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Saltini, Giuseppe

7 novembre 2007

Le peregrinazioni di Simon Ellwood

“Le peregrinazioni di Simon Ellwood” (1996)

Antonio Stango Editore, pagg. 196. Euro 12

L’autore (fratello di Vittorio, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo), collaboratore della pagina culturale del Messaggero e di Radio 3, è alla sua prima esperienza narrativa. Il romanzo vinse nel 2003 il Premio Orient-Express, opera prima, la cui giuria era presieduta da Walter Pedullà.

Il Diavolo fa la sua apparizione in uno dei villaggi che circondano la “mitica foresta di Sherwood”. Così racconta una leggenda. I contadini ne sono sconvolti e terrorizzati: “Un’ombra sinuosa, che strisciava sino alle gronde dei tetti, lo seguiva come un fantasma.”; “Molti fuggirono nei boschi; altri scomparvero, erranti come spettri, né alcunché più si seppe di loro.” Scrive Manlio Cancogni nella quarta di copertina: “Mai, negli ultimi tempi, leggendo nostri autori contemporanei, ho riscontrato una capacità narrativa così viva, continua e coinvolgente. È una scrittura di così superba precisione.” L’incipit, di cui ho riportato alcuni minimi brani, conferma la capacità di Saltini di unire sintesi espressiva e suggestione in un corpo unico e indissolubile, che ne marca il fascino singolare.

L’autore ci fa capire che ciò che la leggenda racconta si perpetua ancora oggi con la cosiddetta rivoluzione industriale che, partita ai primi dell’Ottocento, ha in Amodeo, Astaroth, Isacaronne, Samaele e Gresil i suoi “Spiriti Tentatori”. Essi si riuniscono la notte ” a deificare la rapacità, il saccheggio e l’accumulo.” Sugli scrittori come Blake, Coleridge, Wordsworth, Keats, Dickens, Benjamin Disraeli, prevalgono ormai le invenzioni e le scoperte di George Stephenson (“la locomotiva”) e William Murdock (“il fucile a vapore, poi la caldaia…”). Tutto è cambiato rispetto a prima: “Svettanti ciminiere, sopra insonni città, sputavano vampe e spire di fumo contro il cielo. Dai crogioli delle fucine colavano fiumi di metalli fusi. I muggiti degli altiforni scuotevano le arcate delle fonderie. Torbide misture di leghe precipitavano in rigidi stampi.”

Avvolto “in una stinta pezza di canapa.”, nel 1990, a Liverpool, in una soffitta viene rinvenuto un manoscritto: “The Son of the Preacher”, datato 13 febbraio 1842. Quel manoscritto, scrive l’autore, è la fonte ispiratrice del suo romanzo, del quale è “il libero rifacimento.”

Hardy e Bulgakov appaiono tra i modelli di questo narratore, che rivela subito di saper descrivere ambienti e personaggi legandoli ad una magica suggestione. Vi scorre sempre, infatti, un’atmosfera incantatrice che trasporta il lettore dentro un universo misterioso in cui presenze impalpabili si sovrappongono alla realtà che si manifesta davanti ai nostri occhi. Si avverte, ossia, che dietro a tutto ciò che vediamo e udiamo c’è qualcosa d’altro, che è il nostro vero interlocutore.

Siamo in un villaggio dell’Inghilterra, Child’s Corner, “al confine tra la contea di Stafford e il Derbyshire”; Simon Ellwood, studente di teologia e figlio di un pastore protestante, è un ragazzo che ama trascorrere le sue serate seduto davanti a un piccolo tavolo, intento a leggere la Bibbia: “La monotonia delle lunghe sere d’inverno non gravava più sul suo animo irrequieto, e intense letture, in cui si immergeva alla luce di una candela, lo assorbivano interamente per ore e ore.” I suoi genitori sono “lo schivo reverendo Clement e l’irritabile Emily”. I quali ricordano al figlio che “anche tu diverrai un pastore di anime.”

Ci accorgiamo che attraverso il contatto tra Simon e la Bibbia, Saltini vuole avviare con noi uno scavo molto profondo che ci porti a capire le nostre origini e il significato della nostra esistenza. Lo fa con gli strumenti più antichi che l’uomo possieda: il pensiero di una mente giovane, come lo fu agli albori del mondo, e con un testo tra i più antichi che si conosca, allo stesso tempo misterioso e rivelatore, quello della Bibbia, in cui si sono riversate le prime intuizioni e le prime conoscenze dell’uomo: “Le loro strade si animavano di inattese presenze, di orrori, di liete liberazioni. Sovrastati dalla volta celeste infiammata dal sole, vagavano nella sabbia dei deserti, spinti da incanti e ignoti richiami. Belve notturne, piaghe diffuse dalla lebbra e oscure condanne annichilivano i figli di Moàb, di Giuda, di Naphtalì, d’Issachàr, di Zebulòn.” E ancora: “Nessun opuscolo di chiesa uguaglia l’asprezza essenziale dei versetti biblici, né alcun inno devozionale sprigiona la vibrante poesia dei Salmi. Basta un frammento del “Genesi” ad accendermi l’immaginazione. Allora sviluppo una trama, stabilisco connessioni.” Grazie alla sensibilità e alla visionarietà di Simon, cioè, le figure della Bibbia si muovono e compiono azioni e gestualità prima interamente assorbite e nascoste nella scrittura. Si rende, in questo modo, assolutamente visibile e fascinosa la magia insita nella scrittura e nella parola, in grado di suggerire alla mente dell’uomo una variegata successione di vite e di significati. La parola, ossia, si fa portatrice di una densità e molteplicità di significati, tali da contenere il correlativo di ciò che ci ammalia e ci stupisce nel mistero della nostra esistenza.

La crescita di Simon non è tanto quella di un giovane alle prese con la vita, bensì è la crescita di un pensiero che si avvolge intorno al mistero delle proprie origini: una crescita, cioè, non tanto rivolta al futuro, quanto indirizzata al passato.

È dal passato che sorgono le figure ambigue e misteriose che popolano il romanzo; hanno tutte una luce che mette a disagio, uno sguardo che non si limita ad osservare. Simon avverte sempre la differenza che c’è tra sé e loro: “Quell’individuo aveva un aspetto equivoco, lineamenti irregolari, zigomi marcati. Era pallido, quasi emaciato, alto e segaligno. Folti sopraccigli incupivano i suoi occhi verdognoli. Le braccia gli cadevano lungo i fianchi.” È lo stesso individuo che gli dice: “Percorro il mondo in lungo e in largo, supero grandi distanze in un baleno. Sollevando una sola gamba, scavalco il mare fino a Dublino. Una giravolta, due balzi, e raggiungo Parigi, Siviglia o Leida.” Lo sconosciuto, che non finisce di meravigliare Simon con le sue rivelazioni, si chiama Silver Caine, un illusionista. Gira in compagnia di un gatto: “Lento, strascicando la zampa inferma, dietro di lui saltellò il gatto rossiccio.”

Non è, dunque, con una normale realtà che Simon è alle prese. Senza che possa fissare un momento preciso in cui è iniziata la sua peregrinazione, egli vi si trova coinvolto scoprendo energie, vastità e combinazioni sconosciute, immerse nel buio e nel mistero.

Saltini, nei passaggi in cui descrive la vita di Simon in seno alla sua famiglia, con il padre, il reverendo Clement, alle prese non solo con la sua missione ma anche con la malattia della moglie Emily, sparge sapori e colori che richiamano il gotico di certi autori inglesi tra il XVIII e il XIX secolo (a partire da Horace Walpole e Matthew Gregory Lewis), sapori e colori che poi si diramano all’esterno, nello stesso paesaggio che pare disegnato da certi pittori tra il ‘700 e l‘800 (mi vengono in mente “Titania e Bottom con la testa d’asino” e “Satana chiama a sé Belzebù sul mare di Fuoco” di Johann Heinrich Füssli, nonché “Sepoltura a Ornans” di Gustave Corbet). Alcuni esempi possono essere offerti dalla figura di Martha Vye e dall’oste di “Child’s Corner”, Ned Bowen: “Intorno alla sua bocca sdentata brulicava uno sciame di mosche.”; “Sul fondo della pentola, un occhio umano era immerso nel lardo. Pingue, vischioso, sobbolliva. Un liquido nerognolo sprizzò dall’iride e imbrattò i bordi del recipiente…” Più avanti si leggerà: “brughiere, boschi e dirupi proseguivano fino all’orizzonte.”

La scrittura dell’autore, proprio per una sua misura delicata, che richiama nel tratto la dolcezza di Hans Memling, il pittore tedesco del XV secolo, acquista un fascino che si amalgama armoniosamente al contenuto, guidandoci dentro un mondo che si dipana più all’interno dell’anima che intorno al protagonista: “I vecchi giungevano a piccoli gruppi: curvi, pieni di acciacchi, avanzavano lentamente, quasi senza muovere il corpo, come sospinti da spettri.” E ancora: “Dopo il temporale notturno, i prati parevano marcite. Da fronde ancora roride di pioggia, da rami di gelsi e di biancospini, l’acqua cadeva in pozze nerastre, striate di foglie fradicie. Gli uccelli scrollavano le ali, mute cornacchie svolacchiavano lungo i borri o le gore, e i filari dei salici stillavano gocce dispettose.” Ciò che sorprende in questo autore è la capacità di creare scenari tanto visibili ai nostri occhi da poter affermare che ogni pagina del romanzo ha in sé tutte le virtù per ispirare la trasposizione in un quadro e, meglio ancora, in un film. Anche Buñuel, infatti, viene richiamato più volte alla mente leggendo queste pagine. Si veda, nella seconda parte, la folle corsa della carrozza spuntata misteriosamente con a cassetta un cocchiere di nome Melmoth, che trasporta verso Birmingham Silver e Simon, dove immanenza e trascendenza paiono incontrarsi per suscitare tremori e fiamme. O anche la descrizione della festa, barocca e rococò, data nel cottage di Sir Murphy, dove una recita interpretata da Silver ricostruisce dal suo punto di vista la nascita dell’universo e dell’uomo.

Intanto, i rapporti tesi tra i genitori agiscono negativamente su Simon: “Disinganni e paure stavano incrinando il suo amore per i genitori.” È soprattutto la fragilità e la malattia di sua madre ad inquietarlo: “Febbricitante, sua madre restava chiusa in camera, rifiutava il cibo e si lagnava. Ma quando riprendeva vigore, vagava da una stanza all’altra del presbiterio, sbatteva le porte e imprecava. Torva, strappava le pagine dei libri sacri e le scagliava per terra. Ogni tentativo di calmarla esasperava i suoi furori.” La solitudine, i suoi pellegrinaggi nel bosco vicino, sono gli unici sbocchi al disagio: “Dovrei essere libero e spensierato per diventare ciò che questi animali sono fin dalle origini e per sempre.” È la prima risposta che Simon riesce a darsi in concomitanza con la sua crescita, ora avvertita.

Ancora una volta si devono annotare l’assoluta precisione della scrittura, e la scelta sempre raffinata e sicura dei vocaboli: origliere, bugliolo, mandragora, balbutiva, mandre di mucche, rialto erboso, i galbuli dei ginepri, gretole, mannelli, versiera, ovati, ragnati, amenti rossicci degli ontani, pompe di eduzione, tenebrore, zangola, gavazzo, cernecchio, laudesi, composta di mele, gargotta, ragliò sui cardini, cachinno, colluvie, bacino di raddobbo, sono solo degli esempi.

Nel corso di uno dei suoi viaggi nel bosco incontra di nuovo Silver Caine: “aveva il capo scoperto, il codino intrecciato sulla nuca.” Questi dice al ragazzo, che ha visto fuggire una martora con in bocca un uccello. “Ragazzo, credi che l’immagine della vita sia l’acqua cheta di uno stagno? Un fiore dal profumo perenne? Un cielo vasto e limpido?… L’uomo coltiva il germe della sopraffazione: deve dominare, mietere vittime, o subire e soccombere.” Silver lo inizia malignamente ai misteri del mondo: “Un progenitore amorevole, sovrano dell’universo, è una sciocca invenzione dei predicatori. Basta guardarsi intorno per cogliere tutta la pretenziosità di una simile fandonia. Da un soffio generoso non nascono creature limitate. Se all’inizio era il bene, perché tutto è corruttibile?” Oltre a quella di Bulgakov, la presenza di Dostoevskij si fa sentire sempre di più. Il misterioso Silver Caine cita continuamente personaggi e parole della Bibbia, seminando in Simon dubbi e inquietudini, alla maniera del Grande Inquisitore: “Tuo padre ripete stolte formule. Le ha apprese nei libri di teologia, dove predomina un’irriducibile falsità.” E subito dopo: “La natura distrugge le proprie opere. L’immagine di un giardino solcato da freschi fiumi, ricco di alberi rigogliosi, dove si aggira, fra bestie mansuete, una coppia beata, non ha senso.” Questo è il suo insegnamento: “Imita la martora. Offendi il prossimo, cagiona il male, se non vuoi arrecarlo a te stesso.” Simon richiama in qualche modo il Cristo che si è ritirato nel deserto, esposto alle tentazioni e alle lusinghe di Satana. Vi pone una resistenza dolorosa, ma avverte i segni del cedimento: quasi l’autore si fosse imposto di dare al suo personaggio un percorso analogo all’interno del quale la sua umanità si mostri non così forte come quella del figlio di Dio.

Il Silver Caine che ha davanti non parla attraverso parabole, ma – insinuante e subdolo – per enigmi, il cui scopo è quello di avvolgere sempre di più Simon nel buio e nella paura. Poiché Simon è educato dal padre alla religione, Silver si diverte a ridicolizzare e a condannare (“Tuo padre corrompe.”) quanto ha appreso da lui e dalle Sacre Scritture: “Perché continuate a stravolgere le parole della Bibbia?” gli domanda Simon, senza ricevere però risposta. Se non questa insidiosa domanda: “Perché resti qui, a Child’s Corner? Vuoi consumarti in un misero presbiterio, nello squallore e nell’angustia?” Quando vede allontanarsi il carro che conduce sua madre all’ospizio, egli si inoltra nella campagna e sale nel bosco, nel lecceto chiamato “La Gobba”. La solitudine e lo sguardo ansioso e scrutatore che Simon volge intorno ricordano il modo di Thomas Hardy di raffrontare tra loro l’uomo e la natura. La selvatichezza e il silenzio che vi incontra, infatti, rotto da qualche rumore di uccello o di bestia, marcano il peso e la fatica del vivere, visti come espiazione di una pena che si porta infissa da sempre dentro di noi: “Discendendo un pendio rivestito di erica, cercò un comodo viottolo, ma si smarrì, ingannato dal buio, e scivolò su un terreno franoso. In lontananza udiva gridi di animali insonni. Sul ramo di un olmo, un gufo reale, immobile, guatava l’oscurità.” Sono i primi effetti della presenza di Silver Caine: “Tutto si gretola, vacilla… Mosè non separò le acque del Mar Rosso, Giosuè non fermò il sole a Gabaòn, e Daniele, nella fossa dei leoni, morì sbranato dalle belve… Soffro, mi tormento; le storie bibliche hanno perso il loro incanto.” Con il padre ha un colloquio serrato, in cui mostra tutta la sua insicurezza, che il reverendo cerca di contrastare, portando nell’incontro con il figlio la fermezza della sua fede. Quella di Simon, dunque, è una crescita che vuol misurare la verità, non solo su se stesso, ma anche – assai più difficile – sulla reale presenza di Dio nel mondo: “Perché è un bene che io esista e non il nulla?”, e per la prima volta avverte, come gli aveva insinuato Silver, una probabile falsità nel genitore, al quale annuncia di voler abbandonare la casa: “Sì, padre, la mia adolescenza proseguirà altrove.” Uno speciale romanzo di formazione, quindi, laddove l’esperienza con la realtà viene superata da una dominante sensibilità verso la propria crescita spirituale che fa di Simon un personaggio che avverte sempre su di sé l’ombra di Dio e dei misteri che ne avvolgono l’ esistenza. La presenza del demonio tentatore (“Mi sembra di avere il Diavolo alle calcagna”), che assume talvolta, oltre a quella di Silver, altre sembianze, non fa altro che acuire in lui un tale sentimento. Non è un caso che quando lascia la sua casa si smarrisca dentro una natura avvolta nel buio della notte, dipinta, peraltro, con una fascinazione che ricorda, appunto, le migliori descrizioni contenute nei romanzi di Thomas Hardy. Giunta l’alba, “su un tratto di strada infangata, Simon distinse tre carri scoperti, trainati da buoi, che avanzavano lentamente. Provenivano da una regione montana, a nord di Ecclesford, e trasportavano famiglie di emigranti. Sovraccarichi di masserizie, sbandavano nelle curve. Un vecchio robusto, procedendo a piedi, li affiancava. Le ruote stridevano sui mozzi, donne infagottate, avvolte in scialli di lana, stringevano i piccoli al seno, e ragazzi dall’aspetto già adulto, tristi e silenziosi, si reggevano a rozze madie legate alle sponde, a letti o a cassettoni.” Simon desidera affermarsi conquistando la libertà, ma non sa esattamente che cosa sia e se sia davvero essa lo scopo della sua fuga. In ciò ci rappresenta tutti, e le tentazioni, le lusinghe, le presenze multiformi che si materializzano davanti a lui, assumono il significato di una lotta costante, dura e difficile, che accompagna sempre in ciascuno di noi, piuttosto che la nostra esistenza materiale, la conquista di una crescita tutta interiore e spirituale: una conquista e una crescita che mirano a ricollegare, come fu alle sue origini, la nostra anima al trascendente che vive fuori di noi. Non è un’impresa facile. Il mondo che Simon vuol conoscere, infatti, non può prescindere da quanto gli dice Silver, ricomparso sul suo cammino: “L’universo, ignaro ragazzo, non è affatto il tempio dell’armonia. In alto, nei vortici delle galassie, si odono stridori e raschiamenti. Nessuno esulta alla musica delle sfere.”

Con lui, saliti sulla misteriosa carrozza, Simon arriva a Birmingham, una città annerita dal fumo delle ciminiere, formicolante di misera umanità, la cui descrizione così articolata e partecipe fa venire in mente un altro grande narratore inglese, Charles Dickens: “Tetre inferriate proteggevano ingressi lerci; scale dai gradini rotti sprofondavano nel sottosuolo; una donna obesa, ansimando, trascinava un cane ringhioso, legato a una corda, che le opponeva resistenza, si impuntava; dall’interno delle abitazioni provenivano alterchi, bestemmie, pianti di bambini; le case si univano in agglomerati così informi da celare ogni parvenza di accesso; il lastrico, nei vicoli, era sconnesso o mancava; lordure e fanghiglia ostruivano gli scoli.” Esemplarmente suggestiva la descrizione della parte mineraria della città: “Borgate operaie circondavano ferriere e fucine. Le abitazioni, divise da sottili muri di mattoni, si affacciavano su quattro o cinque vie disselciate, a scacchiera, che attraversavano squallidi isolati. Balzando fuori da cumuli di immondizia, cani ossuti e randagi, subito ringhiosi, a volte si lanciavano all’inseguimento del coach. Il veicolo rasentava fossi sinuosi, dove fluivano liquidi graveolenti, e si addentrava in cantieri all’aria aperta stipati di cavalletti, bracieri, montacarichi, fusi, battipali, carrucole e pompe di seduzione.”

Silver intensifica la sua invadenza sul ragazzo. Nella casa di Sir Murphy, dopo avergli presentato la Creazione come un intreccio tra oscurità e perversione, lo tenta ai piaceri della sessualità, mettendogli accanto una giovane prostituta, Hilda. Le lusinghe si fanno crescenti e Simon è sempre di più disorientato e debole.

Il cammino che prima intraprende in carrozza e poi a piedi per uscire da Birmingham, diretto a Bletchley, torna a suggerire alla mente paesaggi descritti dall’abile penna di Thomas Hardy, con echi (i carri che trasportano gli ortaggi e il mercato di Bletchley) che ricordano perfino l’Émile Zola de “Il ventre di Parigi”. Ma Saltini ha nella capacità di descrivere una sua impronta fascinosa inconfondibile. Le sue descrizioni sono tutte calde, accarezzate e amate. Abbiamo già fatto qualche esempio, ma è il caso di aggiungerne uno che offre particolare interesse. Lo troviamo all’inizio del capitolo IX, allorché Simon incontra l’avvocato Rufus Colquhoun, un altro tipo misterioso: “Una sera cadde la neve, soffice, a larghi fiocchi, e presto, nelle vie ancora affollate, si mutò in un’appiccicosa poltiglia. Lasciato il banco del cenciaiolo, Simon raggiunse la piazza del mercato, superò un carro sbilenco, abbandonato sotto un lampione, e si diresse verso l’osteria che già conosceva. Quando arrivò nel vicolo cieco, la porta del locale si aprì di colpo. Curvo, barcollando, un ubriaco urtò nello stipite, imprecò violentemente, quindi, dopo un sogghigno, uscì nella strada.” Ebbene, l’inserimento di quel carro sbilenco abbandonato sotto un lampione, che poteva anche essere omesso, dà la misura dell’attenzione che l’autore pone nel dare calore e compiutezza alla scena che descrive.

Come si è visto, Simon ha trovato lavoro presso un cenciaiolo, in attesa di poter raggiungere Londra.

Lasciato il cenciaiolo, Rufus Colquhoun si propone di accompagnarlo nella capitale con la sua carrozza. Riguardo alla sua professione, in grado di fare assolvere un colpevole, dice: “La parola è stata data all’uomo perché prosperi la menzogna.”

Il paesaggio che attraversano è ancora imbiancato di neve. Saltini torna ad accarezzarci con una delle sue fantastiche descrizioni, davvero il punto forte della sua narrazione: “Per tutto il pomeriggio, senza soste, la berlina percorse miglia e miglia di strade ciottolose, dal fondo ghiacciato e gli argini incerti, che traversavano boscaglie, radure e valli innevate. Il paesaggio algido, ammantato di bianco, sembrava sospeso in una luce immutabile. L’aria era tersa, un velo nuziale ricopriva i terreni, e sui colli, fra tracce appena visibili lasciate dai carri, le cime degli alberi, rigide sotto la neve, si drizzavano verso il cielo come guglie cristalline.”

Quando Simon, Rufus Colquhoun e Silver Caine giungono a Londra, noi ritroviamo la città che abbiamo conosciuto in Dickens, in cui ricchezza e miseria si mescolano dando vita ad una formicolante e variegata umanità: “Una folla soddisfatta vi affluiva, eterogeneo miscuglio di gentlemen e prostitute, e pigramente, dando spettacolo di sé, deambulava.” Allorché Simon desidera lasciare la compagnia, Silver gli dice: “Londra è piena di insidie. I ladri, nei vicoli, aspettano i forestieri attardati.”

L’occhio di Saltini si sofferma su ogni particolare e si compiace nel descrivercelo. Si avverte l’amore che egli prova per tutto ciò che cade sotto i nostri sensi, lo mette a fuoco e ne delinea i delicati ricami, i minuti segni, con una partecipazione che intriga e coinvolge. Non v’è una sola descrizione che appaia eccessiva o che annoi. Questa qualità dell’autore, e la sua abilità a creare atmosfere misteriose e suggestive, sono fondamentali per capire il valore dell’opera, costruita come un fitto mosaico di tessere, la cui composizione svela e manifesta a tutto tondo una densa, contaminante attrazione per la vita: “Poco discosto, un’adolescente dagli abiti stracciati, seduta su una seggiola di vimini, allattava il neonato. Alla sua destra, sopra una carretta, c’era una serie di acciarini usati, esposta in vendita. Nell’aria stagnavano grevi esalazioni di orina. Il cielo era coperto, i muri delle case formavano spigolose rientranze, e un postiglione, soffiando nel corno, chiamava i passeggeri diretti in qualche sobborgo della città, nei quartieri del volgo.”

Si legga quest’altra: “Era l’ora fredda che precede la notte. Sotto i lampioni già accesi, i volti dei passanti, sbiancandosi improvvisamente, sembravano spettrali. Bave di nebbia strisciavano lungo le case, vari profili comparivano nei riquadri delle finestre, e scricchiolanti vetture di piazza, cariche di operai, procedevano lentamente, nelle vie affollate.” Vi è un passaggio segreto, un filo rosso, che amalgama insieme queste mirabili descrizioni con il mistero, la religione e quella punta emergente di esoterismo che contraddistingue l’opera, il cui fine resta quello di cercare tutte le vie possibili per capire o quanto meno interpretare la nostra esistenza in rapporto ai prodigi e all’immensità dell’universo.

La ricerca di Simon è irta di difficoltà, fuorviato com’è dalle presenze insidiose di Silver e di Colquhoun: “La certezza che sulla Terra tutto sia regolato da leggi fisiche e chimiche è un inganno. La dolcezza perisce, ogni tempio interiore è deriso. Ora si liquida il passato, giudicato spregevole, mentre l’uomo, ridotto a sola materia, diventa uno strumento… o un’idea.”

Simon è giunto a Londra per andare a vivere con una zia, la zia Edna, che però non riesce a trovare. Rifiuta l’ospitalità di Colquhoun, giacché avverte che la presenza di questi e di Caine è tesa ad ostacolare il suo cammino di conoscenza, attraverso l’offerta di illusioni e di lusinghe, proprio allo stesso modo in cui il serpente aveva agito contro Adamo ed Eva al principio del mondo.

Allorché Simon si trova di fronte ad un teatrino di burattini e resta a vederli recitare, ci viene in mente il famoso capolavoro di Carlo Lorenzini, “Le avventure di Pinocchio”, soprattutto quando ad una domanda che Simon pone al burattinaio, è proprio “una marionetta tutta infiocchettata, dipinta di rosso”, che gli risponde. Allora non è difficile avanzare un altro raffronto interessante tra la figura di Pinocchio, lusingato e insidiato dal Gatto e dalla Volpe e quella del giovane Simon che vive un’esperienza analoga legata alla sua formazione e alla sua crescita, ostacolata, però, allo stesso modo che per Pinocchio, dalla costante presenza di Caine e di Colquhoun. Anche l’episodio dell’arresto e della prigione richiama in qualche modo il racconto di Collodi. Si possono individuare, ossia, tracce di uno schema compositivo che, in questi particolari passaggi, è molto simile.

Caleb stesso, il compagno albino, un po’ lestofante, che Simon aveva conosciuto e incontra di nuovo nella cella del carcere di Newgate, e che gli dà qualche traccia per ritrovare la zia, ricorda Lucignolo, il compagno di sventure del famoso burattino.

Sono, tutti questi, personaggi che nascono prima dentro lo stesso protagonista per porsi poi innanzi a lui come antagonisti. Un vecchio dice a Simon, il quale si lamenta della insistente presenza di Silver, che non lo abbandona mai: “È la parte della tua anima sottratta alla luce. Ha un nome: l’Avversario. E può incarnarsi.” Da una tale devastante presenza c’è un solo modo di liberarsi. Simon lo intuisce quando si trova davanti alla chiesa di St. Margaret; allora si rivolge a Silver dicendogli: “Vedete quelle pietre dipinte?… C’è un’immagine sul lastrico: la cena di Emmaus.” E ancora, sempre rivolto a Silver: “Forza!… calpestate quell’immagine.” E infine: “Voi zoppicate… lasciate dappertutto nere impronte.” La conoscenza avvolge ora Simon che, sottratta la povera Sybil dalle grinfie di Rufus Colquhoun e di Silver Caine, dà a se stesso e a lei il segno che il periodo dell’ignoranza e delle tenebre è giunto al suo termine e d’ora innanzi sarà la fede ad illuminare la loro strada.

Un romanzo che attraversa, dunque, le tenebre del mondo alla ricerca di quel piccolo raggio di luce che, solo, può impedire lo smarrimento e la perdizione.


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Bart