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ROMANZO: Tosca Pagliari: “Nivek, il Segreto dell’Erba Tagliata” #5/6

12 marzo 2010

(parte quinta)

 

Una luce troppo accecante feriva gli occhi, c’era freddo, tanto freddo, e poi il taglio crudele, la frattura definitiva tra un mondo e l’altro. Voci concitate giungevano in un brontolio confuso:

– Presto, presto, in terapia intensiva o lo perdiamo!

– La gravidanza è a termine, non dovrebbero esserci gravi complicazioni.

– Ma non piange, non riesce ad emettere neanche un flebile vagito.

– Comunque è vitale ed ha un buon peso.

Gente che parlava tutta vestita di verde, anche il volto era coperto di verde …

… e tra il verde si svegliò Nivek con un ciuffo d’erba tra le mani.

Il ghiaccio tutt’intorno s’era disciolto. Prepotentemente un’improvvisa primavera aveva sottratto il terreno ad un inverno glaciale. L’erba divelta, tra le mani del bambino, emanava un odore intenso e finalmente lui sembrò capire.

– Miagola, dove sei?

Il gatto se ne stava placido al sole e sonnecchiando rispose:

– Finalmente sei tornato.

– PerchĂ© dove sono stato?

– Sempre lì apparentemente, ma non si può dire che tu fossi stato lì di certo.

– Ti diverti a parlare sempre piĂą strano.

– Figuriamoci chi di noi due parla strano! Che mi dovevi dire per avermi chiamato con tanto impeto?

– Adesso lo so.

– Cos’è che sai?

– So cosa c’è nell’odore dell’erba tagliata.

– Ebbene?

 – Nell’odore dell’erba tagliata c’è il grido muto dei fili strappati dalle radici, tutta la disperazione di vedersi portar via da chi traeva nutrimento e poi …

– E poi?

– Poi c’è un pianto triste senza suono, il lamento impercettibile e rassegnato di quei fili che vengono portati lontano, non si sa mai dove di preciso.

– Perfetto! Finalmente lo sai.

– Non ancora tutto. Quest’erba tagliata non secca, continua a restare verde e umida nonostante sia stata recisa. Non sento nessun preannuncio di morte.

– Ci sono tanti modi di morire. C’è gente apparentemente viva nel corpo, ma morta dentro. Essere vivi e rifiutarsi di sentirsi tali è la morte peggiore.

– PerchĂ© siamo arrivati a dire queste cose?

– PerchĂ© sei quasi vicino alla scoperta definitiva. Adesso ti tocca solo trovare lo specchio del vero.

– Come farò?

– Non chiederlo a me. Io sono solo un gatto. Non soffro d’inquietudini esistenziali, quella è un prerogativa complicatissima degli umani.

– Adesso vorrei tanto tornare a casa, quanto credi che ci siamo allontanati?

– Può darsi che siamo ancora al punto di partenza senza essercene accorti, oppure siamo finiti lontanissimo. ChissĂ !

– Mi manca tanto la mia casa.

– Le case sono i gusci della nostra esistenza. Non se ne può fare a meno per necessitĂ , poi si finisce per non poterne fare a meno per sentimentalismo.

Sicuramente noi gatti , tanto indipendenti ed egoisti, ci affezioniamo, per comodità, più alla casa che al padrone, ma come si fa ad essere differenti! Nessuna casa ha l’odore di un’altra, in ogni angolo si annusa un ricordo, un segreto che è solo in un determinato anfratto e in nessun altro posto al mondo.

Adesso però basta chiacchiere, è tempo che io vada per conto mio. Hai capito abbastanza per andare avanti da solo.

– No, aspetta! Come farò a sopportare il dolore della tua mancanza? Mi passerĂ ? Dici che prima o poi mi passerĂ ?

– Ogni dolore è indelebile, sembra che passi ed invece non va piĂą via. Succede che nel susseguirsi degli eventi una nuova pena ne adombri un’altra e pare che si patisca solo per l’ultima. In realtĂ  non avviene una sostituzione, ma solo una sovrapposizione. Così tutte le sofferenze si stratificano una sull’altra e si amalgamano. Un dolore lieve può, in qualche modo, ricollegarsi ad uno piĂą profondo e trasformarsi in una patimento immenso. Per questa diversificazione di strati tutti gli animi sono diversi e nessuno, nella stessa situazione, soffre come un altro. Accade anche, col passare degli anni, che gli strati si sovrappongano fondendosi sempre piĂą fino a formare un blocco granitico, che può fare anche da corazza, ma è pur sempre un peso troppo greve.

– Non possiamo tornare a casa insieme?

Implorò quasi il bambino e cercò una possibile ragione perché ciò si realizzasse.

– Del resto siamo partiti insieme dalla stessa casa.

– Forse è stata solo un’apparenza. Separiamoci qui. Adesso che hai scoperto il segreto dell’erba tagliata, puoi farcela anche da solo per tutto il resto.

Nivek tirò fuori il libro.

– E con questo che ci faccio?

– Vedi tu. Io sono un gatto, non ho mai imparato a leggere le parole, non mi serve, so leggere gli odori che mi spiegano benissimo tutto in un solo alito. Posso però dirti perchĂ© questo libro, con la storia che racconta, ti ha tanto affascinato. Anche tu come Alice non trovi piĂą la pozione giusta. O diventi troppo piccolo, o troppo grande, non riesci ad entrare nel ruolo che conviene alla tua giusta etĂ . Sei intrappolato in dimensioni assurde. Trova lo Specchio del Vero e il coraggio di specchiarti. Non so dirti altro. Adesso devo andare.

Il gatto corse via saltellando sulle sue quattro zampe e si perse tra l’erba alta.

Per un po’ si vide solo il suo percorso tra i fili che si spostavano ondeggiando al suo passaggio, poi nulla più.

Nivek si sentiva pieno di dolore e di rabbia. Una sensazione incorporava l’altra ingigantendosi a vicenda.

Cominciò a strappare una gran quantità d’erba tutt’intorno, poi scavò, scavò e scavò.

Quando la buca gli sembrò abbastanza profonda, prese il libro e lo sotterrò.

Adesso poteva camminare piĂą leggero e camminava col suo video acceso.

La ragazza pallidissima guardava un punto ben preciso al di là del vetro e, com’era suo fare nei  momenti di tragico silenzio, dimenava il capo, ma stavolta così lentamente che il movimento quasi, ad occhio, non si avvertiva. Intanto lo muoveva con determinazione, come se rispondesse a della domande interiori. Poi si allontanava ed entrava in una stanza.

L’assistente sociale ed il medico non lasciavano trapelare alcuna emozione. La loro voce aveva il timbro ben scandito, l’inflessione asettica da professionisti. Compassati esponevano i fatti, puntualizzavano scienza e legislazione, come se fossero ad una conferenza e non di fronte all’ennesimo dramma umano. Dopo tutto quel discorrere, la voce della ragazza suonò opaca e decisa, la sua era una registrazione già stata incisa ad ogni precedente movimento del capo, adesso le era bastato premere il pulsante della sue corde vocali.

– No, non lo voglio. Così non lo voglio. Tenetevelo pure.

Il medico sembrò parlare di eventuali progressi della scienza e l’assistente sociale di eventuali miracoli attraverso un’amorevole e guidata crescita. La ragazza era convinta solo della sua forza di riuscire a dimenticare tutto quanto o, davvero, sarebbe impazzita.

– Ho deciso, datemi pure le carte da firmare.

Rispose inflessibile. Mentre faceva scorrere nervosamente la penna sui vari fogli di carta, senza far nemmeno  caso a ciò che vi era scritto. Sorrise.

Poteva sembrare una smorfia, un tic nervoso, invece era proprio un sorriso, amaro per quanto si voglia, ma è pur sempre il grande dono che possiede l’umanità per beffarsi della sorte. E siccome notò le due facce perplesse, ritenne opportuno precisare. Sono già maggiorenne, ma questi sono i primi documenti che sottoscrivo al di là di quelli scolastici, non vi pare una conquista?

Sorrise con piĂą decisione e tutta la tragedia restava solo negli occhi, diventati talmente cupi che sembravano aver perso del tutto gli scherzosi riflessi cangianti.

Uscì convinta che tutto il suo passato sarebbe rimasto dietro di lei.

Nivek si era tolto le scarpe, gli piaceva il solleticare dell’erba sotto ai piedi. L’aria aveva un odore nuovo, frizzantino, salmastro. Si sentiva un rumore fluido che veniva e andava a cadenza ritmata. L’azzurro abbagliante sembrava non avere orizzonte, davanti a lui solo un immenso mare e nient’altro.

Immagini che aveva già visto gli permettevano di mettere in atto il gioco: lasciare di corsa le impronte dei propri piedi e voltarsi appena in tempo per vederle portar via dalle onde. Alla fine, stanco, s’immerse. Si lasciò andare galleggiando tra i flutti, leggero come un palloncino gonfiato per volare, ma caduto dal cielo. La corrente lo portava e lui andava senza alcuna volontà, senza pena o curiosità, ebbro solo del liquido che l’avvolgeva come una carezza primordiale. Finché nella sua mente non vi fu più nulla. Non si sa quanto durò quell’oblio, ma finì.

Si ritrovò inzuppato, infreddolito, tremante mentre percepiva il suono d’allarme di un’apparecchiatura. Si guardò intorno, non capiva da dove provenisse. Poi vide.

Medici ed infermieri freneticamente  mettevano in atto tutto il loro sapere e la loro esperienza aiutandosi con tutti gli strumenti possibili. Ma alla fine fu silenzio. La maschera quieta del volto del ragazzo si compose in una definitiva immobilità.

La maschera della donna, che apparve per ultima nella stanza, aveva le stesse sembianze, ma lo sguardo stravolto di chi sembra aver perso il senno ed invece continua drammaticamente a possederlo.

Quando Nivek riaprì gli occhi, si ritrovò a fissare le stelle. Era pieno il cielo di stelle, se ne accorgeva finalmente. Quant’erano? Prese a contarle e si accorse che nella sua testa c’era una sequenza di numeri. Un linguaggio nuovo che comunque metteva in contatto la mente e le cose. Quante scoperte si rese conto d’aver fatto in tutto quel viaggiare assurdamente senza una meta ben precisa.

Ebbe voglia di andare avanti, sempre avanti come diceva Miagola. Ma, dopo pochi passi, si ritrovò di fronte ad un promontorio. Ce l’avrebbe fatta ad arrampicarsi fin lassù? Il buio era pesto, solo nelle notti senza luna le stelle brillano in tutto il loro splendore, ma non poteva più accontentarsi di stare a guardarle, doveva andare, anche se a tentoni, doveva farlo. Si accorse di procedere con grande agilità, ancor meglio dell’amico gatto. Peccato che non ci fosse! Sarebbe stato così fiero di lui, ma i gatti sono esseri indipendenti e quando decidono di andare vanno.

Nivek aveva solo qualche sbucciatura alle ginocchia quando, alle prime luci dell’alba, giunse sulla cima. Davanti a lui il portone di una villa signorile pareva invitarlo ad entrare. E così fece. Le ampie sale avevano pavimenti scintillanti e nessun arredo. Da una stanza si passava ad un’altra. Porte e porte che si aprivano su spazi tutti uguali, fino a quando, più perplesso che mai, si trovò circondato da specchi.

“ Trova lo Specchio del Vero, lo Specchio del Vero, Specchio del Vero, del Vero,

Vero …”, gli echeggiava nella mente. Ma come? Miagola non c’era. Non c’era nessuno, neanche la sua immagine, gli specchi non lo riflettevano. Provò e riprovò a specchiarsi, ma nessuna di quelle lastre lucenti gli inviò delle immagini. Angosciato si mise a gridare, erano solo suoni ora acuti e striduli, ora rochi e tonanti, ora lamentosi e prolungati, solo musiche stonate che rimbalzavano amplificandosi.

Una rabbia incontrollata prese il sopravvento e ne colpì uno a caso con un pugno. Lo specchio si sbriciolò senza alcun rumore e senza provocargli alcun graffio, come se fosse stato prodotto con una rara polvere stralucente, che adesso tornava a sfaldarsi silenziosa.

Al di lĂ  dello specchio un bambino, dai capelli rossi e gli occhi verdi come quelli del gatto, gli sorrise allo stesso identico modo del ragazzo della prima visione e disse:

– Mi hai trovato. Io sono quello vero. Tu sei solo il sogno. Basta rompere le apparenze per scoprire la veritĂ .

Ma Nivek caparbio rispose:

– Io sono vero! Tu non esisti!

L’altro rise a lungo, d’un riso argentino, poi ribattè:

– Non hai ancora capito? Guardati intorno.

Ogni specchio adesso era acceso con immagini diverse, ma tutte inafferrabili dietro le rispettive lastre e nessun pugno era tanto forte da riuscire a romperle.

In uno di quegli specchi la donna bionda era di spalle di fronte allo schermo di un computer. Le sue dita lunghe, dalle unghie laccate e ben curate, battevano nervose sui tasti www.dio.it, ma il monitor indifferente inviava il suo output: “indirizzo non trovato”.

Meccanicamente la donna aveva ripetuto l’operazione più volte finché era crollata.

La sua testa bionda dai capelli in perfetta piega era appoggiata sugli avambracci e questi sulla scrivania. Piangeva singhiozzando sconsolata come una bimbetta messa in castigo. Due grandi e forti mani maschili le si appoggiarono sulle spalle e una voce roca dai toni consolatori si sovrappose al fragoroso pianto:

– Sei stata così forte in tutti questi anni. Ci siamo ritrovati nuovamente tanto uniti, forse come mai era accaduto prima. Ho creduto di schiantare dal dolore, poi pian piano mi sono assuefatto a tanta pena. Non so se questa si possa definire rassegnazione, ma ho compreso che la disperazione era tanto piĂą forte di me da dovermi arrendere per non essere inutilmente stroncato. Di fronte a tanta resa quella non ha smesso d’aggredirmi anche se non lascia il suo avamposto. Tu invece, indomita, hai continuato a sperare, a lottare oltremodo. Sempre attaccata al computer per cercare informazioni su terapie alternative, accanita a voler sperimentare l’impossibile. Adesso oltre al dolore della perdita ti si è aggiunto quello della sconfitta. Non c’è rimasto nulla di lui, oltre ai ricordi e questo lancinante dolore.

– La donna rialzò il capo biondo, il suo volto dal trucco disfatto aveva scovato tutti i suoi anni e li palesava senza vergogna. C’erano proprio tutti i suoi anni, quelli vissuti nell’agiata spensieratezza, nei capricci e nell’alterigia e quelli passati a convincersi che una disgrazia del genere a lei non poteva e non doveva capitare perchĂ© in qualche modo, con ogni mezzo, lei avrebbe saputo risolvere la situazione.

Invece no! O invece sì, incredibilmente sì, forse qualcosa poteva ancora riscattare o meglio qualcuno.

L’uomo la guardò sgomento prima di parlare:

– Conosco troppo bene quello sguardo. Cosa stai meditando?

– Io non sono nata per rassegnarmi, per accontentarmi dei ricordi, devo poter riavere ciò che ho perduto. Non posso lasciarmi beffare così dalla vita.

– Non puoi neanche padroneggiare la morte, così come non puoi parlare con Dio da un sito internet. Piangi, prega, accarezza la memoria e sii grata di quello che hai avuto, invece di ribellarti per quello che hai perduto. Dai serenitĂ  a te stessa e lascia riposare in pace chi ha concluso il suo tempo.

– Non puoi venirmi a parlare come un prete. Ci sono cose che non sai perchĂ© non c’eri. Forse se ci fossi stato! Ma adesso mi aiuterai, mi ascolterai, mi darai una mano a trovare il modo.


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  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » ROMANZO: Tosca Pagliari: “Nivek, il Segreto … — 12 marzo 2010 @ 07:54

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart