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Samonà, Giuseppe A.

7 novembre 2007

Quelle cose scomparse, parole

“Quelle cose scomparse, parole”

Ilisso, pagg. 184. Euro 13

L’esistenza di questo autore, finora a me sconosciuto, mi fu rivelata in una lettera del 6 agosto 2005 dall’illustre amico Prof. Giorgio Bárberi Squarotti, il quale mi scriveva: “ti posso consigliare il romanzo di Giuseppe Samonà […], pubblicato da un piccolo editore, ma a mio parere originalissimo e piacevolissimo?”. Tutti gli autori di cui mi sono occupato sono passati, e mi auguro che continuino a passare, sotto la lente di ingrandimento dello studioso torinese, che non manca mai di darmi consigli e suggerimenti di nuove letture. Gli devo molto.

“Quelle cose scomparse, parole”, del 2004, è il primo romanzo di Samonà, e sull’autore, siciliano di sangue, la Casa editrice Ilisso fa sapere “che è nato a Roma nel 1958, vive fra Parigi e Montréal, dove insegna storia delle religioni all’Università del Québec. In Italia ha pubblicato fra l’altro studi sulle mitologie del Vicino Oriente antico e sull’America indiana al tempo della Conquista.” L’autore, verso la fine, scriverà: “sono nato a Palermo; ma anche a Roma”. E, ricordando il periodo trascorso a Venezia, dove il nonno esercitava la professione di architetto: “a Venezia avrei potuto nascerci per davvero: e magari oggi sarei culo e camicia con Massimo Cacciari”; e ancora: “Sì, anche a Trieste avrei potuto vivere; e un po’ ci ho anche vissuto, e mi piaceva.” In una nota che precede una intervista in francese curata da Sophie Jankélévitch, l’autore ci fa sapere che questo libro, iniziato nell’autunno del 1999 a Montréal, ed esattamente il 18 novembre 1999 (“ma anche prima”), è una selezione di parole, un dizionario rompicapo con continui rimandi e intersecazioni, ma tali da suscitare immagini: “Allora non sapevo – ci volevano il tepore di un autunno romano e gli occhi attenti di un’amica – che il dizionario era lo scheletro, le immagini la sua carne.” Il suo consiglio: “Cominciate con pazienza, dal principio; e inoltratevi: in ogni caso, fra sentieri e spiragli, potrete scoprire, o almeno intravedere, un mondo. Spero.”

Diciamo subito che, rispetto ad altri dizionari umoristici (mi viene in mente quello di Giancarlo Tramutoli: “Il dizionario dei luoghi ameni”, Promo Editore, 2000), questo di Samonà non può essere affrontato con il sorriso sulle labbra, giacché richiede un impegno ed una concentrazione inusuali, dovuti ai continui e numerosi rinvii e riferimenti. Abbiamo tra le mani, ossia, un libro insolito, da affrontare con la mente sgombra dai condizionamenti accumulati da un modo di atteggiarsi alla lettura stereotipato e convenzionale. L’autore è consapevole di questo sforzo in più richiesto al lettore, e gli fa intendere che se riuscirà a compiere l’impresa di giungere alla fine, ne sarà abbondantemente ricompensato: “È un gioco – o un incubo -, costruito ad arte – la mia. Altri, appunto saltando, potranno ricostruirlo diversamente. Con tanto più profitto, quanto più saranno giunti sino alla fine. Ma ricordate: non andateci subito.”

Le parole e i modi di dire che costituiscono l’ossatura (“lo scheletro”) di questo originale dizionario offrono all’autore l’occasione di ripercorrere sul filo della memoria brani della propria vita e di quella del nostro Paese, attraverso personaggi e date che l’hanno contrassegnata, a partire dalla strage di Piazza Fontana del 1969, dalla figura di Almirante, di Andreotti (“”anche sua Mamma lo chiamava Andreotti””), Fanfani (“È morto questa mattina.”), Nilde Iotti (“È morta qualche giorno dopo Fanfani, Amintore”) per arrivare ad aprire quella che Samonà chiama la griglia “delle illustrazioni”, che si accompagna alla griglia “delle voci.”

La griglia delle illustrazioni è, delle due, la più interessante, nonostante l’autore più di una volta ce ne metta in guardia, considerandola un “tocco di colore”. Essa pervade le voci e le dilata con l’ossessione del vivere (“C’est une manière de conjurer l’angoisse du temps qui passe. Et le temps est l’une de mes nombreuses obsessions.”), con i refoli di un vento che penetra nei pertugi della nostra mente per confonderci e farci sentire una fragile, e tuttavia sensibile, particella dell’universo, proprio come nella “Tempesta” del Giorgione, che trasmette all’autore “un brivido di eternità – dentro, dentro quel quadro in cui l’immensità si è fatta piccola, modesta.” Un brivido che è in tutto uguale a quel fulmine che, nel quadro, si vede accendersi lontano nel gorgo della nuvolaglia e che sta per invadere la quiete del paesaggio e degli uomini.

Se le voci del dizionario sono: quando un divertimento (“Corri piano – lo diceva in buon italiano una mitica prozia siciliana, al figlio, di professione corridore automobilistico – glielo diceva, appunto, prima della gara.”), quando una rievocazione (“Carrozzella – mio Nonno non la prendeva mai; prese una volta il tram, che costava di meno […] Ma come scordare la nave che arriva a Palermo, ed è l’alba, e il profumo di pesce si mischia agli agrumi, ai maritozzi con panna, ancora tiepidi? Mentre tirate da cavalli affaticati, le ruote scricchiolavano sul selciato sconnesso.” Il Nonno tornerà più volte in questo libro. E anche: “Lambretta – Guidava solo e sempre l’uomo (già attempato, e spesso con cappello); la donna (con borsetta, e attempata anche lei) sedeva dietro, perpendicolare al mezzo, le gambe pudicamente accavallate che davano sullo stesso lato della strada”. E si veda più avanti il divertente commento alla voce Vespone), quando un’occasione di ironica denuncia a carico della società (“Asilo: manicomio: residuo dei campi di concentramento dentro la civiltà.”), quando una nota di folklore (“Dante: leggendario capotifoseria della Magica, al tempo dei Panini. In piedi nell’ultima fila della curva, quella adiacente al campo di calcio, non guardava mai la partita – le dava infatti le spalle -; o meglio, la guardava nell’ondeggiare del pubblico, cui stava di fronte, e che aizzava con discorsi rochi e vibranti”), quando una arguta, fulminea spiritosaggine (“Etcì – salute! Ondata di piacere che sospende il tempo.”), non altrettanto si può dire della seconda griglia, rivelatrice di un’identità tutta spirituale di colui che ha vergato quelle voci. È la parte in cui i sottili segmenti riescono ad accogliere e rimandare come un riflesso la luce di una personalità inquieta (si veda il bellissimo ricordo in “Pura siccome un angelo”) che ha cercato invano, nelle voci, di nascondersi dietro un sorriso: “una maledizione antica pesava su di me, e nutriva il demonio, trasformando le risate in terrore.” Dentro ogni voce, infatti, si aprono collegamenti e rimandi che segnano un percorso quasi sempre frenetico, caustico e labirintico, che ci impegna, dunque, in una difficile assimilazione. È indubbiamente la parte più ostica, meno risolutiva per intendere le finalità del libro, che si palesano, invece, nel momento in cui una specie di sosta consente di focalizzare l’animus che la pervade. Come avviene nei film di Hitchcock, in cui il regista appare fugacemente, è in una delle illustrazioni, quella divertentissima relativa alla voce Condominio, che noi troviamo la esplicazione estesa del nome dell’autore di questo libro: Sign. Samonà, Giuseppe Alfonso, così come appare nel verbale di condominio redatto a Roma il 30 ottobre 1984. In questo verbale, che riguarda un condominio molto esteso, si apprende che alla riunione sono presenti, in realtà, due sole persone, il Sign. Capodimacchia, Augusto, “segretario non avente diritto al voto”, e la Sig.a Mosca, Anna, che ha fatto incetta di tutte le deleghe dei rimanenti condomini, per cui è lei sola a decidere. Ma le illustrazioni sono un originale (per struttura e stile) grande viaggio dentro l’anima, un lento procedere che a poco a poco non riguarda più solo l’intimo dell’io narrante, ma quello dell’uomo nei suoi processi di conquista e di confronto con la realtà. Non è un caso che alcune di queste illustrazioni – vere e proprie storie affrontate con una scrittura personalissima al punto di trascinare lo stesso io narrante dentro i suoi personaggi, così da formare un complesso intreccio indissolubile – mettono di fronte l’una all’altra personalità diverse, tutte pervase da conflitti interiori vicini ad esplodere (ed in alcuni esplodono) che dànno la rappresentazione di una vicenda umana mai semplice e serena, bensì obnubilata da una specie di ubriacatura della mente e dei sensi, inconoscibili, viscidi, violenti anche, e traditori: Jules e Jim, ad esempio, i cui nomi sono gli eponimi del celebre romanzo di Henri-Pierre Roché, del 1953, o Isa e Marie che possono trovare, in quell’aura di maledizione e disperazione, una loro sottotraccia nel romanzo di Anatole France “La rivolta degli angeli”, del 1914. Samonà è qui, in queste storie, così brevi, dense e fulminanti, che mostra la sua bravura e la sua qualità di acuto indagatore dell’animo umano, mai analizzato, tuttavia, a se stante, ma in un continuo rapporto con la realtà. Pare che ci sia una qualche conflittualità perfino tra l’autore delle voci del dizionario – più disincantato, un po’ come Isa; direi addirittura goliardico – e l’autore delle illustrazioni – inquieto e tormentato, come Marie. Una tale bivalenza è un altro dei motivi interessanti di questo libro, che lo rende assai diverso dalla prima edizione – direi proprio tutta un’altra cosa – se quella era composta, come è scritto nella premessa, dalle sole voci del dizionario. Sono le illustrazioni (che del resto l’autore confessa di avere scritto in parallelo con le voci, sollecitato da talune di esse) che fanno di questo libro un parto originale, sempre che non si commetta l’errore di considerarle a se stanti, ma proprio in quella loro intima unione con le voci. Diciamo, insomma, che questo è il lavoro che l’autore andava componendo, e il tentativo di scissione dell’una parte dall’altra apparirebbe avventato, e addirittura improponibile, se non al prezzo troppo caro di annullarne tanto il valore artistico quanto il reale significato.

Come si è già visto, spesso le illustrazioni hanno pur esse degli impliciti rimandi, mostrano il segno di qualche sollecitazione, anche esterna. Non vi è dubbio che quella che porta il titolo “Mio fratello” ricorda il “Rain man” del regista Barry Levinson, del 1988, e il fratello di Samonà ha molto della dolcezza di Raymond, che nel celebre film ebbe la straordinaria interpretazione di Dustin Hoffman. Non c’è una sola illustrazione che non abbia la sua bellezza. Samonà si allontana sempre di più dalla chiusura ilare delle voci, dallo “scheletro”, in direzione della carne, mostrandoci il pulsare del suo cuore, occupato dal sentimento e dalla nostalgia. “Il tempo passa anche così” è un altro bel gioiello: “Ci siamo seduti fuori, anche se il cielo diceva pioggia. Senza ombrello («figurati se piove»), sempre senza parole, ma di fronte sempre ridendo, e sorridendo, guardandoci. Poi, come cantando, insieme, abbiamo danzato il ritornello antico: «hai un’epa tremenda»; o anche: «ma sei completamente calvo». Questo dicevamo un tempo, molto tempo prima: ed eravamo magri, potenti, pieni di capelli e di tutto – eravamo eroi.” Ancora una solitudine cosmica, che non tocca mai il singolo, ma sempre anche un altro, il più vicino a noi, colui che ci lega a tutto il resto, come il risultato di un tempo che attraversa imperturbabile i millenni, ma non noi, che, invece, scalfisce, percuote e umilia: “intorno ai tuoi occhi come sempre socchiusi (occhi «a mezz’asta», ti chiamavamo) un arcobaleno di mille minutissime rughe raccontavano, prima dei tuoi racconti, le tue preoccupazioni, i tuoi dolori, e mi hanno detto: il tempo è passato. Mentre tu, anche tu, mi carezzavi con occhi pieni d’amore: chissà cosa hai pensato, quali racconti hai letto sul mio viso – che io non posso vedere.” E ancora: “la solitudine sola, bianca di neve, o quella oscura che si prova di fronte all’altro, che si fa vento di disperata follia – ma anche le nuvole che soffiano nel cielo, e il mare. Leggero, ci ha avvolto il nostro desiderio di essere in mille modi, e di non poter essere in nessuno.” Era dai tempi di “Cronaca familiare”, del 1947, di Vasco Pratolini, che non si leggeva una prosa così dolce e intensa (si veda anche quel racconto “Mostri” in cui ricorda il fratello malato), passando poi da “Camere separate”, del 1989, di Pier Vittorio Tondelli. Ed è proprio in questa bella storia di amicizia, con un amico di cui non viene svelato il nome, che troviamo una frase assai significativa per unire indissolubilmente l’autore delle voci a quello delle illustrazioni: “il nostro scherzare si nutriva di morte.” Le voci sono il gioco, infatti, il divertimento che cerca di distrarre la morte, ma essa è lì, nascosta, penetrata nell’anima; le illustrazioni ne mostrano il livello pervasivo e di dominio.

Così che trasferiamo dentro di noi quella tenera illusione impregnata di amore e di speranza, tesi entrambi a superare il nulla che può diventare o essere la nostra vita: “il tempo viaggia nel tempo, e passa almeno due volte – il luogo cui tendiamo è un altrove assoluto, profumo mitico di nonne e prezzemolo, che si animano nel nostro tornare. Vissuti, non eventi, noi diventiamo di nuovo eroi, ma nascosti, per visitare quello che non abbiamo fatto.” E: “Come se insieme, ieri e mille anni fa, disegnassero il luogo da cui siamo partiti, inesistente, e verso cui andiamo”.

Davvero straordinario lo spessore narrativo che Samonà va componendo dentro le sue illustrazioni; la scrittura pare assorbire e rimandare la lucidità di una inquietudine che ha attraversato il velo del mascheramento, rappresentato dalle voci, e si mostra nuda e avviluppata in una follia, in una disperazione cosmica che non potrà mai trovare risposte. Il racconto “Mostri” è un’altra magnifica perla di questa collana. Quando va a trovare il fratello ricoverato in una casa di cura per esseri deformi, mentre passeggia in giardino scorge una ragazza con un cane al guinzaglio, che avanza “con movimenti armoniosi”; ma “Non ha occhi, quella ragazza che avrei voluto cieca, ma due ferite incistate in un meteorite di lava, di un viola acceso, ma ormai solidificato, enorme, troppo enorme per quell’esile, grazioso corpo abbigliato alla marinara; non c’è naso, ma una specie di proboscide rugosa che gira intorno fino a dietro la nuca, come volesse strangolarla; non c’è bocca, non labbra: ma due immense, straziate natiche di babbuino, pezzi di carne sanguinolenti, che non sanguinano, più viola di quel viola tanto acceso che pugnala, sfida la vita. La umilia.” Di questa ragazza dirà più avanti: “non la tua difformità – credo di capire all’improvviso – mi morde dentro, ma il suo abitare con una grazia, come e più della mia (e di Silvia, di Sophie, di Isabelle), divina. I tuoi piedi, le tue radici, stanno in cielo (e noi?) e penzoli, crogiuolo di vasi e sangue, eruzione della natura, sfiorando con la testa il suolo.”

Se può essere affidata ad una immagine la sensazione che un tale libro offre al lettore, proporrei questa, che ho avvertita in modo molto forte: di percorrere, cioè, un sentiero acciottolato, dove ogni tanto, tra una pietra e l’altra, dei grandi oblò di vetro spalancano ai nostri occhi la visione di grottesche, dolenti, sensitive asperità, tutte attraversate da una moltitudine di uomini doloranti, eguali tra di loro – uno stesso uomo – piegati, più che dalla sofferenza fisica, da una infermità nascosta e deformante. Una strada, ossia, che diventa ad un tempo strumento, cammino, di conoscenza e dannazione: “Ma ho paura, paura che le acque del fiume mi rimandino un’immagine che non è quella che credo essere la mia, paura di non saper più contare i miei anni.”

Ciò non significa che anche le pietre su cui poggiamo i piedi non siano aggraziate di una loro speciale bellezza. Quando si arriva alla voce “Nz” – che ha un lungo bellissimo commento -, che sta per il modo tutto particolare e espressivo che i siciliani hanno per dire no, l’autore lo spiega in romanesco: “Famo finta di fare una ‘n’, e nun la famo; nel contempo, famo finta di fare una ‘zeta’, e nun famo manco questa: il risultato è un suono non trascrivibile, una sorta di schiocco della lingua che si schiaccia retrocedendo contro il palato; questo stesso suono si accompagna di un movimento della testa all’indietro, poi di nuovo, ma leggermente, in avanti, mentre le labbra si contraggono in una smorfia, anch’essa leggera. E tutto per dire: No.” Si vada anche all’esempio del modo di dire “Oh Bbenedetto”: allorché a una donna che si dichiara atea e va tutte le domeniche in chiesa, viene domandato: “Ma scusi, perché ci va? mi aveva detto che non crede.”, questa risponde: “Sì, appunto, ma voglio insultarLo: e voglio essere sicura che mi senta.” O, alla voce “Ornitologo – esperto di uccelli. ‘Quella è una grande ornitologa.’ V.: Pompa; pornografia.” O il gioco di parole, un movimento circolare perpetuo, che innesta il titolo del film: “Quo Vadis?”: “Dove vai? – Al cinema – A vedere? – Quo vadis – E che vuol dire? – Dove vai – Al cinema – A vedere? – Quo vadis – E che vuol dire? – Dove vai – Al…” Anche la voce Unné consente all’autore di esibirsi in un divertente ricordo del nonno, e di far seguire, con il titolo “‘cchia Pozzallo”, un pezzo di bravura in cui risaltano le suggestive tonalità di una scrittura che sa passare dagli accenti eruditi a quelli più popolari. Questa, delle diverse tonalità che percorrono lo stesso racconto breve, è una caratteristica anche di una delle illustrazioni più significative, che porta il titolo “Incroci”, in cui l’autore, affacciato alla finestra, coglie i molti segni e colori dell’universo. Uomo giramondo, Samonà adorna ogni tanto le pietre del suo percorso del colore dei viaggi che lo hanno portato a Parigi, a Montréal, a Budapest, in Grecia. A Montrèal fa rivivere le feste che nel parco Jeanne-Manche vedono giovani e meno giovani ballare al suono di tamburi per festeggiare la fine dell’inverno. A Budapest sarà un concerto a offrire l’immagine della città: “Budapest sinfonia di glorie lontane”. Poi l’India. Quando ogni tanto torna in Italia: “volo a Roma, scendo a Palermo, salgo a Venezia (e in tutti e tre i luoghi mi accompagna quella Napoli dove spero che un giorno finirò per atterrare): solo allora ho la sensazione di essere arrivato – e subito me ne vado.” A Venezia dedica, alla voce Xé, una tenerissima dichiarazione d’amore.

Ma il colore più intenso di questo libro diventa a poco a poco la memoria. Nel momento in cui si accende il ricordo dell’amata Sicilia, ogni parola si illumina di un rosso colore che si diffonde per tutte le pagine che già abbiamo letto, e ne riverbera un sentimento tenero e nostalgico non fine a se stesso, tuttavia, ma proiettato verso l’interrogativo più angoscioso che fa della nostra vita un intricato e insolubile mistero: “Stanno tutte lì, adesso, quelle strade, sempre vive, e deserte. Se penso di averle scoperte e attraversate io, e a quanto è lunga la distanza che separa l’ora dal quando, mi vengono le vertigini. C’è stato un tempo in cui quel quando non esisteva, perché era il mio presente? Sì, era ieri, ma un ieri più irraggiungibile delle stelle, perché non ci potrò più andare – e scivolo via. O forse quell’ieri non c’è mai stato ed io, camminando con la testa all’indietro, cerco nel passato quello che sta nascendo adesso. O forse ancora è già nato ed abita, e mi aspetta, altrove.”

Vi è un momento in cui Samonà si congiunge a Salvatore Satta e al suo “Il giorno del giudizio”, laddove, quasi alla fine del libro (come era accaduto a Satta), scrive nella ultima e bella illustrazione intitolata “Omero, Proust e i girini”: “con io sempre sopra (sull’uno, sugli altri, lo stesso) che annoto, e convinto continuo a viaggiare. Io, come se in uno spazio intergalattico (eccola, la mia memoria): accarezzato, colpito, travolto da oggetti, sensazioni, brandelli, anche loro in viaggio da lontano, e oramai diversi da se stessi, scomparsi al mondo che li vide nascere. E li riconosco, io: ma cosa, cosa fanno adesso? – loro che erano tanto vivi, baldanzosi, belli.”

Un libro, dunque, che, se in apertura può apparire ostico nel dichiararci le proprie intenzioni, a poco a poco apre panorami incantevoli generati da una moltitudine di ricordi e di sentimenti. Così che, mentre i primi appartengono (ma solo in parte) all’autore, i secondi si trasmettono a noi come epifanie di un universo che non è né potrà mai esserci estraneo.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart