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Signorini, Mattia

6 gennaio 2008

Severo American Bar
Dove comincia la strada
Lontano da ogni cosa

“Severo American Bar” (2005)

PeQuod, pagg. 222, euro 14.

Basta guardare la foto che campeggia sulla quarta di copertina per renderci conto che questo autore è uno dei più giovani in Italia a cimentarsi con il romanzo. Non nuovo a pubblicazioni di suoi racconti su riviste prestigiose come “Panta” e “Nuovi Argomenti”, Mattia Signorini vinse nel 2001 il premio Tondelli per la narrativa inedita con una raccolta di racconti poi pubblicati, insieme con quello intitolato “D414” di Paolo Papotti, da Fernandel con il titolo “Dove comincia la strada”, in cui si possono andare a ricercare le premesse che hanno portato a compiere questo passo decisivo, incoraggiato e sostenuto dall’editore PeQuod.

All’inizio ci colpisce una frase come questa, che riguarda Luca, un amico di Giulio Violati, il protagonista io-narrante: “Quando Luca ha convenuto che il mondo non era poi così grande, e ha cominciato a sentirselo stretto, è fuggito per cercare un luogo che lo facesse restare, in qualche modo, più vivo di come avrebbe mai potuto essere nella nostra piccola città.” Come si sa, è un luogo ideale, fuori del mondo, quello che Luca sta cercando, da qui una condizione di scontento alla quale, però, non si arrende: “Domani parto.” “Dove vai?” “Vado a vivere”. È, dunque, una fuga, e meglio ancora una ricerca che riguarda anche noi, che viviamo nello stesso mondo di Luca. Le sue aspirazioni potrebbero essere anche le nostre. Giulio, invece, non se la sente di fare il passo lungo di Luca, che se n’è andato in giro per il mondo e ogni tanto gli scrive per fargli sapere dove si trova; tuttavia ha la stessa febbre, la medesima smania e ogni tanto avverte il bisogno di fuggire, sia pure per pochi giorni, dalla sua città, Rovigo (“piccola, schiva”), dove ogni cosa, ogni persona costituiscono “il solito mondo.” Ha vent’anni e un giorno sale sul treno e si reca a Torino (“dall’altra parte dell’Italia”), dove era già stato qualche volta con Luca. L’occhio di Giulio si manifesta subito speciale, ovunque si posi capta la monotonia dei gesti e dei luoghi, la malinconia delle solitudini nascoste dietro il sorriso: “ed è come se fossimo qui, nello stesso locale, insieme, allo stesso tempo, soli.” L’argine del fiume Adige (“il Fiume”), che avrà gran parte nel romanzo, “ora è così dimenticato e incolto”. Senza forse nemmeno accorgersene egli inizia un viaggio che diventa presto parallelo a quello dell’amico, il cui destino “corre in una strada che non è la mia.”, così che il romanzo risulta alla fine illuminato da una doppia luce i cui significati si intersecano, si confrontano, si contrastano in una definizione della realtà che si rivela aleatoria se non addirittura impossibile.

È una scrittura linda questa che ci disegna un percorso ricco di dettagli e di intimità, di immersioni nelle minute cose che sono dentro e intorno a noi. Essa si fa sguardo del protagonista, i suoi movimenti sono il movimento degli occhi di un giovane che sta tracciando la strada del suo rapporto con il mondo.

Strada non facile: “ogni ideale si scontra con la realtà. E la realtà non è una cosa semplice. È fatta di paura. Di non riuscire a tornare a riva, una volta lanciata la barca nell’infinito del mare.”

Un tema, dunque, sempre di grande attualità, specialmente ai giorni nostri, e soprattutto per i giovani, il cui smarrimento fisiologico è aggravato da una società che non offre alcun tipo di approdo. Le sensibilità di Giulio sono vigili e profonde: è il 24 maggio, scrive all’amico che si trova in Ungheria: “L’estate comincia a farsi sentire. Non è per il caldo, il sole, o per giugno che ha tutte le porte aperte e ormai siamo talmente vicini da vederle. È il suono del caldo che arriva ancora prima, percorre le correnti, è più veloce di tutte le nuvole e le piogge che possono ancora venire. Il suono del caldo è entrato nelle orecchie di tutti, e anche il Fiume pare sentirlo. È stato così alto fino a ora, così pieno d’acqua, ma il suono del caldo l’ha placato.” Sia pure in un altro contesto, pare di ritrovare le sensibilità raffinate di Eraldo Baldini. Degli amici più cari, oltre Luca: Laura, Chiara, Paolo, dice: “Non li ho mai portati a conoscere il Fiume, o i libri che stanno nella mia stanza. Non sanno nemmeno dei sogni che si fanno spazio nella mia mente.”

La struttura del romanzo è delle più lineari e semplici. Pur non essendo esplicitamente un diario, si richiama ad esso narrando cronologicamente le vicende del protagonista nella sua minuta vita quotidiana: l’uscita con gli amici, le ore trascorse da Severo, il gestore “panciuto in una divisa rossa di giacca e pantaloni su una camicia bianca” di un american bar un po’ scalcinato (“Il bagno è senza porta e senza carta, lo scarico dell’acqua non funziona, la caldaia è fuori norma”), il rapporto mai facile con i genitori (i “due che dormono nella stanza matrimoniale”, i “signori che mi stanno davanti”) i quali, eppure, gli vogliono bene, gli esami all’università, lo scambio di lettere con Luca, e così via. Ciò che ne fa un romanzo intimo e di formazione è la ricchezza del sentire, il disvelamento delle profondità interiori che alimentano il pensiero del protagonista. I fatti quotidiani, comuni a molti di noi, sono avviluppati da un sentimento che li trasforma in atomi di una vita speciale ed unica, la stessa che potrebbe diventare per noi se sapessimo accompagnarli con la medesima acuta e pungente sensibilità. L’autore ci fa scoprire così, a poco a poco, la complessità e la ricchezza di ogni esistenza, se solo la guardassimo non con la fretta tipica dei nostri giorni, ma con la consapevolezza che, se osservata con dedizione e amore, essa ci regala numerose occasioni di segrete confidenze che altrimenti si smarrirebbero nel nulla, riducendo il nostro quotidiano a un anonimo, meccanico automatismo del vivere.

Il desiderio insoddisfatto della fuga, ma soprattutto la ricerca spasmodica di un significato da dare alla vita, non abbandonano mai il protagonista impegnato a ricevere risposte ai suoi assilli e ai suoi desideri. In una lettera indirizzata a Luca, scrive: “I luoghi che ricordo, e che ricordi anche tu, stanno diventando sempre più dei fantasmi in fuga.”

Riesce finalmente a partire. Si reca a Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, per due mesi; baderà ai bambini di una famiglia, che gli assicurerà vitto, alloggio e un compenso settimanale: “Non so cosa andrò a trovare. […] Questo scappare non serve a niente, mi dico.”

L’atteggiamento che il protagonista assume di fronte alla novità del viaggio e alla nuova città, nonché di fronte alla famiglia che lo ospita, non muta quella condizione speciale di ricerca e di insoddisfazione che lo contraddistingue. Abituato alla continua analisi di ciò che gli ruota attorno, Giulio si muove con la medesima curiosità: insicura, un po’ sfiduciata, tuttavia mai rinunciataria: “Sento nelle ossa una forza nuova, e ho ai bordi del cuore tocchi di felicità che aspettano solo di rendersi concreti.” In realtà, i bordi del suo cuore sono sempre stati avvolti da tocchi di felicità, in attesa di un’occasione per manifestarsi: “Sono sempre stato convinto di poter parlare con le cose. E che le cose parlino a loro volta con noi.” Spesso è l’occasione che manca, infatti, in qualunque luogo ci si trovi e in qualunque condizione, in grado di avviare quel certo segnale, quel particolare stimolo dopo il quale tutto cambia e si rinnova. Giulio è così un esploratore del mondo alla ricerca di se stesso. Le sue annotazioni tanto minute sono quelle di un individuo che cerca una rotta ancora ignota e registra le tappe del viaggio per non smarrirsi. L’ amico Luca, il cui itinerario è iniziato sotto la buona stella dell’entusiasmo, ha già ricevuto qualche delusione, soprattutto dalla sua ragazza ungherese, Ingrid, sorpresa tra le braccia di un altro. Partirà per Ibiza, non più gioviale e sognatore come prima. Giulio, al contrario, incontra Claire, una ragazza francese. In sua compagnia, si sente a proprio agio. Si ritrova spesso con lei nei pomeriggi in cui è lasciato libero dal lavoro: “I giorni a casa mi sembrano ora così distanti da non appartenere quasi alla mia vita”. Ma attenzione, non è solo Claire a destare in lui la felicità cercata, ma la stessa città in cui si trova, le cui atmosfere dense di una particolare intimità penetrano in lui. L’autore ci consegna, così, una Salisbury in cui i fiumiciattoli, i giardini, la cattedrale con il suo alto campanile, fanno parte di una mutazione, ossia non hanno valore tanto per la loro materialità, bensì per quella scia di sensazioni da essi generate, in cui le immagini si trasfigurano e preannunciano il cambiamento. Chi è stato – come lo scrivente – a Salisbury, non può che apprezzare quanto l’autore è riuscito a cogliere: la trasfigurazione di una città penetrata in lui: “Sono in Inghilterra da quasi un mese e mi sento già uno della famiglia.” Allo stesso modo si deve dire per ogni altro paesaggio osservato con gli occhi di Giulio, in specie l’Irlanda, “un Paese dove ho sempre sperato di andare”: “L’Irlanda appare come una terra grande delle favole. Ci sono i prati verdissimi, più verdi di quelli d’Inghilterra, e strade costeggiate da muraglie di sassi che seguono i viaggiatori per chilometri e chilometri.” Ed è proprio nel lungo capitolo dedicato al viaggio in auto che da Salisbury porterà Giulio e la famiglia per cui lavora a Swansea, dove avverrà l’imbarco per l’Irlanda, che la scrittura di Signorini mostra in modo evidente le sue peculiarità: i dialoghi – ben impostati – come pure i periodi, sono concisi, nitidi, spontaneamente semplici; gli argomenti, i movimenti, le annotazioni di luoghi, di persone e di paesaggi sono sempre minuti, minimali (“Siamo pezzi di piccole cose che fanno piccole cose”) ed intimi: “Esco all’aperto, sotto una pioggia che batte forte, obliqua per il vento. Le luci di Swansea cominciano a perdersi nella lontananza. La pioggia con l’orizzonte del mare, appena percettibile, crea una nebbia irreale. Il rumore dell’acqua è tuttuno con quello del traghetto. Mi sporgo e l’acqua è colorata di nero, stesso colore del cielo, e la scia bianca che si forma al nostro passaggio taglia il mare in due.”

L’arrivo a Kinvara, nel sud-ovest dell’Irlanda, la sua breve permanenza con i genitori di Kathy – il solitario uomo di mare David e l’inferma Jean (“Sono una ragazza di vent’anni nel corpo di una morta.”) -, danno all’autore l’occasione di avvicinarsi ai due anziani personaggi e di raccogliere in loro le caratteristiche salienti di un popolo a cavallo tra la ruvidezza di una vita rimasta inalterata nel tempo e l’incanto gioioso e consolatore che affida alla natura il desiderio del mito e del sogno. Jean confessa a Giulio che per combattere la solitudine ha dovuto “costruire un mondo speciale”; “Mi ha parlato degli gnomi che di notte corrono per la casa, che nascondono i fogli di carta di David e bevono tutto il latte. Secondo lei solo poche persone riescono ad essere amici degli gnomi, a vederli. ‘Io una volta ho parlato con loro’ mi ha confidato.” David ha difficoltà a comunicare con gli altri. Il mare è il suo rifugio: “il mare non ha gli occhi e non ha un cuore. Il motivo per cui David l’ha eletto come compagno di tutto.”

Leggete la delicatezza di questa immagine dedicata all’Irlanda: “Viste dall’alto, le coste d’Irlanda sono poesia. Lingue di terra incastrate sul mare. Sembrano due corpi che si stanno poco a poco scoprendo, ma che non osano toccarsi del tutto. Sembrano la sola carezza che nella vita si pretende di riservare all’amore più grande.”, e più avanti: “L’Irlanda è questo: spezzare il silenzio con pochi tratti di rumore.”

Le parole nascono come da una sorgente naturale, e sono sempre quelle più appropriate. Nessun’altra parola è in grado di sostituirle con la stessa complessa, apparentemente umile, ricchezza e con la stessa efficacia. Kathy, la mamma dei piccoli Alice, Guy e Hugh, è un’altra vivida figura disegnata dall’autore. È andata a trovare i suoi genitori portandosi dietro i figli (i “tornados”), oltre che Giulio. L’aria della terra natia risveglia in lei i sogni sopiti, si desta la ragazzina di un tempo, oggi afflitta dalla modernità e dalla malinconia: “Kathy è il più grande gatto che si mangia la coda che mi sia capitato d’incontrare.” E ancora: “Potrebbe essere mia madre ma la distanza che la separa dalle altre donne della sua età è incolmabile. Kathy saltando cerca ancora di prendere le nuvole.”; “Kathy vive la vita come un insieme di tappe da superare.” Un po’ come accade a Giulio: “Dopo aver riacquistato a fatica una nuova identità in questo tutto che non riesco ancora a capire”; “Vorrei fuggire dalla fuga. Mi accorgo che le cose belle e le cose brutte tendono a scappare, in misura uguale. Che niente resta fermo a farsi guardare.” In questo vi è una somiglianza tra i due, come se il destino imponesse regole di crescita uguali per tutti, anche per i grandi che, pure loro, non finiscono mai di crescere fino all’ultimo giorno della loro vita. Non la vecchiaia esiste, ma la crescita, fino al giorno in cui non si ferma, non dice basta, non dichiara la sua fatica e la sua stanchezza. L’amicizia spontanea e tenera tra Giulio e Kathy è uno dei risultati più alti raggiunti dal romanzo. Un’amicizia esemplare, che si ferma là dove si toccano i confini dell’amore. Direi qualcosa di più, e cioè che Signorini è riuscito a rendere molto bene, con un tratto sensibile e raffinato, l’amore speciale che ispira e muove l’amicizia.

Il soggiorno in Inghilterra è finito, Kathy e la sua famiglia sono lontani. Giulio è tornato a casa. Quel suo viaggio è servito a lenire la sua inquietudine? Non ancora. Si accorge che, lui assente, il mondo degli affetti e delle amicizie è cambiato. Nulla resta fermo, perfino la sicurezza nelle vecchie consolidate relazioni affettive s’incrina. La vita scorre e muta, a prescindere da lui. Egli non è mai un centro, ma una ruota come gli altri. Ciascuno ha il suo quotidiano da vivere e una propria direzione, e non sempre coincidono: “non vedo quasi più nessuno di loro.” Si è sempre soli, dunque? Anche l’amico Luca è tornato. Ma: “Mi sorge il dubbio che stia recitando una parte, quella dell’amico che era, e che questa parte non tenga conto di tutte le nuove esperienze che entrambi abbiamo fatto.” Sembra che la crescita a cui ciascuno di noi è destinato sciolga ad ogni passaggio i legami più cari, quelli a cui mai avremmo pensato si potesse rinunciare o si potessero perdere. Anche quando Giulio riesce a trovarsi di nuovo insieme con loro, le emozioni non sono più le stesse, le intese sono sempre più difficili: “Poco a poco il senso di distanza tra me e loro cresce, e mentre non riesco a fermarlo mi chiedo se sia sempre stato così o se questi pochi mesi sono bastati a portarmi lontano da quello che ero o che credevo di essere solo la scorsa primavera.” L’autore ha messo il suo protagonista di fronte ad una prova, dunque. Lo ha staccato per pochissimo tempo dalle sue amicizie ed ha messo sotto la lente di ingrandimento le mutazioni che ne sono derivate. Il risultato è ora sotto i nostri occhi: un nostro movimento, sia emozionale sia materiale, non è mai neutro; avvia, cioè, dei cambiamenti, il cui esito è sempre imprevedibile. La vita, perciò, diventa necessariamente un agglomerato di mutazioni che sanciscono in noi una costante condizione di stupore, di dubbio e di smarrimento: “Comincio a sentirmi veramente solo, compagno non indispensabile del gruppo con cui pochi minuti prima speravo di soffocare tutti i miei sensi di non appartenenza.” In realtà, la stessa mutazione si è prodotta su Luca, rivelando in lui una fragilità prima nascosta, ed ora, conseguenza anche per lui del cambiamento, venuta in superficie. Dunque: due personaggi diversi, partiti per affrontare una nuova esperienza di vita, al loro ritorno si ritrovano simili nel dubbio, nell’insicurezza, nello smarrimento. Ma l’autore non demorde, cerca la risposta che possa continuare a dare un senso alla nostra esistenza. Non si perde se ci attaccheremo all’amicizia, ci dice: l’amicizia, infatti, può consentire di superare i reciproci smarrimenti, può assorbire i cambiamenti che la vita ci ha costretti a subire, può metabolizzare tutto ciò e farci risorgere come da sotto la cenere la mitologica fenice. Soltanto che deve essere un’amicizia diversa, più forte, intensa: che ci leghi non più ad un gruppo, ma ad una persona; che s’instauri, ossia, all’interno di un rapporto a due: ha bisogno di passare “in due occhi soli, due sole mani.” È l’amicizia che tocca le porte, e le varca, dell’amore.

Bel romanzo. L’autore scrive ciò che sente e lo partecipa agli altri nel modo più spontaneo e semplice, nello stile di una tradizione che troppi si affannano, inutilmente, a disconoscere: “Ci sono questi destini, uniti tra loro da fili impercettibili. E ci sono questi fili, resistentissimi, che visti da vicino paiono strade in movimento, dove corrono veloci i significati delle nostre vite. Potranno allentarsi con il tempo, o con il tempo stringere ancora di più. Alcuni si spezzeranno, lasciandoci con un pugno di certezze frantumate nella mano. Altri, che sembreranno scomparsi, ritorneranno forse un giorno a fare capolino da quella strana forma d’affetto che sono i nostri ricordi.”

“Dove comincia la strada”

Fernandel, pagg. 128. Euro 12

Nel racconto di Paolo Papotti, D414, il filo della memoria consente al protagonista di rivivere l’amore con una ragazza di nome Andrea, per le strade di Madrid, in una vita che, sebbene intrisa di sregolatezza, ha come guida il sentimento che lega tra loro i bislacchi e malinconici personaggi. Ha frequentato la comunità di Taizè e in un viaggio a Rieti per visitare i luoghi di San Francesco incontra un’altra ragazza, Chiara, anch’essa assidua della stessa comunità. Ha una crocetta rossa al collo che la fa riconoscere come tale. Poi arrivano altri luoghi ripescati nella memoria, altri personaggi e la vita vi scorre con il sangue vivo della giovinezza che ha bisogno di fuggire, di correre, di incontrare, di conoscere per vivere. La comunità di Taizè, e più ancora Dio e una specie di misticismo che vaga nell’aria e che nessuno riesce mai a fermare del tutto dentro di sé, dànno al viaggio il forte senso di una ricerca. E uno dei capolinea della ricerca è proprio la strada D414, che sta lì appena fuori dalla comunità di Taizè, e che tutti devono prendere per ripetere altrove una nuova esperienza nel mondo, una strada che, ritrovata e lasciata chissà quante volte, condurrà il protagonista con Andrea a Madrid.

Una storia on the road che ha al centro, rispetto alle tante conosciute, la novità della ricerca di Dio dentro di sé e negli altri.

I sei racconti di Mattia Signorini, che costituiscono la seconda parte del libro, sono scritti nello stile che prediligo, quello classico, nitido e lineare dove si riconosce perfettamente quali sono le parole da cui parte o partono le scosse che si dànno al lettore, le emozioni, i sentimenti; e nel suo cammino il narratore si tiene sempre collegato a noi e ci comunica, stazione per stazione, la sua gioia inventiva nonché la sua sofferenza nell’incontrare e proporci la vita, soprattutto quella che ci è sfuggita di mano, che non abbiamo avuto il tempo di annotare, che non conosciamo: “noi e le cose siamo uguali, noi siamo cose per le cose, e per sentirle, per lasciarci sentire da loro non dobbiamo fare altro che rendercene conto.”

I racconti sono anch’essi, come il precedente D414, un viaggio, durante il quale l’autore si ferma ad osservare e a raccontare dal “di dentro” i personaggi e le cose che gli sono passati a fianco, o che ha sfiorati gettandovi uno sguardo che, forse a sorpresa, si è poi trasformato in pensiero e in dolore. Dolore e solitudine accompagnano la vita, al punto che qualche volta non ce la facciamo ad andare avanti e a guardare oltre. Neppure la natura che ci circonda e che sa trasformarsi e ripetersi quando è il momento, non ci libera da quel grido che urge dentro di noi e che mascheriamo nel silenzio, meglio “in una teca di silenzio.” In queste storie è lo sguardo – provenga dal narratore o da un personaggio – che riesce a mettere un filo, un trait d’union, tra esseri umani che non si conoscono, e che si trovano per caso vicini, in una consecutio alla quale solo la presenza di quello sguardo in quel preciso istante dà un senso e li trasforma da manichini inanimati in esseri viventi. Da fogli bianchi a fogli che riescono finalmente a dirci, a parlarci, a farsi e farci riconoscere. E c’è sempre una strada sulla quale camminiamo, una strada che scegliamo o anche una strada che siamo costretti a percorrere. Mai certi della meta.

Mattia Signorini è giovane, e ha in dono una sensibilità che presto lo porterà a cogliere la profonda e lacerante significanza di questi inanimati silenzi, e a farcene un dono rivelatore, aiutato da una scrittura intima, che sa penetrare dentro di noi e farci incontrare e conversare con la nostra solitudine.

Dimenticavo una frivolezza: in uno dei racconti compare anche un nome che mi piace tanto, anzi tantissimo: Bartolomeo, e il personaggio un poco mi assomiglia.

“Lontano da ogni cosa” (2007)

Salani, pagg. 272.

Dopo “Severo American Bar”, uscito nel 2004 per PeQuod, il giovane scrittore veneto, nato nel 1980, si presenta al pubblico dei lettori con questa seconda opera narrativa.

Vi si raccontano le vicende di alcuni giovani di oggi. È Stefano Bersani che ne parla, che si è trasferito a Padova con un amico pittore, Alberto Lari, e insieme frequentano l’università. Ad una festa incontrano Chiara Valentini, una ragazzina “tutta piccola e perfetta”, che diventa la compagna di Alberto. Quest’ultimo è pieno di idee e di energie, contestatore irruento, “in aperta rivoluzione con il mondo”, quanto Stefano è riflessivo e minuto osservatore: “Osservavo da vicino le velocità di Chiara e Alberto e mi sembravano macchine da corsa lanciate a missile in una strada laterale, in attesa di sbucare in una molto più grande a due o tre o quattro corsie.” Ma è l’insoddisfazione la molla della loro partecipazione frenetica alla vita. Alberto rappresenta per Stefano il giovane per antonomasia, più di se stesso, al quale solo può dispiegarsi l’ampio spettro dei desideri e delle ambizioni.
È una scrittura minimalista quella che ci fa compagnia, con un riferimento speciale a Pier Vittorio Tondelli, attenta ai singoli gesti considerati quali componenti di un flusso complessivo che lega la persona alla vita. L’esistenza dei tre giovani non è dissimile da quella di tanti altri se non per i singoli gesti che, al di là del loro valore, esprimono una identità unica e irripetibile.
Stefano è una somma di pensieri e di considerazioni e di meraviglie sulla vita che gli passa davanti, la quale lascia sempre qualcosa nella sua anima: “Mi chiedevo dove andassero tutte le domande a cui la gente non risponde, tutte le questioni lasciate in sospeso.” È ancora un romanzo di formazione che, attraverso i personaggi, accompagna la giovane età dell’autore, come se i codici di un diario personalissimo fossero posizionati qua e là tra le righe. La casa dei genitori è ancora la sua casa, come è la sua casa quella che condivide con Alberto e Chiara.

Ma la società sta agendo su di lui, come sugli amici. La formazione si fa esperienza. Alberto ha trovato chi apprezza i suoi quadri e non è più così arrabbiato con la società, Stefano decide di fare una tesi su di un argomento sgradito, ma utile per trovare lavoro (Tuttavia preciserà a Marta, una delle sue ragazze: “Non ho preso una laurea per trovare un lavoro. Volevo imparare delle cose”).
Le vite dei tre protagonisti presto si dividono. Ciascuno incontrerà le sue gioie, sempre momentanee, e i suoi dolori. Sogni, insoddisfazioni e delusioni rappresentano la chiave di lettura del romanzo, in cui i giovani sono stremati da una ricerca complessa e difficile della propria strada. Stefano perderà di vista i suoi amici, come se la vita li avesse in qualche modo disintegrati e vinti. La loro è una esistenza continuamente arrangiata, in cui il futuro non ha posto.
Signorini continua con questo secondo libro, che è un po’ il seguito di “Severo American bar”, quella indagine esistenziale che accomuna tra loro alcuni dei giovani scrittori italiani di oggi, quali Candida e Bregola, ad esempio. I loro, sono motivi intensamente avvertiti nella vita reale e proposti al lettore come espressione di una condizione alienante partorita da una società malata e cinica. Si tratta di un’operazione disvelatrice di una intimità sofferente. Fa dire Signorini al suo personaggio principale: “Volevo raccontare e basta. Le azioni, le emozioni, poco altro”. Dopo questa seconda e ottima prova, crediamo sia giunto il momento che l’autore si cimenti in una storia che, oltrepassando tanto il singolo quanto l’afflato diaristico (magari una storia in terza persona), ci offra un affondo più ampio e penetrante di ciò che ci accade intorno, un po’ come si comincia a intravedere nella terza ed ultima parte del romanzo, la migliore. Un punto di riferimento potrebbe essere, ora, dopo Pier Vittorio Tondelli (di cui si avverte il respiro soprattutto nelle due prime parti) il lucano Gaetano Cappelli.


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2 Comments

  1. Comment by Elisa — 4 agosto 2008 @ 21:19

    ..Stavo cercando se la citazione che avevo tratto da questo libro era corretta e .. sono capitata qui…
    “Severo American Bar” mi è piaciuto tantissimo come anche “Lontano da ogni cosa”. Lo consiglio!!
    Ciao

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 4 agosto 2008 @ 23:31

    Sono contento che tu abbia avuto, Elisa, l’occasione – grazie ai romanzi di Mattia Signorini – di capitare qui.

    Ser ne hai voglia, vai anche alle sezioni della rivista Parliamone (www.rivistaparliamone.it), tutte belle, secondo me, curate da collaboratori molto bravi. In particolare ti consiglio di visitare la sezione I Maestri.
    Grazie. Ciao.

    Bart

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