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Rugarli, Giampaolo

7 novembre 2007

L’infinito, forse

“L’infinito, forse”

Piemme, pagg. 331

La musica di Borodin, che farà da leit-motiv lungo tutto il romanzo, dà al protagonista, il medico legale Daniele Pensa, la sensazione dell’infinito. Come pure un trillo di telefono cambierà il corso della sua vita. Suoni, ossia, che, una volta percepiti, rapidamente s’insinuano e percorrono la vasta gamma dei nostri sentimenti, e allorché in qualche modo ne escono, è verso la morte che noi ci troviamo a tendere, come alla condizione perfetta e desiderata per diventare noi stessi l’infinito.

È la prima sensazione che ci offre questo romanzo nel momento in cui il medico legale ha da poco esaminato il cadavere di un tossicodipendente, Nunziante Carmelo, morto per aver assunto una dose tagliata male di eroina. Si suppone che il colpevole sia Salvatore La Guancia, “il custode della Pinacoteca Ars Gratia Artis”, risaputo spacciatore, ma prove non ce ne sono.

La vicenda si svolge a Roma. È un medico un po’ particolare, questo Daniele Pensa, più istintivo che “pensatore”, vista l’improntitudine alla quale si lascia andare precipitandosi alla Pinacoteca e inveendo un po’ contro i caporioni di quel giro malsano. Ché, se Salvatore La Guancia è un semplice custode che si può anche afferrare per il collo e minacciare, non altrettanto è Calogero Platania, presidente della Pinacoteca, onorevole, e persona molto influente, con la quale occorre andare coi piedi di piombo. “La scenata alla Pinacoteca era stata provocata dal suo brutto carattere”, mette le mani avanti l’autore.

La storia si muove intorno agli interessi che suscita il “Progetto Italia”, con il quale lo Stato intende affidare ai privati il restauro e la gestione di parte del proprio patrimonio artistico. I guadagni che un privato ne potrebbe ricavare fanno gola a molti, alla mafia in primo luogo, e Calogero Platania è in odor di mafioso, e ha le mani in pasta in molti loschi affari, oltre che nella droga, ovviamente. Dirà il collerico sovrintendente Romeo Cotronei: “ho la sensazione che, nei confronti del ‘Progetto Italia’, si stia giocando pesante”. Non solo contro il Progetto Italia, vedrete, ma perfino e soprattutto nei suoi confronti. La storia si trasforma presto in un giallo complicato, quando il custode sospettato di spacciare droga è trovato morto. Si pensa che sia Daniele l’omicida, visto che aveva minacciato Salvatore La Guancia di morte, e proprio al modo come si era consumato l’assassinio. Smaltita la fase di avvio, per qualche momento la scrittura di Rugarli acquista sicurezza e vivacità e si fa seguire piacevolmente, e anche apprezzare per la scelta, che continuerà per tutto il romanzo, di vocaboli non comuni, ma assai appropriati, taluni eleganti, altri gradevoli (“sedime”, “inopia”, “abbruscate”, “parannanza”, “ammoina”, “gerbido, “locupletazione”, “erborinata”, “madore”, “sacertà”, “purillo”, “tuziorismo”, “conquesto”, “intrudevano”, “carampane”, “flava”) per non dire di “impiedi”. Mentre non molto convincente resta l’inserimento, divagante, di paragrafi dialettali, quando in un romanesco intriso di napoletaneità e viceversa, quando in siciliano, in milanese, in veneziano (quest’ultimo, una piacevole eccezione), e addirittura in inglese, molti dei quali dedicati alla “popolaglia di Trastevere”, e così altri ancora – qualcuno con intento moraleggiante – che appesantiscono quasi sempre il ritmo della narrazione e la cui utilità, nella maggior parte dei casi, si fa fatica ad individuare, pur mettendone in conto, con forzata interpretazione, il fine ludico ed ironico. Presto accade che, oltre ai morti ammazzati, si debbano fare i conti pure con gli attentati al patrimonio artistico; vengono distrutte alcune opere dell’antichità uniche e di inestimabile valore, così che quel Progetto Italia produce una bella implosione e le sue schegge schizzano via e colpiscono dappertutto, arrivano a spargere per la città perfino un’epidemia “da echinococco”. È evidente che l’autore sta aprendo la trama ad una serie di sospetti e coincidenze nei confronti dei quali invita il lettore a misurarsi con una sua personale ipotesi, e via via, come stelle in un firmamento, compaiono personaggi che, prima sfiorati appena nel nome, ora vengono rischiarati uno alla volta da luce propria, così che se ne possa principiare un percorso conoscitivo che forse ci condurrà ad un collegamento con gli omicidi e con le disavventure del protagonista, il quale, da vittima (“capro espiatorio”) di un presunto e misterioso complotto ai suoi danni, si trasforma a poco a poco in artefice di un’indagine che sarebbe spettata più ad un commissario di polizia (“lei sta usurpando un compito che non è il suo”), che non appare, però, in questo giallo, in cui la fa da padrone (ma non sarà comunque il solo) il sostituto procuratore Bernardo Del Bosso, il quale, acidulo com’è, non ha proprio in simpatia il nostro medico legale. I suoi sospetti su quest’ultimo infatti, duri a morire, non sono tanto plausibili da giustificare il suo comportamento. Rugarli, pur nella suggestione di una tessitura che sta allargandosi e incuriosendo il lettore, ha la debolezza, però, di inclinare all’esagerazione, e pur ammettendo l’intento ludico e provocatorio, tuttavia restano poco credibili, irritanti anche, e qualche volta perfino ingenui, alcuni passaggi (più d’uno in capo allo stesso Del Bosso, come al sovraintendente Cotronei e al direttore della Pinacoteca, professor Asiengo, e poco verosimile, anche sotto il profilo di un ridicolo che si voglia accentuare, è quella contorta mania pagana del notaio Consulis). Per non parlare delle minacce avventate mosse dallo stesso medico legale a più di un interlocutore, che hanno la disgrazia di seminare morti dappertutto, tanto che, alla fine, più che un medico legale, pare “un menagramo”.

Tutti questi personaggi, tra i quali la bizzarra e infelice contessa Fantichiari Feccia (troppo arrendevole, però, alle domande indiscrete di Daniele Pensa, sebbene drogata, e presto figura centrale), vengono radunati, infine, sulla motonave “Calypso”, “una bagnarola”, in partenza per un luogo della Turchia, Kayseri, dove è programmato un convegno pagano dal titolo: “La rinascita degli dèi”, come se l’autore, avvertito il bisogno di conchiudere e rastremare i molti sospetti seminati fino a qui, abbia escogitato questo viaggio avendo in mente la grande Agatha Christie.

Lo stile paga un forte tributo a questa tessitura macchinosa, e tutto l’insieme avrebbe avuto bisogno di una regia meno indulgente, che per qualche motivo non c’è stata, ed era non solo auspicabile ma necessaria, pure – insistiamo – nel caso che si voglia considerare l’ipotesi di una parodia del genere romanzo, e del giallo in particolare, che avrebbe avuto bisogno, allora, di strumenti assai più brillanti e raffinati. L’unico momento, in verità fugacissimo ed insufficiente, in cui una tale operazione può definirsi accettabile, lo si ha nella e a partire dalla “Quattordicesima Puntata”, con l’esclamazione del “generale della riserva” nei confronti del cacciatore assassino: “Le pare il modo di andar sparacchiando sulla gente?”, esilarantissima che, con una piccola modifica, ritroveremo più avanti. Al contrario dell’altra sui calcinacci da inscatolare che troviamo nella “Sedicesima Puntata”, piuttosto indigeribile. Per il resto, valga questa frase, tanto emblematica quanto sfortunata: “Stantuffavano le turbine, stantuffavano i cuori.” Per non dire dell’ingenua conversazione – tale anche per una supposta parodia – intrattenuta dal medico legale nella cabina della contessa Fantichiari; o dei rapporti – troppo scontati e prevedibili, nonché malamente espressi perlomeno nelle fasi iniziali – tra Daniele e la presunta sorellastra Adelaide Eufemia, che passeggia nel romanzo alla maniera di un’odalisca. O il rito e la danza degli adoratori di Ecate, a Kaymakly. Ma gli esempi che si potrebbero fare sono numerosi.

La città di Kaymakly, posta a poca distanza dal luogo dove si tiene il convegno, rimanda, come prima la “Calypso”, ad un’altra lettura, quella di “Passaggio in India” di Forster, nel momento in cui il protagonista si mette alla ricerca della sorellastra nella città “scavata nella roccia”. La parte seconda del romanzo (la migliore senza ombra di dubbio), pare, infatti, per incanto liberarsi dei difetti di cui era ingombra la prima parte e caricarsi di un’atmosfera magica e complice, e quando il protagonista incontra l’aspra natura della Cappadocia e discende poi i bui cunicoli della città fantasma, noi ci troviamo di fronte ad alcune tra le pagine più belle del libro, che in qualche modo riscattano le titubanze e le imperfezioni della prima parte.

Il marasma che viene chiamato “catena di delitti” comincerà a diradarsi e a chiarirsi solo verso la conclusione, come è ovvio, con una lettera fin troppo esplicativa di uno dei protagonisti, Gilberto Asiengo, il direttore della Pinacoteca, la quale è punto centrale di una trama che rivelerà la casualità e non la interdipendenza di taluni fatti sui quali si è andata via via appuntando la curiosità del lettore, in modo che si possa giustificare l’assunto che: “i romanzi, e a maggior ragione i romanzi gialli, non hanno niente da spartire con la vita. I romanzi hanno bisogno di logica mentre la vita ne è priva; e i romanzi esistono solo perché esprimono l’aspirazione a rendere logica la vita”. Che è tesi intelligente ma, ahimè, indimostrabile, per il semplice fatto che nessuno di noi, credo, conosce che cosa sia la vita.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart