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SCRITTORI LUCCHESI: Giuseppe Calabretta: “Il mastro, il sigaro e la sedia – Romanzo calabrese”

26 Dicembre 2018

di Bartolomeo Di Monaco

L’autore nasce nel dicembre del 1944 a S. Andrea Apostolo dello Jonio (CZ). Conseguito il diploma di perito industriale all’ITIS “E. Fermi” di Catanzaro, frequenta per due anni la facoltà di Scienze Economiche e Commerciali all’Università “La Sapienza” di Roma. Qui viene attratto dalla passione politica e lascia gli studi. Dopo un lungo periodo di lavori precari e saltuari, nel gennaio del 1970 approda a Lucca per insegnare, in qualità di docente Tecnico-pratico, prima all’ITIS e poi all’Istituto Professionale. Nel frattempo, e a seguire per molti anni ancora, si dedica all’attività politica come militante e dirigente locale del PCI. Nel 1975 viene eletto nel Consiglio Comunale di Lucca assumendo l’incarico di capogruppo che ricoprirà, con qualche breve parentesi, fino al 1985. Nell’estate dello stesso anno comincia a scrivere e nel 1991 pubblica il suo primo romanzo, “Il cielo senza sole. Seguiranno: “Epolenep“, 1993; “Il Mondo limitato, 1997; “Il pescatore di sassi“, 2009; “All’ombra di Narciso“, 2010; “Il cielo senza sole“, seconda edizione, 2011;Hannah e altri racconti“, 2013; “Due indagini per il commissario Carcade, 2014; “Il mastro, il sigaro e la sedia – Romanzo calabrese”, 2015. Vive a Lucca ormai da molti anni.

Della città scrive nel racconto “Hannah”, che ha la prefazione di Luciano Luciani: “Anche la città me l’ero scelta io. Ma non mi era piaciuta a prima vista. Vi ero giunto un paio di anni prima in una fredda, umida e piovosa giornata di gennaio.”. Leggendo il racconto assistiamo al lento ma profondo innamoramento dell’autore verso la città di Lucca, di cui avverte fascino e suggestioni. Protagonista è una ragazza ebrea, Hannah appunto, irrequieta e febbrile, in cerca di un equilibrio mai raggiungibile senza pena. Insieme girano per la città, alla magia della quale devono l’unione dei loro sentimenti. Hannah partirà per Philadelphia dove era nata, per visitare la tomba della madre. Gli scriverà: “La tomba di mia madre è solo una lapide però mentre penso a lei io vedo Ilaria. Ti abbraccio. Hannah”. Ilaria del Carretto, un cenotafio, un’opera d’arte, di Jacopo della Quercia, dedicato alla giovane sposa di Paolo Guinigi morta nel dare alla luce un figlio, forse li terrà uniti per sempre.

Ma noi dobbiamo occuparci de “Il mastro, il sigaro e la sedia. Romanzo calabrese”.

Quando si parla di Calabria non si può non ricordare Leonida Rèpaci, cofondatore del Premio Viareggio, e scrittore bravo e asprigno, che ci ha regalato quel popo’ di monumento al romanzo che è “La storia dei Rupe”.

Il libro ha un incipit di notevole forza e lascia sorpreso il lettore, che magari non si aspettava tanto da un autore poco conosciuto: “Il sigaro lo tiene in bocca da una vita. La prima volta lo prese in mano per curiosità. Non capiva cosa ci trovasse di tanto piacevole e gustoso il suo maestro. Il suo non era un maestro di scuola. Era un mastro falegname. Un segaligno abile e innamorato del suo lavoro che gli insegnò molte cose oltre a lavorare il legno. Alcune anche non volendo. Come la faccenda del sigaro.”.

Si tratta del giovane Vincenzo Torrini, che sta imparando il mestiere di falegname nella bottega di Mastro Andrea. Vincenzo: “era di animo nobile e gentile e il risentimento non poteva albergare nel suo cuore per lungo tempo.”. È curioso di carattere e non riesce a trattenersi nella conoscenza, anche a rischio di pagarne gli errori. Per capire se sta imparando il mestiere Mastro Andrea gli fa costruire una sedia impagliata. Ci riesce e il padrone gliela regala.

Calabretta ci racconta la storia di Vincenzo. Lo vuole ricordare, visto che è morto da poco e “ci ha lasciato, mancando per sei giorni il suo secolo di vita.” Intanto, in quella che abbiamo appena letto, una breve introduzione, una specie di ouverture, abbiamo già conosciuto i protagonisti, ossia Vincenzo, Mastro Andrea, il sigaro e la sedia. Non ci resta che vederli in azione.

Vincenzo è nato in un paesino chiamato Vela, composto da “ottocentocinquantadue anime stipate in non più di duecento casette”, vicino al mare. Come ci rivela l’autore nella sua nota finale, è un paese immaginario situato sulla “costa che si dipana tra spiagge e scogliere nel tratto che va dal Golfo di Squillace a Monasterace, le montagne della dorsale appenninica tra la macchia di Serra San Bruno e l’Aspromonte.”.

Dunque, il personaggio si muoverà in un ambiente che deve tutto ad una ispirazione di valenza mitologica dell’autore, nata attraverso le sue pulsioni di uomo che quelle terre, con le loro paure, superstizioni, usanze e arcaicità,  ha assimilato nel sangue e le sente pulsare, e le sa far rivivere. Vela non è un paese, ma è la Calabria.

Anche se ha questa particolarità: “A Vela non c’è una sola via intitolata a santi, a papi o a vescovi e neanche a re, regine o principi. Le loro vie si chiamano, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Ipazia d’Alessandra e così via.”. I giardini non sono da meno, essendo intitolati ad un altro anticonformista, sognatore e ribelle, Tommaso Campanella.

La scrittura è ordinata e piacevole e presenta una particolarità che non fa da inciampo, e si tratta dei dialoghi che si inseriscono senza virgolette nella frase, come a penetrarla e renderla un tutt’uno nella composizione di azioni e sentimenti: “Nicola si alzò e, va bene vado, ma promettimi che almeno tu oggi non vai a lavorare. Va bene, te lo prometto, ma vai, vai che ho ancora un pochino di sonno e voglio dormire.”. Annina è la mamma di Vincenzo ed è in attesa di partorirlo. Nicola, il marito, sa che accadrà da un momento all’altro, e non vorrebbe lasciarla sola.

Ma non trascorre neppure un’ora da che è uscito che eccolo nascere per entrare nel mondo: “Era un grumo sanguinolento che strillava come un ossesso.”.

Questo modo di periodizzare la conversazione risulta armonico e consente all’autore di penetrare le azioni nella loro minuziosità, ravvivandole con la voce che, grazie a questa scelta, fuoriesce dalle parole, come il suono del mare dalle onde. È una scelta felice, diversa da quella, assai tradizionale, che si incontra, per esempio, in “Hannah”.

Nel mettere al mondo il figlio, Annina ha delle complicazioni, continua a perdere sangue, ma non vuole chiamare il dottore, poiché rifiuta di farsi vedere da un uomo, finché cede alle insistenze della madre Mariantò e della levatrice. Nicola, lo sposo, non gradisce quella soluzione, ma si piega alla necessità e al timore che Annina possa morire dissanguata. Questo fatto dispiega tutta la tradizione puritana e conservatrice del Sud, che ancora, seppure ridottasi, persiste: “La donna ogni volta che per caso incontrava il dottore abbassava lo sguardo verso terra. L’uomo invece lo guardava diritto negli occhi e lo salutava con espressione severa.”. Il romanzo ha il respiro di queste tradizioni; anche quando non sono descritte, si avvertono. La scrittura ne trasuda nel ritmo e nel periodare. Siamo alla festa che segue il battesimo: “Anche la festa che seguì si svolse alla svelta e senza grandi pranzi. Ai parenti più stretti e al compare con la moglie furono offerti una fetta di pane, una sarda salata, una fetta di salame e un bicchiere di vino. Poi, ognuno a casa sua.”.

Seguiremo le vicende di Nicola e di Annina, che ci aiutano ad inquadrare quel tempo, che fu di guerra, della Prima guerra mondiale. Vincenzo è ancora piccolo quando il padre è chiamato al fronte.

Calabretta racconta in modo semplice ed è proprio questa sua scorrevole semplicità che ci attrae. Sembra di essere a veglia. È una scrittura che non si nasconde e che non nasconde: la sua trasparenza è assoluta. Si vedano le lettere che marito e moglie si scambiano quando lui è a fare servizio a Asti. Essendo entrambi analfabeti, per lui scrive il sergente Attilio Bernasconi, per lei la sorella Vittoria. Non vi è ridondanza, ma semplicità, la stessa che respirano nella vita i due protagonisti: “per prima cosa dite a mio marito che io e Vincenzo stiamo bene come tutti della famiglia e che anch’io lo penso sempre e che mi si stringe il cuore a sapere che lì la vita è dura. No, questo non glielo dite se no capisce che me lo avete detto voi.”.

Gli anni della guerra sono gli anni in cui Annina si chiude nel silenzio e conversa solo con il figlio, ancora piccolo (è nato nel 1912), ma al quale sta costruendo una consuetudine con la vita che dovrà servirgli allorché diventerà adulto e si troverà a lottare tra gli uomini. Vincenzo ancora non è al centro della scena, ma ci sono già, sulla ribalta, tutti i meccanismi della sua crescita: “A testimonianza che in lei proseguiva un’intensa vita interiore, restò il rapporto con il figlio che continuò ad essere quello di sempre. Mamma premurosa, dialogante, attenta a mantenere vivo il ricordo del papà.”, del quale da qualche anno non sa più nulla, finché arriva il telegramma che ne annuncia la morte.

Da questo momento il dramma della guerra si ripercuote sulla famiglia di Vincenzo; Annina patisce uno smarrimento della mente, qualcuno la considera impazzita; infine lascia la casa e di lei non si saprà “più nulla per molti  e molti anni.”.

Vincenzo rimane solo, accudito dalla zia Vittoria e dalla nonna Mariantò. La scena è tutta sua, e lo vedremo crescere ed agire. Sappiamo già che diventerà un mastro falegname assai apprezzato, ma, a differenza della giovinezza di un altro falegname, Gesù, Calabretta ci consentirà di conoscerne i vari passaggi.

I personaggi che conteranno nella crescita di Vincenzo sono seguiti dall’autore con lo stesso interesse e la stessa accuratezza impiegati nel raccontare le vicende del protagonista. Come già abbiamo visto fare per i genitori Nicola e Annina, i personaggi che toccano la sua vita si elevano sulla scena alla pari con lui. Ogni volta sembrano essi i protagonisti principali del romanzo. Di ciascuno, dunque, Calabretta ci tratteggia la personalità e ci fa partecipi della loro vita. Accade in specie a mastro Andrea, l’artigiano che, dopo la morte dei suoi genitori, insegna a Vincenzo il mestiere di falegname. Anche lui non ha avuto un’infanzia facile. Morto il padre e l’altro fratello più grande in un incidente sul mare, provocato da un’ondata anomala, forse causata dal “terremaremoto” che il 28 dicembre 1908 colpì le citta di Reggio Calabria e di Messina, dovrà abbandonare la scuola per mandare avanti, a sedici anni, la falegnameria del padre.

C’è un rispetto, ma anche uno speciale riguardo per i personaggi che appaiono nel romanzo; pare che l’autore, nel momento in cui li crea, si assuma la responsabilità di una crescita sacrale, nobile, quasi per una venerazione: “Passare improvvisamente da studente ad apprendista falegname non fu una passeggiata. Anzi, come si dice, furono lacrime e sangue. E non in senso metaforico ma letterale. Al termine della giornata, le sue mani erano piene di bolle e, siccome il giorno dopo ricominciava, le bolle si aprivano e sanguinavano mentre il dolore aumentava fino a farlo piangere.”.

Nel piccolo paese di poche anime passa anche la Storia. Non c’è luogo, neppure un eremo, che possa sottrarsene. Così gli anni di mastro Andrea e di Vincenzo incontrano l’assassinio di Giacomo Matteotti. È il 10 giugno 1924, e ad un certo punto, è sera, la gente si raduna nella piazza di Vela e si sente sempre più alto il brontolio. Si ha però paura a commentare. Dalla Prima guerra mondiale siamo passati alla dittatura di Mussolini che, con le sue squadracce, percorre l’Italia a zittire i ribelli con violenze e omicidi. È il clima che entrerà nella formazione di Vincenzo che, a quel tempo, ha dodici anni. L’autore non trascura alcun particolare. Ci rende l’atmosfera di un Sud carico di riti e di usanze, di mormorii e di paure, ma mai isolato dalla Storia: “Però vedrai che il fascismo arriverà anche qui e sarà una cosa brutta, la cosa peggiore che ci possa capitare.”.

Anche la crescita sessuale di Vincenzo è resa nei suoi passaggi graduali: la prima scoperta su se stesso, il desiderio improvviso di avvicinare una femmina; infine, dopo le prime esperienze, quello di avere una donna tutta per sé. Sono passaggi descritti in poche pagine, ma bastanti a dare ad essi il senso del tempo e del lento formarsi della esperienza e della consapevolezza: “Ma ciò che cercava non era facile a trovarsi. A quei tempi le ragazze camminavano a testa china e quindi non poteva guardarle negli occhi. E se non si incrociano gli sguardi come fai a capire?”. Quando ha venti anni, incontra Marianna, di quattordici anni: “diventò la sua fidanzata e la sua sposa.”.

Calabretta è un raccontatore di storie, ne ha la vocazione. Deve averla ereditata dalla sua terra e dalla sua razza di uomo del Sud, vocato all’asprezza degli usi e alla dolcezza della memoria. Non avrebbe mai potuto limitarsi ad essere un semplice cantastorie. Il romanzo gli è congeniale, in cui riesce a conservarne il fondo ispiratore. Vi è un’origina antica nella sua scrittura, quieta e semplice, anche quando ci riserva delle sorprese, al modo proprio dei cantastorie. C’è una grande differenza tra la scrittura incontrata nel breve racconto “Hannah” e questo, dove si dispiega a suo agio, perspicace e generosa. Si veda il discorso della madre Annina, che lui ritrova nel capanno di proprietà, collocato sul monte. Si era ritirata a vivere lì, ed ora, incontrato il figlio, gli racconta la sua storia. Qui, la scrittura inventa se stessa, e si ravviva.

Il fascismo arriva anche a Vela; dapprima mostra gli artigli, requisendo i “mentecatti” e rinchiudendoli in manicomio o presso le suore; poi portando il lavoro: “ci fanno la strada nuova, ci fanno la scuola, ci fanno la fogna, ci portano la luce in paese!” e tutto ciò perché a Vela vive il marchese Filocerù, diventato il “primo consigliere del Re”.

Vincenzo, intanto, si è sposato con Marianna ed ha un figlio a cui ha dato il nome del padre, Nicola, secondo la tradizione. Questa è la descrizione di Marianna: “I capelli neri come il carbone lisci, lucidi e brillanti, raccolti in due trecce che le arrivavano al fondo schiena, incorniciavano un viso pieno su cui gli occhi, anch’essi neri, scintillavano come se nelle pupille avesse due diamanti. Tutta la bellezza di Marianna si racchiudeva lì. Capelli, viso e occhi. Per il resto aveva un corpo ben proporzionato ma minuto e all’apparenza fragile.”. Abbiamo conosciuto Mariantò e Annina; e ora entra in scena quest’altra donna, che avrà, insieme con loro, un grande ruolo nella vita del protagonista: “Lei, come se fosse un’anziana saggia e non una ragazza inesperta della vita”.

Il fascismo comincia ad agire a Vela; a farne le spese saranno gli antifascisti, come mastro Andrea, il quale si prepara a lasciare il paese, non appena terminati i lavori per la scuola. Confida la sua intenzione a Vincenzo in lunghe conversazioni che i due tengono nelle soste del lavoro, seduti sulla sedia e fumando il sigaro. Il Sigaro: qui con un significato anche metaforico: di svelamento, liberazione, come lo era stata la sedia che Vincenzo aveva portata a compimento nel suo primo lavoro da apprendista: il suo passe-partout per la vita.

Mastro Andrea ora se n’è andato e ha lasciato a lui la bottega (sapremo alla fine che si è fatto partigiano). In paese cominciano a circolare strani tipi. Vincenzo s’accorge d’essere sorvegliato. Vuole capirci di più. Facile: lo cercano per sapere dove si è nascosto mastro Andrea. Lui non lo sa, ma loro sono convinti del contrario e non mollano la presa. Così Vincenzo è costretto a scappare e a rifugiarsi in montagna. Comincia la lotta dell’antifascismo contro il regime che si sta istaurando in Italia, sinuosamente, come una serpe. Una infiltrazione che è arrivata a pervadere un paese piccolo come Vela, ma da cui non manca di ricevere una risposta di ribellione.

Le donne della famiglia hanno gran parte nello sbrogliare la difficile situazione, compresa la zia Vittoria. Insieme affronteranno anche le difficoltà causate dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, spartendosi i compiti per riuscire a sopravvivere. La donna come l’uomo: lo stesso impegno, la stessa utilità, lo stesso senso del dovere e del rispetto. Vincenzo ne è consapevole ed è a loro grato. Troveremo nel finale: “Per me maschi o femmine sono la stessa cosa.”.

Fascismo e guerra saranno i segni distintivi che hanno marcato gli uomini e le donne vissuti nella prima metà del secolo scorso. Ne hanno costituito la nervatura portante; li hanno differenziati dalla generazione successiva. Calabretta, nel raccontare la storia di Vincenzo, riesce a far notare al lettore questo aspetto fondamentale, quasi un dono e un monito a non dimenticare che quella generazione è davvero esistita. La scena di uno stupro perpetrato da un soldato canadese nei confronti di una donna di Vela, ricorda il romanzo di Albero Moravia, “La ciociara” (1957), e il bel film omonimo, del 1960, che ne trasse Vittorio De Sica, con la bravissima Sophia Loren, nella parte della madre Cesira, e Rosetta (Eleonora Brown), la figlia adolescente, violentate da soldati alleati marocchini, appartenenti all’esercito francese.

Sul fascismo e sulla guerra, Calabretta scrive senza odio; nel lasciare intendere le sue scelte, che furono anche quelle della sua vita, offre, proprio con la suadenza di un cantastorie, gli accadimenti, come si volsero nella realtà, evidenziandone centralità e marginature affinché il lettore capisca da sé: “mai più guerre. Mai più guerre.”.

Comincerà il tempo della ricostruzione e della democrazia, e mastro Andrea, ritornato dalla guerra con “quattro dita in meno della mano sinistra”, e Vincenzo ne saranno i protagonisti. Mastro Andrea diventerà sindaco di Vela e al referendum: “A differenza di quasi tutti i comuni della provincia, che al Referendum scelsero la monarchia, a Vela il 72% scelse la Repubblica.”.

Il libro non si chiude qui; seguiranno altri fatti e nuove scelte e una considerazione finale che può rappresentare una sintesi perfetta di questa storia: “La gioia passa presto e i dolori restano.”.

È un romanzo che appassiona e ci coinvolge. Scoprirete anche che è un romanzo d’amore e di fede.


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Bart