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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Silvana Arata: “La carrozza del vento”

23 gennaio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Silvana Arata, nata a Viareggio, laureata in Giurisprudenza è giornalista e lavora presso la RAI Cultura.
Ha collaborato e collabora a svariate riviste nazionali, alcune di carattere ambientale e ecologico. Con l’Enoteca di Siena ha pubblicato il volume “I Vini di Toscana”, edito in quattro lingue. Ha realizzato con la RAI di Roma programmi radiofonici di impronta sociale e culturale per gli italiani all’estero e ha preso parte ai programmi via satellite di RAI Sat curando uno speciale televisivo. Per la sede regionale RAI della Toscana ha ideato numerose trasmissioni radio inerenti temi artistici e ambientali.

Partecipa come conduttrice a premi letterari e incontri con autori.

Ha pubblicato due sillogi poetiche “Gioco Perverso” e “Città di Luna”. Con il racconto “Una vita da cane ovvero Le confessioni di un bastardino” ha ottenuto un importante riconoscimento dall’Associazione Lega per la Difesa del Cane di Roma per il tema trattato, l’abbandono e i maltrattamenti agli animali.

“La carrozza del vento”, del 2003, è il suo romanzo di esordio.

Livia Ravi è una giornalista che ha una forte passione per la musica ed una ammirazione sconfinata per un Maestro d’orchestra, e compositore: Alberto Ferrati. Quando va ad ascoltarlo, le sembra di essere trasportata in un mondo incantato: “Quella musica scandiva i ritmi del suo tempo: era forte e cupa, fredda e generosa, ostile e impervia, lieve e tenue. A tratti rivedeva lui, sul palco, abbandonato al pianoforte; quella musica era vita, speranza di vita nella quale Livia si proiettava senza determinazione, seguendo un percorso contorto.”; “La sua particolarità era quella di saper mescolare forme musicali popolari e colte, dando vita ad una musica di grande spessore e di immediato assorbimento, un compositore per questo richiestissimo.”. Lo sogna perfino, e una volta le compare invitandola a salire sulla carrozza del vento. “Che cosa è la carrozza del vento?” domanda lei. “Un’emozione, qualcosa che non si afferra.”.

Nasce con questa sensazione di inafferrabilità il romanzo di esordio della lucchese Silvana Arata, che, pure lei, non è estranea alla professione di giornalista, e non è nuova quindi alla consuetudine con la scrittura, anche se la prova narrativa, specialmente di un romanzo, è impegno di non poco conto.

Questo è l’incipit: “Quella sera il Teatro era gremito di gente di ogni età. Si trattava di una grande occasione per apprezzare qualcosa di originale, una musica fuori dal consueto o comunque una musica utile a ritemperare la mente e lo spirito.”.

Tutta quella gente è lì per lui. Talento e bellezza sono dei talismani che possiede e attraggono.

Seguiamola nella sua storia, avendo intuito che quella di Livia nei confronti del Maestro Ferrati è anche un’infatuazione, certamente sollecitata dalla stessa musica, ma soprattutto dalla bravura e dalla bellezza del Maestro, “un poco bohemienne”. Lo ha capito pure un suo collega, Giovanni Tosatti, che le fa da amico e confidente. Le propone, perciò, nell’interesse anche della rivista per cui lavorano, di tentare di combinare un’intervista con Alberto, il quale, è risaputo, non le concede tanto facilmente, ma si sa che ha un debole per le belle donne, e Livia lo è abbastanza, coi suoi capelli “rosso arancio” portati con spavalderia: “Lei non si riteneva bella, ma neppure un tipo da passare totalmente inosservato.”.

Riuscire ad intervistarlo potrebbe aiutarla nella carriera di giornalista, a cui tiene molto.

Ma quando la conoscenza di Alberto avviene, e nel migliore dei modi, la giovane giornalista passa dall’infatuazione all’innamoramento: “Da quando aveva ascoltato la musica del Maestro Ferrati, le sue interpretazioni prima e le sue composizioni in seguito, Livia non scriveva più liberamente le sue sensazioni e emozioni. Quella musica la trascinava in un’altra dimensione dove non era possibile distrarsi, neanche per un istante. Non era concesso neppure volare troppo su quelle note, che contemporaneamente per Livia scandivano il tempo e lo attraevano, l’inseguivano e dolcemente lo fermavano.”.

Vuole sapere di più sulla vita di Alberto, anche se “Livia era una donna d’assalto, ma non travalicava mai i suoi limiti per paura, per educazione, per stile”. Così, un po’ spinta dalla curiosità di donna innamorata e un po’ stimolata dal mestiere, si mette ad indagare su un episodio oscuro della vita privata di lui, il suicidio di una sua amante di nome Nast’enka, un’affermata violinista. Alberto dirà di lei: “Non ho mai incontrato una donna con simili doti, lei sapeva piegare il suono alle sue dita, toccava le corde del violino con riverenza, rispetto, le carezzava e nel compiere quei gesti ricorderò sempre il suo viso illuminato dalla luce calda che l’avvolgeva.”. “E se fosse stato un delitto?”; “Una passione può travolgere fino a tal punto una donna da farle perdere il senso della realtà e arrivare al gesto estremo solo… per amore?” si domanda Livia.

Saranno soprattutto questi interrogativi che la condurranno a scoprire la verità intima di un musicista all’apparenza altero e scontroso, e in realtà ricco di amore tanto grande da renderlo inarrivabile. Gli strumenti di cui dispone l’autrice non sono ancora così perfetti da rastremare l’enfasi e l’eccitazione che in queste trame spesso prendono la mano, tuttavia resta indubitabile l’interesse che l’Arata sa richiamare sulla storia, che si va sempre più concentrando su quell’oscuro episodio della violinista. L’amore di Livia per Alberto e il tragico amore per lui di Nast’enka si vanno rapidamente legando in un percorso parallelo che confluirà per entrambi nel mistero (“il ‘segreto’”) che avvolge la carismatica e inquieta figura di Alberto: “un uomo complesso e difficile”, il quale, come il lettore scoprirà, si sente colpevole di quella morte. Irina, la sorella di Nast’enka, è uno dei punti di contatto tra questi due percorsi. Dirà a Livia: “mi sembra di capire che lei è innamorata di Alberto. Lo vedo e lo avverto chiaramente da quello che mi ha detto, dalla sua eccitazione quando ne parla, dalla sua curiosità su questa vicenda…”. E la mette in guardia dall’innamorarsi “davvero” di lui.

L’altro è la città di San Pietroburgo, dove il triste episodio accadde e dove si reca, con una decisione inaspettata, Alberto Ferrati a tenervi un concerto. La città antica (“magica città”) fa da suggestiva cornice alla parte conclusiva del romanzo, la migliore senza dubbio: “La sensazione più esatta girando tra le strade e i monumenti di quella città incantata per Livia era lo stupore, la incontenibile gioia dinanzi allo sfarzo delle cattedrali, alzando gli occhi a quel cielo così diverso, immenso e custode dei segreti del tempo.”, e con la Neva che pare “quasi una piazza d’acqua”. Toccherà proprio alla città offrire la sua più forte emozione alla protagonista, così che in qualche parte del mondo “la carrozza del vento avrebbe di nuovo rallentato la sua corsa. Lei era pronta ad attenderla.”.

L’autrice riesce a mantenere viva l’attenzione con una scrittura priva di orpelli, dalla quale sprigiona una sensibilità tutta al femminile che accompagna gli entusiasmi, i sogni e le infatuazioni della protagonista. Questa capacità di mantenere desto l’interesse del lettore è la qualità più evidente e riuscita dell’Arata, che sa farsi perdonare alcune debolezze, presenti soprattutto nella prima parte, le quali, si sa, non mancano mai, o quasi mai, in un esordio.

 


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Bart