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Scarpa, Tiziano

31 agosto 2009

Occhi sulla graticola
Stabat Mater

“Occhi sulla graticola” Einaudi, 1996

È il libro di esordio, uscito nel 1996, di questo scrittore nato a Venezia nel 1963, molto attivo nel panorama letterario italiano, insieme con altri tra cui Antonio Moresco, Aldo Nove, Dario Voltolini, tutti impegnati a sperimentare nuove strade, nuovi linguaggi tanto nella narrativa quanto nella poesia.
L’incontro a bordo di un vaporetto (siamo a Venezia) tra Carolina e Alfredo, così imbarazzante e originale, dà subito la misura dello sguardo ironico e grottesco che Scarpa rivolge alla realtà. Ne presenta subito il lato paradossale con il quale, sia pure in piccole dosi nella vita quotidiana, dobbiamo fare i conti. La sua scrittura, indirizzata ad un “Alfredo futuro” (che è il se stesso che accompagna questa esperienza), cui racconta le confidenze ricevute da Carolina, della quale legge anche il diario, ammicca direttamente a noi; è per noi che Scarpa si fa le sue risate, divertite ma anche amare, sulla vita. Si legga la conversazione tra i due giovanotti e la settantaquattrenne “signorina” Gugliemina Cordellato, che però “ne dimostra cinquantacinque” e proprio per questo ha i suoi segreti, tra cui quello che, un po’ vergognosa, rivela ai suoi incuriositi visitatori, di far uso, ossia, di “Succo maschile”. I due giovanotti sono “Fabrizio Rumegotto (25 anni) e Giampaolo Devitis (23)” che, studenti, sono lì per affittare un appartamento di cui la Cordellato è proprietaria. Scarpa introduce i due personaggi perché uno di essi avrà rapporti con la vita di Carolina. Tra le clausole del contratto, vi è quella fondamentale, “non scritta”, di rifornire la padrona del suddetto succo maschile, la quale clausola consente “di abbattere di un buon sessanta per cento il canone mensile d’affitto.”; “la Cordellato esigeva succo di Rumegotto alla mattina e spremuta di Devitis nel tardo pomeriggio”, che i due giovanotti, saliti a turno all’appartamento della signora, accompagnati in bagno, raccoglievano in “un vasetto di vetro, riciclato da un contenitore monodose di yogurt magro.” Alla maniera dissacratoria, irriverente e un po’ goliardica, Scarpa gira intorno al tema inventando – e divertendosi – dialoghi che gli stessi due giovanotti svolgono con nomi diversi tratti dal passato: Alcibiade (Giampaolo) e Erissimaco (Fabrizio), da cui vengono catapultati nella modernità grazie a una “Traduzione dal greco di Alfredo F.” che, dunque, oltre che essere il destinatario dell’opera, ne è anche in qualche modo protagonista e autore. La scrittura di Scarpa è un fiume di parole, simile ad un esercizio in cui, datosi il tema, l’attore si esibisce in una inarrestabile combinazione di ipotesi, ragionamenti, assiomi e conclusioni, il cui obiettivo resta esclusivamente la manifestazione del potere della parola. La lunga pagina che disserta sulla biblioteca e sui libri può essere presa ad esempio, da cui stralciamo questo brano: “Nonostante ciò, i corpi si lasciano sopraffare dalla sceneggiata bibliotecaria dei libri, rimangono a bocca cucita di fronte all’avanspettacolo dei libri che mostrano il culo sulla ribalta degli scaffali, i corpi continuano ad andare in pellegrinaggio dai libri a imparare i discorsi chiusi dai capitoli, i versi con le sillabe contate, i rettangoli di inchiostro recintato dai margini bianchi.”
Ma di esempi è pieno lo smilzo libriccino, nel quale ciò che si ascolta è proprio il rombo, il fragore della parola. Si guardi il capitolo sulle riviste e sui fumetti pornografici giapponesi, nel mondo dei quali lavora Maria Grazia Graticola (il cui vero nome è Carolina Groppo, sì, proprio la ragazza incontrata sul vaporetto da Alfredo), il cui compito nella rivista “KissManga” “consiste nell’adattamento e occidentalizzazione” degli apparati genitali dei personaggi: “interviene sui fumetti in bianco e nero, lavora di lametta, bianchetto e inchiostro per normalizzare, restaurare, reinventare, riportare alla luce i genitali nella loro cruda nudità.”
Scarpa, che finge di saccheggiare ogni tanto il diario di Carolina, prende la scrittura come un gioco e, semanticamente non avaro (si pensi a quell’originale “dist’amanti” per significare amanti che vivono lontano l’uno dall’altro, o anche “lucciolare”, “scucchiaiare”), si diverte a costruire con le parole figure che paiono uscite proprio da un fumetto, com’è il caso della ragazza in cui s’imbatte Carolina, che a Londra, salita in metropolitana, si trova seduta accanto ad “una darkina, impermeabile di cuoio nero, capelli catrame, palpebre fuliggine, rossettone viola tenebra, gota pallida, iride nichilista. Però niente cose tipo croci di filo spinato sul petto e orecchini ad ampolla con i ragni vivi dentro.” che tiene al guinzaglio una “pantegana”. Scarpa mette la sua intelligenza e la sua abilità al servizio di un’operazione di pura invenzione e di sottile sarcasmo, lasciandosi guidare da raffinate suggestioni di immagini e di parole.
Gli strumenti di cui si serve per strutturare la narrazione, il suo resoconto e il diario di Carolina, gli consentono di spaziare su ampi fronti. Così si entra dentro il personaggio Carolina e la si seziona in due parti grazie a quanto confessa nel suo diario: “metà è fatta di me e basta, è formata da materia immateriale, indefinibile, indicibile” e l’altra che “è la somma di tutti gli altri, fatti di facce e parole, carta e nastro magnetico, celluloide e VHS, pellicola, pagine, copertine cartonate, cartoni animati, quinte, assi di palcoscenico, alfabeti, gesti ripetuti, battute ridette, scene madri e sceneggiati padri: a differenza della prima metà, tutta questa seconda parte è ben descrivibile, etichettabile, archiviabile.[…] Un repertorio, ecco cosa sono per metà. La mia indole poggia su un piede destro immateriale e un piede sinistro fatto di fogli di carta, nastri di celluloide, schermi di vetro bombato.”
La prima metà è rappresentata, dunque, da Carolina Groppo, in tutto eguale ad ogni altro essere umano; la seconda metà è Maria Grazia Graticola, un essere particolare, forgiato dalle sue azioni quotidiane: “Il cuore della mia indole ha un ventricolo destro di carnesangue e un ventricolo sinistro di cartapesta.”; “naturalmente ero convinta che il lato vero fosse quello immateriale, il lato fatto di sentimenti sinceri.” Si noti come il processo messo in atto dalla scrittura di Scarpa crei apparentemente figure e personaggi prossimi al mondo del fumetto e comunque della creazione artefatta e buffonesca. In realtà ci si trova di fronte ad un oggetto inanimato che cerca di appropriarsi, o meglio di riappropriarsi, di una propria identità che le azioni quotidiane hanno disperso e alterato: “questa non sono io, mi dicevo, io sono io, identica a me stessa, Carolina, Carolina Groppo, anzi, sono Carolina e basta, devo grattare via il mio cognome, i cognomi sono malattie ereditarie, non fanno parte del nucleo vero, dell’identità sincera, devo cominciare a buttare nel cesso il cognome e continuare grattando via tutto lo sporco intorno al nucleo, intorno al centro di me, devo restare carolina e basta, dimenticarmi anche del mio nome, devo fare pulizia di tutte le incrostazioni, devo amputare questa gamba finta, scucchiaiare via dall’occhiaia posticcia questo sguardo da cinema, strappare dalla gabbia toracica il ventricolo di cartapesta, arrotolare e gettare lontano il tubo catodico crasso: il compito della mia esistenza consiste in questo enorme lavoro di disinfezione, di disintossicazione.” Non ci può più sfuggire, a questo punto, che l’operazione psicologica in cui è coinvolta Carolina è la stessa in cui è coinvolto l’uomo moderno: la “mestessa” è stata affiancata da un'”ioaltra”, composta di “parti sintetiche”, voluta dalla società, e difficile da eliminare, giacché le dà da vivere con il suo lavoro.
Ce l’abbiamo una descrizione di Carolina: la prima è quella che ne fa Alfredo quando la incontra la prima volta: “la sua faccia non era né brutta né bella, poteva avere ventiquattro, ventisei anni, capelli castani tagliati a metà collo, occhi chiari, mi ricordo che ho notato il velo di peli biondi sopra il labbro”; la seconda è nel diario che Alfredo sta leggendo, nel quale Carolina accenna a sua madre: “Se mi vedesse all’Accademia invece si spaventerebbe. Se potesse incontrarmi per le scale con i miei capelli castano cenere sciampati, tirati giù, cerchietto di velluto beige intorno al cranio, rossetto arancio stinto, unghie corte trasparenti, golfini ancora tiepidi di coniglietto rosa d’allevamento, gonne sotto la rotula, calze color carne e tacchi bassi: perfino lei mi direbbe di darmi una svegliata.”
Scarpa, comunque, sfuma i suoi personaggi, non li mette mai al centro come nel romanzo tradizionale, perché al centro sta sempre la sua scrittura sarcastica, irriverente. Sebbene, infatti, buona parte del racconto sia dedicata alla figura di Carolina/Maria Grazia, essa pare intinta nei colori e nei balloon del fumetto; quasi mai, ossia, riusciamo ad immaginarcela in carne e ossa. Ecco perché ci viene da domandarci se tutto quanto ci racconta l’autore, non sia anche una metafora dell’uomo moderno.
Succede che Fabrizio Rumegotto (ricordate? uno dei due studenti che forniscono “succo maschile” alla padrona di casa) scrive alla redazione della rivista “KissManga”, dove lavora Maria Grazia Graticola. La sua lettera contiene un elogio del fumetto porno, considerato superiore alle riviste che riportano foto pornografiche, giacché il disegnatore, rispetto al fotografo, non lascia nulla al caso, ogni minimo dettaglio del disegno è stato pensato e voluto. Invece, “L’obiettivo di una macchina fotografica, imita il buco della serratura.”, riprende ciò che “c’era già”.
Il disegno, inoltre, per il fatto stesso di essere il risultato di un atto creativo, consente di mettere in comunicazione due persone, il disegnatore e il lettore. Così succede tra Carolina/Maria Grazia e Fabrizio, i cui rapporti “si concretizzano in un oggetto, in un’attività, un fatto: una terza cosa realissima e al tempo stesso simbolica”.
Carolina, leggendo l’indirizzo della lettera, scopre che Fabrizio è suo dirimpettaio. Nel diario lascia scritto che non sa se lui passerà dalle “vignette a lei”.
Ma Fabrizio ha ben altri problemi che stanno complicando il suo reale desiderio di conoscere Carolina. Il compagno di stanza Giampaolo Devitis “si è trovato una donna fissa” e non vuole fornire più “succo maschile” alla “vecchiaccia”, “l’affitto vuole tornare a versarlo tutto in contanti.” E la “vecchiaccia” cosa fa? si rivolge a Fabrizio e “gli chiese se per caso non sarebbe disposto a fornirle tre, quattro dosi di succo: mattino, pomeriggio e sera.” Se Fabrizio rifiuta, l’alternativa è quella propostagli da un amico di andare di notte, per guadagnare qualcosa, “a scaricare i barconi di frutta e verdura al mercato.” È naturale che, alla fine, preferisca accettare la proposta della padrona, scelta che darà all’autore l’occasione di coniare un’altra bella espressione: “giornata quadriquota”. Questo ulteriore sforzo gli costerà caro. Infatti, Carolina fa di tutto per conoscerlo e portarselo a letto, ma quando si arriva al punto, Fabrizio tergiversa, trova delle scuse, e i due finiscono per addormentarsi: “Quella sera Fabrizio veniva da una giornata quadriquota, aveva dovuto far sgorgare da sé quattro dosi di cosmetico per la Cordellato, non era fisicamente all’altezza di festeggiare come si deve l’inaugurazione di un amore”. Ricordiamoci che chi sta raccontando è Alfredo, che apprende direttamente da Carolina e dal suo diario, e riferisce al se stesso che sta leggendo, al quale offre consigli per approfittare della situazione, e cioè sedurre Carolina. Il congegno messo in atto da Scarpa è così un originale percorso in cui il presente attrae simultaneamente passato e futuro, non fissando definitivamente la storia, ma rendendola mobile.
L’autore, ad un certo punto, ricorda l’esploratore Giovanni Miani (Rovigo 1810 – Congo 1872), di cui Fabrizio osserva i trofei nel Museo di storia naturale di Venezia, tra cui “il corpo catramato di un membro della tribù dei Niam-Niam”. Quest’ultimo riferimento mi dà l’occasione di ricordare che Lucca, la mia città, ha avuto tra i suoi figli Carlo Piaggia (Badia di Cantignano – Lucca 1827 – Carcoggi – Sennar – Sudan – 1882), di cui si disse, nella commemorazione del 3 febbraio 1882 tenuta al Cairo in occasione della sua morte dal grande scienziato tedesco George Schweinfurth: “Piaggia fu il modello fra i pionieri della civiltà. Viaggiava sempre solo, senza conforti di sorta, che il progresso moderno permette ai ricchi. Era un pellegrino inoffensivo, imponeva il rispetto dovuto alla sua dignità coraggiosa, ispirava confidenza, ciò ch’è importante in Africa come in Europa e che è un omaggio dovuto alle anime gentili. È vero che Piaggia portava sempre seco un fucile, ma non lo adoperò mai contro gli uomini, sibbene per inviare in Europa una delle più ricche collezioni scientifiche. Dappertutto dove Piaggia passò, il nome dell’uomo bianco restò scolpito nella memoria dei selvaggi, che lo consideravano come un essere caduto dal cielo, come un presente mandato da Dio. Pagani e musulmani si disputavano la sua amicizia; in ogni sito dove fissò la sua dimora, le sue mani laboriose, il suo spirito, la sua intelligenza insegnavano il lavoro ai neri.” (in: Carlo Piaggia “Nella terra dei Niam – Niam”, Maria Pacini Fazzi editore – Lucca, 1978. Presso il locale Liceo classico “Niccolò Machiavelli” si trova il museo che raccoglie le scoperte dei suoi viaggi).
Torniamo al racconto di Scarpa. L’ultima volta che Carolina ha fatto l’amore, è stata col nonno Carlo Groppo, che è il suo amante; le sta sempre addosso e non ha intenzione di perderla. La mantiene anche, ma Carolina, ora che ha fatto un po’ di soldi con il lavoro presso la rivista KissManga, vuole “staccarsi una volta per tutte dal vecchio.” È uscita proprio da un incontro con lui, con il quale stava facendo un esercizio yoga per liberarsi l’intestino e raggiungere “l’effetto sifone” (ciò che riesce al nonno ma non a lei), quando, salita sul vaporetto incontra Alfredo, ed ha quell’episodio singolare, cui si accennava all’inizio, di farsela addosso, cioè, e di gettarsi in acqua per sfuggire agli sguardi stupiti dei passeggeri. Alfredo si tuffa subito dal battello, credendo che voglia suicidarsi, poi la conduce a casa sua, dove Carolina inizia a raccontare la storia che abbiamo seguito fino a qui. Il cerchio si chiude, dunque; non solo: con la fine del racconto di Carolina, scompare anche l’Alfredo futuro, giacché si trasforma nell'”Alfredo presente”, ossia nell’Alfredo che si porta a letto Carolina, e che di quella conquista, pensata sin dal principio, questa volta non intende fare nessun resoconto: “Il fatto è che io odio i resoconti.” Tuttavia – ancora non lo sa al momento in cui crede di aver chiuso con la parola “FINE” la storia – quando si risveglierà al mattino, con sua sorpresa troverà una lunga lettera risentita di Carolina, che in quel momento, con quelle righe, si svincola dal quel suo colore da fumetto con il quale l’aveva guardata Alfredo fino ad allora, e torna ad essere persona e donna.
Il racconto, svoltosi per tutto il tempo come un resoconto divertito e disincantato che Alfredo fa ad un se stesso futuro, nel momento in cui egli diventa l’Alfredo presente (vi si può leggere anche un aborto dell’Alfredo futuro) si trasforma, dunque, grazie alla lettera finale di Carolina, in un explicit che fa di Alfredo il destinatario dolente di un contatto con la vita che lo costringerà a imparare e a ricominciare tutto da capo.

“Stabat Mater” Einaudi, 2008

Il libro si è aggiudicato il premio Strega 2009, suscitando qualche polemica. Una delle accuse mosse all’autore è quella di essersi ispirato al racconto “Lavinia fuggita” di Anna Banti, uscito nel 1952 nella raccolta “Le donne muoiono”.
Vediamo.
Cecilia ha sedici anni, è rinchiusa nell’Ospedale della Pietà, a Venezia. Si tormenta, si sente prigioniera: “Io non sono questo sfacelo, io ce la posso ancora fare, io sono forte, io non voglio lasciarmi sciogliere dentro questo veleno nero, io non sono tutta questa morte che vedo, io non voglio inghiottire questo mare, io non lascerò che tutto questo buio entri dentro di me e mi cancelli.” È un brano di una delle lettere che di notte scrive alla madre, che l’ha abbandonata.
È una ragazza che si sente frustrata, come Lavinia. Il suo desiderio è interrompere quell’agonia, quella specie di sepoltura nella quale è confinata.
Il desiderio che la spinge è tuttavia diverso da quello di Lavinia. Quest’ultima non soffre per una mancanza di identità, come accade a Cecilia; cerca invece di uscire da una specie di prigione che le impedisce di appropriarsi della propria libertà. Non avverte mai l’assenza di una madre. In Cecilia, al contrario, il desiderio è di trovare un punto di appoggio che le è mancato e che le manca: la madre. La sua assenza è in lei dirompente. Ogni cosa è sentita dentro quell’assenza: “voi non sapete niente di me, non sapete niente di niente.”; “Quando arriva l’angoscia, quasi ogni notte, il rimedio infallibile è non indugiare a letto. Allora mi alzo e vengo qui a trovarvi. Estate e inverno.”; “Signora Madre, io vi avvolgo con il mio pensiero, mi sentite?”; “Signora Madre, vi è mai capitato di immaginarmi? Vi siete mai chiesta come ho trascorso i miei primi anni di vita?
Viene in mente, piuttosto, “Lettera ad un bambino mai nato” di Oriana Fallaci, del 1975. Mentre nell’opera della Fallaci, una madre parla al bambino che è nel suo ventre e si domanda se debba o meno farlo nascere, in Scarpa le parti sono invertite, ed è l’orfana che scrive alla madre che non conosce per ritrovarla. Più avanti si leggerà: “Perché mi avete fatta nascere, Signora Madre? Mi chiedo se non sia stata una mia decisione, quella di venire al mondo.” Si potrebbe dire che il libro di Scarpa sia la risposta ad una donna che, sebbene abbia scelto di non abortire, non ha avuto il coraggio di tenere per sé il bambino. Il collegamento con il libro della Fallaci è pregnante, intenso.
Tornando a Cecilia, se ha la irrequietezza di Lavinia, non ne possiede la dolente sicurezza: “io non mi appartenevo, non ero di mia proprietà, non lo sarei mai stata.”
Le lettere alla madre sono, dunque, un tentativo per riconoscersi, identificarsi. Una ricognizione di sé fatta in un tormentato processo che cerca di ricollegarla alla sua origine, a quella madre a cui si sente, anche quando la maledirà, in qualche modo vicina: “Voi non potete vedermi, ma i miei occhi spalancati vi guardano.”; “Non illudetevi, non basta questo a perdonarvi, non basterà mai nulla.” Ma non diventerà mai una vera condanna, giacché sente che la madre è la sua ancora di salvezza, come lei è la salvezza della madre: “Forse vi scrivo per liberarvi.” (ma dirà anche, più avanti: “non voglio soccorrervi”). La ricerca della propria identità, passa attraverso una ragnatela di sensazioni che a volte l’abbattono e a volte la esaltano: “Io sono l’invincibile, la solitaria.”, ma anche: “Ogni parola che scrivo è soltanto un altro modo per dire il vostro nome, il nome che non conosco.”; “Vi penso dove posso, quando posso, fra una cosa e l’altra, ma non dovete credere che per me siete secondaria. Siete talmente importante che vi metto dappertutto. Dovunque c’è posto, voi l’occupate, siete come l’aria.”
La scrittura di Scarpa, a tratti onirica, visionaria, si articola per brevi frasi, in cui un velo di poesia tenta di recuperare una disperazione che appare irreversibile. Maddalena, l’amica che dorme sopra la sua branda, diventa improvvisamente la morte dai capelli di serpente. Quando parla con lei, parla con la morte.
Le lettere rappresentano anche un delirio, hanno la sconclusionatezza dello smarrimento, ci sorprendono per una improvvisa ingenuità che scaturisce da una incerta e affannosa ricerca di sé. Le lamentazioni di Cecilia hanno la cadenza di un’anima in pena che si attende da un momento all’altro un qualche miracolo e continua a pregare, ad evocare la sua disgrazia e ad implorare l’aiuto di cui sente di non poter fare a meno. La madre è amata e odiata a seconda del suo stato d’animo, confuso e dolorante. Vorrebbe che avesse lasciato all’orfanotrofio un segno di riconoscimento per venirla un giorno a riprendere: ciò le permetterebbe “di considerarvi ancora mia madre, di pensarvi come madre.” Dirà anche: “preferisco essere una figlia.”
La Lavinia della Banti è una ragazza triste ma sicura delle sue azioni. Non implora, ma va diritta alla ricerca di una soluzione, fosse anche estrema, che le riconsegni la sua libertà.
Cecilia è una debole infelice che, fino al momento del riscatto, arranca chiusa nel suo continuo e monotono rifrangere il dolore e la solitudine. Si sente assente e vuota tanto quanto Lavinia avverte, al contrario, la propria forza e il vigore della propria personalità: “Io sono assente da tutti quanti i posti che ci sono al mondo.”, scrive Cecilia.
La ricerca della madre, il colloquio a distanza con lei deve colmare il vuoto e l’assenza che appartengono ad entrambe, sia a lei come alla madre sconosciuta. Una notte nella latrina dell’orfanotrofio scorge una ragazza che sta partorendo di nascosto. È di spalle e non può riconoscerla. Si allontana inorridita. Poi scrive: “E se foste anche voi qui dentro? Se mi aveste partorita qui dentro anche voi?”
La desolazione, l’assenza e il vuoto conducono la protagonista a considerarsi un escremento, un qualcosa di vivente gettato via come cosa sporca e ributtante. La Lavinia della Banti non pensa mai di sé a questo modo. Anzi è fiera della sua intelligenza e della sua bellezza.
La ragazza dalla “testa piena di orribili serpenti neri” (la morte) le dice: “Ti accoccoli nella tua lagna.”
È il ritratto preciso di ciò che Cecilia è nel mare magnum del suo dolore. Cecilia non è mai cresciuta, le sue scoperte non sono del tutto assimilate. Ancora è una debole canna al vento.
Nell’orfanotrofio troviamo in un primo tempo don Giulio, che educa le ragazze alla musica. È vecchio, scrive sempre le stesse cose, confessa Cecilia: “scrive musica da una vita, non ha più idee, non ha più ispirazione. […] Scrive per inerzia.” Quando giungerà Vivaldi e Cecilia, come Lavinia, insegnerà musica alle allieve, si troverà il primo punto di contatto incandescente, sebbene nello “Stabat Mater” non vi si respirerà mai né il contenuto né le atmosfere della “Lavinia fuggita”. Sono due mondi diversi e distanti, visti e scritti con due ispirazioni estranee l’una all’altra. Anche la passeggiata “in una dozzina di barche” sulla laguna; la breve malattia di Cecilia dopo che ha volutamente stonato nel coro diretto da don Giulio;  anche quella frase: “Noi siamo il suono puro, la voce staccata dal corpo.” che si ricollega a quella della Banti: “Lavinia non è più che una voce sotto il cielo, e nessuno può dirle: no.”, allo stesso modo che vi si ricollegherà pure quella in finale del libro di Scarpa: “Non c’è più nessun soffitto sopra la mia testa.”; anche la veste con cui è stata ritrovata, e la nave che deve averla trasportata fino all’orfanotrofio, diretta poi verso la Dalmazia o la Grecia; pure l’asma di Vivaldi che si accascia in chiesa, pure questi momenti che sembrerebbero, anch’essi, vicini al libro della Banti, in realtà ne restano lontani.
La Banti, infatti, si avvale di una sapienza della scrittura che le consente misura e controllo dell’ispirazione, a tal punto da aver generato un racconto senza sbavature, esemplare, perfetto, che giustamente viene riconosciuto tra i più belli della nostra narrativa. La Banti crea un’ambientazione compatta, un’atmosfera intensa, una storia lucida e ficcante, impregnata di quella cultura raffinata e mai esibita che si trasforma in confidente intimità. Tutto questo è assente in “Stabat Mater” che, caso mai, copre la figura di Cecilia di una religiosità sofferta ma desiderata, ricercata, che manca in Lavinia. Un Vivaldi giovane dal “naso grande e i capelli rossi” occupa, più che in “Lavinia fuggita”, le parti migliori dell’opera scarpiana, seppure anche qui ci si metta in mezzo una copiatura. Cecilia infatti scrive: “Ha copiato l’idea che avevo avuto in classe con le bambine.” Lo stesso era accaduto a Lavinia quando aveva sostituito una sua partitura a quella di Vivaldi. Tutta la descrizione della composizione ed esecuzione insieme con le ragazze de “Le quattro stagioni” vale il libro di Scarpa: “noi che le suonavamo non le abbiamo semplicemente ascoltate, queste cose ci hanno attraversate.” La musica e i colloqui frequenti con Vivaldi cambieranno Cecilia, le daranno quel coraggio che mancava, le tracceranno una meta, i primi segni di una propria fisionomia: “In un’ora vivere tutto quanto può accadere a un essere umano.”
Gliela cambieranno anche i contatti con le ragazze ricche che vengono ad imparare la musica. Attraverso di loro ascolta parole nuove, di cui non conosceva l’esistenza e soprattutto il significato. È confusa: “non so che tipo di vita conducevano sulla bocca degli altri, che cosa vogliono dire veramente.” Questo processo non c’è in Lavinia, poiché fino a quel momento Lavinia è diversa da Cecilia.
Quando il cambiamento sarà avvenuto, e la ricerca della madre avrà sortito il suo effetto, Cecilia si libera di ogni residuo del passato e sulla nave che la porterà verso oriente dirà: “sono io in carne e ossa, tutta intera, che mi sono riconsegnata a me stessa, sono io che adesso vado incontro al mio destino. È il momento in cui Lavinia e Cecilia diventano una cosa sola.
Scarpa sostiene di non aver mai letto il racconto della Banti, almeno nel tempo che ha preceduto la scrittura del romanzo, ma le somiglianze, soprattutto dal momento in cui entra in scena Vivaldi, ci sono. Ancora: ad un certo punto Cecilia riflette: “Perché non esistono musiciste? Perché le donne non compongono musica?, che ricorda molto da vicino il rimprovero che, nel romanzo della Banti, Orsola fa a Lavinia: “Alla fine chi te l’ha detto che non è permesso comporre?” E quando Cecilia, come Lavinia, fuggirà dall’orfanotrofio, lo farà “travestita da uomo e mi sono imbarcata.” Ma sono marginali, giacché prodotte da una differente ispirazione e motivazione. Pertanto, entro questi limitati confini si potrebbe collocare il contatto tra i due libri.
Invece, Scarpa ha un filo diretto con il libro della Fallaci, “Lettera a un bambino mai nato”. Consapevolmente o meno è a questo libro che risponde.
Dà anche un’altra risposta, diretta al mondo dell’arte. A proposito de “Le quattro stagioni” Vivaldi dice a Cecilia: “Hai ragione, è la cosa più stupida che ho scritto, ma mi serve per arrivare alle orecchie di tutti. Dobbiamo avere l’umiltà di farci capire. Dobbiamo usare la nostra complicazione per tirarne ingegnosamente fuori la semplicità.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart