare ed espanderanno tutta la loro scienza, coscienza ed incoscienza per l’intero Universo.

– Sarà una grande sciagura?

– Non lo si può sapere anzitempo, ma ogni tanto qualcuno viene qui alla Grande Catasta in preda alla nostalgia e sceglie un libro per riportarselo via. C’è chi sostiene che se lo facessero tutti si spianerebbe la Grande Catasta e riapparirebbe l’orizzonte. Invece sono rari quelli che raccolgono ed incalcolabili quelli che gettano. Così la Grande Catasta continuerà ad innalzarsi fino ad oscurare il sole.

 

Mentre il gatto parlava, il bambino estrasse un libro, ci soffiò su per spolverarlo, poi lo sfogliò con cura e si esaltò alla vista delle immagini.

– Guarda una bambina insieme ad un coniglio bianco! Sono un po’ come me e te.

– Che paragoni assurdi! Il paragone è già di per sé assurdo qualunque esso sia. Le circostanze sono fatte di somiglianze perché nulla è perfettamente diverso, ma questa insana tendenza umana a far continui paragoni è troppo spesso inutile ed esasperante. Le cose vanno annusate così come sono e basta. Io odoro di gatto e tu di bambino. Quell’Alice (è così che si chiama la bambina) ed il suo coniglio possedevano i loro specifici odori, non erano affatto come noi.

– Se Alice è il nome della bambina (e adesso questo storia mi pare d’averla già sentita) il coniglio come si chiama?

– Non lo so e non lo voglio sapere. Non mi interessano di preciso i nome di tutti, ti ho mai forse chiesto il tuo?

– No, ma posso dirtelo. Mi chiamo Nivek.

– Stranezze umane!

– Adesso che ci penso dovrei dare un nome anche a te.

– No, non farlo! Non lo sopporterei di sentirmi chiamare Cicci, Pucci, Fufi, Frufrù o altri termini insulsi con cui sono stati appellati i miei simili per colpa d’umana idiozia.

– Allora sceglitelo da solo un nome. Come di piacerebbe chiamarti.

– Beh, fammi un po’ pensare … Un  nome è come un titolo di un’opera, ti deve dare un’idea sostanziale di quel che vuole esprimere in tutta la sua complessità. Io sono un gatto e siccome mi esprimo a miagolii mi piacerebbe chiamarmi, anzi chiamami senza alcun dubbio, MIAGOLA! Bello, no?

– Miagola è un verbo, anzi per l’esattezza “voce del verbo miagolare”, non è un “nome” e tanto meno un “nome proprio”.

– Chi le ha decise queste inconcludenti precisazioni?

– La maestra dice che si tratta della grammatica.

– Oh! La maestra!

E il gatto cominciò a ridere, sdraiato a pancia all’aria non riusciva a trattenersi. Cominciò allora a rotolarsi a terra e non ce la faceva più a smettere.

– Che c’è tanto da ridere?

– Le maestre mi fanno morire dal ridere.

РPerch̩? Tu sei un gatto che ne sai delle maestre.

– Che ne so? Lo so sì che lo so! Perdinci se lo so! Sono un gatto amMAESTRAto!

Così dicendo sembrò riprendersi, si piazzò su tutte e quattro le zampe e con la coda dritta, andando avanti e indietro, incominciò a parlare.

– Altro che se sono stato ammaestrato!

– E’ accaduto quando ti ho insegnato a fare i salti?

– No, caro mio. È stato molto tempo prima.

– Ma se ti ho trovato che eri un micio piccolo piccolo.

– Oh, sì! Piccolo piccolo e fuggitivo da un branco di fratellini ottusi che s’affannavano a dar retta all’ammaestratrice: “Tira su la zampa destra, tira su la zampa sinistra, fai un passetto, gira intorno, torna giù”..

– Questa roba la fanno i cagnolini al circo.

– Anche i micetti, dai retta a me, la fanno in qualche circo stravagante. Comunque l’ammaestramento credevo fosse una disgrazia capitata solo a poveri cani e gatti, fino a quando sono saltato sul davanzale della finestra di una scuola e lì sono rimasto come imbalsamato. Guardavo e sentivo: ”Bambini zitti, bambini seduti, prendete il quaderno a righe, prendete il quaderno a quadri, copiate dalla lavagna, svelti, ripetete ba, be, bi, bo, bu. Bambini colorate: i quadrati rossi, i cerchi blu, i rettangoli verdi, i triangoli gialli. Bambini di qua, bambini di là e di su e di giù. Poveri bambini tutti vestiti uguali, tutti che andavano allo stesso ritmo, tutti che ripetevano con lo stesso tono. Poveri bambini ammaestrati! La maestra era bravissima a dirigere tutti quei bambini omologati, ma con quelli speciali con c’era verso. Con quelli ci voleva un tocco di classe, una sensibilità speciale al di là delle libresche dissertazioni didattico – psi..psi…psi ( Il gatto sbuffava ripetutamente) psico – pedagogiche (Ce la fece tutto d’un fiato e orgoglioso rizzò la coda continuando). I bambini speciali sono un vero e proprio rompicapo per le ammaestratrici, se non hanno fiuto non c’è sapienza che tenga. Il fiuto in questo caso è fatto di strategie, dedizione, convinzione di riuscita e un pizzico d’amore che non guasta mai. Se non sanno scommetterci è inutile che prendano in mano il gioco. Ma torniamo a quel famoso giorno a scuola. Sbirciavo immobile seduto sulle zampe posteriori e la coda girata davanti a quelle anteriori, quando un bambino, che aveva un difetto nel meccanismo dell’attenzione, se ne stava voltato verso la finestra. Nonostante la mia immobilità e la mimetizzazione del mio pelo con il marmo bianco-grigio del davanzale, solo lui mi notò. Dimmi un po’ se non era davvero speciale quel bambino. Come mi vide gridò: “Gatto, gatto!” Con questa esclamazione disinnescò il perfetto meccanismo attentivo di tutti gli altri, che mollarono i loro arnesi e, tra gli inutili richiami della maestra, corsero a vedere, accalcandosi ai vetri. La povera donna, a furia di richiamare all’ordine era rossa in viso e la sua voce diventava sempre più stridula. Fu così che istintivamente me la detti a zampe. Quel che accadde dopo non lo seppi mai, ma posso immaginarlo. E tu mi vieni a dire che ne so io di maestre! Ne so eccome! Hanno l’ardire di voler far diventare semplice ciò che è complesso come se fosse una cosa abbastanza fattibile!

Basta ho parlato troppo delle maestre, mi detesterebbero se mi sentissero eppure non sanno che in fondo sono convinto che senza di loro il mondo sarebbe decisamente ignorante visto che comunque sono quelle che ti avviano al sapere. Come sarebbe un mondo futuro senza maestre, o anche maestri, perbacco, non lo so, questo proprio non riesco ad immaginarmelo. Adesso basta, proprio basta!

Invece a proposito del mio nome o Miagola o non se ne fa niente. Del resto Miagola e Nivek formano proprio una bella coppia.

 

Il gatto aveva parlato così tanto che il bambino non ce la faceva più a seguire il nesso logico, se mai ce ne fosse stato. Così tornò a chiedere:

– Allora Miagola, dov’è che si va? Torniamo indietro?

– Indietro mai, non ha senso se non in qualche caso estremo. Analizziamo la situazione. La Grande Catasta ci ostruisce il passaggio, dunque potremmo scalarla, ma tutti questi libri così ben incastrati fra di loro, sono sovrapposti in un franoso equilibrio, se provassimo a scalarli rischieremmo solo di ruzzolare sul fondo dopo pochi passi.

– Se scavassimo una galleria?

– Scavare? Non ci penso nemmeno, scavare tra tutto questo sapere significherebbe restarci sepolti sotto.

– Che resta da fare?

– Aspettare che passi un Chimerante.

– Cos’è?

– E’ un volatile che effettua trasporti. Possiede un becco d’oro, artigli d’avorio ed ali rivestite di piume di nuvole.

– Ogni quanto passa?

– Quando vuoi tu.

– Allora lo voglio subito!

– Eccolo è già arrivato.

– Dov’è?

– E’ lì ai tuoi piedi, stai attento a non schiacciarlo.

Nivek si accorse che un cosino piccolo come uno scarafaggio saltellava intorno a lui e disse:

– Dove vuoi che ci porti un affarino del genere?

– Certamente in nessun posto, non potrebbe farcela.

– E allora?

– Allora succede che i Chimeranti nascono dai sogni e se ne vuoi uno più voluminoso devi avere un sogno più grande. Del resto i sogni sono gratis, si può, anzi si deve esagerare a chiedere, così anche se te ne toglieranno un pochino te ne resterà sempre un bel pezzo. Bisogna sempre sognare al massimo. La realtà va ponderata, i sogni vanno solo sognati alla grande. Cosa avevi sognato perché apparisse quel cosino da poco.

– Di volare dall’altra parte.

– Ben misera cosa. Prova a fare di meglio.

 

Nivek si accucciò a terra, appoggiò la testa alle ginocchia e le abbracciò. Sembrava fosse diventato una palla avulsa da tutto il resto del mondo. Il gatto puntava il naso in aria in attesa del prossimo Chimerante. Ad un certo punto il sole parve sparire improvvisamente, tanto la creatura era enorme e volava ad ali spiegate. Atterrò sbattendole così fortemente da far tremare l’intera Grande Catasta. Per fortuna i libri si tennero stretti e non crollarono. Il pelo di Miagolo, d’istinto, si gonfiò tutto tanto da sembrare un grosso gomitolo di lana con gli occhi. Il bambino, invece, rimase stranamente immobile, nulla sembrava poter interagire con lui. Solo quando il Chimerante raspò a terra, con i giganteschi artigli d’avorio, in segno d’impazienza, Nivek sciolse tutto il suo essere e si rimise in piedi.

Il gatto disse:

– Accipicchia! Che razza di sogno hai fatto questa volta? No, non me lo dire, altrimenti scomparirà.

 

Il gigantesco volatile si abbassò lasciando che salissero sulla sua groppa. Sembrò loro di sprofondare tra le brume di un cielo senza volta e senza orizzonte, mentre andavano al di là della Grande Catasta.

Gatto e bambino forse sognarono ancora a lungo, di certo dormirono come storditi finché non si rinvennero sul greto di un fiume.

– C’è odore d’acqua.

Disse Miagola, ma Nivek lo corresse:

– Vorrai dire d’umido. L’acqua è un liquido inodore, incolore e insapore.

– Chi le dice queste fesserie! Figuriamoci! Tutto ha un odore. Anche la paura ha un odore, e la rabbia, la follia, l’esaltazione, l’incoscienza … il buio, la luce … le idee, i desideri … tutto, proprio tutto!

– Esagerato!

– Non insistere piccolo umano male informato. Tutto ha un odore e gli odori hanno i sentimenti. Che ti dice l’odore dell’erba tagliata?

– Nulla di più dell’informazione che è stata appena tagliata.

– Se non sai scoprire altro sei fuori dal mondo, fuori di testa, fuori da te stesso. Il giorno che scoprirai il segreto degli odori sarai pronto per la riuscita .

– Quale riuscita?

– Solo tu puoi scoprirlo.

 

Il gatto prese a leccarsi con calma e meticolosità, si passò persino la zampa dietro gli orecchi. Si sentirono delle risatine piene di allegria.

– Chi ride così?

Chiese Nivek

РDi certo qualcuno che ̬ contento.

Rispose Miagola.

– Siamo noi, siamo noi!

– Noi chi?

S’informò il gatto.

– I semi dell’erba. Siamo lieti perché presto pioverà. Lo sappiamo che quando i gatti si passano la zampa in quel modo è tempo di pioggia. E’ da tanto che aspettiamo di essere innaffiati per poter germogliare. A volte vien giù persino un temporale. Cade acqua a catinelle, ma non accade nulla, la terra resta sterile.

РPerch̩?

Chiese Nivek.

– Perché bisogna che piovano idee nuove per poter rinverdire tutt’intorno.

– Cosa vi fa pensare che stavolta sia l’occasione giusta?

I semi dell’erba iniziarono a sussurrare:

– Lo sguardo del bambino, lo sguardo del bambino, lo sguardo del bambino …

– Ho capito, ho capito!

S’infastidì il gatto e aggiunse:

– Adesso smettetela, devo concentrarmi sulla mia toilette!

 

Mentre Miagola si leccava con calma, Nivek tolse, da sotto la maglietta, il libro che aveva sottratto dalla Grande Catasta e cominciò a leggere.

– A-li-ce nel pa-e-se del-le me-ra-vi-glie.

– Come mai a questa età leggi ancora così male?

Osservò il gatto.

Nivek invece era euforico e parve non starlo a sentire.

– E’ vero, allora è vero! Sto imparando a leggere! Il mio sogno si è avverato!

– Non mi verrai a dire che hai fatto arrivare un Chimerante così grosso solo perché desideravi imparare a leggere.

– No, questo sogno è collegato ad altri sogni. Sono tutti racchiusi uno dentro l’altro.

– Già! Scommetto proprio come in un gioco di scatole cinesi. Quante ne dovremo aprire per giungere alla fine?

– Non lo so di preciso, ma credo tante.

 

Nel frattempo il Chimerante arruffò le sue piume di nebbia con un fremito, ma rimase appollaiato dov’era.

Nivek gli si avvicinò cautamente, preso da un desiderio improvviso di stargli vicino. Il volatile invece aveva voglia di stare da solo e per allontanarlo fece rotolare un grosso uovo verso di lui. Era un uovo incredibilmente traslucido, ci si poteva guardare dentro come in un grande schermo.

La donna era grassa e si vedeva solo di spalle. La ragazzina che le stava davanti era esile da far spavento fasciata nei jeans elasticizzati e nella maglietta di lycra. I capelli scurissimi, lisci e lunghi le si appiattivano sul viso pallido e gli occhi immensi erano di quelli che scherzavano con la luce cambiando dal nocciola al verde cupo. Sul naso delicato brillava un piccolo piercing e la fossetta al centro del mento conferiva al suo volto un’espressione infantile.

– Hai da poco compiuto diciotto anni!

Strideva la voce della donna grassa.

Ci si sarebbe aspettata una vociona imperante da un corpo tanto imponente, invece ne aveva una sottile e stridente come un violino male accordato.

РDevi essere impazzita! Non hai idea di che vita ti aspetti. Non ti ̬ bastato quel che si ̬ passato?

La ragazza aveva il broncio di chi sta per mettersi a piangere mentre ascoltava quella voce, che adesso diventava sempre più aspra, persino rauca.

– Un figlio a quest’età! Non pensarci neanche! In qualche modo rimedieremo. Spero tu sia ancora all’inizio.

I toni di quella voce s’alzavano e s’abbassavano, tornavano a rialzarsi, rallentavano,                 poi incalzavano e diventavano persino affannosi in certi tratti.

– Vedi  me? Cinque figli! Ogni volta per credere nell’amore materno, nell’amore dell’uomo che mi stava accanto, nell’amore per la vita. L’amore! Gli uomini! Ce ne saranno di veramente affidabili? Tuo padre mi lasciò con tutta la baracca sulle spalle mentre tu prendevi ancora il biberon. Che ne puoi sapere! Mi lasciò così dall’oggi al domani senza un motivo apparente. Praticamente sei cresciuta in un camper. Mi toccò vendere l’auto e fare anche dei debiti per acquistarlo, ma era l’unico mezzo per riuscire a prendermi cura di voi e farvi vivere decentemente. E’ stato più che una casa, il vostro albergo notturno per non lasciarvi da soli. Lo posteggiavo nell’area interna alla struttura ospedaliera confidando nell’umana accondiscendenza di chi controllava l’organizzazione sanitaria. Dio solo sa quante volte mandavo qualcuno a vedere o a volte, quando si poteva, scappavo io col rischio di farmi licenziare. Al mattino, i più grandi di voi aiutavano i più piccoli a sistemarsi e, appena smontavo dal servizio, via di corsa ad accompagnarvi nella varie scuole. C’era persino chi ci prendeva in giro vedendoci arrivare con un simile mezzo. Ci chiamavano gli zingari.

C’era invece chi ci prendeva per ricchi stravaganti. Chi ci ammirava per la corretta organizzazione. Chi ci criticava e chi ci commiserava. La gente non sa far altro che attaccare bollini al prossimo di marchi svariati. Io me ne fregavo, avevo ben altro a cui pensare. Ma almeno sono riuscita a fare tutto questo perché avevo il mio sudato stipendio d’infermiera, tu come pensi di potertela cavare? Non contare sulle mie spalle che non reggono più. E in ogni caso sappi che comunque t’affannerai, non produrrai mai nulla di buono. Una famiglia a metà è come una barca senza vela. Va, sì che va. Ma dove? Alla deriva! Nonostante tutti i miei sforzi, uno dei tuoi fratelli è in galera, un altro al centro per disintossicarsi, delle tue sorelle una la vedi com’è: è ritardata e non c’è nulla da fare. E quella lì poverina, che era la più dolce, la più laboriosa, il mio grande aiuto. Proprio a lei doveva capitare!  Contavo adesso su di te che sei cresciuta e ti fai mettere incinta dal primo capitato! In tutto questo bel quadro come vuoi che venga su il tuo bambino. Lascialo stare in pace e non aggiungere altro inferno a questa nostra vita. E’ disumano mettere al mondo una creatura con i presupposti d’incertezze e patimenti.

La ragazza continuava a rimanere in silenzio e tutto quel parlare le scivolava di dosso come acqua talvolta a schizzi, talvolta a colate lente, a secondo dell’inflessione della voce. Ma sembrava non bagnarla affatto. Solo quando alcune parole le giungevano come un tintinnio al cervello pareva sciogliersi dal torpore, alzare la testa  e guardare attraverso il velo del pianto gli occhi della madre anch’essi pieni di lacrime.

– Un figlio, che vuoi che sia un figlio. La gioia più grande ed il dolore più atroce. Dolore per te e per lui … la vita è dolore, non scommettere su un’altra vita, non coinvolgerla … lascia perdere … lascia perdere … lascia perdere adesso che sei ancora in tempo.

Le parole adesso sembravano cadere a gocce lente e calde, ma poi tornavano a piovere fitte e pungenti.

– Non potrai far nulla di buono per lui, anche a volergli dare la tua stessa vita. Le strade che sceglierà, le disgrazie che gli capiteranno. Avrai un bel lottare, ma vincere sarà solo una questione di fortuna e noi pare che ne possediamo ben poca. Cosa non ho fatto io per tutti voi, ecco i risultati! Per guarire tua sorella ho dato via tutto quel po’ di denaro e d’orgoglio che mi era rimasto. Non lo sa nessuno, ma ora te lo dico.

Tuo padre non si è presentato un bel giorno davanti alla porta di casa pentito e benevolo. Mi è toccato pagare caro un investigatore per ritrovarlo. Con altri quattro figli a disposizione, possibile che non ce ne fosse uno compatibile con quella povera disgraziata, neanche io lo ero! Io che l’ho plasmata con le mie stesse carni! Allora mi sono detta che dovevo giocare l’ultima carta. Ma c’è voluto troppo tempo per poterlo rintracciare. Lui era sì compatibile ed ha compiuto il grande gesto. Con questo non dico che si sia riscattato dalle sue colpe e non è nemmeno servito a nulla! Troppo tardi! Adesso è talmente debilitata che i medici stessi sperano in un miracolo. Il grand’uomo invece è sparito di nuovo nel nulla. Ha fatto la sua parte, chissà come se ne sente fiero e  con la coscienza a posto. Se fosse rimasto forse l’avrei persino perdonato di tutto il resto. Mi sarebbe bastata una spalla su cui piangere. Come se non bastasse ora ti presenti tu con questo fardello! Che vuoi fare? Ci vuole una bella dose di coraggio per mettere al mondo un figlio o d’incoscienza. Che vuoi fare?

– Non lo so.

Rispose la ragazza con un filo di voce e corse via.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart