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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Oriano Landucci: “La ‘Gran Botta’”

25 luglio 2018

di Bartolomeo Di Monaco

“La ‘Gran Botta’  del 1430 sul fiume Serchio tra Lucchesi e Fiorentini”

In qualche modo Oriano Landucci mi somiglia. Come me, vive appartato nella sua casa di Sant’Angelo in Campo, alla periferia di Lucca e a due passi dal mio paese di Montuolo. Come me, è un ex bancario, che, però, a differenza di me, ancora frequenta l’ambiente ricoprendo cariche importanti presso la Banca del Monte di Lucca. Di lui, si sente parlare poco, salvo che nel suo paese, dove è un punto di riferimento per il volontariato e per tante iniziative che vi si prendono nel corso dell’anno. E poi, venuto in pensione, come me si è messo a scrivere. È uno scrittore ”nascosto” come ce ne sono in Italia e nel mondo, lontani dalle mode e dalla grancassa, i quali, quando scoperti da qualche lettore attento, sanno farsi apprezzare. È anche un frequentatore assiduo di archivi (una dimostrazione l’abbiamo subito leggendo la sua prefazione a “La ‘Gran Botta’”, ma ne avvertiremo continuamente il respiro), e dalle sue ricerche trae spesso materia d’ispirazione. I suoi interessi sono più ampi dei miei: arte, storia, letteratura, in modo speciale. Nel 2013, con Maria Pacini Fazzi pubblicò “Capolavori in viaggio”, che è un libro che tratta di arte e rivela alcune particolarità della chiesa e dell’altare maggiore di Sant’Angelo in Campo. Prima, nel 2009, con la stessa casa editrice vide alla luce un libro che ha come perno la storia della Lucca del ‘600: “Nero nero e rosso cremisi – Amori, intrighi e politica nella Lucca del ‘600”.

Nel 2016 vede la luce, edito dalla stessa casa editrice, un altro romanzo storico “La ‘Gran Botta’”, ambientato nel XV secolo.

Di esso ci occuperemo.

Quando si parla di romanzo storico in Italia, il riferimento più autorevole è quello al grande Alessandro Manzoni e al suo capolavoro “I promessi sposi”. Chi intraprende questo cammino, sa in partenza che ha a che fare con un gigante. Ci sono altri romanzieri storici. Mi viene in mente, tra i maggiori ricordati nella nostra letteratura, Massimo d’Azeglio e il suo “Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta” (1833). Ma ce ne sono di bravi anche tra i meno conosciuti, come Yambo, pseudonimo di Enrico Novelli, figlio del grande attore nato a Lucca, Ermete Novelli. Pubblicò nel 1930 per Mondadori “Il diavolo nella cupola”, in cui si parla della battaglia di Gavinana (3 agosto 1530), quella tra i Fiorentini e l’esercito imperiale di Carlo V, che rese celebre la figura eroica di Francesco Ferrucci, ucciso da Fabrizio Maramaldo (“Vile, tu uccidi un uomo morto!”).

Il romanzo di Landucci va indietro di un secolo, nel 1430, e ci narra di un’altra battaglia che si combatté sul fiume Serchio tra Lucchesi e Fiorentini, conosciuta anche come la “Gran Botta” (botta significa battaglia).

Percorriamola insieme, già avvertiti nella breve ma ricca prefazione che “Seguendo le vicende dei nostri protagonisti (…) inevitabilmente si riesce ad entrare in quello speciale meraviglioso mondo lucchese, e non solo, del primo trentennio del XV secolo. Così riconosciamo gli eventi essenziali, leggibili anche sui libri di scuola, e nel contempo scopriamo quelle particolarità, quegli usi della società cittadina e del contado, quel ruolo condizionante della chiesa e di certi ordini religiosi, che solo un’attenta ricostruzione storica e sociale permette di farci rivivere.”.

L’espediente usato per introdurci nella storia è suggestivo e, come vedremo, complementare. Siamo nel dicembre del 1741 e nonno Sante, tutti raccolti davanti al fuoco del caminetto, sta raccontando una novella ai suoi piccoli nipoti, i quali ad un certo punto si addormentano e sono condotti a letto. Resta il più grande, a cui è stato dato lo stesso nome del nonno, Sante, il quale gli chiede di raccontargli una storia vera, quella di Andrea di Landuccio, vissuto nel XV secolo, “abitante di Sant’Angioro” (Sant’Angelo), un loro antenato (il nonno possiede un cavallo che ha lo stesso nome di quello di Andrea: Chiomadoro). Questi tre, infatti (Andrea e i due Sante), saranno i personaggi portanti del romanzo, e tutti e tre, tra quanti altri incontreremo, sono la maggiore espressione della fantasia dell’autore, poiché, grazie ad essi, si darà l’avvio ad uno speciale intreccio con i numerosi fatti storici realmente accaduti, illuminandoli di movimenti, di pensieri, di sguardi, di emozioni, di sentimenti che li affrancheranno dalla polvere del passato, riportandoli in vita. Non è difficile immaginare che nel personaggio del nonno si nasconda lo stesso autore, il quale nelle ultime pagine, facendo al nipote il resoconto delle ricerche della propria genealogia, dirà: “Dieci generazioni mi separano da quella di Andrea di Landuccio”; e nel terminare il racconto della storia di Andrea, assegnerà al protagonista il compito di celebrare la bellezza del suo paese, Sant’Angelo: “La bellezza di S. Angioro non è tanto da vedere, quanto da vivere, ascoltare, odorare, respirare. Ogni stagione qui riesce ad esprimere tutto il bello di sé.”.

Siamo in prossimità di una delle alluvioni dell’Ozzeri, un antico ramo del fiume Serchio, che scorre toccando anche alcuni paesi limitrofi di Sant’Angelo: Fagnano, Meati e Montuolo. È l’epoca della Signoria di Paolo Guinigi, che a Lucca dominò dal 1400 al 1430. Due ragazzi seduti sull’argine, Andrea di Landuccio e Gio.Domenico di Puccinello, detto Pulce per la piccola statura,  se ne accorgono, vedendo che il livello delle acque sta lentamente alzandosi a causa delle piogge che stanno colpendo una zona non lontana: “Vedi lassù, verso le montagne, a settentrione? Son tre giorni che c’è nero e che di certo ci piove a dirotto, riempiendo tutti i corsi d’acqua della valle.”. In una precedente alluvione l’Ozzeri s’era portato via la sorellina di Andrea, il quale non aveva mai dimenticato quella tragedia.

Corrono subito a dare l’allarme e i paesi vanno in subbuglio e mettono al riparo i propri beni: “Intanto la corte era in subbuglio. I polli, le galline, le anatre e i conigli vennero portati in casa al primo piano. Chi ce l’aveva adoperò anche la soffitta. Il problema più grosso di mettere al sicuro maiali e mucche venne risolto portandoli nei fienili posti ai primi piani delle capanne. Utilizzando allo scopo rampe improvvisate. Un asino scivolò sulla rampa ferendosi alla zampa destra anteriore. Ce la fece comunque a salvarsi e a raggiungere la meta.”.

Queste prime citazioni danno l’idea dell’ambientazione e della scrittura dell’autore, dotata di un ritmo narrativo che non si fa sorprendere dagli avvenimenti, ma tutti li controlla grazie al gusto del raccontare, che è la dote degli autentici narratori. L’ambientazione rustica, che riesce a far rivivere la vita di un tempo nella campagna lucchese (“Le tavolette esterne venivano messe alle finestre alte di settentrione e fungevano da mensole dove porci sopra i cibi avanzati per meglio conservarli per il giorno dopo.”), offre alla stessa scrittura uno scenario di arricchimento assai ammaliatore. Assisteremo ad uno sposalizio: “il prete si rivolse verso i presenti «Venga allora colui che deve consegnare la ragazza. La tenga per la mano destra e la dia all’uomo come moglie legittima; se è ragazza con mano coperta, se è vedova con mano scoperta.»”. La cerimonia si svolge in modo assai diverso da quello dei nostri giorni, e per questo è come se la vedessimo materializzarsi davanti ai nostri occhi con tutto il suo nobile luccicore datogli dai secoli trascorsi.

Ci si accorge, così, di leggere volentieri e di voler seguire passo dopo passo questa vicenda che, raccolta e recuperata dietro uno dei tanti sipari della Storia, torna ad illuminarsi su una ribalta che le restituisce sapori, anima e vita. Viene perfino ricordato il parroco di Sant’Angelo in quel XV secolo, don Nicolao Luporini, rettore della chiesa dal “febbraio del 1405 (…) nominato dall’Abazia dei benedettini camaldolesi di Quiesa in Massarosa.”.

L’alluvione (siamo nel novembre del 1413) si scatena: “L’acqua mista a fango arrivò violenta trascinando con sé tutto quello che aveva trovato durante il percorso.”. L’allarme dato da Andrea e da Pulce riuscì, tuttavia, ad evitare il peggio: Mindo di Doro, “un quarantenne potente e austero”, dice a Landuccio, il padre di Andrea (la madre, Bona, malata, ha rari momenti, e commoventi, di lucidità): “Ringrazia il tu’ figliolo, perché oggi ci ha fatto un bel dono. Senza il suo allarme ora saremmo nella miseria e qualcuno anche nel lutto.”. Ogni tanto, nei dialoghi, si fa uso del vernacolo lucchese.

La narrazione prende l’andamento di una cronaca che si allunga agli anni seguenti, riesumando le abitudini soprattutto del contado e annotando i fatti politici e religiosi (la religione aveva grande influenza in quei tempi) che li caratterizzarono. Sante, nel continuare il suo racconto davanti al fuoco a suo nipote, ricorderà tanta storia di Lucca. Il nonno e i suoi incisi o pause  (una specie di intervallo del racconto costruito attraverso il dialogo con il nipote) sono utilizzati quali occasioni di approfondimento su specifici temi storici.

Seguono anni in cui si poté godere di una certa tranquillità. Non si erano più avute esondazione dell’Ozzeri né del Serchio: “Durante la Signoria di Paolo Guinigi (…) il contado lucchese non aveva subito quei soprusi conosciuti durante la tirannia pisana retta dal doge Giovanni dell’Agnello.”; “In più dal 1406 Pisa non rappresentava più una minaccia visto che non esisteva più come Stato autonomo, perché vinto e incorporato da Firenze.”.

Ma ecco che nel 1417, a quattro anni di distanza, l’alluvione ritorna. Si era all’ultima decade di maggio (“L’alluvione primaverile era sempre più disastrosa di quella autunnale.”). La notte aveva piovuto a dirotto e presto era suonata “la campanella di bronzo delle convocazioni”, grazie ad un marchingegno inventato da Andrea. Di nuovo il paese e gli altri confinanti sono in subbuglio, si adoperano per mettere al sicuro i propri beni e si ripetono le scende che abbiamo già conosciuto in occasione dell’alluvione del 1413: “gli uomini si erano arrotolate le brache sopra le ginocchia per essere più liberi di muoversi nell’acqua che ormai cresceva con velocità progressiva.”.

Non v’è dubbio che nel seguire il racconto noi ci immaginiamo l’autore chino sui documenti di archivio alla scoperta dei fatti che hanno riguardato il suo territorio; lo vediamo prendere appunti, illuminarsi di una ricca gamma di emozioni, dalla sorpresa, alla gioia, al compiacimento. Poi, a mano a mano che le ricerche proseguono accendersi l’idea di raccontarci queste scoperte, questi brani di storia vissuta, attraverso un romanzo.

La qualità di questo libro, infatti, sta nella natura della sua ispirazione, che impone alla fantasia una stretta aderenza ai fatti realmente accaduti, consentendo ad essa solo piccoli spiragli che permettano al narratore di appropriarsi di un proprio codice, e dunque di una propria voce. Il contenuto diventa, così, una solida amalgama, un compatto spessore, e fa del Landucci un cantore straordinario del passato, riuscendo egli a adornare di poesia il richiamo della memoria, che in lui si trasforma in memoria universale. Dalla lettura di questo romanzo, apprenderemo tante notizie (una miniera di notizie) finora conosciute (e forse non tutte) soltanto nel ristretto cerchio degli specialisti.

Dell’alluvione del 1417 sappiamo che recò ingenti danni e un certo numero di morti: “L’acqua dell’Ozzeri insieme al fango aveva lasciato lutti e miserie in grande quantità e non solo a Nave, ma anche a Fagnano, Montuolo e nello stesso paese di S. Angioro, al di fuori della corte dove abitava Andrea.”.

Questa volta i paesani di S. Angelo non avevano fatto in tempo ad avvertire gli altri paesi limitrofi, che ebbero i maggiori danni. Però, la voce che un ragazzo di sedici anni aveva inventato un marchingegno in grado di dare l’allarme all’approssimarsi di un’alluvione, fece il giro dei dintorni ed arrivò perfino in città, e tutti parlavano di Andrea, e “nacquero spontanee canzoni in rima, che raccontavano di un ragazzo che parlava coi fiumi e domava la loro irruenza.”.

Dunque, nuova alluvione dell’Ozzeri nel 1417, ma non è finita. L’anno dopo ecco arrivare una masnada di soldati di ventura che incendiano le case e ne uccidono gli abitanti. È il tempo del terrore. Non sono risparmiati vecchi e bambini. Le donne più giovani sono stuprate: “Le loro leggere tuniche bianche, sporche e sgualcite, erano state tagliate all’altezza della vita, in maniera che le parti più intime di quelle poverette  rimanessero del tutto vergognosamente scoperte.”. Alcune si suicideranno “trovando la soluzione definitiva nelle acque fonde del Serchio.”. Una, raccolta in braccio la figlia, si getterà nel pozzo.

Mindo corre a combatterli; lotta come un leone e ne uccide molti, ma poi ha la peggio e muore sotto gli occhi di Andrea e Pulce. Anche la moglie di Mindo, Nuova (“bellissima” donna), che è chinata ad abbracciare il marito morto, è uccisa dal capitano di quelle “bestie vestite da uomini”, Paolo Gottardo (il destino gli riserverà una brutta fine): “L’uomo con passo pesante si avvicinò alla donna, sfoderò la spada e, tenendola con due mani per il manico e con la punta rivolta verso il basso, l’alzò e con tutta la forza di colpo la calò sulla schiena della donna, trapassandole il corpo e raggiungendo quello sottostante del marito.”. Il capo di quell’orda di mercenari era Andrea Fortebraccio, conosciuto come Braccio da Montone, il quale teneva il grosso della compagnia a Monte S. Quirico.

Andrea è assalito dal desiderio della vendetta (scoprirà che hanno ucciso anche i suoi genitori, e così sarà per Pulce). Quell’orrendo spettacolo i due non lo dimenticheranno più: “rimaneva nell’aria l’odore acre del sangue e della morte.”; “Ad uno ad uno presero i corpi, sia quelli che già si trovavano fuori, sia quelli che erano rimasti nelle loro case. Ispezionarono ogni angolo della corte, le abitazioni, le cantine, le soffitte, dentro e sotto i forni, perché nessuno rimanesse senza una dignitosa sepoltura.”.

L’autore ci sta consegnando un tempo in cui si poteva anche essere felici, poiché bastava poco a soddisfare i bisogni dell’uomo, e l’armonia della famiglia e tra gli uomini costituiva il pilastro della comunità, che attraverso la vita delle corti riusciva a superare le asperità dell’esistenza e sarebbe riuscita a tramandare alle generazioni future un modello rassicurante, se in mezzo, a frapporsi, non ci fossero state due calamità, che ancora ai tempi moderni ci perseguitano: quella improvvisa e irruenta della natura e quella del male annidato negli uomini.

Umberto Eco e il suo noto romanzo: “Il nome della rosa” (1980), potrebbe essere stato, anche inconsciamente, un punto di riferimento dei tempi nostri, ma si deve dire che Landucci sa muoversi con una tale autonomia, grazie alla raffinata conoscenza del materiale storico, da poter essere esentato da un tale paragone, che comunque non lo vedrebbe preliminarmente battuto. Infatti, a differenza di Eco (che peraltro usò l’espediente classico di aver tratto la storia da un manoscritto ritrovato, al modo di Alessandro Manzoni per “I Promessi sposi”), il quale volle dare al suo romanzo un’impronta giallistica che ne decretò il successo commerciale, nonostante alcune pesantezze, Landucci ha risolto il problema creando un apposito spazio, che è quello degli intervalli (pause) di nonno Sante, per alcuni approfondimenti che, inseriti nel filone principale, avrebbero potuto appesantirlo. Così, quegli intervalli sono divenuti strumenti narrativi preziosi, costituendo in realtà, nella struttura dell’opera, delle metaforiche idrovore capaci di garantirne leggerezza e scorrevolezza.

Veri e propri reperti archeologi, strumenti di lavoro ossia scomparsi, appaiono ogni tanto e prendono vita con descrizioni minuziose; per esempio questo carretto: “Era un carretto strano che assomigliava alla prua di una nave. Era di quelli da trainarsi a mano, in una o due persone, tramite il suo timone. Il timone era in realtà un palo lungo quanto il carretto. Schiappato nella sua parte posteriore, il palo-timone si allargava sempre di più man mano che avanzava verso il retro del carretto, andando a sorreggere l’asse di traverso che teneva le due ruote. Quel palo aperto a metà in realtà fungeva sia da timone che da struttura portante; sopra di esso era fissato il pianale a forma triangolare col vertice puntato sul davanti a guardare il timone. Le sponde erano alte e di legno pieno, come di legno pieno erano le due grosse ruote fasciate e protette da una sottile lamina di ferro.”. Vedremo anche la città di Lucca pullulare in piazza San Michele di contadini e mercanti andati lì per commercio. Vedremo le botteghe degli artigiani di ogni mestiere, molti dei quali estinti. L’occasione è data da un viaggio a piedi che Andrea fa per andare a trovare la nonna Anna, madre della sua, onde conoscere se sia rimasta viva dalle violenze dei mercenari. Spostarsi a piedi, anche per lunghi tragitti, era un’abitudine che non sgomentava, soprattutto per gli uomini del contado. Il corpo era abituato alla fatica dei campi.

“Dalla porta principale di una chiesa uscì una processione che cantava le litanie dei santi. Nel mezzo alla piccola processione c’era il prete circondato da un nutrito gruppo di chierichetti e uomini incappati. Uno di questi camminava al centro, rispetto alla doppia fila su cui la processione era disposta, e teneva alta davanti a sé una pertica sulla cui sommità era legato, in bella mostra, un grosso fascio di spighe di grano.”. Ecco descritta una rogazione, un’usanza della campagna tramandatasi fino al secolo scorso, con la quale si invocava il buon raccolto. In questo caso, era una “rogazione straordinaria”, viste le ruberie subite dalle truppe di Braccio da Montone.

Il 14 agosto del 1421 in Fregionaia si tenne una solenne processione a cui parteciparono il vescovo Nicolao Guinigi e il Signore di Lucca Paolo Guinigi. Grazie alle sue accurate ricerche di archivio, l’autore ce ne restituirà le immagini: “La funzione cominciò nel pomeriggio in chiesa quando il sole era ancora alto all’orizzonte. A suon di canti, preghiere, litanie e prediche era intanto scesa la notte, anche se in chiesa si vedeva come di giorno, tanti erano i ceri accesi.”.

Leggeremo di vecchie ricette come quella dell’olio di S. Giovanni, per guarire dalle scottature: “Le preparava facendo macerare una certa dose di erba di S. Giovanni, colta nel bosco, in olio d’oliva e vino bianco che, dopo due settimane, filtrava con cura. Nell’unguento Palmira aveva aggiunto, ed era questo un suo segreto, qualche goccia di acqua bollita insieme a tre quadrifogli.”. Palmira è la zia di Andrea.

Conosceremo anche Ser Teodoro Neri, un ricco mercante di seta, merce preziosa per la città di Lucca, che la esportava in tutta Europa: “La seta lucchese raggiunse il Bramante, le Fiandre, la Borgogna ed i Paesi Baltici.”. Vive in una casa elegante: “L’abitazione di Ser Teodoro Neri assomigliava più ad una reggia che ad una nobil casa.”. L’uomo, dopo avergli descritto con minuziosa cura la sua attività commerciale e bancaria, gli offre un lavoro di amministratore, saputo della sua vivace intelligenza: “Tu sei svelto di mente, sei un ragazzo serio e laborioso, sai leggere e scrivere e sui conti sei un maghetto. Sei giovane e ti presenti bene.”. Al colloquio assiste anche la sua bella e giovane moglie Alina, sposata in seconde nozze (ci sono quarantacinque anni di differenza). Il nostro protagonista prende tempo; non può abbandonare la zia Palmira e la piccola Caterina, pure lei rimasta orfana dei genitori Mindo e Nuova, periti nel violento saccheggio. Pulce li aveva già lasciati, invece, ubbidendo alla sua sempre più avvertita vocazione e si era rifugiato presso i Canonici Regolari Lateranensi di S. Maria di Fregionaia, dove già si era ritirato da qualche anno il fratello fra’ Gregorio; poi, ricevuti gli ordini (si chiamerà fra’ Gio.Domenico), sarà trasferito in un altro convento nel nord Italia.

Ci stiamo soffermando su alcuni dettagli, e continueremo a farlo, poiché una caratteristica che emerge da questa bella storia è quella di una puntuale rappresentazione non solo della Lucca del XV secolo, con annotazioni poco conosciute e messe gradevolmente a disposizione del lettore comune, ma anche dell’Italia di quegli anni, attraverso consuetudini nel contado e tra i signori che molto si somigliano da una località all’altra, anche se molto distanti. Così, si può dire che la storia di Andrea sia un pretesto narrativo per raccontarci la società italiana del XV secolo, con i suoi vizi e le sue virtù. Un impegno che l’autore si è preso e che sta assolvendo in maniera egregia. Una piacevole scoperta.

Andrea accetta l’incarico affidatogli da Ser Neri, il quale vi ha insistito poiché il suo attuale collaboratore Isacco, di circa quarant’anni, sta diventando cieco, ed egli, che potrebbe ritirarsi dagli affari e godersi gli ultimi anni della vita, non vuole, poiché pensa alle tante famiglie che vivono grazie alle sue aziende ed anche perché sa bene che “Ogni anno a Firenze festeggiano il mio compleanno contenti che la mia morte si stia avvicinando. Sono come avvoltoi sull’albero che aspettano che il mio corpo perda vita e diventi carcassa per saltarmi addosso, arraffarsi nelle mie viscere e portarsi via quello che in me fa loro più gola: il cuore dei miei affari.”. Fanno capolino le rivalità fra gli staterelli che contraddistinguevano quel lontano secolo, e in Toscana celebri erano quelle tra Lucca e Pisa e tra Lucca e Firenze, oltre che tra Firenze e Siena.

L’amore per Lucca che Andrea percepisce nelle parole del vecchio mercante è anche suo. Sarà esso a determinare la sua decisione affermativa. Ma pure il pensiero di poter stare vicino alla moglie di lui: la bella Alina. Si avvierà una storia d’amore tra i due, nonostante la disparità di anni (Alina ne ha otto più di Andrea)? Landucci è abile nel proporci questa relazione, che, in un lettore, ha sempre una sua forza di attrazione. Ci dice perfino che Andrea fa di tutto per non cadere in tentazione e non tradire il suo nuovo padrone. Ci riuscirà? Lo vedremo presto.

Il lavoro di Andrea ci dà modo di conoscere come si teneva la contabilità del tempo, descritta in modo dettagliato e sorprendente. Si tenevano tre registri: il memoriale, il giornale e il quaderno. Sull’utilità di ciascuno di essi, sapremo tutto. Andrea impara da Isacco, che gli sta consegnando i frutti preziosi della sua esperienza, e arriva a questa conclusione: “La penna affatica più della frullana”. I traffici commerciali di Lucca con l’Italia e con l’estero, soprattutto a riguardo della seta, evidenziano la capacità dei suoi mercanti nell’intrecciare relazioni di reddito, che, ben condotte, arricchivano la città e ne rendevano stimato e prestigioso il suo nome.

Alina una sera, assente il marito recatosi a Venezia per affari, si presenta in camera di Andrea e fanno all’amore. In realtà, Alina è la prima volta che tradisce il marito e lo ha fatto poiché invaghitasi di lui. Aveva sempre resistito ai corteggiamenti degli uomini, ma il sentimento che avverte per il giovane è di natura diversa e non è riuscita a dominarlo.

Ci si domanda: Il vecchio Ser Neri lo scoprirà?

Si fa, così, trasparente il ricamo narrativo, il quale fornisce al robusto filone storico il necessario sentimento che lo trasformi in romanzo. L’amore tra Renzo e Lucia alimenta il quadro storico del capolavoro manzoniano; la relazione adulterina tra Andrea e Alina dà colore a quello tratteggiato dal Landucci. Tanto Alina che il suo sposo tradito diventeranno figure emblematiche della forza e della inesorabilità delle ragioni della natura. Non ne trarremo un senso di disagio, di irritazione o di compiacimento, ma al contrario il convincimento di una natura pronta ad assecondare chi ne avverta i suoi prodigi: “Non aveva mai immaginato di incontrare un uomo e di innamorarsene così immediatamente, senza neppure avere il tempo di organizzare una pur minima difesa dei propri sentimenti. (…) Per la prima volta nella sua vita aveva sentito vivo nel suo corpo il desiderio di un uomo. (…) Né il dovere di moglie né il sincero affetto per il marito riuscirono a non indurla al tradimento.”. Alina quando si dà a Andrea è ancora vergine. Il marito si era sentito in dovere di rispettare la sua giovinezza, e la natura aveva consegnato ad una giovane donna, che se l’era negato, l’amore. Alina non dirà mai ad Andrea che quella loro prima notte d’amore era stata anche la notte della perdita della sua verginità (dirà che si tratta del ciclo mestruale), e lascerà che il giovane la consideri una donna corrotta e lussuriosa. Landucci si dimostra un narratore capace di intrecciare alle fredde certezze dei fatti storici gli inesplicabili movimenti dell’anima, rivelatori di una incolpevole fragilità umana che ci accompagna da sempre. Alina soffre, sa che cosa pensa di lei Andrea, vorrebbe che rispondesse con sincerità alla sua domanda: Mi ami?, ma come può risponderle con sincerità se è convinto che sia una donna viziosa a cui piace andare a letto con altri uomini?

Presto la relazione con Alina perde forza per volontà di Andrea. Il senso di colpa nei confronti di Ser Teodoro Neri, e il consiglio di Pulce che con poche parole lo esorta a ritornare ad essere se stesso, lo avvicinano ad un ragazzone alto e forte Bibi, soprannome di Francesco, il figlio del battiloro Gosto di Mero, di cui si serve Ser Teodoro. Bibi frequenta la Compagnia di Cittadella (ufficializzata dal figlio di Paolo Guinigi, Ladislao, ”la sera del 12 settembre 1424, la vigilia della processione di S. Croce”), dove si ritrovano molti giovani che si addestrano alle armi.

Ci prepariamo alla guerra indicata nel titolo, e l’autore vi ci conduce a poco a poco, dopo aver costellato il percorso di immagini, figure e personaggi (anche quelli inventati sono molto verosimili) che ci hanno rappresentato il contesto di quel vivere, tra commerci, angustie, saccheggi, guerre, lutti e paure, nella società lucchese del XV secolo: “In pochi mesi Andrea aveva migliorato la sua destrezza con spada e pugnali ed aveva cominciato a prendere confidenza con l’uso dell’arco, della lancia e della balestra. Dardo gli diceva che era molto portato anche all’uso dell’archibugio”. Il sentore di una guerra vicina, in particolare con Firenze che desiderava da tempo di conquistare Lucca per garantirsi uno sbocco sul mare, si fa sempre più pressante. Ser Teodoro, raccontando le qualità del Signore di Lucca, Paolo Guinigi, di cui è amico, dice ad Andrea: “Lucca può assoldare dei mercenari, ma fondamentale è che la struttura portante della sua difesa sia in mano a cittadini lucchesi. La nostra libertà viene prima di tutto”.

Ma la Compagnia creerà dei grattacapi a Lucca, poiché, essendo in guerra tra loro Fiorentini e Milanesi, entrambi chiedono a Paolo Guinigi di inviare loro in aiuto la Compagnia, minacciando la rottura dei patti di protezione stipulati. Che fare? Paolo è su tutte le furie, non gli era mai piaciuta l’idea di formare una Compagnia di soldati; nessuno gliel’avrebbe richiesta se non ci fosse stata. Più semplice era dare un aiuto in denaro, poiché “il denaro non appare, è sconfessabile e avremmo addirittura potuto darlo un po’ sia a l’una che all’altra parte.”.

Paolo Guinigi esprime in questo modo una delle caratteristiche della Lucchesità, che è stata per secoli identificata con la capacità del piccolo Stato di Lucca di conservare la propria libertà, pagandola in denaro.

Quando si muove la Compagnia di Cittadella (partita da Lucca il 4 luglio 1426) è “composta da cinquecento cavalieri e altrettanti cavalli e da duecento fanti, oltre che da un gran numero di carri al seguito che portavano vettovaglie, arnesi di supporto, armi di riserva e personale non combattente. Legati dietro ai carri si trovavano un altro centinaio di cavalli pronti a dare il cambio a quelli montati.”.

Paolo ha scelto di schierarsi con il Duca di Milano, Filippo Maria Visconti. A capo della Compagnia è Ladislao, il figlio nato dalla seconda moglie, Ilaria del Carretto.

Quando giungono a Brescia, l’11 luglio del 1426, gli eserciti sono già schierati: “Lì vi erano disposte tutte le forze militari Viscontee e quelle degli Stati confederati, rappresentati dalle Repubbliche di Venezia e di Firenze, dal marchese di Ferrara, dal Signore di Mantova, dalla Repubblica di Siena e dal re d’Aragona. Non si vedevano altro che soldati, soldati a piedi o a cavallo, dentro città e fuori dalle sue mura.”. Sono guidati dai più famosi capitani di ventura, tra cui il Carmagnola dalla parte dei confederati, e dalla parte dei viscontei Francesco Sforza e Niccolò Piccinino (Ladislao sarà assegnato sotto il comando di quest’ultimo).

La guerra fa la sua terribile comparsa nel romanzo, e ci troviamo davanti a descrizioni di battaglie eseguite con una scrittura di sorprendente precisione visiva. Si veda, come esempio, lo scontro sulle rive del fiume Sesia. Leggete questa “rotta di Macalò”: “Quando la cavalleria si trovò a un quarto di miglio dallo schieramento nemico successe il disastro o meglio scattò l’annunciata trappola: la superficie di quell’immensa palude, indurita come una cotenna dall’eccezionale siccità di quella stagione, non resse al peso di tutta quella masnada e così ben più di 10.000 cavalli affondarono nel pantano dove restarono immobilizzati e dove nemmeno i rispettivi cavalieri, ingombrati anche dalla pesante armatura, riuscivano a districarsi.”. Viene in mente la battaglia del lago ghiacciato in cui periscono i cavalieri Teutoni in uno dei capolavori del regista russo Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, “Aleksandr Nevskij”, del 1938.

Sono pagine che rendono testimonianza dello studioso e del ricercatore che si celano dietro una vocazione narrativa che sa imprimere al racconto leggerezza e suggestione. Landucci ha saputo dare della Storia una lettura che emoziona e ad un tempo arricchisce di memoria e di sapere. Ci fa rivivere un tempo, prendendo le mosse da Lucca, in cui l’Italia era infestata da guerre tra Staterelli e chi ne faceva le maggiori spese era il popolo, travagliato dalle tasse e dai saccheggi. Certamente le atmosfere che respiriamo nel capolavoro manzoniano, ambientato nel XVII secolo, le ritroviamo in questa narrazione che sposta gli accadimenti due secoli indietro e che dimostra quanto poco mutarono le condizioni d’Italia in quel frattempo.

Qualche il volta il popolo si ribellava, come avvenne il 1 agosto del 1428 a Bologna, che era passata sotto il dominio papale. Ladislao Guinigi con la sua Compagnia di Cittadella ed altri capitani di ventura si schierano subito al soldo del papato (che era un pagatore sicuro) e riescono nel tempo di alcuni mesi a far rientrare la rivolta, che non aveva avuto seguito in altre città, stremate dalle continue guerre e dai saccheggi. Chiamato dal padre, Ladislao fa ritorno a Lucca: “La colonna fatta di cavalieri e fanti, di carri e animali da tiro, di uomini e donne al seguito, strisciava lenta come un serpente sulla sinuosa via che da Modena sale su fino al passo appenninico, per poi scendere giù verso Lucca.”.

Siamo arrivati al febbraio del 1429. Firenze è fiaccata da cinque anni di guerra, le casse sono vuote e dunque ricorre a nuove tasse. Volterra non ci sta e si ribella. Allora Firenze assolda Niccolò Fortebraccio (è figlio di Stella, la sorella di Andrea Fortebraccio) e lo manda a reprimere la rivolta. Ripristinato il domino sulla città, la soldataglia si sparge nei dintorni per arricchire il bottino con nuovi saccheggi e nuove violenze. Arriva nelle vicinanze di Lucca e tutti temono il ripetersi delle drammatiche giornate di undici anni prima: “La paura di un attacco nemico si era sparsa veloce in quel contado che aveva ancora fresca la memoria del terrore vissuto undici anni prima per colpa di quegli eserciti mercenari”. Andrea teme per la vita della zia Palmira e di Caterina e vuole che si rifugino in città, ma senza risultato. Andrea trepida soprattutto per Caterina, che cresciuta e diventata una bella ragazza, gli smuove il sentimento, anche se Andrea non sa dare a ciò che prova ogni volta che la incontra un nome. Il lettore sa bene che si tratta dell’amore. Del resto, Andrea ora ha con Alina solo rapporti di amicizia. Caterina, come quando era bambina, quando lo vede fa salti di gioia.

La complessa materia del romanzo è ben padroneggiata dall’autore, il quale, sulle severe tracce lasciate dalla Storia, non manca di disegnare le dolcezze di una fantasia che troverà nell’amore la sua espressione più esaltante.

Niccolò Fortebraccio è entrato nel territorio lucchese: è il 22 novembre del 1429. Porta con sé “seicento uomini tra cavalieri e fanti”. Arriva da Fucecchio e la sua masnada ha già cominciato l’opera di devastazione: “Si parlava già di grandissime prede e devastazioni fatte nelle piane sottostanti del capannorese.”.

Si dice che Firenze non c’entri in quel che sta accadendo e che Fortebraccio non lavori più per lei, ma agisca autonomamente. Ma chi ci crede?: “Era la solita dichiarazione ufficiale, la solita balla! Nessuno a Lucca ci credeva.”. Ci penserà Ser Teodoro Neri, dando appuntamento a Serravalle ad un suo potente amico fiorentino, Ser Bernardino Castelli, a conoscere la verità da quest’ultimo, e cioè che dietro Fortebraccio c’è la volontà di Firenze e del suo Signore Cosimo de’ Medici di conquistare Lucca: “La fazione degli Albizzi e de’ Medici hanno l’appoggio del popolo che ha perso la testa ed è convinto di prender Lucca in tre giorni”. È il vecchio Bernardino a parlare, contrario alla guerra, il quale aggiunge: “Amo Firenze, amo il mio popolo, ma oggi non lo riconosco più. Quello che ti sto rivelando può sembrare un tradimento verso la mia città, ma farei ben altro se potessi ricondurla alla ragione e risparmiarle la vergogna storica di questa guerra.”.

“La sera successiva, era il 14 dicembre 1429, giunse in città la notizia della dichiarazione di guerra da parte della Repubblica di Firenze contro Lucca.”. Ogni dubbio viene spazzato via, dunque. Ci si doveva preparare al più presto alla difesa. Tutta la città è in subbuglio, ogni genere di scorte è adunata entro le mura per poter affrontare un lungo assedio. Il popolo si fa coraggio e dalla disperazione cominciò a credere di potercela fare contro la potente nemica. Solo il contado rimane senza protezione, non essendo sufficiente il numero dei soldati a disposizione per difenderlo; perciò dalle campagne comincia un fuggi fuggi in direzione delle montagne, in cerca di riparo “in grotte o in modesti capannelli costruiti nel mezzo ai boschi e ricoperti di frasche in maniera di mimetizzarsi con l’ambiente.”. Andrea è preoccupato per la zia Palmira e per Caterina, che vivono ancora in Fregionaia e corre a prenderle in groppa al suo cavallo bianco Chiomadoro.

L’atmosfera frenetica di quei giorni è resa in maniera pulsante e la scrittura la modella con le qualità di un quadro d’autore (si veda la descrizione della situazione all’interno della città, affollata all’inverosimile di uomini e di animali). Veniamo a sapere che “A metà gennaio del 1430 le truppe di Astorre Gianni lasciarono il litorale e si avvicinarono a Lucca stanziandosi in Montuolo per circa un mese.”. Astorre Gianni era uno dei due commissari (sotto l’unico comando di Niccolò Fortebraccio) a capo dell’esercito fiorentino, il quale venne presto richiamato a Firenze e rimosso (lo stesso accadde all’altro violento commissario, Rinaldo degli Albizzi), dopo le segnalazioni della città di Seravezza circa i soprusi e i delitti commessi dai suoi soldati.

L’autore ci ricorda l’arrivo di Filippo Brunelleschi, il grande architetto fiorentino, costruttore della cupola di Santa Maria del Fiore (sarà terminata il 1 agosto 1436). Tanti Lucchesi hanno udito di questa partecipazione dell’artista alla guerra di quell’anno e del suo tentativo di allagare Lucca, grazie alle acque del Serchio. Landucci ci dipinge i dettagli e ci rivela anche che Brunelleschi era basso e sembrava un carciofo. Ser Teodoro dirà: “Fisicamente è brutto come il peccato, con le sue orecchie a sventola, il suo naso lungo, le sue labbra sottili e gli occhi esageratamente esterni rispetto alle proprie orbite che sembra fatichino a contenerli.”. Sta studiando il Serchio nella zona di Monte San Quirico ed è pensoso. Medita, forse, qualche diavoleria. Andrea e Bibi vanno in perlustrazione e lo vedono assorto davanti al fiume. Non può trovarsi lì per caso. Subito riferiscono a Ladislao che li incarica di spiare le sue mosse. Ed  è proprio la deviazione delle acque del Serchio in direzione di Porta de’ Borghi che il Brunelleschi sta tramando, e fa arrivare per questo numerosi carri carichi di pietre provenienti “dalle cave di Matraia, S. Maria del Giudice, Balbano e Filettole.”, al fine di tracciare il nuovo alveo verso Porta de’ Borghi: “La gran corrente avrebbe spalancato la porta o demolito le mura e allagato l’intera città, stanando i lucchesi dalle loro tane come fossero topi in trappola.”.

“I giorni e le settimane passavano, finché si arrivò alla fine di maggio del medesimo 1430.”.

Siamo ormai prossimi alla gran botta. Nel frattempo, assistiamo alla risposta dei Lucchesi al progetto del Brunelleschi. Questa straordinaria risposta la si deve alla genialità di Andrea, che, difesa con intelaiature di legno Porta de’ Borghi, fa deviare il Serchio molto prima di M. San Quirico, e precisamente all’altezza di Ponte a Moriano, approfittando del corso che il fiume aveva prima della famosa e leggendaria deviazione voluta da San Frediano. La violenza delle acque si rovescerà sugli accampamenti dell’esercito fiorentino insediati nel territorio capannorese, causando gravi perdite.

A causa di un tradimento, ritroviamo Andrea chiuso in una squallida cella delle “carceri del Sasso, che si trovavano in Lucca nelle celle interrate dell’antico anfiteatro romano.”. Non sa più niente di ciò che sta accadendo all’esterno. Quando sarà liberato, nel novembre del 1430, apprenderà che i Guinigi, compresi Paolo e il figlio Ladislao, e i loro più stretti collaboratori, sono stati arrestati a seguito di una congiura in cui, insieme con le famiglie lucchesi Buonvisi (Lorenzo) e Cenami (Pietro), hanno parte i fiorentini. La Signoria è caduta ed è ritornata la Repubblica.

Lucca, con la destituzione dei Guinigi, invisi a Firenze, ha creduto, così, di aver fatto la pace con i fiorentini, ma si sbaglia. Di nuovo da questi ultimi viene messa sotto assedio da un’armata “costituita da seimila cavalieri e tremila fanti”. Nei disordini, anche Ser Teodoro e Alina sono morti, vigliaccamente assassinati.

A difendere la città viene chiamato Niccolò Piccinino, inviato dai genovesi, che ben conosceva e stimava Andrea, della cui collaborazione intende servirsi. Da ciò, la sua immediata liberazione.

Siamo di nuovo all’assedio della città. Lucca è colpita dalla carestia, dalla peste (“i topi proliferavano a ritmo vertiginoso.”. La situazione è drammatica. Bisogna fare presto.

Lo scontro si avvicina. Ci troviamo sulle rive del fiume Serchio nei pressi di Ponte San Pietro. Sulla riva sinistra del fiume sono schierate le truppe fiorentine, comandate da Guid’Antonio da Montefeltro, alle dipendenze di Niccolò Fortebraccio (“4.000 cavalieri e 7.000 fanti.”). All’opposto quelle (“3.000 cavalieri e 6.000 fanti, di cui 1.000 balestrieri genovesi”) di Niccolò Piccinino: “Nella zona fra il Ponte S. Pietro e S. Maria a Colle da una parte e S. Angelo in Campo e Montuolo  dall’altra si contavano quella sera del 2 dicembre ben 20.000 soldati.”.

Siamo alla gran botta del titolo. L’autore ci ha guidati con maestria, cospargendo il percorso di dati storici così numerosi, minuziosi e affascinanti, soprattutto per un Lucchese, da riuscire a trasferire quel mondo passato nel presente, consentendoci di calarvicisi dentro per diventare, ciascuno di noi lettori, una specie di personaggio nascosto di quella così complessa, ma suggestiva e movimentata realtà.

I nemici “Arrivarono proprio da Casale in gran corsa lungo la via pubblica che transita di fianco alla chiesa parrocchiale di S. Angioro.”. Ad attenderli era uno schieramento di 1.500 cavalieri, usciti dalla Porta di S. Donato, “freschi e motivati”; “Quello scontro violentissimo o meglio, come allora venne definito, quella «gran botta» determinò le sorti dell’intero conflitto. I fiorentini schiacciati tra le forze del Piccinino, ad oriente, e quelle lucchesi, ad occidente, si trovavano smarriti e sparpagliati e fuggivano da ogni parte come fanno i polli e le galline quando si entra nel pollaio.”; “Gli scontri cessarono poco prima della mezzanotte.”; i vincitori, entrando da Porta S. Donato “furono accolti da un popolo festante in una luce che sembrava di giorno, tante erano le torce ed i fuochi accesi, mentre tutti i campanili della città suonavano a gran festa in un coro assordante di doppi.”. Ricordiamoci la data: “Era la domenica del 3 dicembre 1430 e non era ancora scoccata la mezzanotte.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart