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Serao, Matilde

7 novembre 2007

Il ventre di Napoli

“Il ventre di Napoli”

Avagliano Editore, pagg. 192. Euro 9,90

Non è un caso che la ristampa datata 2003, per i tipi dell’editore Avagliano, dell’opera della Serao rechi una introduzione dello scrittore Giuseppe Montesano, autore pure lui di un libro che scende nelle viscere della città: “Nel corpo di Napoli”, pubblicato nel 1999. A distanza di tanti anni, infatti, dall’uscita, nel 1884, del lavoro della Serao, non molto sono cambiate le cose e l’auspicio della scrittrice di vedere sanate le piaghe sociali e civili dell’amata città – poiché, come scrisse alla baronessa Giulia de Rothschild, cui il libro è dedicato, Napoli è: “città mirabile” -, resta ancora un sogno e un forte ideale.

L’opera è il risultato degli articoli che la narratrice scrisse allorché Napoli, proprio nel 1884, era stata devastata dal colera, e la pietà e la rabbia che ella prova nel vedere lo scempio che vi si consuma sono parte essenziale di una ispirazione dettata da un grande amore. Diventa interessante per il lettore ricordare, oltre al libro di Montesano, che ne rappresenta in qualche modo la continuazione più di cento anni dopo, le osservazioni di un visitatore estraneo alla città, quel Renato Fucini, toscano, giornalista e scrittore pure lui che, nel suo “Napoli a occhio nudo” ci descrive Napoli com’era negli stessi anni (il libro è del 1878, appena sei anni prima). Si noti la coincidenza che il libro di Fucini si compone di nove lettere inviate da Napoli, e il libro della Serao, nella parte scritta al tempo del colera, di nove articoli; ma la coincidenza finisce qui, giacché diverso è il sentimento che ispira i due cronisti, assai più distaccato ed algido quello di Fucini che, quando incontra l’ingiustizia e la miseria che devastano interi quartieri, non riesce a dare alla sua indignazione la profondità e l’intensità, la partecipazione, che ritroviamo invece nella Serao.

La quale non fa mistero della sua irata e tormentata denuncia, attraverso uno stile volutamente eccitato e diretto. Se la prende con il Governo, infatti (“Sventrare Napoli? Credete che basterà?”), che poco ha fatto finora per la città, e che solo in occasione del colera è venuto a visitare alcuni quartieri, ma non i più poveri e umiliati: “Io sono una donna e non posso dirvi che sieno queste strade, poiché ivi l’abbiezione diventa così profonda, così miseranda, la natura umana si degrada talmente, che vengono alla faccia le fiamme della vergogna.”

La sua denuncia non è senza proposta. Al governo che si preparava a sventrare Napoli, risponde: “Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto! – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla.”

Rispetto al Fucini che annota l’animalità di buona parte del popolo napoletano, la Serao sottolinea che, pur vivendo in ambienti così luridi e contaminati, “non è una gente bestiale, selvaggia, oziosa; non è tetra nella fede, non è cupa nel vizio, non è collerica nella sventura. Questo popolo, per sua naturale gentilezza, ama le case bianche e le colline”.

Tutto ciò che fino ad allora era servito a fare di Napoli un contenitore da intrattenimento salottiero, viene dalla Serao “sviscerato”, portato in superficie, insieme con la tristezza e con la rabbia che discendono dalla sventura e dall’umiliazione: “Non è dunque una razza di animali, che si compiace del suo fango; non è dunque una razza inferiore che presceglie l’orrido fra il brutto e cerca volenterosa il sudiciume”. È una ribellione che nasce dal profondo dell’anima nei confronti di una rappresentazione oleografica, così diffusa, della sua città. Ancora: “non la miseria dell’ozioso, badate bene, ma la miseria del lavoratore, la miseria dell’operaio, la miseria di colui che fatica quattordici ore al giorno.” Le donne, per arrotondare il salario, s’ingegnano addirittura nei lavori più umili “che le espongono a tutte le intemperie, a tutti gli accidenti, a una quantità di malattie, mestieri pesanti o nauseanti, non fanno guadagnare a quelle disgraziate più di dieci soldi, quindici soldi al giorno. Quando guadagnano una lira, le miserelle, fanno economia e si maritano.” Aggiunge: si “dovrebbe entrare nel segreto di quelle esistenze, che sono un poema di martirio quotidiano, di sacrifici incalcolabili, di fatiche sopportate senza mormorare.”

Napoli è città da sempre superstiziosa, scrive ancora la Serao (“Tutte le superstizioni sparse pel mondo sono raccolte in Napoli e ingrandite, moltiplicate.”), poiché la sua credulità è frutto dell’ignoranza, della miseria e delle sventure. Tra queste il colera. Esso colpisce ripetutamente la città. Per parlare solo degli ultimi anni: nel 1865, nel 1867, nel 1873 e nel 1884. Nel 1872, l’eruzione del Vesuvio aveva fatto piovere cenere su Napoli, come era accaduto a Pompei secoli prima: “Al quarto giorno non uscì il sole; una nuvola fittissima di cenere copriva Napoli, cominciava a piovere cenere, come a Pompei; le popolane, in tutti i quartieri, fecero delle processioni, piangendo, gridando, in una tenebra lugubre.”

Il gioco del lotto (“l’acquavite di Napoli”) è il solo a cui si appiglia la speranza dei poveri. Per tutta la settimana sognano una vincita che consenta di avere finalmente le cose semplici di cui sono privati, e soprattutto una casa pulita, dei mobili dignitosi, e poter mangiare “i maccheroni e la carne ogni giorno”. Si affidano a personaggi particolari che si fanno una reputazione di uomini saggi, o preveggenti assistiti dagli spiriti. Tra questi il monaco: “Il monaco sa i numeri: questo è il domma.” Non gli danno tregua, arrivano perfino a torturarlo, e accade spesso che un monaco che ha dato i numeri giusti debba chiedere di essere trasferito per liberarsi dai questuanti e dalle violenze.

Se mancano i soldi per giocare al lotto o per altri bisogni il popolo napoletano ricorre all’usura, “il vero cancro, di cui muore.”

Da questi articoli, ciascuno dedicato ad un particolare aspetto di Napoli, emerge l’anima antica, calda, viva e nello stesso tempo immutabile, che permea di sé ogni abitante di questa città. Certi personaggi, come quelli che incontriamo nei capitoli dedicati all’usura e al lotto, certi quartieri, come quelli descritti nel capitolo dedicato al pittoresco, si colorano e si ravvivano della partecipazione accorata dell’autrice che, mentre denuncia mali e vizi conclamati, ad essi si lega con il laccio suadente della sua napoletanità. L’occhio indagatore della Serao, dunque, non è quello del cronista che è sceso a Napoli per dare al proprio lettore le suggestioni che lo hanno colpito e avvinto, ma è l’occhio scrupoloso ed implacabile di una sua cittadina che ne conosce i segreti, e dal pittoresco e variegato mondo che l’ha nutrita sa estrarre l’essenza di una natura portentosa, che si perpetua e si rinnova ma sempre nel dolore: “Ma in realtà è molto, molto crudele che tutto questo esista ancora, e che creature umane lo subiscano, e che uomini di cuore sopportino che questo sia.”

Il cuore è proprio ciò che non manca alla povera gente. Non potendosi soccorrere con il denaro, che non hanno, si scambiano l’aiuto reciproco: se una mamma non può allattare il figlio, vi provvede un’altra donna; se non gli può badare perché lavora lontano, c’è sempre una vicina che si presta; se una donna è sterile, ecco che adotta un trovatello. La cuoca di una famiglia agiata preferisce digiunare per poter offrire il proprio cibo “ai due bimbi della portinaia”.

La Serao vi si dilunga nel nono capitolo che ha il titolo: “La pietà”, al quale consegna, più intensamente che agli altri, il suo grande, incommensurabile amore per questo popolo. Il capitolo illumina di sé, infatti, tutta la prima parte, scritta nel 1884, che ci sembra la migliore. Seguono altre due parti: una scritta vent’anni dopo (“cioè solo due anni fa”) e l’ultima “è di ieri, è di oggi”.

La seconda parte, composta nel 1904, ha il titolo: “Adesso” ed è costituita da quattro capitoli.

Lo stile è assai più controllato, mancando della veemenza con cui la giornalista, più che la narratrice, si era interessata della sua città nell’anno del colera. Ora, con più calma, torna per verificare l’attuazione dei cambiamenti promessi e necessari. Le opere eseguite, in realtà, sono poche e assai parziali, che mascherano appena le vecchie e sporche case di un tempo, rimaste in piedi. Il nuovo mostra tutti i segni dell’incompetenza e della fretta. Palazzi mal disegnati, strade con ampi dislivelli, quando addirittura non completate, possono ingannare l’occhio di un forestiero, ma non quello di un napoletano. La Serao è lì per una constatazione, a venti anni di distanza, di ciò che è stato fatto, e il suo giudizio è spietato questa volta, e manca della pietà che aveva ispirato la prima parte. Ci sono strade che continuano ad essere frequentate da ladri che sbucano dai vicoli e aggrediscono passanti e perfino carrozze lungo il nuovo Rettifilo, il quale doveva, ahimè, rappresentare la rinascita, il risanamento, la redenzione della città, che ora conta “seicentomila anime”. Ci sono vizi e deformità che paiono insanabili e la Serao non vuole più sopportarli, e condanna coloro che si sono limitati a costruire bei palazzi, spendendovi molto del denaro destinato al risanamento, e trascurando i quartieri più poveri, dove il degrado è rimasto immutato: “Ma che, accanto, a dieci passi, viva nella lordura, nella miseria, nelle stamberghe, nelle caverne, tutta una parte di popolo, per cui si volle il risanamento edilizio e igienico, che questa parte di popolo a cui si destinarono cento milioni, muoia di tutte le infezioni, dopo averne vissuto, alle spalle di tutti i nuovi palazzi: questo è che fa sollevare di dolore e di rimpianto il nostro cuore e ci fa sembrare una beffarda ironia la maestà esteriore dei nuovi edifici, dietro i quali vi sono il putridume e la cancrena!”

Opera di denuncia appassionata, dunque, questa della Serao, rilevante per quei tempi difficili, e assai coraggiosa, che fa ricordare, rivolta com’è ai governanti (“Da quanti anni non viene, qui, un sindaco, un assessore?”), il “J’accuse” di Zola, di poco anteriore, pubblicato, infatti, il 13 gennaio 1898, sul giornale “L’Aurore”.

Non si vuol capire, sostiene la Serao, che se si costringe il popolo a vivere nella miseria e nello squallore più totale, “questo popolo non resiste agli antichi istinti, al bisogno di vivere come che sia, al bisogno di vendicarsi di questa società ingrata e traditrice”.

Per sottolineare l’incuria dei governanti (“mali governanti”) cita l’esempio delle case popolari che sono state costruite per il popolo, onde sollevarlo dalla umiliazione dei “bassi”, ma “con tale imprevidenza, con tale ignoranza presuntuosa, con tali calcoli sbagliati, che questi quartieri non sono serviti a nulla, a nulla, e sorgono, nei sobborghi della città, sulla riva di Santa Lucia, enormi, massicci, brutti, già lerci, già quasi cadenti, mentre il popolo non vi abita!”

Sembra di leggere il resoconto di taluni scempi edilizi commessi, or non sono molti anni, non solo a Napoli, ma un po’ in tutta Italia, a causa dell’intreccio doloso tra politica e malaffare (“chi ha costruite quelle case non sapeva niente, ignorava tutto e, intanto, ha fatto un’ottima speculazione, poiché tutte quelle case sono affittate”, oppure, riferendosi ai milioni concessi per il “Risanamento”: “nessuno, naturalmente, vuol dare più milioni, quando i primi sono stati spesi male o perduti”). Si tratta di abitazioni che vengono offerte in affitto a prezzi proibitivi per la povera gente, e che sono destinate di fatto, perciò, ad una classe più agiata: “operai eleganti, diciamo così, e tutta la piccola borghesia, piccoli impiegati, commessi, contabili, uscieri, scritturali e, persino, dei cancellieri di tribunale”.

E il popolo napoletano? “Il popolo napoletano è restato nei suoi bassi dei vecchi quartieri”.

Serao si fa risoluta paladina di questo popolo costretto a vivere nell’abiezione e che nessuno in concreto vuole redimere. Si facciano pure progetti grandiosi per attirare a Napoli i forestieri, “Ma si permetta a un’anima solitaria e ardente di passione, pel suo paese, come è la mia, di chiedere una parte di tutto questo, una povera piccola parte per migliorare le condizioni igieniche e morali del popolo napoletano.”

È una implacabile accusa scritta con l’impeto della indignazione e della delusione, acuita dal convincimento che si tratta di un’aspirazione disperata, per la quale occorre profondere tutte le stille del proprio sangue e del proprio amore. La Serao non le risparmia e quando, a conclusione della seconda parte, avanza delle proposte ispirate da questa urgenza del fare, supplica e grida: “Che chiedo io, infine, per i miei fratelli del popolo napoletano, che chiedo io, come tutti quelli che hanno cuore e anima, salvo che finisca l’oblio e l’abbandono?”

Qualche mese dopo, nell’autunno del 1904, scrive la terza parte che ha il titolo: “L’anima di Napoli”, costituita da otto capitoli.

È la parte più frammentaria e composta da articoli di “cronista scettico e pessimista” che trattano un po’ di tutto: dall’invocazione all’onore, ove lo stile risente di una retorica che, venendo dal profondo dell’animo, si insinua e si diffonde a piene mani, trascinando i suoi riflessi anche in taluno degli articoli successivi, agli sprechi di denaro per la costruzione di un fatiscente Rione della Bellezza, all’esaltazione di via Toledo, come strada nobile più delle altre, dove palpita la vita, allo spregio per i politicanti che spargono solo menzogne e si camuffano: “Napoli dice questo: […] Non voglio ladri, io, al Comune […] Io voterò per chiunque mi risulti, in faccia al sole, che egli sia un galantuomo.”, agli insediamenti industriali che debbono sorgere “alla luce del sole, senza transazioni equivoche, senza concessioni losche e senza premi, senza provvigioni”, al sostegno “a questi cinquemila operai, che, da circa settanta giorni resistono a ogni tristezza fisica e morale e da Torre Annunziata danno un esempio di fermezza, di costanza, di sacrificio veramente ammirabile.”, all’analfabetismo (l’istruzione è “il pane dell’anima”) che opprime la povera gente (“voi sentite il rammarico acuto di tanta barbarie e di tanta oscurità”). La Serao, in questa parte conclusiva cronista più che mai, si lega agli avvenimenti quotidiani, attenta a che nulla si frapponga e ostacoli il risanamento materiale e morale del suo popolo. Dando ancora una volta voce alla sua città, proclama, nell’imminenza di elezioni amministrative: “Io voglio degli uomini onesti; io voglio delle coscienze sicure: io voglio delle anime austere.” Auspicio che mantiene intatto il suo valore oggi, qui da noi e in tutto il mondo.


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Bart