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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Chiara Parenti: “Per lanciarsi dalle stelle”

18 luglio 2018

di Bartolomeo Di Monaco

“Tutta colpa del mare (e anche un po’ di un mojito)”, Rizzoli; “La voce nascosta delle pietre”, Garzanti, sono le due opere maggiori che precedono “Per lanciarsi dalle stelle”, uscito, sempre per Garzanti, nel giugno 2018.

Chiara Parenti, classe 1980, è una lucchese doc, ricca di iniziative (fra l’altro gestisce un portale dedicato ai bambini: Lucca Kids) e di una vivace curiosità che riesce a trasmettere nella sua scrittura.

Il tema principale del romanzo è la paura (“chiunque in questa vita ha paura di qualcosa.”, “la paura è un’emozione primaria”; “È un pregiudizio.”) e il modo di liberarsene. Viene in mente la frase “Libertà dalla paura”, che ha costituito il cavallo di battaglia di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, la donna, ancora vivente, che si è battuta per la libertà del suo Paese, la Birmania. La sua storia è raccontata nel bel film “The Lady – L’amore per la libertà”, del 2011, diretto da Luc Besson.

Ma veniamo al romanzo (l’autrice confesserà, nella parte finale dedicata ai ringraziamenti, che la storia nasce “dalla parte più vera e autentica di me.”).

La protagonista (“non sono bella, mi definirei piuttosto «passabile») si racconta in prima persona e si chiama Maria Sole Santoro; ha venticinque anni, abita in un paesino del Molise, Campomarino (“il Molise, una terra in cui la maestosità della natura sembra vigilare su una storia millenaria.”), è cassiera in un piccolo supermercato e sembra dai suoi primi movimenti una giovane spensierata, con la voglia di vivere e di scoprire; ha letto per ventisei volte il suo romanzo preferito, “Orgoglio e pregiudizio” (1813) di Jane Austen. Quando esce di casa per andare al lavoro in bicicletta tutto all’intorno le sorride, persone e cose, animali e paesaggio. Ma ad un tratto un pensiero la scuote e interrompe l’incantesimo: ha litigato per la prima volta con la sua amica più cara, Stella (“sempre impegnata a fare qualcosa, e alla velocità della luce”): “Il litigio con Stella è stato un fulmine a ciel sereno, un duro colpo che mi ha turbata nel profondo.”. L’oggetto di questa violenta lite è la paura di cui Sole soffre nei confronti di tante cose. La sua è un paura di movimento, di conoscenza, di rapporti: nonostante il lavoro che fa: “Lavoro qui dall’estate della maturità e ormai per me è come una seconda casa.”. All’esterno così trasparente (“Danilo, il mio capo, ha un debole per me. Dice che la mia tranquillità «si diffonde nell’aria come un deodorante per ambienti.»”), Sole cela dentro di sé un male oscuro che tende a violentarne la volontà di vivere. Un contrasto doloroso, anzi terribile. Stella nel corso della lite le aveva rimproverato la sua indifferenza, la sua frigidità rispetto alla vita: “fai sempre la stessa identica cosa ogni giorno! (…) Lo fai perché hai paura di fare qualcosa di diverso, sei terrorizzata dall’idea di uscire dalla tua zona di sicurezza! Sei impregnata, grondante di paura!”. L’alterco era stato violentissimo e ora Sole ne prova un po’ di rimorso; sa che la sua amica le vuole bene. È un romanzo anche sul valore di un’amicizia? Sì. E lo scopriremo presto, visto che sin dalle prime pagine Stella muore vittima, insieme ad altri, di un attentato a Parigi (“Quattro uomini hanno iniziato a… a sparare sulla gente…”) e la protagonista comincia a convivere con un rimorso, ma anche con una consapevolezza, che sarà conquistata a grado a grado: “Siamo stati fortunati, dei veri privilegiati, ad averla avuta vicino per tutto il tempo che ci è stato concesso.”.

Si presentano subito di fronte al lettore i vari temi che caratterizzano questa storia, i quali si insinuano profondamente nella personalità della protagonista, e cominciano a lavorare su di lei per avviare una mutazione ancora incerta ma possibile (“Il cambiamento è vita. Cambiare è inevitabile.”): la paura della vita, il valore forte dell’amicizia, il rimorso (“vorrei far saltare in aria l’universo intero per non essere riuscita a chiederle scusa prima che me la portassero via per sempre.”), il dolore (“Il dolore è la sola via per la rinascita.”), la morte (“Il mio cuore, invece, si è fermato insieme a quello di Stella.”; “La morte ci fa vedere con occhi nuovi la vita.”. La morte aleggia sul romanzo e la sua presenza, una volta rivelatasi, non ci lascia più: anche la madre di Sole, l’avverte nel ricordo costante della sua sorellina adorata, Maria, vittima di un incidente stradale: una morte che le ha generato apprensione e paura, trasmesse alla figlia: “Ora so da dove vengono tutte le mie paure.”), il nulla pronto a ghermire (“È la dissoluzione di ciò che eravamo”), l’incomprensione verso i propri genitori, che solo il coraggio di non chiudersi dentro se stessi può risolvere (“il coraggio non è assenza di paura, ma è agire nonostante la paura.”), e l’amore, quel sentimento che è così vicino alla morte e ci dona invece una porzione di eternità (“L’amore, quello che ci muove tutti quanti.”).

Ci si prepara, dunque, ad una lettura destinata a crescere di spessore e a coinvolgerci sempre di più, poiché avvertiamo sin da subito che se siamo presi da questi sentimenti (dirà la protagonista: le “rovine che mi abitano”), dobbiamo attraversare una insidiosa palude di forze misteriose e contrastanti che possono arrivare a paralizzarci e in qualche modo a farci morire. L’autrice ci fa trovare davanti a questo muro elastico e multidimensionale, che possiamo attraversare ma anche rimanerne impaniati in forza di una scrittura lineare, limpida, così trasparente che quasi il pericolo ci sfugge. Ma c’è (“fuggire dalla paura non fa che amplificarla. Bisogna invece guardarla in profondità: prendendone consapevolezza, ammettere che c’è.”). Si deve arrivare a “Un ribaltamento dell’anima” troviamo scritto all’inizio del capitolo 5. Ci si può riuscire? Si può attraversare la palude? Come? Con l’amore? (la protagonista ha una cotta per Massimo, fratello di Stella, poi si presenterà un altro giovane, un artista, Samuele: “È un poeta della vita, un filosofo delle emozioni.”). Troveremo scritto: “La paura si supera solo passandoci attraverso”.

Qualche volta, lungo il cammino, incontriamo citazioni, oltre che tratte dai romanzi di Jane Austen, tratte da “Il piccolo principe” (1943), il celebre racconto di Antoine de Saint-Exupéry. Ebbene, il romanzo della Parenti, nei suoi contenuti e nei suoi scopi, ce lo ricorda.

Una lettera che Stella aveva lasciato nella sua cameretta indirizzata a Sole (insieme con un “cofanetto con il lancio con il paracadute”) viene trovata da Massimo, che gliela consegna. Vi si legge che Stella si rammaricava della lite, la sua intenzione era quella di scuotere la pigrizia dell’amica, di liberarla dalla paura che la teneva prigioniera: “E sai come si vince la paura? Facendo proprio quello di cui si ha paura!”. È questa la chiave per aprire Sole alla vita? L’amica ne era sicura e aveva cercato, ma inutilmente, di farglielo capire. Non c’era riuscita da viva, e ora che è morta, la lettera assume un valore che va oltre quello sperato. Nel bozzolo oscuro e tormentato in cui Sole si era rinchiusa, si apre, infatti, lo spiraglio che le consentirà di volare, di “lanciarsi dalle stelle”, come titola il libro, e come esprime il regalo contenuto nel cofanetto: un lancio col paracadute, che varrà per lei come “un tuffo nella vita.”. Nel prologo, troviamo anticipate le aspirazioni di Sole: “Voglio vivere finché sono viva. Voglio vivere finché sono viva”.

La lettera di Stella ha il peso di un architrave, ma anche la bellezza rivelatrice della luce che vi passa sotto quando il grosso portone si apre e ci appare inaspettata una folgorazione: quella della nostra anima. La lite con Stella, grazie alla lettera, si è mutata in consapevolezza ed avvia un processo lungo e tormentato di trasformazione: “E ho soffocato nel cuscino grida disperate, rendendomi conto di quanto male faccia sentirsi dire dalla tua migliore amica morta che hai sprecato metà della tua vita.”. Ci troviamo di fronte, così, ad un’indagine introspettiva che si apre con una bella immagine, che ne evidenzia la partecipazione sempre più convinta al ciclo della vita e alla nostalgia per ciò che si è perduto: “Mi appallottolo sullo scoglio accostando le gambe al petto e appoggiando la testa tra le ginocchia. Di fronte a me il mare è una tavola azzurra che si fonde col cielo. Due gabbiani stanno spettegolando nel venticello che sa di estate. Mi manca la mia amica.”. Stella è un punto di riferimento, un sostegno, una direzione. Si può dire che, fisicamente scomparsa, si fa invece coprotagonista forte e indispensabile: “il mondo aveva più bisogno di una come lei, che di una come me.”, dice a Patrizia, la madre di Stella, la quale le chiede una promessa: “Che da ora in poi vivrai per tutte e due, per te e per lei. Così Stella non morirà mai e continuerà a splendere attraverso il tuo sorriso.”; ad un certo punto Sole dirà: “Non passa giorno che io non pensi a lei. E ogni giorno sento che è, comunque e sempre, parte della mia vita.”. Il gesto materiale affinché il cammino introspettivo si avvii per arrivare alla liberazione di Sole dalle sue angustie e paure (la chiameranno “La ragazza delle paure”) è quel gettarsi con il paracadute da un aereo così come Stella le ha suggerito con il suo regalo. Pensieri, lacerazioni, tormenti, desideri, sogni, (“la mia fune fatta di perché”), dopo aver attraversato i meandri dell’anima e della mente, potranno avere la loro palingenesi se questo lancio nel vuoto e verso l’inconosciuto e il mistero sarà realizzato. Sole vi si sta preparando. Non è facile. Ma l’istruttore, Cesare, la incoraggia: “Quello che ci serve, piccola, è solo un unico, singolo, magnifico istante senza paura. È in quell’istante che si fanno le cose più impensabili!”. La svolta di un’intera vita, dunque, si può racchiudere in un istante? Il messaggio che l’autrice ci invia è affermativo. C’è un istante, che dobbiamo saper cogliere, in cui possiamo sciogliere le scorie accumulate e tornare ad essere gli originali della creazione: “la mia anima si espande ed esplode in un grido spaventoso che nasce dalle profondità di me e detona nel nulla che ho intorno. Non mi sono mai sentita così libera in tutta la mia vita.”. Per Sole è il lancio col paracadute (dirà, mentre precipita nell’ “azzurro psichedelico” del cielo: “Mi sento selvaggia, potente”), ma ad ognuno è riservato un proprio lancio col paracadute che avrà sembianze e contenuti diversi (“come dichiararsi alla propria ex un’ora prima che lei si sposi con un altro!”), e sempre lo stesso scopo: la palingenesi, la purificazione, forse anche la felicità, questo supremo bene che pare irraggiungibile (“La vita è imprevedibile, è meravigliosa.”).

Riguardando il video del suo lancio riflette “Non mi ero nemmeno resa conto di aver urlato così forte, ma è come se in quel grido avessi lasciato andare la paura nel vento perché, subito dopo, sul mio viso sono affiorate mille altre emozioni, ma della paura non c’è più traccia.”. Sembra che la liberazione sia avvenuta. C’è una ragazzina, Samanta, di sedici anni, che ha un problema: si vergogna quando si trova tra la gente. Deve andare a una festa, ma è bloccata da questo sentimento. Chiede aiuto a Sole. Vergogna e paura hanno la stessa radice. A Sole, Samanta ricorda se stessa, con le sue paure. Samanta elenca le proprie e Sole si rende conto che la paura non è un monolite di cui ci si sbarazza in un colpo solo; è fatta invece di tante pietruzze (“una lista delle cose che mi spaventano di più”, dirà a Massimo). Per smettere di soffrire, si devono togliere tutte. Un’operazione chirurgica, però, che non si fa sul corpo, poiché il male è immateriale e coinvolge la parte più misteriosa dell’uomo, quella che ci collega con un percorso indecifrabile alla nostra natura universale.

“Il lancio col paracadute è stato fondamentale per rendermi conto di quante ne abbia, ma soprattutto di quanta strada ho da fare.”. Sole lo confida a Samanta (che ora è diventata “una nuova amica”), e decide di compiere con lei questo lungo, difficile (“Costruire un mondo nuovo è difficile.”) e doloroso viaggio di liberazione (lo chiamerà “progetto”). Sarà anche Massimo (“Massimo è l’unico che mi capisce.”) ad accompagnarla qualche volta.

La storia si trasforma in tanti conflitti (“sfide”) risolutivi (che si dispiegheranno a poco a poco, via via più numerosi, nei capitoli successivi), nei quali la protagonista, sempre avendo presente le parole dell’amica Stella (“E sai come si vince la paura? Facendo proprio quello di cui si ha paura!”) si cimenta nella convinzione che quella sia davvero la strada della salvezza (“la mia missione.”). Gli episodi che si succederanno sono descritti con particolare vivacità, grazie ai quali le singole pietruzze che tengono prigioniera la sua vita e quella di Samanta a poco a poco si disciolgono.

La scrittura si mantiene leggera, come un galleggiante che nasconda sotto di sé le paure da sottrarre all’oscurità delle ombre (“da un luogo oscuro e profondo in cui non sono mai stata.”), per discioglierle senza clamore e disperderle nel nulla. Samuele le dice: “Credo che non ci sia niente di più lontano dalla felicità che cercarla nella testa degli altri invece  che in noi stessi.”. Il tentativo dell’autrice è anche rivolto in questa direzione. Estrarre da sé una specie di eroismo della personalità (“io stessa sono la mia forza. Io e nessun altro.”) e farlo valere come atto purificatore. Nella nostra vita, in tutte le vite umane, è nascosta una redenzione da compiersi, la redenzione da una sorta di peccato naturale che ci accompagna da sempre. Viviamo in attesa di riuscire a mettere in moto questa redenzione, questa palingenesi, e nell’attesa le paure che stanno nascoste dentro di noi si agitano avvertite della lotta che sta per accendersi onde sconfiggerle. Un romanzo che all’apparenza ha la leggerezza di una piuma, con una scrittura che si colora delle modernità dei nostri tempi, e ci narra invece dei tenebrosi parassiti che si annidano nel nostro essere (“le mie insicurezze mi sconquassano lo stomaco”), i quali sono lì per contaminare e intristire la nostra vita: “Così mi rendo conto che non posso cancellare la paura: ce l’ho, è qui, ormai fa parte di me. E a quanto pare c’è anche da molto prima di me.”. L’esito positivo della sfida, chiunque si trovi ad affrontarla, non è mai certo, anche se il proposito di vincere è ostinato: “Sto stilando una lista delle cento cose che mi spaventano di più, e mi sono promessa di affrontarne una al giorno per cento giorni.”. Gliel’aveva raccomandato Stella nella lettera, citando Eleanor Roosevelt: “Fai almeno una volta al giorno una cosa di cui hai paura…”.

Il tema della paura, in realtà, non è mai affrontato con angoscia (“tutte le cose più belle della vita si trovano al di là della paura.”)  o, ancora di più, con disperazione, anche se la madre arriverà a dirle: “Che delusione che sei!”; “Mi hai deluso. Mi stai deludendo ogni giorno di più…”. Merito dell’autrice e di averlo spalmato su una specie di divertito pentagramma (le sue sfide sono filmate o da Samanta o da Massimo, e postate su Facebook, dove ottengono un enorme successo), che lascia in chi legge, anziché sgomento, la sensazione di un percorso, di un viaggio che al suo termine gli farà trovare un gradito regalo (“La paura non è più un mio limite, è un’opportunità.”). Quale regalo? Lo vedremo. Intanto: “Oggi mi rendo conto che non solo non sono morta, ma mi sento un milione di volte più viva da quando lei non c’è più.”. C’è dunque spazio per la speranza. Per tutti, e raggiunto il traguardo, la mutazione è tale che si diventa come dei taumaturghi: riusciamo ad educare gli altri a vincere la paura. Proprio come farà Sole, dopo averlo imparato, prima da Stella, poi dalla sua esperienza. Dunque, qual è il regalo? È la libertà dalla paura. Aung San Suu Kyi, la eroina birmana premio Nobel per la pace, l’ha ottenuta con la lotta e la sofferenza morale e fisica; Sole vi è pervenuta, invece, con un’analisi introspettiva che non riguarda soltanto lei, bensì si diffonde su tutti coloro che l’avvicinano. Troveremo: “quello che faccio può aiutare non solo me, ma anche un sacco di persone.”; “la paura è un’opportunità per scoprire nuove emozioni, espandere i confini e superare i limiti. E se cambia l’atteggiamento verso la paura, cambia anche quello verso la vita.”; “la paura la maggior parte delle volte è irreale, non è nella realtà ma solo nella nostra testa.”. Va da sé che una tale  analisi è stata possibile avendo essa trovato nella scrittura dell’autrice una sonda speciale in grado di rappresentarla. Una sonda, però, che non ha mai perso di vista un altro sentimento universale che ci appartiene: l’amore, il quale, seppure a volte doloroso (“occorre avere il coraggio di lasciarsi attraversare dal dolore”) e a volte esaltante, è l’altro regalo, forse il migliore (“l’amore scaccia la paura.”; “L’amore è libertà.”; “L’amore non finisce.”), che il romanzo ci affida.

 


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Bart